SAPIENZA – FORZA – BELLEZZA

 

SAPIENZA,  FORZA  E  BELLEZZA

di Giovanni Domma

 

 

Che la Sapienza illumini il nostro lavoro. Che la Forza lo renda saldo. Che la Bellezza lo irradi e lo compia.

Gli uomini liberi e di buoni costumi che intendano davvero comprendere il senso della triade Sapienza, Forza e Bellezza, dovranno intraprendere il sentiero che porta alla conoscenza e alla verità : un cammino arduo e faticoso.

Il suo percorso è tutto in salita, e facilmente ci si scoraggia, in quanto richiede forte personalità, fede, costanza e tanta umiltà.

C’è chi suppone che per avanzare lungo questo sentiero sia necessario lo studio di complesse astrazioni esoteriche ; io penso invece che si possano ottenere risultati molto migliori concentrando, nel nodo giusto, la nostra attenzione sulla realtà.

Se non altro, per una ragione : nella vita reale si trovano continuamente nuovi ostacoli da superare, che spesso ci costringono a deviare dal traguardo che avremmo voluto raggiungere. Non è così nella pratica massonica, dove il rituale scorre immutabile, neutralizzando le avversità legate ai disordini della vita profana : si direbbe davvero che i Massoni lavorino in un altro tempo e in un altro spazio.

Questa contrapposizione, però, può essere sanata, e il costante lavoro per trasporre l’ideale massonico nella vita reale consente all’uomo grandi passi lungo il cammino della formazione e della conoscenza.

Dai giorni lontani della muratoria operativa, gli strumenti utilizzati nel lavoro massonico sono forse cambiati, ma non sono mutati i suoi fini : seminare tra gli uomini un sentimento di vera Fratellanza, diffondere quei principi e valori per cui l’umanità possa crescere, sia culturalmente che civilmente.

I valori trasmessi al Massone, ciascuno li diffonderà secondo le proprie capacità e le opportunità che gli offre la vita. Se bene li ha compresi, non troverà nessuna difficoltà a insegnarli. Potrà allora provare qualcosa di simile a un grande senso di fierezza, e le persone che avranno la fortuna di entrare in contatto con lui si accorgeranno della speciale Luce che egli diffonde : una Luce che sparge nel mondo serenità, tranquillità e sicurezza, dono e patrimonio esclusivo di poche persone speciali.

Già prima di entrare in contatto con l’Istituzione, il Massone portava nascosto in sé questo dono (non mi stancherò mai di ripeterlo : secondo me, Massoni si nasce) ; ma ha anche lavorato per svilupparlo e perfezionarlo, mediante il lavoro di sgrossatura interiore che deriva dalla frequentazione della Loggia.

La Loggia è un luogo sacro, dove – come non avviene da nessuna altra parte – gli esseri umani si dimostrano all’altezza di lavorare all’unisono, come se fossero una persona sola, per il perfezionamento intellettuale e morale del proprio io.

Non esiste a tutt’oggi luogo più adatto di una Loggia per chi voglia sviluppare il lato migliore della sua interiorità, perché la Massoneria è la più antica e venerabile scuola iniziatica per il perfezionamento e la formazione delle individualità umane.

 

Il Libero Muratore, per lavorare, ha bisogno di simboli, che sono i suoi principali strumenti, e tra questi la triade Sapienza, Forza e Bellezza è il più fondamentale.

Questa triade può anche essere considerata alla stregua di un ternario dinamico, e si dice allora che esso sintetizzi il lavoro consacrato dal Massone al suo perfezionamento interiore ; mentre l’altro ternario Libertà, Uguaglianza e Fratellanza – si riferisce alla parte del lavoro rivolta agli altri, siano essi Fratelli o profani.

In questa suddivisione schematica c’è indubbiamente del vero, ma secondo me l’idea che un ternario riguardi la vita interiore e l’altro la vita sociale non deve essere interpretata con rigidità.

Per esempio : essendo il ternario costituito da Sapienza, Forza e Bellezza (o Sapienza, Bellezza e Forza – ritornerò tra poco su questo discorso) collegato simbolicamente alle Tre Luci (ovvero al Maestro Venerabile e ai due Sorveglianti), nell’Apertura e Chiusura dei Lavori si verifica un’inversione per cui quello che è, nell’Apertura, il punto di partenza, ritorna ad essere nella Chiusura la meta.

Questo, suppongo, per affermare che sì, nello spaziotempo consacrato del lavoro di Loggia tutti noi possiamo idealmente raggiungere la perfezione, ma al ritorno nel mondo profano dovremo nuovamente lavorare e lottare per esserne degni – in questo modo, uno stato di perfezione ideale e virtuale potrà diventare reale e effettivo, o perlomeno è nostro dovere fare il possibile per accostarlo.

Per questo, le due affermazioni Il lavoro massonico consente di conseguire la perfezione individuale e La Massoneria persegue il benessere dell’umanità non solo sono entrambe corrette, ma strettamente intrecciate e collegate, e secondo me si può comprendere molto di più considerandole insieme.

Infatti, la somma dei sei valori espressi nei due ternari è stata equiparata alle sei facce della Pietra Cubica, significando che chi riesce a identificarsi con essi ha raggiunto la perfezione.

In questo senso, il loro messaggio travalica di molto i confini della Massoneria Azzurra, venendo a comprendere anche quei rituali di perfezionamento che magari non trattano di tutti e sei esplicitamente, ma ne sono l’emanazione.

Non a caso, l’ispirazione a scrivere di Sapienza, Forza e Bellezza in questo articolo non mi è venuta dal rituale della Massoneria Azzurra, bensì da un altro ancora poco noto in Italia (non per molto, però) : quello degli Ark Mariners, o Marinai dell’Arca Reale.

Chi ha letto i nostri articoli passati ha già notizia di questo magnifico grado della Massoneria britannica, che mostra mirabilmente i legami tra il simbolismo degli antichi muratori e quello dei carpentieri che assemblarono l’Arca di Noè.

Il suo rituale venne introdotto in Inghilterra nel Settecento ; tanto per cambiare, a introdurlo fu Thomas Dunckerley, un grande Massone dimenticato cui abbiamo dedicato un articolo (ne abbiamo parlato anche nel nostro libro Massoneria del Marchio).

La storia dell’Ark Mariner presenta notevoli tratti di originalità. Come il Fratello Mansuino ed io abbiamo accennato nell’articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees, per quanto sia di fatto un side degree della Massoneria del Marchio, ufficialmente non viene considerato tale : questo perché, a differenza degli altri side degrees, a livello amministrativo dipende direttamente dal Marchio, senza disporre di una propria struttura autonoma.

E’ quindi solitamente il primo side degree ad essere introdotto nei Paesi in cui la Massoneria del Marchio si espande, e questo sta avvenendo anche in Italia, dove la prima Loggia dell’Ark Mariner è in via di costituzione ; conto di poter presto dedicare a questo tema un articolo.

L’Ark Mariner non è il solo grado antico a trattare di Noè e dell’Arca : altri ne esistono in altre nazioni massoniche. Tra questi, già più volte ci è capitato di accennare nei nostri articoli a quella gloria della Massoneria italiana che è il Rito Noachita.

Molto probabilmente tutti i gradi noachiti risalgono a un’origine comune, perché notevoli sono le comunanze tra loro ; per esempio l’idea, che debbano essere lavorati in un Tempio triangolare, o comunque importanti richiami al simbolismo del Triangolo.

Per esempio nell’Ark Mariner, quando il Venerabile Comandante dei Marinai dell’Arca Reale presenta a un nuovo Candidato gli attrezzi del suo lavoro, gli dice :

Con la Sapienza e l’abilità del lavoro di Noè fu creata la Bella struttura dell’Arca, e la sua Forza si è rivelata la salvezza sua, della sua famiglia e di tutte le creature viventi in essa contenute (…). Come l’Arca è stata costruita da questi strumenti, anche noi – quando gli elementi si fonderanno l’uno nell’altro per il calore, e la terra sarà dissolta – con la perseveranza nella fede, nella speranza e nell’amore potremo erigere intorno a noi un’Arca che ci proteggerà.

Il Percorso Triangolare che avete seguito dopo l’ingresso aveva lo scopo di fissare nella vostra mente la forma della Loggia. Il motivo per cui avete fatto sosta in tre punti è per ricordare che Sapienza, Forza e Bellezza sono state utilizzate nella costruzione dell’Arca, ma esse hanno anche un significato morale, che vi è stato in seguito spiegato.

Ora, è noto a tutti che il simbolismo dell’Arca può essere associato alle tecniche di trasmutazione interiore : nel suo articolo su tale argomento, il Fratello Mansuino ne fa esplicitamente menzione, parlando di come dopo la morte del corpo fisico, l’ “io cosciente” del risvegliato, rifugiandosi nel corpo sottile come in un’Arca, resisterà all’impatto delle forze disgreganti che fanno da corrispettivo, sul piano fisico, al fenomeno della putrefazione,  riuscendo a sopravvivere, per un tempo teoricamente infinito, in uno qualsiasi dei “piani di realtà” alternativi cui ha accesso.

Ed è anche noto come certi rituali massonici del Settecento contengano, in forma criptica, le tecniche per cui la trasmutazione interiore può essere attuata ; anzi, nell’articolo I due progetti della Massoneria Daniele si è sbilanciato, a mio giudizio, anche troppo, descrivendo addirittura il metodo per cui la trasposizione delle tecniche di trasmutazione nei rituali fu realizzata – e ancora di più si è sbilanciato in Un rituale trasmutatorio della Massoneria britannica, dove ne cita uno per esteso.

Non mi era mai capitato però – e credo neanche a lui – di trovare un rituale massonico in cui non solo il simbolismo trasmutatorio dell’Arca viene (come abbiamo appena visto) esplicitamente dichiarato, ma viene anche posto in relazione con Sapienza, Forza e Bellezza ; anzi, si va oltre, perché si afferma che Sapienza, Forza e Bellezza sono state utilizzate nella costruzione dell’Arca, conferendo esplicitamente alla triade fondante dei Gradi Azzurri una valenza trasmutatoria ben precisa.

Ancora oltre : la forma triangolare del Tempio noachita viene indicata come il modo in cui la triade Sapienza, Forza e Bellezza può essere trasposta in termini spaziali, in modo che il Candidato abbia la possibilità di percorrerla !

Questi rilievi io credo siano di importanza fondamentale anche fuori dal campo relativamente poco praticato dell’Ark Mariner, e per questo ho sentito l’impulso irrefrenabile di farne parti ai Fratelli che mi leggeranno.

Un’altra cosa interessante da notare nella citazione è l’implicita presa di posizione dei Fratelli inglesi in un annoso dibattito : se sia più corretto enunciare la triade come Sapienza, Forza e Bellezza o come Sapienza, Bellezza e Forza.

Il lettore non Massone potrà pensare che si tratti di un dettaglio senza importanza, ma non è così, perché al secondo termine della triade corrisponde la figura del Primo Sorvegliante, e al terzo termine il Secondo ; nell’una e nell’altra scelta troviamo quindi una serie di implicazioni che si ripercuotono sulla lettura simbolica del rituale.

I Fratelli dell’Ark Mariner optano palesemente per la prima impostazione, Sapienza, Forza e Bellezza, così come ho fatto io per il titolo di questo articolo. Questa era anche la versione utilizzata nei più antichi rituali del Grande Oriente d’Italia ; poi l’ordine del secondo e del terzo termine fu invertito, e si diffuse così l’idea che Sapienza, Forza e Bellezza fosse la versione tradizionale.

Difatti alcune Logge di indirizzo tradizionalista continuarono a praticarla anche dopo, dando origine a un certo numero di piccole dispute coi Fratelli più modernisti (ma forse chiamarle dispute è troppo ; perché, nella mia esperienza massonica di lungo corso, io ricordo questi dibattiti tra i più garbati, dotti e piacevoli che siano mai intercorsi tra le due anime della Massoneria).

Ora, il fatto che anche un rituale antico come l’Ark Mariner opti per questa soluzione parrebbe confermare che si tratti della scelta più tradizionale ; ma è davvero così ?

Personalmente, ho sentito più di un Fratello addentro alla storia dell’istituzione esprimere in proposito seri dubbi. Per esempio, nel sito dell’Antico e Primitivo Rito di Memphis e Misraim possiamo leggere :

Questo dilemma, comunque, è molto recente, per due ragioni ; la prima è che nella antica Massoneria Sapienza, Forza e Bellezza erano I PILASTRI DELLA LOGGIA, e NON i principi invocati dalle Tre Luci ; la seconda è che (…) nell’antica Massoneria non v’è alcuna chiara correlazione tra i Tre Pilastri e i tre (principali) Ufficiali di Loggia.

Questo sito, molto ben fatto, cita poi Masonry dissected del Prichard (1730) per ricordare quella che era, nella Gran Loggia d’Inghilterra pre-scissione, la tegolatura di un Apprendista : in essa, Sapienza, Forza e Bellezza vengono dichiaratamente associate ai Pilastri, e non ad altro.

D : Cosa sostiene una Loggia ?

R : Tre grandi Pilastri.

D : Come sono chiamati?

R : Sapienza, Forza e Bellezza.

D : Perché ?

R : Sapienza per inventare, Forza per sostenere, Bellezza per adornare.

E nota che solo nel 1760, in una pubblicazione che divulga i rituali degli Antients, (…) i Sorveglianti sono correlati ai Pilastri, e precisamente :

La Sapienza : il Maestro a Oriente ;

La Forza : il Primo Sorvegliante a Occidente ;

La Bellezza : il Secondo Sorvegliante a Meridione.

Caritatevole potremmo definire la scelta, operata da questi preparatissimi Fratelli, di non insistere  troppo sul corollario che emerge dalla loro dissertazione per chi voglia vederlo : ovvero come in questo caso (e se ne potrebbero citare altri) il presunto tradizionalismo degli Antients fosse, in realtà, un’innovazione.

Caritatevole perché spesso, nel corso della storia, i corpi rituali di tradizione latina (Memphis e Misraim in testa) ebbero a patire accuse di irregolarità ; a volte generate proprio dal pregiudizio dei tradizionalisti che le scelte degli Antients, per quanto concerne la regolarità, valessero più di quelle della Gran Loggia Unita d’Inghilterra.

Da questo punto di vista, la loro scelta di soprassedere sull’argomento è ai miei occhi un modello di vera Fratellanza massonica, che dovrebbe servire da esempio a quanti, ancora oggi, sembrano provare uno strano e perverso piacere sollevando velenosi dubbi sulla regolarità di questo o quel rituale.

Ora, tornando a noi : se nell’antica Massoneria Forza e Bellezza non erano associate ai Sorveglianti, è chiaro che anche il discorso su quale sia il loro ordine corretto non c’entra con loro. Ma quali sono gli argomenti in favore dell’una e dell’altra versione ?

Sapienza, Forza e Bellezza espone il processo della manifestazione dal punto di vista dell’Assoluto : laddove la Sapienza ha bisogno di Forza per concretizzarsi, e la Bellezza del creato è il prodotto del loro incontro. Non avrebbe senso, invece, supporre che dal connubio tra Sapienza e Bellezza possa uscire la Forza.

Volendo esprimere questa idea nella terminologia di Gurdjieff (che ripropone in chiave occidentale il simbolismo indù dei tre guna), potremmo dire che la Sapienza rappresenta la forza attiva, la Bellezza la forza passiva e la Forza è la forza neutralizzante.

Guardando però a questo processo dal punto di vista dell’Uomo, cioè dal di sotto, troviamo notevoli differenze rispetto al… punto di vista dell’Essere Supremo : non dobbiamo mai dimenticare che la nostra visuale è condizionata – ovvero, per dire meglio : è costituita – dal Tempo e dallo Spazio (per non parlare dell’illusione di separatività, e di altre amenità metafisiche su cui non mi voglio dilungare).

E’ proprio in seguito all’intervento di questi fattori che si verifica per noi qualcosa di simile a un’inversione di prospettiva, il cui effetto è quello di trasformare la triade in un ternario dinamico che si manifesta incessantemente ai nostri sensi nel Tempo e nello Spazio ; allora la forza neutralizzante (o il sale alchemico, o come la vogliamo chiamare) – che dal punto di vista dell’Assoluto deve essere considerata la seconda, in quanto è il legame che consente alle altre due di manifestarsi – si trasferisce, nella nostra percezione, dal secondo al terzo posto.

Così, nel simbolismo alchemico alla Sapienza corrisponde l’Oro, alla Bellezza l’Argento, alla Forza il Bronzo. Assistiamo in altre parole a un calando di Sapienza, Bellezza e Forza mano a mano che si procede dal metallo più nobile al più vile : da quello che simboleggia lo Spirito a quello che rappresenta la Materia.

Volendo tirare le fila : se il nostro intento è quello di rappresentare una triade statica (ovvero la manifestazione dal punto di vista di Dio, per il quale non valgono i fattori di Tempo e Spazio), Sapienza, Forza e Bellezza sarà la formulazione più adatta. Se invece abbiamo intenzione di raffigurare un ternario dinamico, ovvero il processo di manifestazione dal punto di vista dell’Uomo, Sapienza, Bellezza e Forza senz’altro è più adatto.

A mio parere, quindi, sarebbe giusto lasciare l’ultima parola ai Fratelli delle Officine, che potrebbero scegliere la versione da essi preferita ; magari di volta in volta, sulla base del tipo di lavoro che vogliono svolgere e dei temi che, quella volta, intendono porre in risalto.

L’Armonia dei Fratelli deve sempre venire prima di tutto, perché il conseguimento della vera Fratellanza costituisce da sempre l’obbiettivo fondamentale dei Liberi Muratori – così come la tolleranza, il rispetto dell’altro, l’accettazione del diverso (…), valori che la società contemporanea sembra avere smarrito del tutto.

Non ci sono parole per descrivere quanto possa essere terrificante, per il Massone di oggi, lo spettacolo del mondo profano. Veramente stiamo vivendo come stranieri, in un mondo che non sembra più il nostro. Disuguaglianze, ingiustizie sociali, povertà dilagante ; persecuzioni volte soprattutto ai danni delle creature più deboli, donne e bambini.

Per vincere questo orrore che ogni giorno di più sembra sopraffarci, fondamentale ci appare il ritorno a quegli immortali valori cui la Massoneria si ispira per rendere all’uomo la propria dignità.

Il Massone deve dialogare e produrre ogni sforzo perché gli uomini imparino a conoscersi, accettarsi, rispettarsi nella diversità. Solo così potranno essere evitate intolleranza e incomprensione, che portano alla creazione dell’ingiustizia, ai conflitti e alla violenza.

L’impegno educativo del Massone è rivolto innanzitutto ai giovani, affinché crescano con i valori del rispetto e della solidarietà ; in questa opera il Massone diventa un educatore, e la nostra Istituzione svolge attraverso i suoi membri un ruolo formativo.

L’opera educativa della Libera Muratoria non si vede né si sente, ma c’è, ed è viva e costante. Come puntualizzò il Fratello Marius Lepage, il suo scopo non è quello di creare un mondo migliore ; ma di formare uomini che forse, un giorno (…), creeranno un mondo migliore.

Se davvero vogliamo che questa stupenda profezia possa realizzarsi, la stella polare che i Massoni non devono perdere mai di vista è quella simboleggiata da Sapienza, Forza e Bellezza.

 

(con la collaborazione del Fratello Daniele Mansuino)

STORIA DEL GRADO MASSONICO DI ROYAL ARK MARINER – PRIMA PARTE

            di Daniele Mansuino e Giovanni Domma 

 

Abbiamo visto nell’articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees come, nel 1856, il grado massonico del Marchio si costituì nella Grand Lodge of Mark Master Masons of England and Wales.

Il Marchio fu, in questo modo, il primo degli antient degrees – esclusi dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra con la riforma del 1813 – a darsi una struttura ; e tutti gli altri, mano a mano che si riorganizzavano, tendevano a unirsi ad essa. Questo fu all’origine del fenomeno noto come side degrees, ovvero gradi laterali del Marchio.

La maggior parte di quei gradi, o sistemi di gradi, si fornì di un’organizzazione autonoma e stipulò con la Gran Loggia del Marchio un protocollo di amicizia. Soltanto uno, il Royal Ark Mariner (RAM), si regolò diversamente, delegando al Marchio la gestione della sua parte amministrativa.

Ancora oggi, i Regolamenti dell’Antica e Onorevole Fraternità dei Marinai dell’Arca Reale fanno parte delle Costituzioni e dei Regolamenti della Gran Loggia dei Maestri Massoni del Marchio (GLMMM).

Per questo, quando cominciano a sorgere Logge del Marchio in un Paese fuori dall’Inghilterra, di norma il RAM è il primo side degree a seguirlo.

In Italia, come la nostra rubrica ha ampiamente documentato, le prime Logge del Marchio sono comparse già da qualche anno : alcune per filiazione della GLMMM di Inghilterra e Galles, un’altra all’obbedienza della GLMMM francese.

Fautori di quest’ultima (la R.L. Ara Pacis) furono soprattutto i Fratelli Giovanni Domma e Massimo Vettese ; quest’ultimo è scomparso prematuramente nel mese di Ottobre 2012, destando grande rimpianto in tutti i Massoni che ebbero la fortuna di conoscerlo.

Soltanto pochi giorni dopo (20 Ottobre), sotto la guida del Fratello Domma, i Fratelli dell’Ara Pacis hanno consacrato la prima Loggia del RAM (o, per dirla alla francese : dei Nautoniers de l’Arche Royale) ; i tempi quindi sono ormai maturi perché di questo magnifico grado si sappia in Italia qualcosa di più.

In questo articolo e nel successivo, tuttavia, non è ancora nostra intenzione affrontare il tema del RAM direttamente : tratteremo invece del suo processo di formazione, che è a nostro avviso una storia davvero interessante.

Come premessa necessaria, delineiamo questo mese i suoi temi simbolici principali (con particolare riguardo al loro sviluppo in ambito massonico, nelle gilde artigiane e nella muratoria operativa) ; il mese prossimo parleremo invece degli antichi gradidai quali il RAM ebbe origine.

Non diversamente da innumerevoli gradi ispirati a temi biblici, il RAM è fondato sul mito dell’Arca di Noè.

 

Il personaggio biblico di Noè, figlio di Lamech, è oggetto nella Bibbia di due diverse genealogie : la prima (Genesi, 4) sottolinea la sua discendenza da Adamo attraverso Caino ed Enoch, la seconda (Genesi, 5) attraverso Seth, lo stesso Enoch e Matusalemme, che di Lamech era il padre. Il nome Noè può essere approssimativamente tradotto come riposo, o conforto.

 

Il nome della moglie di Noè, secondo fonti islamiche, era Waila. I suoi tre figli, Jafet, Sem (o Shem), e Cam (o Ham, o Kham), vengono considerati capostipiti delle razze che popolano la Terra : Jafet dei Bianchi, Sem degli Arabi e degli Ebrei, Cam dei Neri.

E’ da notare che nella Genesi Sem è sempre nominato per primo, il che lascia supporre che fosse il primogenito ; secondo varie tradizioni popolari, però, il primogenito sarebbe stato Jafet, e questa è forse la ragione per cui – nel RAM attuale – Jafet riveste il ruolo di Primo Sorvegliante, mentre Sem è il Secondo.

Parecchi dei temi legati al simbolismo del RAM sono di immediata comprensione, e hanno contribuito a risvegliare un grande attaccamento nei confronti di questo grado in tutti i Paesi nei quali viene praticato.

Così l’idea della quiete dopo la tempesta ; così la profonda riflessione sulla forza dell’istituzione familiare e del suo ruolo nella società ; così l’enfasi sul concetto (dal punto di vista massonico, molto Modern, e abbastanza inconsueto in un grado, come il RAM, di origine Antient) che ad ogni Fratello è affidato un compito particolare da attuare in armonia con il lavoro degli altri, per il bene di tutti.

Nella sua lettura Antient, la necessità dei Massoni di coordinare il lavoro non viene associata all’esigenza di compiere un’opera grandiosa volta all’evoluzione dell’uomo, ovvero all’edificazione (o alla ricostruzione) del Tempio ; anche nella costruzione dell’Arca, beninteso, questo aspetto indubbiamente esiste e non può essere taciuto, però c’è una maggiore sensibilità nei confronti dei pericoli – legati all’orgoglio – che un tale compito nasconde (vedremo il prossimo mese la bellissima Leggenda di Phaleg), e si preferisce sottolineare la necessità di stare uniti per difendersi dalle insidie del caos, dalla catastrofe e dalle intemperie, ponendo in evidenza le analogie tra i pericoli del Diluvio e quelli della vita.

Non solo, ma un grande spazio – davvero assai vasto rispetto ad altri rituali, e questo vale tanto in senso letterale che figurato – è dedicato al percorso che il Massone deve compiere per potersi rifugiare nell’Arca, a testimonianza della maggiore attenzione rivolta dagli Antients agli aspetti individuali dell’esperienza iniziatica e della loro severità nel perfezionamento dei candidati : per loro, trasmutazione interiore era sopra ogni altra cosa sinonimo di salvezza.

Da questo punto di vista non erano lontani da grandi Massoni e esoteristi dei Paesi latini, come Martinez de Pasqually e Willermoz, i quali sostenevano l’idea che lo sviluppo futuro della Massoneria dovesse transitare attraverso l’incorporazione e la progressiva rielaborazione del messaggio cristiano. La storia, come sappiamo, si incaricò di dargli torto, ma la bellezza e la profondità del loro insegnamento non ne furono sfiorate.

A proposito delle origini Antient del RAM, non possiamo trattenerci dal citare una sua curiosa prerogativa, sopravvissuta fino ai nostri giorni e tuttora praticata : ovvero la possibilità, da parte dei Gran Maestri Provinciali del Marchio, di conferire a pochissimi autorevoli Fratelli il Royal Ark Mariner Grand Rank. Questo grado li autorizza a intervenire ai lavori del RAM in qualsiasi parte della Terra senza bisogno dell’invito.

E, sempre in tema di curiosità : in molti Paesi, una curiosa appendice del RAM è il Cork. E’ questo uno scherzoso rituale dai tratti goliardici (ma non per questo sprovvisto di profondità) che regola nei minimi dettagli lo svolgimento delle Agapi.

Può essere praticato anche in combinazione con altri riti (ci è giunta la notizia della presenza di Massoni del Cork anche in Italia), e anche a questo stiamo pensando di dedicare, prima o poi, un articolo.

Passiamo ora a prendere in considerazione altri temi della mitologia noachita che possono essere considerati di comprensione meno evidente e immediata, ma che da sempre hanno colpito l’attenzione degli studiosi.

Cryer, per esempio, sottolinea come la lettura massonica del mito dell’Arca enfatizzi il fatto che Noè sapeva vivere in armonia con la natura, e ricolleghi tale aspetto alla predilezione manifestata da Dio nei suoi confronti.

Mottram appunta l’attenzione sulle differenze tra l’arte della carpenteria edile e quella navale : la prima si rivela più  difficile nelle fasi preliminari e iniziali, poi il lavoro già fatto offre un sostegno e un modello a quanto segue, sicché tutto si risolve in una procedura per così dire automatica. Invece la costruzione di una nave obbedisce dapprima a formule predefinite, che richiedono solo di essere adattate alle dimensioni del vascello ;  ma nel prosieguo si fa sempre più difficile, con variabili sempre nuove caso per caso, come il peso delle opere morte e quale debba essere la loro distribuzione più opportuna per assicurare un galleggiamento ottimale.

Difficilissimo è poi il caso di una nave che non debba essere varata, ma sia destinata a sollevarsi poco a poco sotto la spinta delle acque : il rischio principale è che il terreno sotto di essa ceda sotto il peso e la imprigioni nel fango. Per risolvere tutti questi problemi, egli nota, occorrono conoscenze di prim’ordine sia nel campo della Fisica che in quello della Geometria.

Ci si è chiesto se per l’impermeabilizzazione dell’Arca fosse stata usata resina, gomma o bitume. E’da notare che l’arte della manipolazione di tali sostanze conobbe in Medio Oriente un sorprendente sviluppo fin dai tempi più antichi ed era considerata sacra, come risulterà ai miei lettori esperti nel campo delle fumigazioni magiche ; ora, il fatto che l’Arca fosse stata calafata con uno di questi prodotti costituisce una parte del suo simbolismo sulla quale numerosi Massoni di indirizzo esoterico si sono soffermati.

All’Arcobaleno, che si disegnò nel cielo dopo il Diluvio come emblema del nuovo patto tra Dio e l’umanità, si guarda nel RAM di oggi come al simbolo del legame tra l’antico e il moderno, tra il passato e il presente.

Ma innumerevoli altri possono essere i suoi significati : per esempio, nel Sufismo (si veda in proposito L’Uomo Universale di Ibn Arabi), il settenario dei suoi colori che si fondono nel bianco richiama la reintegrazione dell’uomo nelle sue facoltà primordiali.

Secondo Oliver, l’Arcobaleno sarebbe entrato nell’antica tradizione ebraica attraverso le credenze degli Architi (i Fenici d’Africa), per i quali rappresentava il vestito di Dio(in questo modo viene definito anche dal profeta Ezechiele).

Nel 1872 (soltanto un anno prima, si era tenuto – alla Freemasons’ Hall di Londra – l’incontro tra la Gran Loggia del Marchio e il Supremo Capitolo dell’Arco Reale di Scozia nel quale era stata varata la politica dei side degrees), gli studiosi (non solo massonici) del mito del Diluvio si trovarono a dover fronteggiare un trauma senza precedenti : venne infatti tradotta la tavoletta cuneiforme babilonese sulla quale era riportato il mito di Gilgamesh.

Ai nostri giorni, si dà per scontato che il racconto biblico del Diluvio sia tratto da fonti anteriori ; ma fino ad allora, ben pochi avevano messo in dubbio che la Bibbia fosse il più antico dei libri, dal quale le altre forme di cultura scritta erano in un modo o nell’altro derivate.

Oggi noi facciamo fatica a capirne i motivi, ma questa scoperta segnò per il RAM un duro colpo : parecchi Fratelli – i più sensibili alle nuove scoperte della scienza – se ne allontanarono sentendosi in qualche modo traditi, mentre tra quanti gli restarono fedeli resistette a lungo l’idea che i Babilonesi avessero tratto ispirazione dalla Genesi, e non viceversa.

Fu poi provato da altri archeologi che il racconto biblico del Diluvio era formato dalla sovrapposizione di due racconti. Il primo, più antico e più semplice, coincideva con l’epopea di Gilgamesh, mentre tutto quanto concerneva le azioni di Noè più in dettaglio : l’edificazione di un Altare, l’impianto di una Vigna eccetera (e, in linea di massima, l’interpretazione etica e teologica della vicenda), poteva considerarsi frutto di un’interpolazione posteriore, risalente – si crede – a circa duecento anni dopo.

Del resto, la tradizione secondo cui un uomo prediletto da Dio scampò al Diluvio insieme alla sua famiglia si è tramandata anche in molte altre nazioni : tra queste l’India, la Grecia e l’Irlanda.

Addirittura nella stessa tradizione druidica inglese, dove molte tracce del mito del Diluvio si ritrovano nella leggenda di un’inondazione causata dallo straripamento del lago Llyon : qui fu il dio Gwidion, corrispettivo di Mercurio, a tracciare l’Arcobaleno nel cielo, volendo così promettere – a un uomo e una donna che si erano salvati – che il lago non sarebbe straripato mai più.

Scoperte del genere segnarono anche la fine della credenza che attribuiva la compilazione di tutti e cinque i libri del Pentateuco a Mosè. Questo avrebbe potuto segnare una crisi ancora peggiore, non solo per il RAM ma anche per molti altriantient degrees ; ma i Massoni avevano ormai digerito l’idea che la corrispondenza tra narrazioni bibliche e scoperte archeologiche non fosse sempre esatta, imparando a concentrarsi maggiormente sull’aspetto simbolico ed esoterico dei rituali.

Fu proprio a partire da allora che l’esegesi massonica del RAM prese a ordinarsi intorno a quattro temi fondamentali : 1 – la Signoria del Creatore, ovvero quanto l’immagine di Dio presentata dal mito noachita abbia influenzato il concetto di Grande Architetto dell’Universo, e in che modo vada con esso rapportata ; 2 – il senso dell’Arca della Salvezza : quanto vi sia in questo simbolo da riferire allatrasmutazione interiore, quanto al sociale, come i due temi simbolici debbano essere correlati ; 3 – il significato dell’Arcobaleno come patto ; 4 – il valore dell’Umiltà.

Partendo dall’analisi del primo, la vicenda di Noè può essere accostata a quella di Adamo, perché sono i due passi biblici nei quali l’influenza attiva del divino nel determinare le vicende umane risulta maggiormente enfatizzata, e hanno avuto in questo senso un enorme influenza tanto sulla teologia cristiana quanto – di riflesso – sulla storia della civiltà occidentale.

Potrebbero anche essere definite due successive creazioni : la prima dalla Terra, la seconda dall’Acqua, e da questo sorse l’idea che la terza distruzione/rigenerazione dell’umanità verrà dal Fuoco.

Un’altra idea comune ai due miti è che il Creatore ha la facoltà di affidare la rigenerazione del genere umano a un Uomo da lui scelto, che si trova in questo modo da lui investito di poteri e facoltà sconosciuti alla maggioranza : è questa una delle fondamentali legittimazioni dell’idea di esoterismo, inteso come percorso di elevazione individuale sì, ma non fine a sé stesso – destinato piuttosto a trasmettere i suoi doni all’intera umanità.

In questo senso, Dio si fa tramite Noè Architetto e Costruttore, e il Massone noachita aspira a farsi simile a Noè imitandone le azioni. Un tratto distintivo del RAM, sul quale molti autori tornano volentieri, è come l’ideale percorso che va dal Massone al Grande Architetto tramite l’Uomo Primordiale risulti in questo grado assai più chiaramente e semplicemente tracciato rispetto alla complessa e un po’ misteriosa visione corale che si delinea nel quadro della ritualità hiramita.

Come Hiram, Noè galleggia sulle acque inferiori in un cofano che è la sua bara, passando attraverso la morte e la distruzione ; come per Hiram, la sua resurrezione equivale simbolicamente alla salvezza di tutte le forme viventi.

Provocatorio e geniale come era suo costume, George Oliver osservò : Noè (…) era definito il padre dell’umanità. Veniva dal grembo di una donna, ma era nato nella vergine Arca, senza intervento di nessuna creatura umana ; fu poi elevato a oggetto di idolatria, e divenne la principale divinità nel mondo dei gentili (…) essendo considerato un’incarnazione della divinità…

E gli fa eco Neville Cryer : Lui e Dio erano uno. Sul finire del primo millennio dell’era cristiana, la figura di Noè veniva considerata una prefigurazione di quella di Cristo.

Questo è un concetto già implicitamente presente in Tertulliano, con la sua idea che il Diluvio prefiguri il Battesimo, e che venne poi apertamente formulato da Giustino Martire.

Rifacendosi al loro pensiero, così si esprimeva nel 1713 un anonimo ecclesiastico francese :

I Padri della Chiesa hanno osservato che l’Arca era l’immagine della Chiesa, intesa come unica Arca entro cui l’uomo può trovare la salvezza (…). Il legno e l’acqua rappresentano due grandi misteri : l’acqua, che nel Battesimo ci purifica dal peccato, nella forma del Diluvio purificò il mondo dalle abominazioni ; e il legno della Croce del Salvatore (…) ha salvato il mondo intero. Così piacque a Dio di prefigurare la Sua Chiesa nell’Arca, che è il simbolo della redenzione e del rinnovamento del mondo.

A proposito del tema Arca della Salvezza/rinnovamento, Mottram sottolinea la capacità del veicolo Arca di sollevare Noè al di sopra dei risultati evolutivi conseguiti dai suoi antenati, portandolo più vicino a Dio. Egli non portò nell’Arca nessuno che appartenesse alla generazione precedente ; questi, del resto, si erano dimostrati incapaci di comprendere il senso e il valore del veicolo che andava approntando.

L’idea di un Arca/Tempio non destinata a intraprendere alcun viaggio, ma interamente consacrata all’idea di trasmutazione interiore emerge con chiarezza dalla versione ellenica del mito dell’Arca, riportato da Diodoro Siculo : Sesostris costruì un’Arca di cedro ricoperta di placche d’oro, la cui lunghezza era di 280 cubiti, la fece portare nel Tempio di Tebe e quivi la consacrò a Osiride ; nell’interno di questo edificio venivano celebrati i cosiddetti misteri diluviani.

Cryer fa notare la vicinanza nella lingua greca dei termini naus (Tempio) e naos(nave), nonché la ricorrenza nell’architettura sacra di vari termini di origine nautica, come ad esempio navata.

Non conosceva, probabilmente, i versi del nostro Cardarelli :

O chiese di Liguria, come navi

Disposte ad essere varate !

Sappiamo che i misteri diluviani degli antichi Greci erano collegati tanto all’idea della sacralità del rinnovamento (potremmo quasi dire : del progresso) quanto a quella di un’evoluzione estesa che coinvolge anche le specie animali e – per estensione – l’intero mondo della natura. Millenni dopo, entrambi sarebbero stati ripresi e sviluppati nell’ambito della letteratura teosofica, e rappresentano forse oggi il più fondamentale contributo della scuola anglosassone all’esoterismo contemporaneo.

Di qui la possibilità di fruttuosi accostamenti sul tema Arca/progresso, strettamente associato all’idea che spetti all’uomo l’edificazione di una sorta di scatola magicavolta a salvare le specie animali : ovvero riscattare l’animalità in noi dalla meccanicità degli istinti e guidarla alla consapevolezza.

La tendenza, emersa in Inghilterra tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, a riscoprire e privilegiare le istanze teologiche legate all’idea di rinnovamento è ben rispecchiata nei più antichi catechismi massonici, e fece sì che i due leit-motivArca/progresso e Arca/patto risultassero, nelle esegesi più antiche, intrecciati al punto da risultare quasi indistinguibili.

In Genesi 9:17, il Signore aveva spiegato che l’apparizione dell’Arcobaleno (non citata, è bene notarlo, nelle versioni babilonese ed egiziana del mito del Diluvio) è il segno del patto che ho stabilito tra me e TUTTE LE CREATURE DELLA TERRA, ma a dispetto dell’importanza della cosa l’accostamento tra l’Arca di Noè e l’idea di pattonon era stato molto rivisitato nell’Antico Testamento : si potrebbe quasi supporre che il secondo patto, stipulato da Dio col solo popolo ebraico, avesse eclissato – nell’immaginario collettivo degli Ebrei – il precedente. Sarà soltanto con l’avvento di un terzo patto, quello stipulato tra Gesù e l’umanità, che il collegamento Arca/pattotornerà a risaltare, e assumerà nuova importanza.

L’esegesi cristiana e massonica non mancano neppure di porre in risalto l’umiltà di Noè, che ben lungi dall’inorgoglirsi per essere stato prescelto da Dio e per la formidabile impresa da lui realizzata, dopo il Diluvio riprende come se nulla fosse stato le sue normali attività di padre di famiglia, artigiano e agricoltore, stimando di non aver fatto nulla di più del proprio dovere.

In questo si contrappone ad Adamo, che cadde vittima del peccato dell’orgoglio, ed ai suoi stessi discendenti, che si dedicarono all’edificazione della Torre di Babele. La Massoneria noachita ha sviluppato nei secoli questo tema fino a porre l’idea di umiltà al centro del proprio percorso.

Annota Neville Cryer che, secondo una leggenda, Noè portò nell’Arca la bara contenente i resti di Adamo ; era per avere costantemente sotto gli occhi i frutti dell’orgoglio, o perché il suo antenato che aveva sofferto le conseguenze del proprio orgoglio potesse raggiungere la salvezza di cui l’umiltà fa beneficiare ?

La leggenda cui Cryer fa riferimento è riportata nel Briscoe Pamphlet (1724) :

Adamo si era preparato per l’eterno riposo una magnifica Pietra Monumentale, su cui erano incise tutte le Figure Geometriche e i Geroglifici, successivamente ripresi dagli Antichi Egizi, insieme alla spiegazione del significato della lettera Tau, che era il Marchio apposto su Caino perché nessuno lo toccasse, e sarebbe stato poi utilizzato anche da Mosè per proteggere gli Israeliti dall’Angelo della Distruzione.

Ora accadde che Adamo fu avvertito che la sua Morte stava arrivando ; affidò quindi questo Sarcofago di Pietra a suo figlio Seth, con questo Incarico : che dopo il suo Decesso, il suo Corpo sarebbe stato deposto lì finché non si fosse trovato un Sacerdote dell’Altissimo che potesse celebrare il suo funerale secondo il rito di Melchisedec ; così il Corpo di Adamo fu tramandato fino a Noè, che lo sistemò al centro dell’Arca, e ogni giorno offriva Preghiere sulla sua Tomba Monumentale, come su un Altare offerto a Dio dalla Fede di suo Padre Adamo…

Le più antiche raffigurazioni del Diluvio si trovano nelle catacombe di Roma e risalgono al secondo secolo dell’era cristiana. Un’altra, del quinto secolo, si trova nella sinagoga di Gerasa, mentre risale all’undicesimo secolo il ciclo di affreschi sul Diluvio che si può ammirare nella Chiesa di Saint Savin, in Francia.

Posteriormente, troviamo varie pitture, sculture e bassorilievi in Chiese e Cattedrali gotiche francesi e inglesi. Talvolta, non lontano dall’immagine dell’Arca è raffigurato anche il Tempio di Salomone, a testimoniare che il collegamento tra i due simboli era già presente nell’arte sacra medievale.

Michelangelo, nella Cappella Sistina, raffigurò Noè nell’atto di rendere grazie a Dio dopo essere scampato al Diluvio ; anche Tiziano e Carracci produssero le loro versioni della storia dell’Arca.

In Gran Bretagna, una forma volgarizzata del racconto del Diluvio circolò nellaBiblia Pauperum fin dal quattordicesimo secolo. Ne ebbero origine varie leggende, come quella – diffusa a Norfolk – per cui l’Arca, prima di scendere sull’Ararat aveva preso terra su una collina nella parte meridionale di quella contea, il Dunham Common ; Noè però trovò il Diavolo ad aspettarlo, così chiuse il portello e riprese la navigazione.

E’ bene documentato come nell’Inghilterra medievale le gilde artigiane fossero chiamate a prendere parte alle feste religiose, nelle quali spesso venivano messi in scena episodi della scrittura. Si ha notizia di sette feste annuali dove era rappresentata la storia dell’Arca ; si tenevano a Chester, Coventry, Cornwall, Hull, Newcastle, Wakefield e York.

In quella di York, l’edificazione dell’Arca era affidata alle corporazioni dei carpentieri navali, fatte venire espressamente dai centri costieri della contea ; invece le vicende successive erano interpretate dai pescatori e dai marinai.

A Chester la moglie di Noè non voleva saperne di entrare nell’Arca, e la parte in cui Jafet si dava da fare per convincerla veniva considerata il pezzo forte della rappresentazione, alla quale il pubblico partecipava schierandosi in favore dell’una o dell’altra parte. A Wakefield invece toccava a Noè convincerla, ed era spesso costretto a far ricorso a… una buona dose di legnate.

Estremamente interessante, dal nostro punto di vista, è che a Cornwall il medesimo ruolo di dissenziente fosse invece rappresentato da Tubalcain (non dimentichiamo che questo personaggio, secondo la tradizione, era un fabbro : forse era lì in qualità di fornitore di chiodi).

A Hull la rappresentazione si svolgeva su un palcoscenico mobile raffigurante l’Arca ; poiché si svolgeva in coincidenza con un’importante festa agricola, l’enfasi veniva posta sul ruolo di Noè come vignaiolo. A Newcastle invece veniva privilegiata l’immagine di Noè carpentiere, e gli artigiani locali intrattenevano il pubblico sulle tecniche da lui messe in opera nella costruzione dell’Arca.

In questo modo il mito dell’Arca si introdusse nella tradizione orale delle gilde, rimbalzando dall’una all’altra e figliando leggende e nuove versioni.

Alcuni studiosi del Rinascimento furono tra i primi a fissare le leggende artigiane sull’Arca per mezzo della parola scritta : così, nel 1609, Thomas Dekker scrive un’opera su Quattro Uccelli dell’Arca di Noè, dove tratta della Colomba, dell’Aquila, del Pellicano e della Fenice in termini che ritroveremo in larga parte nel simbolismo massonico.

Già il più antico documento scritto della muratoria operativa (il Poema Regio, circa 1390) cita Noè e l’Arca (verso 537), e l’inserimento del nostro personaggio nell’elenco dei padri nobili della muratoria è presente in tutte le Costituzioni precedenti al 1717 oggi note.

E’ opportuno notare, inoltre, come i primi Massoni fossero convinti dell’esistenza di un legame tra il mito di Noè e l’introduzione nel simbolismo muratorio delle Colonne.

Già nel secondo secolo dopo Cristo Giuseppe Flavio aveva alluso alla leggenda dei due pilastri antidiluviani ; ora, secondo le Old Constitutions essi erano di marmo, e su di essi Lamech, padre di Noè, avrebbe trascritto tutte le scienze umane per farle sopravvivere al Diluvio.

Nelle Costituzioni del 1723, Anderson dichiara che Noè e i suoi tre figli Jafet, Sem e Cam, tutti bravi Massoni, portarono con sé oltre il Diluvio le Tradizioni e le Arti degli Antidiluviani ; i pilastri, però, li attribuisce a Enoch.

Nelle Costituzioni del 1738 invece, probabilmente in seguito a rimostranze ricevute da Massoni portatori di tradizioni diverse, cita Giuseppe Flavio a testimonianza del fatto che i pilastri di Enoch sarebbero rimasti in Siria, lasciando quindi aperta la porta all’ipotesi che quelli citati nelle Old Constitutions fossero altri due.

Pochi anni dopo, una Lettura in uso presso la Atholl Lodge degli Antients recitava :

D : Vogliate informarci come ebbero origine i nomi delle Colonne.

R : Dopo che Noè, appena uscito dall’Arca, ebbe edificato la Colonna o Altare del Sacrificio e ricevette la benedizione di Dio, la battezzò J (…) in memoria dell’Arcobaleno che Dio aveva fatto apparire nei Cieli (…). Questa Colonna fu, negli anni successivi, accresciuta in grandezza e ornamenti dai discendenti di Noè, e considerata un Tesoro molto sacro ; ne innalzarono poi molte altre, in tutti i luoghi dove ebbero a soggiornare…

E proseguiva poi, attribuendo l’origine della Colonna B a cause diverse.

Il seguito di questo lavoro tratterà delle prime forme di Massoneria noachita, e di come esse si siano evolute nel grado del RAM oggi esistente.

 

 

STORIA DEL GRADO MASSONICO DI ROYAL ARK MARINER – seconda parte

di Daniele Mansuino e Giovanni Domma

 

In questo secondo articolo sul grado massonico di Royal Ark Mariner (RAM) ci dedicheremo al suo processo di formazione nell’ambito della Massoneria speculativa.

Il RAM assunse le sue connotazioni odierne negli ultimi anni del diciottesimo secolo, quindi lì ci fermeremo : dopo quel periodo si può registrare una sola variazione di rilievo, della quale faremo cenno nel finale.

La ricchezza e l’abbondanza delle tradizioni massoniche su Noè tendono a suggerire l’idea che una ritualità noachita esistesse e fosse praticata nella Massoneria delle origini prima della riforma hiramita, che ne segnò probabilmente il tramonto.

L’indicazione più potente in questo senso, che ha quasi valore di prova, risiede nella presenza, nell’ambito della ritualità Antient , di almeno due importanti gradi noachiti : fu proprio da essi che (sempre in ambito Antient) il RAM ebbe origine, e ne parleremo. Mancano invece dati certi sulla pratica di sistemi noachiti nell’ambito della GLDI dal 1717 al 1751, e anche sul fatto che una qualche forma noachita abbia svolto in questo periodo funzioni di terzo grado.

Gli indizi, comunque, sono notevoli. Per esempio, su un giornale londinese del 1726, fu pubblicato un annuncio intitolato Antediluvian Masonry, che annunciava la costituzione di una Loggia presso la Ship Tavern di Bishopgate Street. In essa si sarebbero tenute svariate Letture sull’Antica Massoneria, in particolare sul Significato della Lettera G, e su come e in che Modo i Massoni Antidiluviani formavano le loro Logge, illustrando quali Innovazioni furono successivamente introdotte dal Dottor (Desaguliers) e da altri Moderni…

E cosa significava veramente l’osservazione di Anderson nelle Costituzioni del 1723 : un Massone è tenuto a obbedire alla legge morale (…) come un vero Noachida ? E ancora …perché tutti (i Massoni) acconsentono ai tre articoli di Noè ?

Nelle stesse Costituzioni sono anche citati i Tre Articoli di Noè, dei quali si sa che erano i seguenti : 1 – Astenersi dall’idolatria ; 2 – Onorare Dio (…) ; 3 – Non uccidere.

Come molti hanno osservato, non aveva senso che Anderson si dilungasse a proporre ai Massoni una… versione ridotta dei Dieci Comandamenti, se essa non fosse anche stata anche il fondamento di una qualche forma di ritualità massonica ; forse legata al simbolismo noachita del Triangolo ?

Il termine Noachida fu usato anche dal Gran Segretario della GLDI John Revis in una lettera al Gran Maestro Provinciale di Calcutta. La lettera risale al 1735, ovvero al periodo in cui la riforma hiramita stava cancellando le tracce delle antiche forme di terzo grado.

Ora, chi ha letto i nostri articoli sa bene che le Logge coloniali – fondate perlopiù da Fratelli scozzesi, irlandesi o di regioni decentrate, non particolarmente coinvolte nella riforma promossa dai Moderns – furono quelle in cui le antiche forme sopravvissero più tenacemente, anche in virtù della tolleranza decisa da Londra nei loro confronti.

Il Gran Segretario scriveva : la Provvidenza ha fissato la Vostra (Gran) Loggia presso quei saggi Indiani cui piace di essere chiamati Noachidi, e chiedeva al Gran Maestro Provinciale di informarsi presso di loro sulle possibili rimanenze dell’Antica Massoneria che possono essere rimaste in quell’area.

Può darsi che Revis intendesse, con queste parole, suggerire al Gran Maestro di documentarsi sulle analogie tra la ritualità massonica e quella indù ; però l’invito alla ricerca potrebbe anche essere riferito all’ambito delle Logge coloniali stesse, sulle quali la GLDI esercitava ben scarso controllo. Se il Gran Segretario avesse potuto disporre di dati precisi sulla presenza in India dei gradi noachiti, questo sarebbe stato un buon argomento per attenuare le ire degli Antients, la cui secessione si profilava già all’orizzonte.

Scese il silenzio sui Noachidi dal 1738 al 1754, quando la polemica tra Antients e Moderns fu più dura. Nel nostro libro sulla Massoneria del Marchio abbiamo riscontrato un identico silenzio nei confronti dei due gradi del Marchio, e anche questo è un indizio che, dal punto di vista Modern, il noachismo doveva rappresentare qualcosa di potenzialmente eversivo, come lo erano le forme di terzo grado non hiramite.

In Scozia, fin da quegli anni si era intrapreso il difficile percorso di non contrariare troppo i potenti Fratelli inglesi, mantenendo aperta nel contempo una via scozzese alla Massoneria che consentisse di salvaguardare il più possibile le antiche forme rituali.

E’ quindi un altro segno dei tempi l’elaborazione definitiva – probabilmente messa a punto negli anni quaranta – dello Knight of the Rosy Cross : il celebre secondo grado dell’Ordine Reale di Scozia, nel quale gli eventi del Diluvio sono abbondantemente citati.

Ma anche nell’Inghilterra rurale, come ad esempio nella zona di Tyne – futura roccaforte Antient – sopravvivevano impavide realtà come la  Massoneria Harodim : un vero e proprio serbatoio di Letture risalenti alla muratoria operativa, fondate perlopiù sull’esegesi del Pentateuco.

Secondo il Tuckett, che all’incirca un secolo fa le studiò a fondo, è da qui e non dalla Scozia che avrebbe avuto origine la maggior parte degli antient degrees : teoria interessante, ma che tende a sottovalutare il ruolo delle Logge militari, e sulla quale il dibattito è ancora oggi aperto.

Nel mondo degli Antients, la più autorevole voce che parla di Noè è quella del grande Laurence Dermott, nell’Ahiman Rezon :

…Adamo (…) comunicò fedelmente i misteri della sublime scienza a suo nipote Noè, che la trasmise ai posteri (…). E’ certo che c’erano (solo) quattro Massoni nel mondo quando venne il Diluvio, uno dei quali – forse il secondo figlio di Noè – non era Maestro (…) e che c’erano assai pochi Maestri ancora ai giorni del Tempio di Salomone, da cui appare chiaramente che la totalità dell’insegnamento veniva trasmessa a quei tempi solo a pochi individui….

Nella Atholl Lodge creata dagli Antients venivano praticati in origine numerosi antient degrees noachiti, tutti però riconducibili a due forme principali : il Cavaliere Prussiano e l’Ark. Solo verso la fine del diciottesimo secolo il RAM prese forma da loro, mediante uno spontaneo processo di accorpamento.

La prima menzione del Cavaliere Prussiano risale al 1754, in un opuscolo intitolato Freemason Examin’d. Di questo grado (del quale si dice che risalga al tempo della Crociate) si sa che già nel 1768 veniva lavorato in Cornovaglia, ed è la più antica forma noachita di cui si possiedano i rituali.

Essi prevedono l’uso di guanti e grembiuli bordati di giallo ; i Gioielli sono appesi a nastrini neri che vengono agganciati a un bottone del panciotto. Il Gioiello del Maestro Venerabile è triangolare, con una freccia puntata verso il cuore.

La Loggia deve essere aperta alla Luce della Luna Piena, e i tre Ufficiali principali sono Noè, Sem e Jafet. Noè batte sette colpi, Sem cinque e Jafet quattro.

Nel caso dell’ammissione di un nuovo membro, il Candidato (o Proselita) veniva condotto intorno alla Loggia per sedici volte, e gli veniva poi offerto un bicchiere di vino.

A questo punto, veniva brevemente rappresentato l’episodio biblico di Noè ubriaco ; poi gli Ufficiali puntavano le spade sul Proselita, lo facevano inginocchiare e prestare giuramento.

Trasmessi i segni e la presa del grado, gli veniva poi insegnato un ampio catechismo ; in questo era anche contenuta la bellissima Leggenda del grado, ripresa da Michele Moramarco nella Nuova Enciclopedia massonica :

I discendenti di Noè, nonostante l’Arcobaleno che era il segno di riconciliazione dato dal Signore agli uomini (…), risolsero di costruire una Torre molto alta per mettersi al riparo della vendetta divina. Scelsero perciò la pianura detta di Senmart, in Asia ; dieci anni dopo che essi ebbero gettate le fondamenta di tale edificio, il Signore (…) volse il suo sguardo verso la Terra, percepì l’orgoglio dei figli degli uomini e discese sulla Terra per confondere i loro progetti temerari e mise la confusione delle lingue tra gli operai (…).

Gli operai, non intendendosi più, furono costretti a separarsi : ciascuno prese la sua direzione. Phaleg, che aveva dato l’idea di questa costruzione e ne fu il direttore, era il più colpevole e si condannò a una penitenza rigorosa : si ritirò nel nord della Germania, dove giunse dopo molte pene e fatiche (…).

In quel luogo, che si chiama Prussia, egli costruì (…) un Tempio a forma di triangolo, dove si richiuse per implorare la misericordia di Dio e la remissione del suo peccato.

Annota Moramarco : la leggenda continua con la scoperta occasionale, nel 553 d. C., del Tempio triangolare, “nel quale era una colonna di marmo bianco (…) ; a fianco di quella colonna si trovava la tomba di Phaleg, con una pietra d’agata sulla quale era inciso l’epitaffio : Qui riposano le ceneri del nostro Grande Architetto della Torre di Babele ; il Signore ebbe pietà di lui, poiché era divenuto umile”.

Nel corso dell’ottocento il Cavaliere Prussiano si arricchì di parti nuove, e ai tre Ufficiali originali se ne aggiunsero altri fino al numero di sei. La lista era questa : Gran Comandante, Cavaliere d’Introduzione, Cavaliere d’Eloquenza, Cavaliere delle Finanze, Cavaliere della Cancelleria e Cavaliere della Difesa.

Scomparve la parte relativa all’ubriachezza di Noè, si arricchirono le Letture e la parte teorica. Un interessante rituale del Cavaliere Prussiano ottocentesco, già prevenuto al suo massimo sviluppo o quasi, è riportato nel Manual of Freemasonry di Carlile ; versioni ad essa molto simili costituiscono ancora oggi il 21° grado del Rito Scozzese Antico Accettato, nonché il 35° di alcune linee di trasmissione odierna del Rito di Misraim.

L’altro antient degree noachita era l’Ark, che nella maggior parte delle Officine veniva praticato in combinazione con il Link and Wrestle. Quest’ultimo era un grado costruito intorno all’episodio  della lotta di Giacobbe con l’Angelo, e il legame tra i due miti era illustrato dal Gran Maestro (così veniva detto il presidente di questa camera) nell’allocuzione di Chiusura :

Fratelli miei, provvediamo a chiudere queste Logge nella ferma certezza che il patto stipulato da Dio con Noè dopo il Diluvio non sarà mai dimenticato, e possa la benedizione che Giacobbe ottenne dall’Angelo essere sempre su di voi.

Dal simbolismo noachita era tratta la decorazione della Loggia, ornata con un Arcobaleno trasparente e con un’immagine dell’Arca in navigazione ; il Gran Maestro però, apriva i lavori con le batterie relative a entrambi i gradi.

Nella prima parte del rito, veniva praticato l’Ark. il Libro Sacro veniva aperto sul settimo capitolo della Genesi, e la procedura per l’ammissione di un Candidato era scandita dalla sua progressiva lettura : per esempio, alla lettura del versetto 11 gli veniva consegnato un Ramoscello di Ulivo.

Seguiva all’iniziazione una lunga e interessante allocuzione del Gran Maestro, che accennava tra l’altro all’edificazione da parte di Enoch di Due Colonne (in questo caso, una di ottone l’altra di marmo) e forniva dettagliate informazioni su come la progenie di Noè si sparse per il mondo.

Al termine di questo discorso veniva ripetuta la doppia batteria, poi i lavori proseguivano nel Link and Wrestle.

Un’altra versione dell’Ark, l’Ark and the Dove (L’Arca e la Colomba) era stata introdotta in America dalle Logge militari. L’Arcobaleno stava all’Oriente, e al centro del Tempio uno spazio chiuso da tendaggi rappresentava l’Arca.

Otto Ark Mariners (già venivano chiamati così) erano richiesti per aprire i lavori nel grigiore dell’alba.

Dopo l’Apertura, Sem e Jafet avvertivano Noè che il Diluvio era cominciato e le acque stavano salendo :  non restava altro da fare che prendere posto nell’Arca.

Tutti i Fratelli si alzavano, si mettono all’ordine e davano il segno ; poi, guidati da Noè, si portavano nello spazio circondato dai tendaggi. Curioso ci appare oggi il dettaglio che, per questa parte del rito, Noè indossava una tunica gialla e una… barba bianca posticcia ; gli altri Fratelli, tuniche bianche e barbe più scure.

Noè rivolgeva una preghiera all’Altissimo, e si assicurava che un Ramoscello di Olivo consacrato fosse sull’Altare ; a questo punto l’Arca era varata, e si poteva procedere all’ammissione del Candidato. Questi doveva svolgere un percorso attraverso tre diverse stazioni :

La prima, a Occidente, era coperta da un tendaggio ; vi si trovava un piccolo Altare triangolare, coperto da una tovaglia verde e con al centro un Ramoscello d’Olivo.

C’era anche una tavola imbandita, alla quale il Candidato viene invitato a rifocillarsi con cibo e vino. Ma quando toccava il vino, il suo gesto suscitava la riprovazione di Noè, e tutti i Fratelli si mettevano a produrre un gran frastuono. Voci gridavano : Siamo perduti ! Mentre eravamo qui a festeggiare, le acque sono salite e ci distruggeranno.

Il tendaggio soprastante cadeva allora sul Candidato, avvolgendolo come in un sacco. In queste condizioni veniva trascinato dai Fratelli alla seconda stazione : la parte centrale del Tempio, quella delimitata dai tendaggi che rappresentano l’Arca. Nel corso di questo viaggio, i Fratelli simulavano il suono dei flutti del mare.

Nell’Arca erano praticate due Finestre. All’interno c’era anche un grande Triangolo Equilatero tracciato al suolo, e una tavola mobile precariamente appoggiata su un cilindro di legno.

Il Candidato veniva fatto fermare sul vertice Est del Triangolo, come avviene oggi nel RAM. Intanto Jafet sta lamentandosi con Noè perché teme che le acque prevalgano ; Noè lo invita a liberare la Colomba dalla Prima Finestra.

Il Candidato, sempre coperto dal tendone, viene trasferito dall’angolo Est del Triangolo a quello Sud-Ovest.

Ahimè, la Colomba è tornata senza aver trovato nessun luogo su cui posarsi. Noè invita Sem a provarci anche lui, questa volta dalla Seconda Finestra, e il Candidato passa all’angolo Nord-Ovest.

La Colomba ritorna, e questa volta porta nel becco un Ramoscello d’Olivo. Noè rende grazie all’Altissimo, e la libera personalmente (di nuovo dalla Seconda Finestra) per la terza volta.

A questo punto, il Candidato viene fatto fermare sulla tavola mobile. Sem osserva che la Colomba questa volta non è tornata. Noè esclama : scorgo la vetta di una montagna.

La tavola viene scalciata con forza ; il Candidato perde l’equilibrio e cade (un Fratello lo raccoglierà al volo, impedendogli di farsi male) mentre tutti gli Ark Mariners gridano in coro : Alleluia !

In questo modo veniva simulato l’arenarsi dell’Arca sul monte Ararat.

Il Candidato viene portato ora alla terza stazione, ovvero all’Oriente ; è arredata in modo del tutto simile alla parte occidentale, salvo il fatto che l’Altare Triangolare è spoglio.

Noè legge dal Libro Sacro Genesi 8: 21-22 e Genesi 9: 13-16, mentre il Candidato è guidato a compiere otto giri della stazione ; infine gli si dice di contemplare l’Arcobaleno all’Oriente, e viene finalmente creato Ark Mariner nel nome del Gran Patriarca dell’Universo, Signore del Cielo e della Terra, e di questa Venerabile Loggia di Ark Mariners, aperta sul Ramoscello di Ulivo.

Nella successiva Lettura, Noè intrattiene il neofita sulle origini del grado, del quale siamo debitori (…) a Hiram di Tiro, che ne aveva ricevuto la conoscenza indipendentemente da Re Salomone, e tramite un diverso canale. Da questo passa all’illustrazione degli attrezzi, e infine abborda un tema di grande importanza simbolica (al quale Giovanni Domma ha già accennato in un suo articolo) : ovvero che i tre angoli del Triangolo Equilatero sono Bellezza, Forza e Sapienza, e i suoi lati rappresentano Dio nella sua triplice relazione di Auto-esistenza, Rivelazione e Redenzione.

E’ questo il rituale più antico che si conosca nel quale le valenze della ritualità noachita sul piano della trasmutazione interiore siano esplicitamente dichiarate, e fa riflettere il fatto che vi si alluda in forma anche più estesa di quanto non risulti nel rito attuale.

Si passa poi alla Chiusura, che dopo i consueti dialoghi tra Noè e i suoi figli è caratterizzata da un unico e violentissimo colpo di Maglietto, significante ancora una volta che l’Arca ha preso terra.

Si conosce paradossalmente molto di più sui primordi del Cavaliere Prussiano e dell’Ark piuttosto che su quelli del RAM, da essi derivato. Fu infatti solo negli anni settanta dell’Ottocento, quando la Grand Lodge of Royal Ark Mariners confluì nella Massoneria del Marchio, che gli storici poterono accedere agli archivi di questo piccolo e geloso corpo rituale, che a partire dal 1813 aveva portato avanti i suoi lavori all’insegna della segretezza più esagerata.

Da essi risultava che la Grand Lodge sarebbe stata ricostituita a Londra nel 1772. Era una data sorprendentemente antica, che molti studiosi pongono in dubbio tuttora : altri però si domandano se la ricostituzione non sarebbe potuta avvenire sulla base di una patente canadese riportata in Inghilterra da Thomas Dunckerley (vedi in proposito il nostro articolo : Thomas Dunckerley : un Massone dimenticato), rammentando pure che John Knight – uno dei Fratelli citati negli annali del Cavaliere Prussiano praticato in Cornovaglia – era suo amico, e spesso in quegli anni si recava a Londra per lavorare con lui.

Si sa comunque che a Portsmouth, città natale di Dunckerley, una qualche forma di Ark era praticata fin dagli anni ottanta ; e così pure a Bath, altra città che lui frequentava.

Nel 1790, nelle cronache della città di Ipswich, è citato Noah Sibly, (che) aveva stabilito un club o società in una casa di Saint Clement’s, pretendente di essere un ramo particolare della Massoneria detto dei Buoni Samaritani o Ark Masons (…). Le loro (…) processioni (si svolgevano) attraverso varie vie della città, con un modello dell’Arca di Noè, una gran varietà di insegne e stendardi (…) ed erano precedute da una banda di suonatori.

Questo Noah Sibly si chiamava, in realtà Ebenezer Sibly : nato a Bristol probabilmente nel 1754, fu studioso swedenborghiano, astrologo, neotemplare, Massone Antient e discepolo di Dunckerley. Alla sua morte, avvenuta nel 1800, è citato nel necrologio che era anche noto come Father Noah.

Nel 1861 fu ritrovata una parte del rituale che veniva lavorato a Ipswich : è quella che gli storici considerano oggi la più antica testimonianza della pratica del RAM propriamente detto.

E’ intestato così :

Royal Ark Lodge of the (Pillar) of an ARK MASON

Laid open in the form of a LECTURE as handed down from Noah to the present time and carefully transcribed from Ancient Records

By Ebenezer Sibly, D(eputy) G(rand) N(oah), 1790.

Questo documento comprende :

1 – Il testo di una Lettura in pieno stile Dunckerley : parte dalla Geometria, per poi dilungarsi sull’influenza esercitata da Noè e dai Noachidi su varie antiche civiltà ; si passa poi a Isaia 54 : 8-10, infine il Master Noah illustra brevemente ai Fratelli il simbolismo del Triangolo.

2 – Alcuni cenni sulla preparazione del Candidato : viene detto che gli sarà fatto indossare un grembiulino di pelle d’agnello, nonché bisognerà informarlo che presso i Royal Ark Mariners non si usano gli attrezzi della muratoria, ma quelli della carpenteria – Ascia, Saracco e Trapano (Axe, Saw and Auger).

3 – Un Catechismo, dove si accenna all’accoglimento del Candidato sulla punta di un Triangolo e si descrivono procedure, parole di passo e segni in gran parte coincidenti con quelli odierni.

Su un foglio a parte è raffigurata un Arca recante un Triangolo sul tetto, e più sotto un’interessante raffigurazione di come la figura dell’Arca possa essere trasposta nei simboli della Loggia.

E’ accluso anche un passaporto in bianco, recante come intestazione due simboli : primo, l’Arca che naviga sotto l’Arcobaleno, con la Colomba in volo ; intorno all’Arcobaleno sta scritto “Royal Ark Mariner Lodge”, e sotto “N° 9”. Secondo : un Triangolo suddiviso internamente in altri sette, con tre Lettere inserite nei tre triangoli inferiori.

Tutto questo è sufficiente per far concludere agli studiosi che, salvo alcuni dettagli mutuati successivamente da altre forme rituali (tra i quali il più importante è il simbolo della Pietra di Porfido), più di duecentoventi anni fa i tratti generali del RAM erano quasi completamente identici a quelli di oggi.

Negli anni novanta ci sono varie testimonianze di tornate del RAM svolte a Londra ; per alcune è documentata la partecipazione di Dunckerley in qualità di Grand Commander. Morì nel 1795 dopo aver designato Silby come suo successore, e questi a sua volta nominò un nobile, Lord Rancliffe : eloquente testimonianza che il grado era ormai uscito dalla fase pionieristica e stava decollando.

Del 1797 la più antica testimonianza della sua presenza in Scozia : il RAM veniva considerato l’11° grado di un sistema rituale in 31 gradi, in uso presso l’Early Grand Encampment neotemplare.

Anche questo RAM scozzese è molto vicino al rituale contemporaneo, salvo variazioni nel testo e piccole differenze : per esempio, l’ingresso del Candidato è affidato a Sem, e la parte in cui al Candidato viene fatto percorrere il Triangolo è molto più breve.

Inoltre, secondo Handfield-Jones, il Candidato indossava il grembiulino di agnello e portava a tracolla una banda verde, o con i colori dell’Arcobaleno. Poi, il Triangolo veniva tracciato sul pavimento con un gesso, e – soprattutto – la Pietra di Porfido non c’era.

In realtà, l’adozione di questo simbolo – tuttora assente dalle versioni scozzese e americana del RAM – è molto recente : può essere fatta risalire agli anni ottanta dell’Ottocento, ovvero dopo la fusione tra il RAM e la Gran Loggia del Marchio.

Per quanto la cosa possa essere sorprendente, le ragioni di un’aggiunta di tale rilievo non sono affatto documentate, e nell’ultimo ventennio sono state oggetto della massima curiosità da parte degli storici : così oggi non mancano le dotte dissertazioni che associano la Pietra di Porfido a un buon numero di pietre citate nella tradizione massonica, nella Bibbia e perfino nel… Talmud -nessuna, però, del tutto convincente.

L’ipotesi oggi più apprezzata è quella che ricollega la Pietra di Porfido del RAM a un’altra che era in uso in alcune versioni dell’Arco Reale prima della Union del 1813. Su quest’ultima, si diceva, il buon Patriarca Noè riposava quando ritornava giornalmente dalla sua pia fatica di costruire l’Arca, e quando finì la prese e la piazzò al centro dell’Arca. Con questa Pietra, come un’Ancora di Speranza, Noè ancorò l’Arca sul Monte Ararat ; poi, lui e la sua famiglia uscirono.

Su questa Pietra Noè presentò la sua prima offerta a Dio per ringraziarlo della propria salvezza, e volle che fosse posta nella valle dell’Ararat finché il primo dei suoi discendenti fosse stato ancora chiamato a viaggiare sulla terra o sulle acque…

Si tratta, come si vede, di un mito analogo a quello del Sepolcro di Adamo, e su come fosse entrato a far parte di un grado non noachita come l’Arco Reale si possono fare soltanto delle ipotesi :  avvenne probabilmente nel periodo di osmosi tra le versioni locali dei vari gradi che aveva caratterizzato il primo periodo della Atholl Lodge.

Ora, appare plausibile che la notizia della sua rimozione dall’Arco Reale post-Union avesse creato forte malumore tra gli Ark Mariners del 1813, già abbastanza indignati per l’emarginazione del loro grado, e che il ricordo di tale affronto si sia tramandato lungo l’arco del secolo ; e non ci sarebbe da stupirsi se, già prima degli anni ottanta, alla Grand Lodge of Royal Ark Mariners fossero pervenute proposte volte al recupero della Pietra di Porfido mediante la sua immissione nel patrimonio simbolico del RAM.

Se questo non fu fatto, le ragioni possono essere tante : può darsi legate alla volontà di non alterare il rituale, ma più probabilmente non si voleva rischiare di accendere una polemica con l’UGLE negli anni in cui il RAM, emarginato e debole, lottava per sopravvivere.

Ma dopo la fusione con il Marchio, quest’ultimo pericolo era venuto meno : ora il RAM poteva disporre non solo di solide strutture, ma anche di un rapporto con l’UGLE che – seppure ufficialmente inesistente – era di fatto improntato alla massima collaborazione.

Nell’UGLE stessa, l’approccio verso gli antient degrees era cambiato : non si guardava più ad essi come a un pericolo, ma come a gloriosi ricordi storici da tutelare.

Suona quindi molto probabile che gli Ark Mariners degli anni ottanta, quando l’alleanza col Marchio offrì loro l’occasione di risistemare il rituale in forma definitiva, abbiano approfittato dei buoni agganci della Gran Loggia del Marchio con l’UGLE per informarsi discretamente se, nell’ambito dell’Arco Reale, il loro …scippo della Pietra di Porfido avrebbe destato contrarietà ; e rassicurati che furono, l’abbiano innestata nel RAM senza troppa pubblicità, salvando in questo modo dall’oblio un altro importante frammento della ritualità noachita.

Concludiamo con un tratto che nessun autore massonico ha mai rilevato : ovvero, che è di porfido il sarcofago di Federico II di Svevia, conservato nella Cattedrale di Palermo.

Non volendo prestare il fianco alle accuse di troppa immaginazione di cui spesso gli storici dell’esoterismo sono fatti oggetto, ci saremmo astenuti dallo scriverne, non fosse per il legame tra il simbolo della Pietra di Porfido e il Sepolcro di Adamo.

Federico II fu l’ultimo condottiero cristiano a conquistare Gerusalemme ed esserne incoronato Re ; nel diciottesimo secolo, però, era soprattutto celebrato come uomo di cultura e pioniere del progresso, per essere stato un fautore dell’unificazione dei popoli e per essersi energicamente opposto allo strapotere della Chiesa.

E’ così assurdo supporre che nel diciottesimo secolo qualche Massone tedesco (notevole era la presenza dei gradi noachiti in Germania) possa avere pensato a lui come a un Adamo dei tempi nuovi ?

 

 

 

IL GRAN CONSIGLIO DEL CORK

DIPLOMA CORK SCHELETRO - Copia

Durante le mie ricerche Massoniche , mi sono imbattuto nel Gran Consiglio del CORK, sono sicuro che il 99 per cento dei fratelli Massoni si domanderanno che cos’è, e bene lo possiamo definire il grado allegro della Massoneria dei Maestri Muratori del Marchio, in quanto viene conferito con una speciale cerimonia dopo la tornata durante l’agape.

Andiamo per ordine, poichè è un argomento sconosciuto e poco praticato è giusto che incomincio illustrando brevemente la storia di questo allegro e piacevole grado: si cominciò a parlare del grado del Cork alla fine del XVIII secolo quando lcuni esperti Massoni non disdegnavano di divertirsi piacevolmente,al termine dell’Agape, praticando il rituale del Grado Cork e conferendolo ad altri Fratelli.

Il Supremo Consiglio di Londra che tratteggia appunto i primi cento anni di vita del Supremo Consiglio Inglese. Nella seconda metà del XIX sec. questa organizzazione ebbe frequenti contrasti con altri corpi massonici per controversie di giurisdizione territoriale.

Conseguenza di ciò fu la richiesta, al Gran Segretario Generale, di definire quali gradi fossero compatibili con il Rito Scozzese Antico ed Accettato ed in particolare, nel 1890, molte di queste richieste riguardavano proprio il Grado Cork,  le risposte di Hugh Sandeman, (Gran Segretario Generale 1880-1895) indicano come il Cork venisse giudicato solamente come un piacevole momento di comunione. dalla corrispondenza del Fratello F. C. Murray (1894) si deduce che lo stesso Sandeman era stato probabilmente l’autore del Rituale

di Giovanni Domma

Rumore di metalli in Massoneria

Ci siamo sensibilmente allontanati dallo spirito iniziatico, dai principi fondamentali. Il lento e duro apprendimento che caratterizzava la Massoneria di un tempo è stato sostituito da un veloce accesso a titoli ridondanti e altisonanti, svuotati del loro senso. Questa è senza dubbio la “via” più lusinghiera per l’ego ; ma poi ?

Vorrei ricordare, a me stesso per primo e poi a tutti i Fratelli che sognano di essere grandi, che siamo muratori ; naturalmente, anche un muratore può essere grande, ma sono i suoi Fratelli i soli accreditati a riconoscerlo come tale, e questo basandosi sulla qualità del suo lavoro.

La sola grandezza è relativa all’elevazione spirituale e all’avanzamento iniziatico, che si poggiano sul lavoro, l’umiltà, la tolleranza ed il dovere.

Si è grandi non perché si sia superiori agli altri, ma perché si è in grado di aiutarli, guidarli e amarli.

Si è grandi se sappiamo meritare la dignità del grado da noi raggiunto accompagnando nella loro crescita quanti ci seguono nel cammino, largendo a piene mani conoscenza, benevolenza e saggezza.

Un tempo, l’Articolo V dei Doveri di un Libero Muratore recitava così :

Nessuno deve manifestare invidia per la prosperità di un Fratello, né soppiantarlo o fargli togliere il suo lavoro se egli è capace di compierlo ; nessuno può finire il lavoro di un’altro per utile del committente, se non ha piena conoscenza dei progetti e dei disegni di colui che lo ha cominciato.

In una Istituzione come la Massoneria, non bisognerebbe consentire a sé stessi che il naturale bisogno di affermarsi nella vita profana si trasformi in desiderio di apparire ; si dovrebbe piuttosto gioire del fratello più preparato e capace, ma non tutti – purtroppo – hanno la maturità di capirlo.

Allora si sviluppano difetti come l’invidia e la maldicenza : in queste brevi riflessioni cerco a modo mio di comprendere tale fenomeno, e di fornire anche qualche spunto che valga a contrastarlo.

La “sciamanica” riluttanza manifestata dal mio amico Daniele Mansuino a trattare in questa rubrica temi di carattere morale trova, è vero, conforto nell’opinione di molti importanti autori, per i quali il piano esoterico e quello morale debbano essere nettamente separati, ma non sempre purtroppo ha lo stesso riscontro nella realtà.

In tutte le forme di esoterismo organizzato, e purtroppo in Massoneria più che altrove, il solo fatto che uomini debbano lavorare sotto lo stesso tetto è portatore, sì, di Fratellanza e letizia, ma anche inevitabilmente il veicolo per la manifestazione di quelle emozioni negative che, dalla corruzione di Eva e Adamo in poi, sono sempre state le compagne indesiderate del percorso umano.

Se ho scritto in Massoneria più che altrove è perché, innegabilmente, c’è un abisso tra i costrutti etici collegati al simbolismo muratorio e la loro applicazione quotidiana nel lavoro delle Officine : abisso la cui esistenza non è soltanto da imputare alle limitazioni umane, ma anche al percorso storico attraverso il quale il nostro simbolismo si è formato.

Al tempo degli Operativi, la dura fatica delle braccia valeva a bruciare le emozioni negative nel lavoro, e la legge dell’Uguaglianza che governava il lavoro nelle Cave e dei Cantieri imponeva a tutti di sacrificare i propri sentimenti egoisti, immolandoli alla santità della Grande Opera che era lo scopo comune. Non era vissuta come necessaria, a quei tempi, l’elaborazione di un corpo etico di valori che costituisse una specificità della Muratoria : la semplice applicazione dei più puri precetti cristiani era di regola sufficiente a garantire la piena armonia. Molte leggende massoniche, come quella di Hiram, testimoniano di quanto lo scandalo fosse grande ogni volta che la legge della Fratellanza veniva violata, e il loro senso simbolico intreccia indissolubilmente i valori etici a quelli spirituali senza nessun bisogno di rimarcare i primi con un’enfasi indebita, né di prenderli a pretesto per l’elaborazione di sistemi etici filosoficamente più complessi della pura, semplice e tradizionale legge del lavoro.

Del tutto diversa, come sappiamo, fu fin dai primordi la situazione della Massoneria speculativa : era fatale in un certo senso che le energie dei Fratelli, compresse dall’inerzia fisica, inacidissero in una certa misura per scaricarsi nella discordia. I grandi conflitti che segnano la storia della nostra Istituzione fin dal Settecento ne sono la testimonianza : sempre di più, la stolta voglia di pochi Fratelli di primeggiare e sugli altri e imporre le proprie idee individuali diventò un veleno destinato ad amareggiare l’onesto e umile lavoro di tanti bravi Massoni.

Inoltre sul lavoro muratorio vennero a innestarsi, come era inevitabile, diverse interpretazioni culturali, filosofiche, politiche ecc. che se da un lato giovarono a facilitare la penetrazione della Massoneria nei più diversi ambienti dall’altro portavano come inevitabile conseguenza un aumento delle discordie.

Così, per esempio, quell’impagabile strumento di lavoro speculativo che è il dibattito in Loggia, concepito come metodo di scambio, ispirazione, reciproco arricchimento con la meditazione comune sui simboli massonici, diventò per molti una sorta di passerella dalla quale imporre fastidiosamente agli altri le proprie idee, e pavoneggiarsi esponendo provocatoriamente le proprie presunte qualità intellettuali. Come può non nascere la discordia da atteggiamenti del genere, volti a destare autentici focolai di invidia e maldicenza ?

Entro certi limiti, l’invidia – se imbrigliata entro i limiti di un sano desiderio di emulazione – è un utile stimolo, che porta a aguzzare l’ingegno per migliorare sé stessi, sviluppando lo spirito di iniziativa : la maggior parte di noi, fortunatamente, appartiene a questa categoria degli invidiosi “buoni”, intenti a lavorare sulla pietra del proprio talento per il bene comune. Molte lodevoli iniziative nascono così, da un innocente desiderio di riconoscimento personale associato a nobili fini.

Ma quando invece l’invidia cessa di essere uno strumento di crescita e si fa avida, quando aspira segretamente addirittura a voler spegnere le gioie altrui, diventa un cancro che rode l’anima e la spinge in balia della cattiveria più sfrenata. Si perde il senso della realtà ; si sogna di togliere agli altri quello che la nostra delirante immaginazione suppone sia nostro di diritto, regredendo in questo modo agli aspetti più irrazionali della mentalità infantile – forse al trauma mai rimosso di qualche bambino che aveva giocattoli più belli dei nostri.

Allora, l’invidioso vive continuamente sospeso tra rabbia e ammirazione, ostilità e desiderio. Di norma è una persona con forti tendenze competitive, desideroso di attirare l’attenzione, migliorare la propria posizione nel lavoro e nella società, guadagnare molto denaro. I successi conseguiti dagli altri lo disturbano, essere testimone delle loro vittorie implica automaticamente il desiderio di sostituirsi a loro.

Certo, un tale comportamento implica anche una forma di difesa : l’invidioso soffre irragionevolmente e non vuole più soffrire. Questo è legittimo, ma la ragione potrebbe offrirci strade migliori per sfuggire alla trappola dei nostri risentimenti, ridicolizzandoli mediante la rivelazione della loro assurdità. Perché l’invidioso non vuole ascoltare la sua voce ?

Un’altra attenuante che bisogna riconoscergli è che, spesso, vorrebbe sfuggire al confronto – stando lontano dalla persona che involontariamente è causa del suo male – ma non può : la situazione non lo consente, le mille pressioni che la società impone a tutti noi gli impongono di vederlo ogni giorno, magari forzandolo a trascorrere con lui molte ore.

Può darsi pure che, al principio, il potenziale invidioso sia abbastanza intelligente da capire che porsi in competizione con una data persona sia per lui una scelta tatticamente errata, perché in quello specifico campo non è il grado di reggere il confronto ; può darsi pure che per un po’ riesca efficacemente a consolarsi pensando che sì, in quello specifico campo quella persona è migliore di lui, ma che lui in compenso se la cava meglio in tante altre cose…. Ma come fare se proprio in quello specifico campo è forzato a misurarsi con lui sul lavoro, o nello sport, o in qualunque altra situazione ? Come fare se gli ossessivi stimoli alla competizione che pervadono la nostra società prendono il sopravvento ?

In verità, viviamo davvero in un mondo che ci spinge a superare sempre i nostri limiti, e ci loda solo nella misura in cui riusciamo a farlo. Questa, tra l’altro, è anche la ragione per cui l’invidioso starà sempre bene attento a non farsi individuare, e farà carte false pur di nascondere i suoi veri sentimenti : perché ammetterli equivarrebbe ad ammettere il proprio senso di inferiorità, e sarebbe la fine – come avviene nel pollaio quando una gallina è debole e malata, tutti gli esseri come lui gli salterebbero addosso per farlo a pezzi.

E’ una grande sventura per coloro che sono costretti a vivere situazioni del genere senza che la natura li abbia provvisti della forza interiore necessaria a sopportarle : la costante pressione allora cresce e sconquassa la struttura dell’anima, e la quotidiana necessità di confrontare il nostro comportamento con quello altrui finisce per diventare un supplizio insopportabile. Da questo punto di vista, possiamo ben dire che l’invidioso è una vittima, meritevole di tutta la nostra comprensione e pietà ; ma purtroppo, il male che riesce a fare è talvolta tanto grande da far passare queste considerazioni in secondo piano.

Tra l’altro, la sua fissazione si sviluppa non solo nei confronti delle persone che conosce direttamente, ma anche contro estranei, pur non sapendo nulla del loro percorso e delle qualità personali che li hanno resi degni del successo : a questo proposito sviluppa inevitabilmente un pregiudizio di condanna, dando per scontato che le loro vittorie sono frutto della fortuna o di agevolazioni di cui lui non ha goduto.

Si inventa allora dei pretesti per potersi lamentare della persona invidiata, senza sapere che la loro origine si trova in realtà nel suo inconscio : è dei propri limiti, non di quelli dell’altro che sta parlando.

E magari l’invidioso desiderasse soltanto essere al suo posto ! No, questo non gli basta : sogna in silenzio che chi ai suoi occhi è più fortunato sia vittima di una sconfitta, godendo nell’immaginare il suo insuccesso e la sua umiliazione. A questi livelli, l’invidia trasborda addirittura nell’odio e raggiunge i confini di una vera e propria malattia della mente.

Queste forme estreme di invidia possono causare in chi ne viene aggredito sintomi paragonabili a quelli di certe malattie : prostrazione, comportamenti irragionevolmente aggressivi, mania di persecuzione. Lo sforzo di danneggiare la persona invidiata non conosce allora più nessuna barriera : in tutte le circostanze, anche le più socialmente inopportune, l’invidioso può scatenarsi contro di lui in perfidi e immotivati attacchi, al solo scopo di umiliarlo pubblicamente e godere della sua confusione.

E’ come se gli dicesse : tu sei la testimonianza vivente che io valgo poco, e questo mi causa dolore ; quindi devo gridare forte che tu vali ancora meno di me, che sei piccolo e ridicolo, e la sofferenza che ti causerò allevierà il mio dolore.

Per mezzo di pseudo – giustificazioni di questo genere, l’invidioso si rafforza sempre di più nella segreta convinzione che danneggiare il prossimo sia un suo diritto. Diventa sempre più sottile nell’elaborazione di astuti piani volti a creare danno in modo indiretto, ma non per questo meno nocivo, conditi di machiavellici accorgimenti che gli consentono di uscirne sempre con le mani pulite, senza che nessuno possa accertare la sua responsabilità.

Questi piani spesso hanno il fine di precludere al rivale la disponibilità del bene che ha scatenato l’invidia – sia esso l’amore o la stima di una più persone, o un successo professionale, o un beneficio economico o una carica ; fare la spia, corrompere, calunniare, perfino compiere ogni sorta di atti contro la legge, tutto pare lecito all’invidioso nella sua ossessione di spogliare l’avversario, turbare la sua quiete, devastare il suo campo.

Inutile rilevare quanto sia goffo e deleterio è il suo tentativo di recuperare l’autostima abbattendo quella degli altri, perché i fenomeni di questo genere sono contagiosi, e se la discordia si diffonde la diffidenza e la depressione contageranno tutti, e la caduta di credibilità sarà generale : pensando alla nostra Istituzione, quante Officine sono finite così ?

Ma forse l’invidioso, più o meno consciamente, mira proprio a questo : se lui non può primeggiare, muoia Sansone con tutti i Filistei. Va in giro così, spargendo il suo veleno tra i Fratelli che si fidano di lui e mascherando la propria opera malefica dietro a un sorriso.

La maldicenza, purtroppo, è ovunque attorno a noi. A seconda della qualità dell’invidia che l’ha generata, può presentarsi sotto diverse manifestazioni : dal semplice pettegolezzo – il piacere, tutto sommato innocente, di mostrarsi al corrente di eventi che il prossimo non conosce – il quale però può diventare involontariamente pericoloso se non riflettiamo bene sulle possibili conseguenze della notizia che stiamo diffondendo.

Una forma di maldicenza molto particolare è quella che ha per vittima persone gerarchicamente al di sopra di noi, che può contare su ampi margini di impunità dovuti al fatto che tutti siamo disponibili a invidiarle almeno un po’. Ben pochi tra i potenti ne sono immuni : per esempio, si salvano in genere quelli che rispondono al modello del “padre della Patria” – le persone avanti in età che stanno al potere ormai da così tanto tempo da essere riuscite a porsi psicologicamente “fuori della mischia”, facendosi accettare come modelli di comportamento – chi cercasse di calunniarli farebbe allora una figura ben meschina, e la sua malignità sarebbe immediatamente chiara a tutti.

Ne sono immuni anche i dittatori senza scrupoli, i prepotenti sempre pronti alla rappresaglia, quelli che incutono timore : chi si sente spinto a calunniarli allora si trattiene, ricordandosi per tempo che il potere ha mille orecchie e temendo l’effetto boomerang che ne può derivare.

Guai invece alle persone spensierate e sincere, quelle contente della propria vita e per nulla inclini a pensar male degli altri : questa è la vittima perfetta, anche perché l’idea che qualcuno possa tramare alle sue spalle è completamente estranea alla sua mentalità, ed è molto facile che trascorrano mesi e anche anni prima che si accorga che hanno già scavato la fossa ; e quando se ne accorgerà sarà tardi, perché – come recita il malefico precetto attribuito, forse erroneamente, a Goebbels : calunniate, calunniate… qualcosa resterà.

E’ davvero un triste momento quando ci capita di incontrare , il più delle volte, nella Sala dei Passi Perduti, qualche personaggio losco, viscido, vile e cattivo, che – del tutto dimentico dei Cinque Punti della Fratellanza, e venendo meno alla Promessa Solenne che un giorno ha prestato – ti si avvicina per rovesciarti addosso il suo veleno, dicendoti cose che fanno arrossire riguardo a un Fratello.

Certamente la maldicenza ed il maldicente rivelano un aspetto ripugnante dell’essere : come è possibile che un uomo possa trovare diletto nell’offuscare la reputazione di chi lo circonda, nel distorcere la verità, nel frantumare la serenità dell’esistenza altrui ?

Cosa mai ci si può aspettare da esseri di questo genere, che non meritano di essere definiti con altri aggettivi salvo maldicenti e vigliacchi, perché non conoscono nessun altro modello di comportamento ?

Carissimi Fratelli, cerchiamo di avere il coraggio delle nostre azioni : se si avvicinano a noi, allontaniamoci subito da loro. O se vogliamo fare del bene (assumendoci, in questo caso, notevoli rischi e pericoli), invitiamoli fermamente a recarsi subito dal Fratello che stanno calunniando (se necessario, possiamo accompagnarceli noi) e operiamo affinché abbiano subito un colloquio chiarificatore e risolutivo, che si concluda con un triplice fraterno abbraccio.

Purtroppo, mio malgrado devo registrare che non tutti i Fratelli hanno il coraggio di comportarsi così : c’è sempre qualcuno – per fortuna, una minoranza – che vanno dietro al maldicente ascoltando tutte le sue calunnie, quasi che ne provasse piacere, e provvedendo coscienziosamente a diffonderle di bocca in bocca, causando spesso danni irreparabili al Fratello che, per sua sventura, si è reso incolpevolmente degno degli strali dei maldicenti.

A tutti costoro vorrei dire : ricordiamoci sempre che la maldicenza e il maldicenti danneggiano l’immagine dell’Istituzione Massonica ancora di più di quanto non possano fare gli attacchi della Chiesa e del mondo profano. Possono distruggere in un attimo lavori portati avanti per tanto tempo con  stima reciproca, amicizia e affetto. Offendono i landmark, affievoliscono gli eggregori, contaminano il Tempio. Ci privano di tutti i doni che possono derivare dalla Fratellanza e dall’Unione.

La vita di un’Officina può allora diventare molto difficile, se non impossibile. Il clima di serenità si interrompe, i rapporti d’amicizia inaridiscono per la diffidenza e il timore. La maldicenza è un frutto perverso che impedisce di esercitare uno dei valori di cui la Massoneria va più fiera, ovvero la Libertà.

Non bisogna, del resto, pensare che i problemi sollevati dall’infuriare dei cattivi sentimenti non abbiano destato nell’ambito dell’Istituzione massonica importanti reazioni, alcune delle quali registrate anche a livello storico.

Per esempio, nella Massoneria settecentesca, una notevole corrente di pensiero sosteneva la necessità di una rivisitazione dell’etica cristiana in senso esoterico, e tra gli argomenti in favore un posto importante era occupato dalla considerazione che essa avrebbe contribuito a purgare i rapporti tra i Fratelli dal tarlo dell’ipocrisia.

Innanzitutto, non facendone uso come di uno strumento polemico, fomentando in questo modo lo scontro tra deisti e teisti, tra cristiani o agnostici, tra materialisti e spiritualisti, tra atei e credenti e così via ; ma partendo dall’idea che, nell’arco di quasi due millenni, il simbolismo alchemico/ermetico della Grande Opera si era innestato sulle tematiche introdotte dal Cristianesimo in modo tanto indissolubile (vedi ad esempio le scuole gnostiche) da renderne possibile l’utilizzo in termini esoterici : considerando quindi l’etica cristiana come una forma di estensione del simbolismo massonico, anziché viceversa.

Molti importanti esoteristi, come Martinez de Pasqually, Cagliostro, Willermoz, Saint Martin eccetera, diedero voce a questa corrente che – purtroppo – era destinata dai rivolgimenti della storia a sostenere nella storia della Massoneria un ruolo sempre più marginale. Ma può essere interessante concludere questo modesto lavoro con una breve rivisitazione del tema dell’invidia come venne interpretato dall’ultimo, grande esponente di questa scuola oggi quasi estinta : il Fratello Robert Ambelain (1907-1997), nel suo capolavoro L’Alchimia spirituale.

Nella Qabbalah ebraica, è detto che all’Albero della Vita (Otz Chiim) corrisponde nel mondo manifestato il Piccolo Albero di Vita, che si chiama Kallah, “la Fidanzata”. Rovesciato e in opposizione a lui, corrisponde il Piccolo Albero di Morte, “la Prostituta”, Quliphah.

Sull’Albero della Vita fioriscono e raggiano le Sephirot o sfere della manifestazione evolutiva. Sull’Albero della Morte fioriscono e raggiano le Quliphot o sfere della manifestazione involutiva.

E’ dunque evidente che alle sette Virtù essenziali (quattro cardinali e tre teologali) corrispondono sette Virtù (dal latino virtus = potenza) opposte. Sono i sette peccati capitali (…): l’Avarizia, la Ghiottoneria, la Lussuria, la Pigrizia, l’Invidia, la Collera e l’Orgoglio (…).

L’Invidia porterà lo pseudo-iniziato a fargli desiderare, non solo i primi posti o i falsi onori, ma pure non esiterà a far ritardare, magari a impedire, l’avanzamento degli altri, se egli indovina in questi ultimi una superiorità che può eclissare la sua.

Passerà sotto silenzio le dottrine, gli insegnamenti, i libri e gli avanzamenti suscettibili di nuocere al suo interesse. Non avrà tregua di possedere tutto ciò che gli altri posseggono, considerando un’offesa il fatto che ci sia qualcosa che egli non possiede, anche se in anticipo è ben deciso a non servirsene, pure se vi è intellettualmente opposto.

(Alchemicamente) l’Invidia corrisponde al principio del Sale e si oppone alla Carità (…).

Ambelain passa poi ad illustrare come, per mezzo del Vetriolo filosofico, l’Alchimista spirituale possa ottenere la trasmutazione dei peccati nelle loro virtù corrispondenti : per cominciare il lavoro gli occorrerà tutta una serie di attrezzi, i cui principali sono il Silenzio, la Solitudine, la Fame, il Digiuno e la Veglia… sinceramente, migliori medicine per gli invidiosi non saprei indicare

O meglio : sì, un’altra. Per superare l’invidia, occorre conoscere l’Amore : bisogna veramente saper gioire del successo dell’altro, in tutta sincerità, senza riserve né ipocrisie. Succede più facilmente se si collabora attivamente alla costruzione di tale successo : soltanto in questo modo riusciremo a viverlo come se fosse anche nostro, e il nostro contributo al bene e al progresso dell’umanità sarà riconosciuto ed apprezzato da tutti i Fratelli.

Allora l’Amore che avremo investito sarà ricambiato con gli interessi, e ci sarà rivelato un altro dei mille segreti della Massoneria : che la porta del Tempio può essere, per il Fratello che sa varcarla con  lo spirito giusto, anche la porta della più sconfinata Felicità.