STORIA DEL GRADO MASSONICO DI ROYAL ARK MARINER – seconda parte

di Daniele Mansuino e Giovanni Domma

 

In questo secondo articolo sul grado massonico di Royal Ark Mariner (RAM) ci dedicheremo al suo processo di formazione nell’ambito della Massoneria speculativa.

Il RAM assunse le sue connotazioni odierne negli ultimi anni del diciottesimo secolo, quindi lì ci fermeremo : dopo quel periodo si può registrare una sola variazione di rilievo, della quale faremo cenno nel finale.

La ricchezza e l’abbondanza delle tradizioni massoniche su Noè tendono a suggerire l’idea che una ritualità noachita esistesse e fosse praticata nella Massoneria delle origini prima della riforma hiramita, che ne segnò probabilmente il tramonto.

L’indicazione più potente in questo senso, che ha quasi valore di prova, risiede nella presenza, nell’ambito della ritualità Antient , di almeno due importanti gradi noachiti : fu proprio da essi che (sempre in ambito Antient) il RAM ebbe origine, e ne parleremo. Mancano invece dati certi sulla pratica di sistemi noachiti nell’ambito della GLDI dal 1717 al 1751, e anche sul fatto che una qualche forma noachita abbia svolto in questo periodo funzioni di terzo grado.

Gli indizi, comunque, sono notevoli. Per esempio, su un giornale londinese del 1726, fu pubblicato un annuncio intitolato Antediluvian Masonry, che annunciava la costituzione di una Loggia presso la Ship Tavern di Bishopgate Street. In essa si sarebbero tenute svariate Letture sull’Antica Massoneria, in particolare sul Significato della Lettera G, e su come e in che Modo i Massoni Antidiluviani formavano le loro Logge, illustrando quali Innovazioni furono successivamente introdotte dal Dottor (Desaguliers) e da altri Moderni…

E cosa significava veramente l’osservazione di Anderson nelle Costituzioni del 1723 : un Massone è tenuto a obbedire alla legge morale (…) come un vero Noachida ? E ancora …perché tutti (i Massoni) acconsentono ai tre articoli di Noè ?

Nelle stesse Costituzioni sono anche citati i Tre Articoli di Noè, dei quali si sa che erano i seguenti : 1 – Astenersi dall’idolatria ; 2 – Onorare Dio (…) ; 3 – Non uccidere.

Come molti hanno osservato, non aveva senso che Anderson si dilungasse a proporre ai Massoni una… versione ridotta dei Dieci Comandamenti, se essa non fosse anche stata anche il fondamento di una qualche forma di ritualità massonica ; forse legata al simbolismo noachita del Triangolo ?

Il termine Noachida fu usato anche dal Gran Segretario della GLDI John Revis in una lettera al Gran Maestro Provinciale di Calcutta. La lettera risale al 1735, ovvero al periodo in cui la riforma hiramita stava cancellando le tracce delle antiche forme di terzo grado.

Ora, chi ha letto i nostri articoli sa bene che le Logge coloniali – fondate perlopiù da Fratelli scozzesi, irlandesi o di regioni decentrate, non particolarmente coinvolte nella riforma promossa dai Moderns – furono quelle in cui le antiche forme sopravvissero più tenacemente, anche in virtù della tolleranza decisa da Londra nei loro confronti.

Il Gran Segretario scriveva : la Provvidenza ha fissato la Vostra (Gran) Loggia presso quei saggi Indiani cui piace di essere chiamati Noachidi, e chiedeva al Gran Maestro Provinciale di informarsi presso di loro sulle possibili rimanenze dell’Antica Massoneria che possono essere rimaste in quell’area.

Può darsi che Revis intendesse, con queste parole, suggerire al Gran Maestro di documentarsi sulle analogie tra la ritualità massonica e quella indù ; però l’invito alla ricerca potrebbe anche essere riferito all’ambito delle Logge coloniali stesse, sulle quali la GLDI esercitava ben scarso controllo. Se il Gran Segretario avesse potuto disporre di dati precisi sulla presenza in India dei gradi noachiti, questo sarebbe stato un buon argomento per attenuare le ire degli Antients, la cui secessione si profilava già all’orizzonte.

Scese il silenzio sui Noachidi dal 1738 al 1754, quando la polemica tra Antients e Moderns fu più dura. Nel nostro libro sulla Massoneria del Marchio abbiamo riscontrato un identico silenzio nei confronti dei due gradi del Marchio, e anche questo è un indizio che, dal punto di vista Modern, il noachismo doveva rappresentare qualcosa di potenzialmente eversivo, come lo erano le forme di terzo grado non hiramite.

In Scozia, fin da quegli anni si era intrapreso il difficile percorso di non contrariare troppo i potenti Fratelli inglesi, mantenendo aperta nel contempo una via scozzese alla Massoneria che consentisse di salvaguardare il più possibile le antiche forme rituali.

E’ quindi un altro segno dei tempi l’elaborazione definitiva – probabilmente messa a punto negli anni quaranta – dello Knight of the Rosy Cross : il celebre secondo grado dell’Ordine Reale di Scozia, nel quale gli eventi del Diluvio sono abbondantemente citati.

Ma anche nell’Inghilterra rurale, come ad esempio nella zona di Tyne – futura roccaforte Antient – sopravvivevano impavide realtà come la  Massoneria Harodim : un vero e proprio serbatoio di Letture risalenti alla muratoria operativa, fondate perlopiù sull’esegesi del Pentateuco.

Secondo il Tuckett, che all’incirca un secolo fa le studiò a fondo, è da qui e non dalla Scozia che avrebbe avuto origine la maggior parte degli antient degrees : teoria interessante, ma che tende a sottovalutare il ruolo delle Logge militari, e sulla quale il dibattito è ancora oggi aperto.

Nel mondo degli Antients, la più autorevole voce che parla di Noè è quella del grande Laurence Dermott, nell’Ahiman Rezon :

…Adamo (…) comunicò fedelmente i misteri della sublime scienza a suo nipote Noè, che la trasmise ai posteri (…). E’ certo che c’erano (solo) quattro Massoni nel mondo quando venne il Diluvio, uno dei quali – forse il secondo figlio di Noè – non era Maestro (…) e che c’erano assai pochi Maestri ancora ai giorni del Tempio di Salomone, da cui appare chiaramente che la totalità dell’insegnamento veniva trasmessa a quei tempi solo a pochi individui….

Nella Atholl Lodge creata dagli Antients venivano praticati in origine numerosi antient degrees noachiti, tutti però riconducibili a due forme principali : il Cavaliere Prussiano e l’Ark. Solo verso la fine del diciottesimo secolo il RAM prese forma da loro, mediante uno spontaneo processo di accorpamento.

La prima menzione del Cavaliere Prussiano risale al 1754, in un opuscolo intitolato Freemason Examin’d. Di questo grado (del quale si dice che risalga al tempo della Crociate) si sa che già nel 1768 veniva lavorato in Cornovaglia, ed è la più antica forma noachita di cui si possiedano i rituali.

Essi prevedono l’uso di guanti e grembiuli bordati di giallo ; i Gioielli sono appesi a nastrini neri che vengono agganciati a un bottone del panciotto. Il Gioiello del Maestro Venerabile è triangolare, con una freccia puntata verso il cuore.

La Loggia deve essere aperta alla Luce della Luna Piena, e i tre Ufficiali principali sono Noè, Sem e Jafet. Noè batte sette colpi, Sem cinque e Jafet quattro.

Nel caso dell’ammissione di un nuovo membro, il Candidato (o Proselita) veniva condotto intorno alla Loggia per sedici volte, e gli veniva poi offerto un bicchiere di vino.

A questo punto, veniva brevemente rappresentato l’episodio biblico di Noè ubriaco ; poi gli Ufficiali puntavano le spade sul Proselita, lo facevano inginocchiare e prestare giuramento.

Trasmessi i segni e la presa del grado, gli veniva poi insegnato un ampio catechismo ; in questo era anche contenuta la bellissima Leggenda del grado, ripresa da Michele Moramarco nella Nuova Enciclopedia massonica :

I discendenti di Noè, nonostante l’Arcobaleno che era il segno di riconciliazione dato dal Signore agli uomini (…), risolsero di costruire una Torre molto alta per mettersi al riparo della vendetta divina. Scelsero perciò la pianura detta di Senmart, in Asia ; dieci anni dopo che essi ebbero gettate le fondamenta di tale edificio, il Signore (…) volse il suo sguardo verso la Terra, percepì l’orgoglio dei figli degli uomini e discese sulla Terra per confondere i loro progetti temerari e mise la confusione delle lingue tra gli operai (…).

Gli operai, non intendendosi più, furono costretti a separarsi : ciascuno prese la sua direzione. Phaleg, che aveva dato l’idea di questa costruzione e ne fu il direttore, era il più colpevole e si condannò a una penitenza rigorosa : si ritirò nel nord della Germania, dove giunse dopo molte pene e fatiche (…).

In quel luogo, che si chiama Prussia, egli costruì (…) un Tempio a forma di triangolo, dove si richiuse per implorare la misericordia di Dio e la remissione del suo peccato.

Annota Moramarco : la leggenda continua con la scoperta occasionale, nel 553 d. C., del Tempio triangolare, “nel quale era una colonna di marmo bianco (…) ; a fianco di quella colonna si trovava la tomba di Phaleg, con una pietra d’agata sulla quale era inciso l’epitaffio : Qui riposano le ceneri del nostro Grande Architetto della Torre di Babele ; il Signore ebbe pietà di lui, poiché era divenuto umile”.

Nel corso dell’ottocento il Cavaliere Prussiano si arricchì di parti nuove, e ai tre Ufficiali originali se ne aggiunsero altri fino al numero di sei. La lista era questa : Gran Comandante, Cavaliere d’Introduzione, Cavaliere d’Eloquenza, Cavaliere delle Finanze, Cavaliere della Cancelleria e Cavaliere della Difesa.

Scomparve la parte relativa all’ubriachezza di Noè, si arricchirono le Letture e la parte teorica. Un interessante rituale del Cavaliere Prussiano ottocentesco, già prevenuto al suo massimo sviluppo o quasi, è riportato nel Manual of Freemasonry di Carlile ; versioni ad essa molto simili costituiscono ancora oggi il 21° grado del Rito Scozzese Antico Accettato, nonché il 35° di alcune linee di trasmissione odierna del Rito di Misraim.

L’altro antient degree noachita era l’Ark, che nella maggior parte delle Officine veniva praticato in combinazione con il Link and Wrestle. Quest’ultimo era un grado costruito intorno all’episodio  della lotta di Giacobbe con l’Angelo, e il legame tra i due miti era illustrato dal Gran Maestro (così veniva detto il presidente di questa camera) nell’allocuzione di Chiusura :

Fratelli miei, provvediamo a chiudere queste Logge nella ferma certezza che il patto stipulato da Dio con Noè dopo il Diluvio non sarà mai dimenticato, e possa la benedizione che Giacobbe ottenne dall’Angelo essere sempre su di voi.

Dal simbolismo noachita era tratta la decorazione della Loggia, ornata con un Arcobaleno trasparente e con un’immagine dell’Arca in navigazione ; il Gran Maestro però, apriva i lavori con le batterie relative a entrambi i gradi.

Nella prima parte del rito, veniva praticato l’Ark. il Libro Sacro veniva aperto sul settimo capitolo della Genesi, e la procedura per l’ammissione di un Candidato era scandita dalla sua progressiva lettura : per esempio, alla lettura del versetto 11 gli veniva consegnato un Ramoscello di Ulivo.

Seguiva all’iniziazione una lunga e interessante allocuzione del Gran Maestro, che accennava tra l’altro all’edificazione da parte di Enoch di Due Colonne (in questo caso, una di ottone l’altra di marmo) e forniva dettagliate informazioni su come la progenie di Noè si sparse per il mondo.

Al termine di questo discorso veniva ripetuta la doppia batteria, poi i lavori proseguivano nel Link and Wrestle.

Un’altra versione dell’Ark, l’Ark and the Dove (L’Arca e la Colomba) era stata introdotta in America dalle Logge militari. L’Arcobaleno stava all’Oriente, e al centro del Tempio uno spazio chiuso da tendaggi rappresentava l’Arca.

Otto Ark Mariners (già venivano chiamati così) erano richiesti per aprire i lavori nel grigiore dell’alba.

Dopo l’Apertura, Sem e Jafet avvertivano Noè che il Diluvio era cominciato e le acque stavano salendo :  non restava altro da fare che prendere posto nell’Arca.

Tutti i Fratelli si alzavano, si mettono all’ordine e davano il segno ; poi, guidati da Noè, si portavano nello spazio circondato dai tendaggi. Curioso ci appare oggi il dettaglio che, per questa parte del rito, Noè indossava una tunica gialla e una… barba bianca posticcia ; gli altri Fratelli, tuniche bianche e barbe più scure.

Noè rivolgeva una preghiera all’Altissimo, e si assicurava che un Ramoscello di Olivo consacrato fosse sull’Altare ; a questo punto l’Arca era varata, e si poteva procedere all’ammissione del Candidato. Questi doveva svolgere un percorso attraverso tre diverse stazioni :

La prima, a Occidente, era coperta da un tendaggio ; vi si trovava un piccolo Altare triangolare, coperto da una tovaglia verde e con al centro un Ramoscello d’Olivo.

C’era anche una tavola imbandita, alla quale il Candidato viene invitato a rifocillarsi con cibo e vino. Ma quando toccava il vino, il suo gesto suscitava la riprovazione di Noè, e tutti i Fratelli si mettevano a produrre un gran frastuono. Voci gridavano : Siamo perduti ! Mentre eravamo qui a festeggiare, le acque sono salite e ci distruggeranno.

Il tendaggio soprastante cadeva allora sul Candidato, avvolgendolo come in un sacco. In queste condizioni veniva trascinato dai Fratelli alla seconda stazione : la parte centrale del Tempio, quella delimitata dai tendaggi che rappresentano l’Arca. Nel corso di questo viaggio, i Fratelli simulavano il suono dei flutti del mare.

Nell’Arca erano praticate due Finestre. All’interno c’era anche un grande Triangolo Equilatero tracciato al suolo, e una tavola mobile precariamente appoggiata su un cilindro di legno.

Il Candidato veniva fatto fermare sul vertice Est del Triangolo, come avviene oggi nel RAM. Intanto Jafet sta lamentandosi con Noè perché teme che le acque prevalgano ; Noè lo invita a liberare la Colomba dalla Prima Finestra.

Il Candidato, sempre coperto dal tendone, viene trasferito dall’angolo Est del Triangolo a quello Sud-Ovest.

Ahimè, la Colomba è tornata senza aver trovato nessun luogo su cui posarsi. Noè invita Sem a provarci anche lui, questa volta dalla Seconda Finestra, e il Candidato passa all’angolo Nord-Ovest.

La Colomba ritorna, e questa volta porta nel becco un Ramoscello d’Olivo. Noè rende grazie all’Altissimo, e la libera personalmente (di nuovo dalla Seconda Finestra) per la terza volta.

A questo punto, il Candidato viene fatto fermare sulla tavola mobile. Sem osserva che la Colomba questa volta non è tornata. Noè esclama : scorgo la vetta di una montagna.

La tavola viene scalciata con forza ; il Candidato perde l’equilibrio e cade (un Fratello lo raccoglierà al volo, impedendogli di farsi male) mentre tutti gli Ark Mariners gridano in coro : Alleluia !

In questo modo veniva simulato l’arenarsi dell’Arca sul monte Ararat.

Il Candidato viene portato ora alla terza stazione, ovvero all’Oriente ; è arredata in modo del tutto simile alla parte occidentale, salvo il fatto che l’Altare Triangolare è spoglio.

Noè legge dal Libro Sacro Genesi 8: 21-22 e Genesi 9: 13-16, mentre il Candidato è guidato a compiere otto giri della stazione ; infine gli si dice di contemplare l’Arcobaleno all’Oriente, e viene finalmente creato Ark Mariner nel nome del Gran Patriarca dell’Universo, Signore del Cielo e della Terra, e di questa Venerabile Loggia di Ark Mariners, aperta sul Ramoscello di Ulivo.

Nella successiva Lettura, Noè intrattiene il neofita sulle origini del grado, del quale siamo debitori (…) a Hiram di Tiro, che ne aveva ricevuto la conoscenza indipendentemente da Re Salomone, e tramite un diverso canale. Da questo passa all’illustrazione degli attrezzi, e infine abborda un tema di grande importanza simbolica (al quale Giovanni Domma ha già accennato in un suo articolo) : ovvero che i tre angoli del Triangolo Equilatero sono Bellezza, Forza e Sapienza, e i suoi lati rappresentano Dio nella sua triplice relazione di Auto-esistenza, Rivelazione e Redenzione.

E’ questo il rituale più antico che si conosca nel quale le valenze della ritualità noachita sul piano della trasmutazione interiore siano esplicitamente dichiarate, e fa riflettere il fatto che vi si alluda in forma anche più estesa di quanto non risulti nel rito attuale.

Si passa poi alla Chiusura, che dopo i consueti dialoghi tra Noè e i suoi figli è caratterizzata da un unico e violentissimo colpo di Maglietto, significante ancora una volta che l’Arca ha preso terra.

Si conosce paradossalmente molto di più sui primordi del Cavaliere Prussiano e dell’Ark piuttosto che su quelli del RAM, da essi derivato. Fu infatti solo negli anni settanta dell’Ottocento, quando la Grand Lodge of Royal Ark Mariners confluì nella Massoneria del Marchio, che gli storici poterono accedere agli archivi di questo piccolo e geloso corpo rituale, che a partire dal 1813 aveva portato avanti i suoi lavori all’insegna della segretezza più esagerata.

Da essi risultava che la Grand Lodge sarebbe stata ricostituita a Londra nel 1772. Era una data sorprendentemente antica, che molti studiosi pongono in dubbio tuttora : altri però si domandano se la ricostituzione non sarebbe potuta avvenire sulla base di una patente canadese riportata in Inghilterra da Thomas Dunckerley (vedi in proposito il nostro articolo : Thomas Dunckerley : un Massone dimenticato), rammentando pure che John Knight – uno dei Fratelli citati negli annali del Cavaliere Prussiano praticato in Cornovaglia – era suo amico, e spesso in quegli anni si recava a Londra per lavorare con lui.

Si sa comunque che a Portsmouth, città natale di Dunckerley, una qualche forma di Ark era praticata fin dagli anni ottanta ; e così pure a Bath, altra città che lui frequentava.

Nel 1790, nelle cronache della città di Ipswich, è citato Noah Sibly, (che) aveva stabilito un club o società in una casa di Saint Clement’s, pretendente di essere un ramo particolare della Massoneria detto dei Buoni Samaritani o Ark Masons (…). Le loro (…) processioni (si svolgevano) attraverso varie vie della città, con un modello dell’Arca di Noè, una gran varietà di insegne e stendardi (…) ed erano precedute da una banda di suonatori.

Questo Noah Sibly si chiamava, in realtà Ebenezer Sibly : nato a Bristol probabilmente nel 1754, fu studioso swedenborghiano, astrologo, neotemplare, Massone Antient e discepolo di Dunckerley. Alla sua morte, avvenuta nel 1800, è citato nel necrologio che era anche noto come Father Noah.

Nel 1861 fu ritrovata una parte del rituale che veniva lavorato a Ipswich : è quella che gli storici considerano oggi la più antica testimonianza della pratica del RAM propriamente detto.

E’ intestato così :

Royal Ark Lodge of the (Pillar) of an ARK MASON

Laid open in the form of a LECTURE as handed down from Noah to the present time and carefully transcribed from Ancient Records

By Ebenezer Sibly, D(eputy) G(rand) N(oah), 1790.

Questo documento comprende :

1 – Il testo di una Lettura in pieno stile Dunckerley : parte dalla Geometria, per poi dilungarsi sull’influenza esercitata da Noè e dai Noachidi su varie antiche civiltà ; si passa poi a Isaia 54 : 8-10, infine il Master Noah illustra brevemente ai Fratelli il simbolismo del Triangolo.

2 – Alcuni cenni sulla preparazione del Candidato : viene detto che gli sarà fatto indossare un grembiulino di pelle d’agnello, nonché bisognerà informarlo che presso i Royal Ark Mariners non si usano gli attrezzi della muratoria, ma quelli della carpenteria – Ascia, Saracco e Trapano (Axe, Saw and Auger).

3 – Un Catechismo, dove si accenna all’accoglimento del Candidato sulla punta di un Triangolo e si descrivono procedure, parole di passo e segni in gran parte coincidenti con quelli odierni.

Su un foglio a parte è raffigurata un Arca recante un Triangolo sul tetto, e più sotto un’interessante raffigurazione di come la figura dell’Arca possa essere trasposta nei simboli della Loggia.

E’ accluso anche un passaporto in bianco, recante come intestazione due simboli : primo, l’Arca che naviga sotto l’Arcobaleno, con la Colomba in volo ; intorno all’Arcobaleno sta scritto “Royal Ark Mariner Lodge”, e sotto “N° 9”. Secondo : un Triangolo suddiviso internamente in altri sette, con tre Lettere inserite nei tre triangoli inferiori.

Tutto questo è sufficiente per far concludere agli studiosi che, salvo alcuni dettagli mutuati successivamente da altre forme rituali (tra i quali il più importante è il simbolo della Pietra di Porfido), più di duecentoventi anni fa i tratti generali del RAM erano quasi completamente identici a quelli di oggi.

Negli anni novanta ci sono varie testimonianze di tornate del RAM svolte a Londra ; per alcune è documentata la partecipazione di Dunckerley in qualità di Grand Commander. Morì nel 1795 dopo aver designato Silby come suo successore, e questi a sua volta nominò un nobile, Lord Rancliffe : eloquente testimonianza che il grado era ormai uscito dalla fase pionieristica e stava decollando.

Del 1797 la più antica testimonianza della sua presenza in Scozia : il RAM veniva considerato l’11° grado di un sistema rituale in 31 gradi, in uso presso l’Early Grand Encampment neotemplare.

Anche questo RAM scozzese è molto vicino al rituale contemporaneo, salvo variazioni nel testo e piccole differenze : per esempio, l’ingresso del Candidato è affidato a Sem, e la parte in cui al Candidato viene fatto percorrere il Triangolo è molto più breve.

Inoltre, secondo Handfield-Jones, il Candidato indossava il grembiulino di agnello e portava a tracolla una banda verde, o con i colori dell’Arcobaleno. Poi, il Triangolo veniva tracciato sul pavimento con un gesso, e – soprattutto – la Pietra di Porfido non c’era.

In realtà, l’adozione di questo simbolo – tuttora assente dalle versioni scozzese e americana del RAM – è molto recente : può essere fatta risalire agli anni ottanta dell’Ottocento, ovvero dopo la fusione tra il RAM e la Gran Loggia del Marchio.

Per quanto la cosa possa essere sorprendente, le ragioni di un’aggiunta di tale rilievo non sono affatto documentate, e nell’ultimo ventennio sono state oggetto della massima curiosità da parte degli storici : così oggi non mancano le dotte dissertazioni che associano la Pietra di Porfido a un buon numero di pietre citate nella tradizione massonica, nella Bibbia e perfino nel… Talmud -nessuna, però, del tutto convincente.

L’ipotesi oggi più apprezzata è quella che ricollega la Pietra di Porfido del RAM a un’altra che era in uso in alcune versioni dell’Arco Reale prima della Union del 1813. Su quest’ultima, si diceva, il buon Patriarca Noè riposava quando ritornava giornalmente dalla sua pia fatica di costruire l’Arca, e quando finì la prese e la piazzò al centro dell’Arca. Con questa Pietra, come un’Ancora di Speranza, Noè ancorò l’Arca sul Monte Ararat ; poi, lui e la sua famiglia uscirono.

Su questa Pietra Noè presentò la sua prima offerta a Dio per ringraziarlo della propria salvezza, e volle che fosse posta nella valle dell’Ararat finché il primo dei suoi discendenti fosse stato ancora chiamato a viaggiare sulla terra o sulle acque…

Si tratta, come si vede, di un mito analogo a quello del Sepolcro di Adamo, e su come fosse entrato a far parte di un grado non noachita come l’Arco Reale si possono fare soltanto delle ipotesi :  avvenne probabilmente nel periodo di osmosi tra le versioni locali dei vari gradi che aveva caratterizzato il primo periodo della Atholl Lodge.

Ora, appare plausibile che la notizia della sua rimozione dall’Arco Reale post-Union avesse creato forte malumore tra gli Ark Mariners del 1813, già abbastanza indignati per l’emarginazione del loro grado, e che il ricordo di tale affronto si sia tramandato lungo l’arco del secolo ; e non ci sarebbe da stupirsi se, già prima degli anni ottanta, alla Grand Lodge of Royal Ark Mariners fossero pervenute proposte volte al recupero della Pietra di Porfido mediante la sua immissione nel patrimonio simbolico del RAM.

Se questo non fu fatto, le ragioni possono essere tante : può darsi legate alla volontà di non alterare il rituale, ma più probabilmente non si voleva rischiare di accendere una polemica con l’UGLE negli anni in cui il RAM, emarginato e debole, lottava per sopravvivere.

Ma dopo la fusione con il Marchio, quest’ultimo pericolo era venuto meno : ora il RAM poteva disporre non solo di solide strutture, ma anche di un rapporto con l’UGLE che – seppure ufficialmente inesistente – era di fatto improntato alla massima collaborazione.

Nell’UGLE stessa, l’approccio verso gli antient degrees era cambiato : non si guardava più ad essi come a un pericolo, ma come a gloriosi ricordi storici da tutelare.

Suona quindi molto probabile che gli Ark Mariners degli anni ottanta, quando l’alleanza col Marchio offrì loro l’occasione di risistemare il rituale in forma definitiva, abbiano approfittato dei buoni agganci della Gran Loggia del Marchio con l’UGLE per informarsi discretamente se, nell’ambito dell’Arco Reale, il loro …scippo della Pietra di Porfido avrebbe destato contrarietà ; e rassicurati che furono, l’abbiano innestata nel RAM senza troppa pubblicità, salvando in questo modo dall’oblio un altro importante frammento della ritualità noachita.

Concludiamo con un tratto che nessun autore massonico ha mai rilevato : ovvero, che è di porfido il sarcofago di Federico II di Svevia, conservato nella Cattedrale di Palermo.

Non volendo prestare il fianco alle accuse di troppa immaginazione di cui spesso gli storici dell’esoterismo sono fatti oggetto, ci saremmo astenuti dallo scriverne, non fosse per il legame tra il simbolo della Pietra di Porfido e il Sepolcro di Adamo.

Federico II fu l’ultimo condottiero cristiano a conquistare Gerusalemme ed esserne incoronato Re ; nel diciottesimo secolo, però, era soprattutto celebrato come uomo di cultura e pioniere del progresso, per essere stato un fautore dell’unificazione dei popoli e per essersi energicamente opposto allo strapotere della Chiesa.

E’ così assurdo supporre che nel diciottesimo secolo qualche Massone tedesco (notevole era la presenza dei gradi noachiti in Germania) possa avere pensato a lui come a un Adamo dei tempi nuovi ?

 

 

 

IL GRAN CONSIGLIO DEL CORK

DIPLOMA CORK SCHELETRO - Copia

Durante le mie ricerche Massoniche , mi sono imbattuto nel Gran Consiglio del CORK, sono sicuro che il 99 per cento dei fratelli Massoni si domanderanno che cos’è, e bene lo possiamo definire il grado allegro della Massoneria dei Maestri Muratori del Marchio, in quanto viene conferito con una speciale cerimonia dopo la tornata durante l’agape.

Andiamo per ordine, poichè è un argomento sconosciuto e poco praticato è giusto che incomincio illustrando brevemente la storia di questo allegro e piacevole grado: si cominciò a parlare del grado del Cork alla fine del XVIII secolo quando lcuni esperti Massoni non disdegnavano di divertirsi piacevolmente,al termine dell’Agape, praticando il rituale del Grado Cork e conferendolo ad altri Fratelli.

Il Supremo Consiglio di Londra che tratteggia appunto i primi cento anni di vita del Supremo Consiglio Inglese. Nella seconda metà del XIX sec. questa organizzazione ebbe frequenti contrasti con altri corpi massonici per controversie di giurisdizione territoriale.

Conseguenza di ciò fu la richiesta, al Gran Segretario Generale, di definire quali gradi fossero compatibili con il Rito Scozzese Antico ed Accettato ed in particolare, nel 1890, molte di queste richieste riguardavano proprio il Grado Cork,  le risposte di Hugh Sandeman, (Gran Segretario Generale 1880-1895) indicano come il Cork venisse giudicato solamente come un piacevole momento di comunione. dalla corrispondenza del Fratello F. C. Murray (1894) si deduce che lo stesso Sandeman era stato probabilmente l’autore del Rituale

di Giovanni Domma

Rumore di metalli in Massoneria

Ci siamo sensibilmente allontanati dallo spirito iniziatico, dai principi fondamentali. Il lento e duro apprendimento che caratterizzava la Massoneria di un tempo è stato sostituito da un veloce accesso a titoli ridondanti e altisonanti, svuotati del loro senso. Questa è senza dubbio la “via” più lusinghiera per l’ego ; ma poi ?

Vorrei ricordare, a me stesso per primo e poi a tutti i Fratelli che sognano di essere grandi, che siamo muratori ; naturalmente, anche un muratore può essere grande, ma sono i suoi Fratelli i soli accreditati a riconoscerlo come tale, e questo basandosi sulla qualità del suo lavoro.

La sola grandezza è relativa all’elevazione spirituale e all’avanzamento iniziatico, che si poggiano sul lavoro, l’umiltà, la tolleranza ed il dovere.

Si è grandi non perché si sia superiori agli altri, ma perché si è in grado di aiutarli, guidarli e amarli.

Si è grandi se sappiamo meritare la dignità del grado da noi raggiunto accompagnando nella loro crescita quanti ci seguono nel cammino, largendo a piene mani conoscenza, benevolenza e saggezza.

Un tempo, l’Articolo V dei Doveri di un Libero Muratore recitava così :

Nessuno deve manifestare invidia per la prosperità di un Fratello, né soppiantarlo o fargli togliere il suo lavoro se egli è capace di compierlo ; nessuno può finire il lavoro di un’altro per utile del committente, se non ha piena conoscenza dei progetti e dei disegni di colui che lo ha cominciato.

In una Istituzione come la Massoneria, non bisognerebbe consentire a sé stessi che il naturale bisogno di affermarsi nella vita profana si trasformi in desiderio di apparire ; si dovrebbe piuttosto gioire del fratello più preparato e capace, ma non tutti – purtroppo – hanno la maturità di capirlo.

Allora si sviluppano difetti come l’invidia e la maldicenza : in queste brevi riflessioni cerco a modo mio di comprendere tale fenomeno, e di fornire anche qualche spunto che valga a contrastarlo.

La “sciamanica” riluttanza manifestata dal mio amico Daniele Mansuino a trattare in questa rubrica temi di carattere morale trova, è vero, conforto nell’opinione di molti importanti autori, per i quali il piano esoterico e quello morale debbano essere nettamente separati, ma non sempre purtroppo ha lo stesso riscontro nella realtà.

In tutte le forme di esoterismo organizzato, e purtroppo in Massoneria più che altrove, il solo fatto che uomini debbano lavorare sotto lo stesso tetto è portatore, sì, di Fratellanza e letizia, ma anche inevitabilmente il veicolo per la manifestazione di quelle emozioni negative che, dalla corruzione di Eva e Adamo in poi, sono sempre state le compagne indesiderate del percorso umano.

Se ho scritto in Massoneria più che altrove è perché, innegabilmente, c’è un abisso tra i costrutti etici collegati al simbolismo muratorio e la loro applicazione quotidiana nel lavoro delle Officine : abisso la cui esistenza non è soltanto da imputare alle limitazioni umane, ma anche al percorso storico attraverso il quale il nostro simbolismo si è formato.

Al tempo degli Operativi, la dura fatica delle braccia valeva a bruciare le emozioni negative nel lavoro, e la legge dell’Uguaglianza che governava il lavoro nelle Cave e dei Cantieri imponeva a tutti di sacrificare i propri sentimenti egoisti, immolandoli alla santità della Grande Opera che era lo scopo comune. Non era vissuta come necessaria, a quei tempi, l’elaborazione di un corpo etico di valori che costituisse una specificità della Muratoria : la semplice applicazione dei più puri precetti cristiani era di regola sufficiente a garantire la piena armonia. Molte leggende massoniche, come quella di Hiram, testimoniano di quanto lo scandalo fosse grande ogni volta che la legge della Fratellanza veniva violata, e il loro senso simbolico intreccia indissolubilmente i valori etici a quelli spirituali senza nessun bisogno di rimarcare i primi con un’enfasi indebita, né di prenderli a pretesto per l’elaborazione di sistemi etici filosoficamente più complessi della pura, semplice e tradizionale legge del lavoro.

Del tutto diversa, come sappiamo, fu fin dai primordi la situazione della Massoneria speculativa : era fatale in un certo senso che le energie dei Fratelli, compresse dall’inerzia fisica, inacidissero in una certa misura per scaricarsi nella discordia. I grandi conflitti che segnano la storia della nostra Istituzione fin dal Settecento ne sono la testimonianza : sempre di più, la stolta voglia di pochi Fratelli di primeggiare e sugli altri e imporre le proprie idee individuali diventò un veleno destinato ad amareggiare l’onesto e umile lavoro di tanti bravi Massoni.

Inoltre sul lavoro muratorio vennero a innestarsi, come era inevitabile, diverse interpretazioni culturali, filosofiche, politiche ecc. che se da un lato giovarono a facilitare la penetrazione della Massoneria nei più diversi ambienti dall’altro portavano come inevitabile conseguenza un aumento delle discordie.

Così, per esempio, quell’impagabile strumento di lavoro speculativo che è il dibattito in Loggia, concepito come metodo di scambio, ispirazione, reciproco arricchimento con la meditazione comune sui simboli massonici, diventò per molti una sorta di passerella dalla quale imporre fastidiosamente agli altri le proprie idee, e pavoneggiarsi esponendo provocatoriamente le proprie presunte qualità intellettuali. Come può non nascere la discordia da atteggiamenti del genere, volti a destare autentici focolai di invidia e maldicenza ?

Entro certi limiti, l’invidia – se imbrigliata entro i limiti di un sano desiderio di emulazione – è un utile stimolo, che porta a aguzzare l’ingegno per migliorare sé stessi, sviluppando lo spirito di iniziativa : la maggior parte di noi, fortunatamente, appartiene a questa categoria degli invidiosi “buoni”, intenti a lavorare sulla pietra del proprio talento per il bene comune. Molte lodevoli iniziative nascono così, da un innocente desiderio di riconoscimento personale associato a nobili fini.

Ma quando invece l’invidia cessa di essere uno strumento di crescita e si fa avida, quando aspira segretamente addirittura a voler spegnere le gioie altrui, diventa un cancro che rode l’anima e la spinge in balia della cattiveria più sfrenata. Si perde il senso della realtà ; si sogna di togliere agli altri quello che la nostra delirante immaginazione suppone sia nostro di diritto, regredendo in questo modo agli aspetti più irrazionali della mentalità infantile – forse al trauma mai rimosso di qualche bambino che aveva giocattoli più belli dei nostri.

Allora, l’invidioso vive continuamente sospeso tra rabbia e ammirazione, ostilità e desiderio. Di norma è una persona con forti tendenze competitive, desideroso di attirare l’attenzione, migliorare la propria posizione nel lavoro e nella società, guadagnare molto denaro. I successi conseguiti dagli altri lo disturbano, essere testimone delle loro vittorie implica automaticamente il desiderio di sostituirsi a loro.

Certo, un tale comportamento implica anche una forma di difesa : l’invidioso soffre irragionevolmente e non vuole più soffrire. Questo è legittimo, ma la ragione potrebbe offrirci strade migliori per sfuggire alla trappola dei nostri risentimenti, ridicolizzandoli mediante la rivelazione della loro assurdità. Perché l’invidioso non vuole ascoltare la sua voce ?

Un’altra attenuante che bisogna riconoscergli è che, spesso, vorrebbe sfuggire al confronto – stando lontano dalla persona che involontariamente è causa del suo male – ma non può : la situazione non lo consente, le mille pressioni che la società impone a tutti noi gli impongono di vederlo ogni giorno, magari forzandolo a trascorrere con lui molte ore.

Può darsi pure che, al principio, il potenziale invidioso sia abbastanza intelligente da capire che porsi in competizione con una data persona sia per lui una scelta tatticamente errata, perché in quello specifico campo non è il grado di reggere il confronto ; può darsi pure che per un po’ riesca efficacemente a consolarsi pensando che sì, in quello specifico campo quella persona è migliore di lui, ma che lui in compenso se la cava meglio in tante altre cose…. Ma come fare se proprio in quello specifico campo è forzato a misurarsi con lui sul lavoro, o nello sport, o in qualunque altra situazione ? Come fare se gli ossessivi stimoli alla competizione che pervadono la nostra società prendono il sopravvento ?

In verità, viviamo davvero in un mondo che ci spinge a superare sempre i nostri limiti, e ci loda solo nella misura in cui riusciamo a farlo. Questa, tra l’altro, è anche la ragione per cui l’invidioso starà sempre bene attento a non farsi individuare, e farà carte false pur di nascondere i suoi veri sentimenti : perché ammetterli equivarrebbe ad ammettere il proprio senso di inferiorità, e sarebbe la fine – come avviene nel pollaio quando una gallina è debole e malata, tutti gli esseri come lui gli salterebbero addosso per farlo a pezzi.

E’ una grande sventura per coloro che sono costretti a vivere situazioni del genere senza che la natura li abbia provvisti della forza interiore necessaria a sopportarle : la costante pressione allora cresce e sconquassa la struttura dell’anima, e la quotidiana necessità di confrontare il nostro comportamento con quello altrui finisce per diventare un supplizio insopportabile. Da questo punto di vista, possiamo ben dire che l’invidioso è una vittima, meritevole di tutta la nostra comprensione e pietà ; ma purtroppo, il male che riesce a fare è talvolta tanto grande da far passare queste considerazioni in secondo piano.

Tra l’altro, la sua fissazione si sviluppa non solo nei confronti delle persone che conosce direttamente, ma anche contro estranei, pur non sapendo nulla del loro percorso e delle qualità personali che li hanno resi degni del successo : a questo proposito sviluppa inevitabilmente un pregiudizio di condanna, dando per scontato che le loro vittorie sono frutto della fortuna o di agevolazioni di cui lui non ha goduto.

Si inventa allora dei pretesti per potersi lamentare della persona invidiata, senza sapere che la loro origine si trova in realtà nel suo inconscio : è dei propri limiti, non di quelli dell’altro che sta parlando.

E magari l’invidioso desiderasse soltanto essere al suo posto ! No, questo non gli basta : sogna in silenzio che chi ai suoi occhi è più fortunato sia vittima di una sconfitta, godendo nell’immaginare il suo insuccesso e la sua umiliazione. A questi livelli, l’invidia trasborda addirittura nell’odio e raggiunge i confini di una vera e propria malattia della mente.

Queste forme estreme di invidia possono causare in chi ne viene aggredito sintomi paragonabili a quelli di certe malattie : prostrazione, comportamenti irragionevolmente aggressivi, mania di persecuzione. Lo sforzo di danneggiare la persona invidiata non conosce allora più nessuna barriera : in tutte le circostanze, anche le più socialmente inopportune, l’invidioso può scatenarsi contro di lui in perfidi e immotivati attacchi, al solo scopo di umiliarlo pubblicamente e godere della sua confusione.

E’ come se gli dicesse : tu sei la testimonianza vivente che io valgo poco, e questo mi causa dolore ; quindi devo gridare forte che tu vali ancora meno di me, che sei piccolo e ridicolo, e la sofferenza che ti causerò allevierà il mio dolore.

Per mezzo di pseudo – giustificazioni di questo genere, l’invidioso si rafforza sempre di più nella segreta convinzione che danneggiare il prossimo sia un suo diritto. Diventa sempre più sottile nell’elaborazione di astuti piani volti a creare danno in modo indiretto, ma non per questo meno nocivo, conditi di machiavellici accorgimenti che gli consentono di uscirne sempre con le mani pulite, senza che nessuno possa accertare la sua responsabilità.

Questi piani spesso hanno il fine di precludere al rivale la disponibilità del bene che ha scatenato l’invidia – sia esso l’amore o la stima di una più persone, o un successo professionale, o un beneficio economico o una carica ; fare la spia, corrompere, calunniare, perfino compiere ogni sorta di atti contro la legge, tutto pare lecito all’invidioso nella sua ossessione di spogliare l’avversario, turbare la sua quiete, devastare il suo campo.

Inutile rilevare quanto sia goffo e deleterio è il suo tentativo di recuperare l’autostima abbattendo quella degli altri, perché i fenomeni di questo genere sono contagiosi, e se la discordia si diffonde la diffidenza e la depressione contageranno tutti, e la caduta di credibilità sarà generale : pensando alla nostra Istituzione, quante Officine sono finite così ?

Ma forse l’invidioso, più o meno consciamente, mira proprio a questo : se lui non può primeggiare, muoia Sansone con tutti i Filistei. Va in giro così, spargendo il suo veleno tra i Fratelli che si fidano di lui e mascherando la propria opera malefica dietro a un sorriso.

La maldicenza, purtroppo, è ovunque attorno a noi. A seconda della qualità dell’invidia che l’ha generata, può presentarsi sotto diverse manifestazioni : dal semplice pettegolezzo – il piacere, tutto sommato innocente, di mostrarsi al corrente di eventi che il prossimo non conosce – il quale però può diventare involontariamente pericoloso se non riflettiamo bene sulle possibili conseguenze della notizia che stiamo diffondendo.

Una forma di maldicenza molto particolare è quella che ha per vittima persone gerarchicamente al di sopra di noi, che può contare su ampi margini di impunità dovuti al fatto che tutti siamo disponibili a invidiarle almeno un po’. Ben pochi tra i potenti ne sono immuni : per esempio, si salvano in genere quelli che rispondono al modello del “padre della Patria” – le persone avanti in età che stanno al potere ormai da così tanto tempo da essere riuscite a porsi psicologicamente “fuori della mischia”, facendosi accettare come modelli di comportamento – chi cercasse di calunniarli farebbe allora una figura ben meschina, e la sua malignità sarebbe immediatamente chiara a tutti.

Ne sono immuni anche i dittatori senza scrupoli, i prepotenti sempre pronti alla rappresaglia, quelli che incutono timore : chi si sente spinto a calunniarli allora si trattiene, ricordandosi per tempo che il potere ha mille orecchie e temendo l’effetto boomerang che ne può derivare.

Guai invece alle persone spensierate e sincere, quelle contente della propria vita e per nulla inclini a pensar male degli altri : questa è la vittima perfetta, anche perché l’idea che qualcuno possa tramare alle sue spalle è completamente estranea alla sua mentalità, ed è molto facile che trascorrano mesi e anche anni prima che si accorga che hanno già scavato la fossa ; e quando se ne accorgerà sarà tardi, perché – come recita il malefico precetto attribuito, forse erroneamente, a Goebbels : calunniate, calunniate… qualcosa resterà.

E’ davvero un triste momento quando ci capita di incontrare , il più delle volte, nella Sala dei Passi Perduti, qualche personaggio losco, viscido, vile e cattivo, che – del tutto dimentico dei Cinque Punti della Fratellanza, e venendo meno alla Promessa Solenne che un giorno ha prestato – ti si avvicina per rovesciarti addosso il suo veleno, dicendoti cose che fanno arrossire riguardo a un Fratello.

Certamente la maldicenza ed il maldicente rivelano un aspetto ripugnante dell’essere : come è possibile che un uomo possa trovare diletto nell’offuscare la reputazione di chi lo circonda, nel distorcere la verità, nel frantumare la serenità dell’esistenza altrui ?

Cosa mai ci si può aspettare da esseri di questo genere, che non meritano di essere definiti con altri aggettivi salvo maldicenti e vigliacchi, perché non conoscono nessun altro modello di comportamento ?

Carissimi Fratelli, cerchiamo di avere il coraggio delle nostre azioni : se si avvicinano a noi, allontaniamoci subito da loro. O se vogliamo fare del bene (assumendoci, in questo caso, notevoli rischi e pericoli), invitiamoli fermamente a recarsi subito dal Fratello che stanno calunniando (se necessario, possiamo accompagnarceli noi) e operiamo affinché abbiano subito un colloquio chiarificatore e risolutivo, che si concluda con un triplice fraterno abbraccio.

Purtroppo, mio malgrado devo registrare che non tutti i Fratelli hanno il coraggio di comportarsi così : c’è sempre qualcuno – per fortuna, una minoranza – che vanno dietro al maldicente ascoltando tutte le sue calunnie, quasi che ne provasse piacere, e provvedendo coscienziosamente a diffonderle di bocca in bocca, causando spesso danni irreparabili al Fratello che, per sua sventura, si è reso incolpevolmente degno degli strali dei maldicenti.

A tutti costoro vorrei dire : ricordiamoci sempre che la maldicenza e il maldicenti danneggiano l’immagine dell’Istituzione Massonica ancora di più di quanto non possano fare gli attacchi della Chiesa e del mondo profano. Possono distruggere in un attimo lavori portati avanti per tanto tempo con  stima reciproca, amicizia e affetto. Offendono i landmark, affievoliscono gli eggregori, contaminano il Tempio. Ci privano di tutti i doni che possono derivare dalla Fratellanza e dall’Unione.

La vita di un’Officina può allora diventare molto difficile, se non impossibile. Il clima di serenità si interrompe, i rapporti d’amicizia inaridiscono per la diffidenza e il timore. La maldicenza è un frutto perverso che impedisce di esercitare uno dei valori di cui la Massoneria va più fiera, ovvero la Libertà.

Non bisogna, del resto, pensare che i problemi sollevati dall’infuriare dei cattivi sentimenti non abbiano destato nell’ambito dell’Istituzione massonica importanti reazioni, alcune delle quali registrate anche a livello storico.

Per esempio, nella Massoneria settecentesca, una notevole corrente di pensiero sosteneva la necessità di una rivisitazione dell’etica cristiana in senso esoterico, e tra gli argomenti in favore un posto importante era occupato dalla considerazione che essa avrebbe contribuito a purgare i rapporti tra i Fratelli dal tarlo dell’ipocrisia.

Innanzitutto, non facendone uso come di uno strumento polemico, fomentando in questo modo lo scontro tra deisti e teisti, tra cristiani o agnostici, tra materialisti e spiritualisti, tra atei e credenti e così via ; ma partendo dall’idea che, nell’arco di quasi due millenni, il simbolismo alchemico/ermetico della Grande Opera si era innestato sulle tematiche introdotte dal Cristianesimo in modo tanto indissolubile (vedi ad esempio le scuole gnostiche) da renderne possibile l’utilizzo in termini esoterici : considerando quindi l’etica cristiana come una forma di estensione del simbolismo massonico, anziché viceversa.

Molti importanti esoteristi, come Martinez de Pasqually, Cagliostro, Willermoz, Saint Martin eccetera, diedero voce a questa corrente che – purtroppo – era destinata dai rivolgimenti della storia a sostenere nella storia della Massoneria un ruolo sempre più marginale. Ma può essere interessante concludere questo modesto lavoro con una breve rivisitazione del tema dell’invidia come venne interpretato dall’ultimo, grande esponente di questa scuola oggi quasi estinta : il Fratello Robert Ambelain (1907-1997), nel suo capolavoro L’Alchimia spirituale.

Nella Qabbalah ebraica, è detto che all’Albero della Vita (Otz Chiim) corrisponde nel mondo manifestato il Piccolo Albero di Vita, che si chiama Kallah, “la Fidanzata”. Rovesciato e in opposizione a lui, corrisponde il Piccolo Albero di Morte, “la Prostituta”, Quliphah.

Sull’Albero della Vita fioriscono e raggiano le Sephirot o sfere della manifestazione evolutiva. Sull’Albero della Morte fioriscono e raggiano le Quliphot o sfere della manifestazione involutiva.

E’ dunque evidente che alle sette Virtù essenziali (quattro cardinali e tre teologali) corrispondono sette Virtù (dal latino virtus = potenza) opposte. Sono i sette peccati capitali (…): l’Avarizia, la Ghiottoneria, la Lussuria, la Pigrizia, l’Invidia, la Collera e l’Orgoglio (…).

L’Invidia porterà lo pseudo-iniziato a fargli desiderare, non solo i primi posti o i falsi onori, ma pure non esiterà a far ritardare, magari a impedire, l’avanzamento degli altri, se egli indovina in questi ultimi una superiorità che può eclissare la sua.

Passerà sotto silenzio le dottrine, gli insegnamenti, i libri e gli avanzamenti suscettibili di nuocere al suo interesse. Non avrà tregua di possedere tutto ciò che gli altri posseggono, considerando un’offesa il fatto che ci sia qualcosa che egli non possiede, anche se in anticipo è ben deciso a non servirsene, pure se vi è intellettualmente opposto.

(Alchemicamente) l’Invidia corrisponde al principio del Sale e si oppone alla Carità (…).

Ambelain passa poi ad illustrare come, per mezzo del Vetriolo filosofico, l’Alchimista spirituale possa ottenere la trasmutazione dei peccati nelle loro virtù corrispondenti : per cominciare il lavoro gli occorrerà tutta una serie di attrezzi, i cui principali sono il Silenzio, la Solitudine, la Fame, il Digiuno e la Veglia… sinceramente, migliori medicine per gli invidiosi non saprei indicare

O meglio : sì, un’altra. Per superare l’invidia, occorre conoscere l’Amore : bisogna veramente saper gioire del successo dell’altro, in tutta sincerità, senza riserve né ipocrisie. Succede più facilmente se si collabora attivamente alla costruzione di tale successo : soltanto in questo modo riusciremo a viverlo come se fosse anche nostro, e il nostro contributo al bene e al progresso dell’umanità sarà riconosciuto ed apprezzato da tutti i Fratelli.

Allora l’Amore che avremo investito sarà ricambiato con gli interessi, e ci sarà rivelato un altro dei mille segreti della Massoneria : che la porta del Tempio può essere, per il Fratello che sa varcarla con  lo spirito giusto, anche la porta della più sconfinata Felicità.