Cenni di storia del RAM

Il termine Noachita (o Noachida) risale alla prima metà del Settecento ; per esempio, fu usato dal Gran Segretario della GLDI John Revis in una lettera del 1735, nel periodo in cui la riforma hiramita stava cancellando le tracce delle antiche forme di terzo grado.

Scese il silenzio sui Noachidi (considerati “eversivi” dagli hiramiti) dal 1738 al 1754, quando la polemica tra Antients e Moderns divenne più dura. In Scozia, fin da quegli anni si era intrapreso il difficile percorso di non contrariare troppo i potenti Fratelli inglesi, mantenendo aperta nel contempo una via scozzese alla Massoneria che consentisse di salvaguardare il più possibile le antiche forme rituali. E’ quindi un altro segno dei tempi l’elaborazione definitiva – probabilmente messa a punto negli anni quaranta – dello Knight of the Rosy Cross: il celebre secondo grado dell’Ordine Reale di Scozia, nel quale gli eventi del Diluvio sono abbondantemente citati.

Nella Athol Lodge creata dagli Antients venivano praticati in origine numerosi antient degrees noachiti, tutti però riconducibili a due forme principali : il Cavaliere Prussiano e l’Ark.

Solo verso la fine del diciottesimo secolo il RAM prese forma da loro, mediante uno spontaneo processo di accorpamento. Si conosce paradossalmente molto di più sui primordi del Cavaliere Prussiano e dell’Ark piuttosto che su quelli del RAM, da essi derivato. Fu infatti solo negli anni settanta dell’Ottocento, quando la Grand Lodge of Royal Ark Mariners confluì nella Massoneria del Marchio, che gli storici poterono accedere agli archivi di questo piccolo e geloso corpo rituale, che a partire dal 1813 aveva portato avanti i suoi lavori all’insegna della segretezza più esagerata.

Nel 1861, venne ritrovata in Inghilterra una parte di un rituale che veniva lavorato a Ipswich : “Royal Ark Lodge of the (Pillar) of an ARK MASON”, By Ebenezer Sibly, D(eputy) G(rand) N(oah), 1790.

E’ quella che gli storici considerano oggi la più antica testimonianza della pratica del RAM, e il suo esame è sufficiente per far concludere che più di duecentoventi anni fa i suoi tratti generali erano quasi completamente identici a quelli di oggi.

  (di Daniele Mansuino  e Giovanni Domma)