Il simbolo massonico del Passaggio del Fiume- seconda parte di Daniele Mansuino e Giovanni Domma

           

                                                              Il simbolo massonico del Passaggio del Fiume–  Seconda parte

                                                               di Daniele Mansuino e Giovanni Domma

 

Nell’articolo del mese scorso abbiamo enumerato le nozioni di carattere generale che possono essere utili a comprendere il senso esoterico del Passaggio del Fiume, ed abbiamo sommariamente dato conto della presenza di questo simbolo in alcune antiche versioni del Marchio.

Questo mese, per completare il discorso, accenneremo al suo rapporto con l’Arco Reale, ed a come – varcata la Manica – prese piede nelle Massonerie latine.

SuiPerfezionamenti del grado di Maestro legati all’Arco Reale ci siamo già ampiamente diffusi nella serie di articoliMassoneria: riti magici per cambiare il mondo; è quindi il caso di riprodurne qui soltanto uno, quello nel quale il Passaggio del Fiume viene materialmente effettuato.

Il rito viene celebrato non nel Tempio, ma nella Sala dei Passi Perduti, nella quale i Fratelli hanno installatoil piccolo Ponte su cui il Candidato dovrà transitare.

Due Guardie Ebree sono collocate, a poca distanza l’una dall’altra, dalla parte ebraica del Ponte; due Guardie Persiane sono di stanza sul lato opposto.

Guida (al Candidato): Raggiungeremo tra poco la riva del Grande Fiume, che funge da frontiera tra il resto dei domini persiani e il territorio ebraico governato dal Satrapo Tattenai, assistito dal suo vice Shetharboznai.

Il Candidato, che impersona Zorobabele, si avvicina al Ponte accompagnato dalla sua Guida, e viene affrontato dalla Prima Guardia Ebrea.

Prima Guardia Ebrea: Chi va là?

Guida: Zorobabele, un amico.

Prima Guardia Ebrea: Fatti avanti, amico, e dammi la Parola di Passo.

Dietro suggerimento della Guida, il Candidato glie la fornisce.

Prima Guardia Ebrea: Passa, Zorobabele.

Lo stesso dialogo si ripete, più vicino al Ponte, con la Seconda Guardia Ebrea.

Guida:Compagno Zorobabele, siamo arrivati sulla riva del Grande Fiume. Non posso accompagnarvi oltre, è necessario che attraversiate il Ponte da solo. Comportatevi bene, e la vostra impresa avrà successo.

La Guida si ritira. Il Candidato attraversa da solo il Ponte. Appena ha messo piede sul lato persiano, la Prima Guardia Persiana lo affronta. A poca distanza c’è il Maestro della Fanteria, che assumerà d’ora in poi il ruolo della Guida e gli suggerirà le risposte, oppure parlerà in sua vece.

Prima Guardia Persiana: Chi va là?

Maestro della Fanteria: Zorobabele, un amico.

 Prima Guardia Persiana: Fatevi avanti, e datemi la Parola di Passo.

Dietro suggerimento del Maestro della Fanteria, il Candidato ripete la Parola di Passo che aveva usato con successo sull’altra sponda.

Prima Guardia Persiana: Un nemico! Prendetelo.

Entrambe le Guardie Persiane afferrano il Candidato e lo disarmano.

Maestro della Fanteria: Perché questa violenza? Io non sono un nemico, ma un Principe della Casa di Giuda. Chiedo udienza al vostro Re.

Prima Guardia Persiana: Tu sei solo uno schiavo, e potrai apparire dinnanzi al nostro Sovrano se ti dichiari tale. Acconsenti?

Il Maestro della Fanteria acconsente per il Candidato. Le Guardie Persiane incatenano i polsi al Candidato, e tenendolo come un prigioniero attendono il segnale del Direttore delle Cerimonie per introdurlo nel Tempio/Sala del Trono.

Quando tutto è pronto, il Direttore – ottenuta l’approvazione del Sovrano Tre Volte Illustre, che dirige i lavori – socchiude la porta e invita le Guardie Persiane a tenersi pronte; subito dopo, la Sentinella batte dall’esterno Sette Colpi sulla porta in segno di allarme, e nella Sala del Trono il Capitano della Guardia si alza e va ad aprire.

Capitano della Guardia: Chi va là?

Sentinella: Un distaccamento delle Guardie di Sua Maestà ha catturato un nemico che afferma di essere un Principe di Giuda.

 Capitano della Guardia: Da dove viene?

 Sentinella: Da Gerusalemme.

 Capitano della Guardia: Qual è il suo nome?

Sentinella: Zorobabele. Egli sostiene di essere il primo tra i suoi simili per nascita, ma ora è schiavo e prigioniero della sventura.

Capitano della Guardia: E cosa desidera?

 Sentinella: Un incontro con Sua Maestà.

Capitano della Guardia: Che attenda con pazienza. Il Sovrano Maestro farà presto conoscere i suoi ordini.

Richiude la porta, e si rivolge al Sovrano Tre Volte Illustre: Un distaccamento delle Guardie di Vostra Maestà ha fatto un prigioniero che dichiara di essere un Principe di Giuda.

Sovrano Tre Volte Illustre: Signor Cavaliere Capitano della Guardia, dopo aver accertato che non porti armi su di sé potete farlo entrare.

Il Capitano della Guardia va ad aprire la porta; il Candidato e il Maestro di Fanteria fanno il loro ingresso tra le due Guardie Persiane. La Sentinella richiude la porta. I quattro vanno a schierarsi nel centro della Sala del Trono, rivolti all’Oriente; il Capitano della Guardia si dispone sulla loro destra, cioè a Meridione.

Sovrano Tre Volte Illustre: Signor Cavaliere Capitano della Guardia, costui non è affatto un nemico! Questi è Zorobabele, amico e compagno della Nostra giovinezza.

Zorobabele, avendo tu ottenuto di essere ammesso alla nostra presenza, ti chiediamo di dichiarare subito i motivi che ti hanno indotto a cercare di passar la frontiera senza il nostro consenso e con la forza delle armi.

 Maestro di Fanteria (per il Candidato): Grande e Potente Re, il nostro defunto Sovrano, Ciro il Grande, diede ai miei Compagni il permesso di ricostruire a Gerusalemme la Casa del Signore; ma i nostri nemici, con la forza e la prepotenza, hanno imposto la cessazione di quel grande e glorioso lavoro. Sono venuto quindi a implorare la clemenza di Vostra Maestà, per concedermi di poter riprendere quel lavoro come un servo della Vostra famiglia.

Sovrano Tre Volte Illustre: Zorobabele, ripenso spesso e con piacere ai giorni della nostra amicizia, e ho spesso sentito parlare con gran soddisfazione della tua fama di Massone saggio e compiuto. Anch’io nutro una profonda venerazione nei confronti di quella antica e onorevole Istituzione, e nutro un sincero desiderio di entrare io stesso, un giorno, a farne parte.

 Quindi in questo momento io accolgo la tua richiesta, ma a una condizione: che tu mi riveli i segreti della Massoneria, che distinguono gli Architetti ebrei da quelli di tutte le altre Nazioni.

Maestro di Fanteria (per il Candidato): Sovrano Tre Volte Illustre, quando il nostro Grande Maestro, Salomone Re di Israele, per primo istituì la Fratellanza dei Liberi e Accettati Muratori, ci ha insegnato che la Verità è un Attributo Divino e il fondamento di tutte le virtù: la prima lezione che impariamo in Massoneria è di essere uomini buoni e sinceri. Se l’unico modo per ottenere il favore di Vostra Maestà è in contrasto con i miei impegni più sacri e inviolabili, umilmente mi permetto di rifiutare la Vostra protezione, e prestarmi serenamente all’esilio o ad una morte gloriosa.

 Sovrano Tre Volte Illustre: Zorobabele, la tua virtù e integrità sono davvero encomiabili, e la tua fedeltà è degna di ogni lode. Da questo momento sei libero; Guardie, scioglietelo dalle catene (le due Guardie Persiane eseguono, per poi riprendere posizione ai fianchi del piccolo schieramento); e che quegli emblemi di schiavitù non rechino mai più onta alle mani di un Massone, e meno che mai ad un Principe della Casa di Giuda.

 Zorobabele, ti assegniamo un posto di rango e onore tra i Principi e i Governanti della Nostra Corte.

Il Capitano della Guardia conduce il Candidato e il Maestro di Fanteria a due seggi nella parte settentrionale dell’Oriente, dove prendono posto (il Maestro di Fanteria sulla destra del Candidato). Anche il Capitano della Guardia e le Guardie Persiane fanno ritorno ai loro posti e si siedono.

Sovrano Tre Volte Illustre: È costume di Re e Sovrani di questo Regno, da tempo immemorabile, di proporre – in occasioni speciali – un dibattito su una domanda determinata, e colui che verrà stabilito abbia dato la risposta più soddisfacente sarà vestito di Viola, potrà bere da una Coppa d’Oro e una Catena d’Oro gli sarà messa al collo.

 Ora, mi è venuta in mente una domanda che proporrò alla vostra discussione: Qual è la forza più grande, quella del Vino, del Re o delle Donne?

Il Maestro di Casa si alza e dà il Primo Segno: Sovrano Tre Volte Illustre, penso che il Vino sia il più forte (riprende posto).

Il Maestro della Cavalleria si alza e dà il Primo Segno: Sovrano Tre Volte Illustre, penso che il Re sia il più forte (riprende posto).

Il Maestro della Fanteria, a nome del Candidato, si alza e dà il Primo Segno: Sovrano Tre Volte Illustre, penso che le Donne siano le più forti; ma sopra ogni altra cosa, la Verità partorì la Vittoria (riprende posto).

Sovrano Tre Volte Illustre: Compagno Zorobabele, avete detto qualcosa di molto importante, al di là della questione che necessita di un ulteriore esame.

 Si continui il dibattito! Illustri Cavalieri, vi preghiamo di documentare le vostre opinioni. Maestro di Casa, vogliate cortesemente parlare per primo.

Il Maestro di Casa si alza e dà il Primo Segno: Principi e Governanti, pensate alla superiore forza che ha il Vino! Esso fa in modo che tutti gli uomini che hanno bevuto possano sbagliare, indifferentemente se si tratti di Re o di mendicanti, di servi o di uomini liberi, di poveri o di ricchi. Esso anche sa volgere i pensieri di tutti quanti in allegria e ilarità, in modo che nessun uomo più si ricordi dei suoi dolori e problemi; alza gli spiriti, solleva i cuori pesanti, e d’altra parte conduce un uomo a scordarsi dei suoi fratelli, a sguainare la spada contro i suoi migliori amici. O Principi e Governanti, non è forse il Vino il più forte se può farci fare queste cose? (dà il Primo Segno e si risiede).

Sovrano Tre Volte Illustre: Maestro di Casa, la vostra dichiarazione è saggia e bene argomentata, e riceverà la dovuta considerazione. Maestro della Cavalleria, siate voi ora a parlare.

Il Maestro della Cavalleria si alza e dà il Primo Segno: È fuori discussione, o Principi e Governanti, che Dio ha fatto l’uomo padrone di tutte le cose sotto il sole per comandare loro, farne uso, e applicarle al suo servizio come gli pare meglio. Ma mentre gli uomini hanno soltanto il dominio sulle altre creature sublunari, i Re hanno autorità anche sugli uomini stessi, e il diritto di governare a loro volontà e piacere. Ora, chi è maestro di coloro che sono maestri di ogni altra cosa? Nessuno ha potere su di lui (dà il Primo Segno e si risiede).

Sovrano Tre Volte Illustre: Quello che avete detto, Maestro di Cavalleria, è di grande importanza, ed è ben calcolato per sostenere la dignità e l’autorità del Trono. Ora, Compagno Zorobabele, volete difendere voi la vostra opinione?

Il Maestro di Fanteria si alza e dà il Primo Segno: O Principi e Governanti, la forza del Vino non può essere negata, e neppure quella dei Re, che unisce così tanti uomini in una comune fedeltà. Tuttavia, le Donne sono superiori a entrambi: anche i Re sono doni delle Donne, che sono anche le madri di coloro che coltivano i nostri vigneti. Le Donne hanno il potere di farci abbandonare il nostro Paese e le nostre relazioni, di farci dimenticare i migliori amici che abbiamo nel mondo, di abbandonare tutti i nostri vantaggi per vivere e morire con loro.

 Ma, detto questo: né le Donne né il Vino né i Re sono comparabili alla forza onnipotente della Verità.

 Come ogni altra cosa, anche la Verità può essere mortale e transitoria; ma chi vive per essa, può perseverare e conquistarla per sempre. I benefici che riceviamo da lei non sono soggetti a variazioni o vicissitudini del Tempo o della Fortuna: nel suo giudizio non c’è ingiustizia, Lei è la Sapienza, la Forza, la Bellezza, la Potenza e la Maestà di tutte le età.

 Sia benedetto il Dio della Verità! (Dà il Primo Segno e si risiede).

Il Sovrano Tre Volte Illustre si alza e punta lo Scettro in direzione del Candidato: Grande è la Verità, e potente sopra ogni cosa! Zorobabele, puoi chiedermi ciò che vuoi: io te lo darò, perché ti sei mostrato il più saggio tra i tuoi Compagni. Tu prenderai i tuoi pasti accanto a me, e sarai chiamato mio cugino (si risiede).

Il Maestro di Fanteria si alza e dà il Primo Segno: O Re, rammenta il voto da te prestato, di riedificare Gerusalemme fin dal giorno della tua incoronazione e di restituire gli oggetti sacri che ne vennero portati via. Tu hai anche promesso di costruire il Tempio, che fu bruciato quando Giuda venne devastato dai Caldei; ed ora, o Re, questo è quello che voglio da te, che tu mantenga il voto che con le tue labbra hai prestato al Re del Cielo (dà il Primo Segno e si risiede).

Sovrano Tre Volte Illustre: Zorobabele, sarà fatto; rispetterò puntualmente il mio voto. Lettere e passaporti saranno immediatamente rilasciati ai miei Ufficiali di tutto il Regno, per dare a te e a coloro che ti accompagneranno un viaggio sicuro fino a Gerusalemme. D’ora in poi nessuno più vi ostacolerà o cercherà di impedirvi di riedificare la vostra città e il vostro Tempio. Avvicinati per ricevere la tua ricompensa

Dopo di questo, il Sovrano informa Zorobabele che sta per crearlo Cavaliere del nuovo Ordine da lui istituito in questo momento; e – come abbiamo già fatto osservare nella quinta parte di Massoneria: riti magici per cambiare il mondo -quello che segue è un momento capitale del processo magico tramite il quale le correnti sottili generate nel Tempio si diffondono al suo esterno.

Non abbiamo finora accennato alle modalità secondo cui il Passaggio del Fiume venne riprodotto, nella Francia e nell’Italia del Settecento, nell’ambito dei perfezionamenti latini: destinati di lì a poco ad aggregarsi in vari corpi rituali tuttora esistenti – Rito Scozzese Antico e Accettato, Rito di Memphis, Rito di Misraim eccetera.

È il caso di affidarsi per questo a René Le Forestier (1868-1951), che nel suo preziosissimo La Franc-Maçonnerie occultiste auXVIII siècle et l’ordre des Élus Coens accenna a come il simbolo del Passaggio del Fiume sia stato accolto nel Rito Scozzese Antico e Accettato.

Secondo lui, nella prima edizione del Libro delle Costituzioni (di Anderson del 1723), il primo Capo del Ritorno degli Ebrei in Terra Santasi chiamava Serubabel, dai Francesi chiamato Jerobabel o Zorobabel, Gran Maestro dei Massoni che avevano ricostruito il secondo tempio sulle rovine del primo (…). Manella seconda edizione (1738),il Capo del Ritorno diventava il “Gran Maestro Provinciale” del “Gran Maestro” Ciro, che gli aveva assegnato un “Deputato Gran Maestro” nella persona del Gran Sacerdote Giosuè.

La Massoneria Scozzese si era impossessata di questo ragguaglio per creare un grado (si riferisce al Cavaliere della Spada, quindicesimo grado del Rito Scozzese di oggi),che divenne il prototipo dei gradi detti cavallereschi; perché facevano della società massonica un Ordine di origine militare e medievale, che conferiva la nobiltà ai suoi membri quale che fosse il loro rango nella società profana.

La Cerimonia di ricevimento del Cavaliere della Spada o d’Oriente simulava il combattimento che il candidato, rappresentante Zorobabele, aveva dovuto sostenere sul ponte che attraversava il fiume Starbuzanai, per aprire con la forza un passaggio agli Israeliti di ritorno a Gerusalemme dopo la fine della cattività.

Per ricompensarlo di questa impresa, il recipiendario era armato cavaliere secondo tutte le regole; poi era proclamato Cavaliere Massone, in ricordo della parte che avevano sostenuto i membri del grado proteggendo contro i nemici del popolo eletto gli operai intenti alla ricostruzione del Tempio.

Se egli teneva nella mano sinistra la cazzuola, mentre con la destra reggeva la spada, ciò era – diceva l’Istruzione – allo scopo di ricordare che egli aveva temporaneamente lavorato con le proprie mani “per mantenere l’uguaglianza con i Fratelli” …

Del grado di Cavaliere della Spada ha trattato anche Franco Cenni, in un bellissimo e documentatissimo articolo su Esonet che ci permettiamo di citare ampiamente:

Il Consiglio dei Cavalieri d’Oriente o della Spada si tiene in una sala decorata con tendaggi di colore verde acqua, in ricordo degli avvenimenti che erano legati alle sponde del fiume Eufrate (che viene chiamato Starbuzanai in questo Grado) al tempo del ritorno di Israele dalla cattività, avvenimenti che saranno narrati più tardi. Questi tendaggi devono essere disseminati di rosso in ricordo del sangue assiro(sic) sparso e che arrossava il fiume

Non si deve avere né testa di morto né scheletro in questo Grado, né alcun ornamento nero che possa rammentare un qualunque dolore, poiché i Cavalieri d’Oriente non hanno nessuno da piangere. E, in verità, chi piangerebbero essi dunque, giacché hanno appena vissuto il più felice capovolgimento di situazione, dal momento che hanno appena trionfato, in un combattimento in cui nemmeno uno di loro è stato ucciso, al contrario dei loro nemici che, in violazione degli ordini del Gran Re di Persia, avevano tentato di opporsi al loro passaggio?

Leggenda del Grado: I Cavalieri d’Oriente traggono la loro origine dalla prigionia di Babilonia dove gli Israeliti furono deportati per settant’anni, dopo che Gerusalemme ebbe subito un saccheggio di due anni.

Gli ebrei furono liberati da Ciro, Re dei Persiani, su richiesta di Zurubbabel, principe della Tribù di Giuda discendente della stirpe di Davide, e a quella di Nehemia, un sant’uomo discendente di una distinta famiglia; Ciro permise loro di ritornare a Gerusalemme e di riedificare il Tempio.

Tutti i vasi, urne ed ornamenti che erano stati asportati da Nabuzaradan, generale di Nabucodonosor, e che costituivano un tesoro di settemila quattrocentodieci oggetti preziosi, furono restituiti agli Ebrei ed affidati a Zurubbabel. Il Re ordinò a questi di ricostruire il Nuovo Tempio, che doveva avere settanta cubiti di altezza e altrettanti in larghezza. Il Re emise ugualmente un Editto, imponendo a tutti i suoi sudditi di lasciar passare liberamente i Liberi Massoni in tutto il reame, senza causare loro alcun danno, sotto pena di morte per coloro che avessero infranto il suo ordine.

Il Re incaricò Satrabuzanes, suo generale, d’istruire Zurubbabel nell’arte della guerra. Il Re l’armò cavaliere, e gli diede potere di conferire questo stesso Grado a tutti quei Massoni che gli sembrassero degni di esserlo.

Allora Zurubabel riunì tutti gli Israeliti, in numero di quarantadue mila trecento sessanta, schiavi non compresi. Mise da parte quei Liberi Massoni che erano sfuggiti al furore della soldataglia durante la distruzione del Tempio, e scelse settemila tra quelli armati cavalieri, che mise alla testa del popolo per combattere se qualcuno si fosse opposto al loro passaggio in direzione di Gerusalemme.

La marcia degli Israeliti fu facile fino al loro arrivo sulle rive dell’Eufrate, chiamato anche Starbuzai, che separa la Giudea dalla Siria.

I Cavalieri Massoni, che formavano l’avanguardia, incontrarono delle truppe decise ad interdire loro il passaggio, avide dei tesori del Tempio che gli Ebrei trasportavano. Né le rimostranze dei cavalieri, né lo stesso Editto di Ciro, furono sufficienti a frenare la loro insolenza. Essi attaccarono i cavalieri Massoni che, da parte loro, li combatterono con tanto ardore che gli aggressori furono tutti, come un solo uomo, o affogati oppure tagliati a pezzi al passaggio del ponte.

Dopo questa vittoria, Zurubbabel fece elevare un altare sul campo di battaglia, vi offrì un olocausto al Dio degli Eserciti, per aver Egli combattuto al fianco d’Israele. È allora che i Massoni fecero di Yaveron Hamaim una parola di passo, che significa Libertà di Passare.

In seguito, gli Israeliti guadagnarono la riva e giunsero a Gerusalemme, dopo quattro mesi di viaggio, il ventidue giugno alle ore sette del mattino. Dopo sette giorni di riposo, i tre architetti e i loro compagni cominciarono a gettare le fondamenta ed intrapresero i lavori del Nuovo Tempio.

Ripartirono le opere in più classi, di cui ciascuno aveva un capo assistito da due aiutanti. Ciascun grado di ognuna di queste classi aveva diritto ad un salario in rapporto col suo rango, ed ognuna aveva la sua parola di passo. La parola della prima classe era “Giudea”, e gli operai erano pagati ai piedi della colonna che si trovava all’entrata del Tempio. Per la seconda classe, la parola era “Beniamino”, e gli operai venivano pagati sotto il portico.

Gli operai della terza classe ricevevano il loro salario al centro del Tempio, dopo aver pronunciato la parola “Yaveron Hamaim”. Le stesse regole che avevano presieduto alla costruzione del Primo Tempio furono rispettate per il Secondo.

I lavori erano appena iniziati che i Cavalieri Massoni furono turbati dai cattivi fratelli di Samaria, i quali, gelosi della gloria che le tribù di Giuda e di Beniamino non avevano mancato di acquisire in ragione della loro novella libertà, decisero di far loro guerra in modo da mettere in scacco la loro volontà di ricostruire il Tempio.

Zurubbabel, informato delle loro intenzioni, ordinò che tutti gli operai fossero armati, tenendo in una mano la cazzuola nell’altra la spada in modo che operassero con l’una e potessero difendersi con l’altra e respingere gli assalti del nemico.

La costruzione del Nuovo Tempio durò quarantasei anni. Cominciò sotto il regno di Ciro e si compì sotto quello di Artaserse. Il Tempio fu consacrato nello stesso modo in cui Salomone aveva dedicato il Primo. Il decalogo e le ordinanze di Mosè furono di nuovo rispettati, un capo fu designato per governare la nazione e fu scelto dai cavalieri Massoni, che si chiamarono col nome di Cavalieri d’Oriente, poiché essi erano stati liberati e fatti cavalieri da Ciro, re di Persia.

Il Secondo Tempio essendo stato a sua volta distrutto dai Romani, i Cavalieri Massoni della nostra epoca, discendenti da coloro che costruirono il Secondo Tempio, sono ora costretti ad elevarne un Terzo, sotto la guida di un nuovo Zurubbabel, alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo.

Come si vede, la grande novità introdotta dagli Scozzesi/Francesi nel Passaggio del Fiume era l’aspetto kshatryadella vicenda, ovvero la battaglia: una cosa che non poteva andare giù a molti Massoni qabbalisti di quell’epoca – impegnatissimi (viste anche le vicende politiche correnti) a difendere, spesso anche al di là di ogni analisi razionale, la pura spiritualità che i corpi rituali massonici avrebbero dovuto rappresentare.

Primo fra tutti Martinez de Pasqually, che quando stese il rituale del grado di Grande Eletto di Zorobabele, SEDICENTE Cavaliere d’Oriente per il Rito degli Eletti Cohen dell’Universocancellò senza troppi ripensamenti l’episodio della battaglia, specificando – addirittura nel titolo del grado – che i Cavalieri d’Oriente scozzesi erano da considerarsiSEDICENTI, e niente di più!

Sorprende, se vogliamo, che Martinez si sia mosso con tanta decisione per riportare la vicenda del Passaggio del Fiume alle sue origini d’Oltremanica: in quanto non risulta, da nessun altro aspetto della sua opera, che egli avesse tra i suoi obbiettivi la salvaguardia delle corrispondenze tra la ritualità britannica e quella francese.

La cosa più probabile è che egli l’abbia fatto inconsapevolmente: perché, in effetti, un inserimento così forte di valori kshatryanel quindicesimo grado scozzese poteva forse essere funzionale per creare propaganda a buon mercato al nascente Rito (nel Settecento, tanto in Inghilterra quanto in Francia, la possibilità di raccattare titoli pseudonobiliari era una componente importante dell’attrazione verso la Massoneria), ma era palesemente superflua ai fini della corretta interpretazione esoterica del fatto biblico in esso citato, quindi ai Cohen non serviva.

In verità, senza nessun bisogno di aggiungere la storia della battaglia, di simbolismo kshatrya nelle vicende relative alla seconda edificazione ce n’è già fin troppo;ed è quindi ragionevole supporre che Martinez si sia sentito disturbato dalla sua presenza, anche senza essere al corrente del fatto che la versione originale inglese non lo conteneva.

Il catechismo dei Grandi Eletti di Zorobabele getta sul Passaggio del Fiume luce nuova e definitiva. In esso, il Candidato dichiara di non ignorare la stretta alleanza di Assiria (sic di nuovo – con il passaggio non del Fiume ma della Manica, i Babilonesierano per tutti diventati Assiri – non sappiamo il perché!) con i resti dello sfortunato Israele, dopo che il Re gli aveva concesso la libertà; nonché di aver appreso il significato simbolico del viaggio di ritorno di Zorobabele dall’intimo rapporto e dal profondo legame di corrispondenza che intercorrono tra le operazioni spirituali e temporali di Zorobabele e le nostre (dei Massoni).

L’alleanza del Re di Assiria con Zorobabele è sì, a livello exoterico, la libertà che l’Assiria concesse alle Tribù di Israele dopo l’espiazione della schiavitù; ma in senso esoterico, è quella che l’Eterno farà con ogni essere creato, dopo l’espiazione del tempo e della totale riconciliazione.

Questo senso nascosto è rappresentato allegoricamente dall’accordo che Zorobabele (l’Eletto Spirituale) fece con Ciro (il Creatore); ed il frutto delle loro operazioni indusse il Re a dare ogni sorta di aiuto alle tribù di Israele, alle quali aveva concesso la libertà (riconciliazione) nonostante coloro che vi si erano opposti (i demoni).

Zorobabele è figura del Cristo, e le sue operazioni sono il tipo di ogni redenzione – e qui Martinez chiama ancora in causa i Cavalieri della Spada: questa volta non per criticare bensì per giustificare la modifica da loro apportata al rituale, giacché affermare che il saggio e pacifico Zorobabele ha combattuto e vinto al passaggio del pauroso Ponte del fiume Starbuzanai vuole significare che il Cristo è il vincitore dei demoni; poiché il nome del fiume significa “passaggio di confusione”.

Vuole la tradizione che, nel corso del combattimento sul Fiume contro i demoni, Zorobabele avrebbe distrutto magicamente sei arcate del Ponte senza l’aiuto di utensili di metallo, lasciando intatta la settima; ora, secondo Martinez, questa leggenda si riferisce ai sei pensieri creatori, la cui opera scomparirà con la reintegrazione di tutti gli esseri e di tutte le cose nel loro primo principio, il che costituisce la redenzione.

L’ultima arcata lasciata intatta simboleggia l’esistenza assoluta dello Spirito, senza il quale in tutto l’Universo nulla può nascere o vivere; sicché tutti i fenomeni sensibili sono solo apparenze nate dalla sua immaginazione, e che saranno subito dissipate così come sono state concepite.

                                                                      DANIELE MANSUINO e GIOVANNI DOMMA

 

 

Il simbolo massonico del Passaggio del Fiume – Prima parte Di Daniele Mansuino e Giovanni Domma

Il simbolo massonico del Passaggio del Fiume –                      Prima parte

Di Daniele Mansuino e Giovanni Domma

 

l Passaggio del Fiume (altrimenti detto Passaggio del Ponte) è uno dei punti chiave della spiritualità massonica britannica.
Come molti altri simboli dei quali abbiamo trattato, ma forse con maggiore evidenza di altri, può essere riferito tanto al progetto di trasformazione sociale del quale la Massoneria si è fatta protagonista nei secoli, quanto al discorso di evoluzione interiore del Massone; pensiamo quindi che sia il caso in questi due articoli di trattarlo in modo specifico, e sarà anche l’occasione per riassumere alcuni dei temi sui quali ci siamo soffermati nei nostri scritti precedenti.
Questo mese faremo quindi il tentativo di collocarlo nel panorama generale del simbolismo massonico, e ci soffermeremo sulla sua presenza negli antichi rituali della Massoneria del Marchio; poi, il prossimo mese, accenneremo alla sua presenza nei Perfezionamenti del grado di Maestrolegati all’Arco Reale, e a quelli che si possono trovare in seno alle Massonerie latine.
Il Passaggio del Fiume è un episodio che si sarebbe verificato nel corso del rientro degli Ebrei dalla cattività babilonese: ovvero dalla loro deportazione di massa a Babilonia, avvenuta nel 597 a. C. ai tempi di Nabucodonosor II e conclusasi nel 539 con Ciro il Grande (se ne parla in II Re e II Cronache, nei libri di Esdra e Nehemia, in vari Salmi e in vari libri profetici).
Scarseggiano, invece, i riscontri di questa vicenda al di fuori della Bibbia, tant’è vero che non è mancato chi l’abbia addirittura messa in dubbio. Ma al di là della veridicità storica, la sua importanza nella formazione della spiritualità ebraica fu importantissima, soprattutto per quanto concerne il rafforzamento del monoteismo e il consolidamento del potere dei sacerdoti; e senza dubbio la cattività babilonese può essere considerata la fonte della magica chiamata a governare e regolamentare il mondo da cui una parte del popolo ebraico si sentì investita da allora in poi.
Un suo importante mito corollario è quello delle Tribù Perdute, al quale Daniele Mansuino ha dedicato uno specifico articolo, osservando tra l’altro che in realtà, oggi gli Ebrei che si riconoscono come tali dichiarano di discendere da tutte e dodici le Tribù, quindi nessuna sembrerebbe essere andata perduta; però, la supposizione che quasi tutto il popolo ebraico sia sparito misteriosamente salvo un piccolo resto ha forti valenze simboliche – implica, tra le altre cose, una forte concentrazione energetica nelle persone dei superstiti, e quindi la loro possibilità di incidere più profondamente nella storia del mondo.
La prima cosa che fecero i reduci dalla cattività appena rientrati in Terra Santa fu di riedificare il Tempio di Salomone, che i nemici avevano distrutto; e nell’ambito dell’esegesi cristiana, questa Seconda Edificazione venne associata alla Seconda Rivelazione, quella portata da Gesù per correggere e completare la legge di Mosè.
Dopo di ciò, la Seconda Edificazione venne fatta corrispondere anche al Secondo Avvento di Cristo, quello che dovrebbe avvenire alla fine dei tempi – e siccome una edificazione è un processo che si svolge gradualmente, gli esegeti del testo biblico principiarono a intravvedere in essa indicazioni riguardo ai fatti storici che sarebbero dovuti accadere per prepararlo, venendo in questo modo ad esercitare una potente influenza subliminale sulla politica europea (altrove abbiamo segnalato come un importante e generalmente sconosciuto apporto a questo dibattito sia stato fornito addirittura da Cristoforo Colombo, col suo Libro delle Profezie).
Più o meno negli stessi anni, ovvero all’inizio del sedicesimo secolo, Lutero identificava la cattività babilonese nel giogo che i Cristiani dovevano subire dalla Chiesa Cattolica fuorviata, e la Seconda Edificazione nella Riforma; e sempre nello stesso periodo, varie ipotesi riguardo al significato delle due edificazioni si diffondevano anche nella spiritualità ebraica.
Tanto nell’esegesi ebraica quanto in quella cristiana, il Secondo Avvento del Messia (chiunque egli sia) dovrà manifestarsi al cospetto di un’enorme adunanza: che per Ebrei sarà la Radunanza degli Esuli – ovvero la ricomparsa delle Dieci Tribù Perdute – e per i Cristiani il Giudizio Universale.
Nota: in base al progetto dell’organizzazione esoterica che domina il mondo (di cui a lungo Mansuino ha trattato nei suoi articoli e libri), ambedue queste immagini possono essere considerate prefigurazioni dell’Amalgama.
In proposito, è da notare che – salvo eccezioni – le varie interpretazioni sul significato della Seconda Edificazione non si contraddicevano tra loro: questo perché tanto i Cristiani quanto gli Ebrei condividevano l’idea che le Scritture contenessero i modelli (o i tipi, o le figure) del modo in cui l’azione divina si manifesta nella storia umana, e che queste modalità potessero essere applicate a un gran numero di eventi diversi.
Così, per esempio, la cattività babilonese era figura della cattività in Egitto, che era a sua volta figura della caduta di Adamo nel mondo delle forme, dominato dai demoni: non a caso uno degli epiteti con cui veniva designato Samael, il Diavolo della qabbalah, era Faraone.
Sulla base di questa mentalità, le diverse interpretazioni della Seconda Edificazione, piuttosto che contraddirsi, si influenzavano a vicenda; e c’era anche una grande osmosi di simboli dall’una all’altra, il che contribuiva fortemente a creare una visione sincretica (perlomeno su certi concetti principali) riguardo a ciò che sarebbe avvenuto al mondo negli ultimi tempi.
A partire dal 1717, la Massoneria britannica ereditò l’immensa mole di Perfezionamenti del grado di Compagno d’Arte che la tradizione vuole fossero sgorgati dall’incontro fra i Templari e i Massoni nella Scozia del quattordicesimo secolo. Erano fondati in massima parte sulle Letture di pagine importanti dell’Antico Testamento, rivisitate in chiave gnostica ed applicate al simbolismo della muratoria operativa.
In vari libri ed articoli abbiamo illustrato come questo lascito rappresentasse per la Massoneria tanto un prezioso tesoro quanto una fonte di imbarazzo. Infatti, i Perfezionamenti costituivano senza dubbio un poderoso strumento per dirigere (tanto a livello politico e culturale, quanto di operatività magica) l’azione della Massoneria nel mondo; ma proprio per questa ragione si imponeva che i loro contenuti fossero controllati da un’autorità centralizzata, e che la loro pratica non venisse lasciata all’arbitrio delle singole Logge.
Innumerevoli e complesse vicende si svilupparono a partire da questo problema – e anche di queste abbiamo trattato, contrapponendo un’interpretazione più profonda della storia della Massoneria a quella (tuttora imperante) che ravvisa nelle sue traversie soltanto un riflesso della storia profana.
Di quest’ultima, quando si parla di Massoneria, sarebbe bene tenere conto in tutte le sue componenti – invece, per esempio, nella storiografia massonica come l’abbiamo conosciuta finora vediamo che le componenti economiche sono del tutto ignorate, contribuendo ad alimentare la leggenda che ravvisa nella Massoneria un’emanazione del potere borghese (non pensiamo che sia compito nostro correggere questo sbaglio piuttosto assurdo, e del resto non avremmo né l’autorità né i mezzi per farlo. Speriamo solo che il ventunesimo secolo ci faccia dono di una generazione di storici della Massoneria migliori).
Ma non soltanto è trascurata la componente economica: ancora di più, e molto più inspiegabilmente, viene minimizzata quella esoterica.
Così, per esempio, ci appare del tutto illogico che, guardando al periodo della Massoneria britannica che va dal 1717 al 1813 – quello appunto nel quale il problema dei perfezionamenti (ormai non più del grado di Compagno, ma del grado di Maestro) fu al centro di scontri infiniti – nessuno abbia mai spiegato seriamente perché proprio l’Arco Reale venne infine recuperato dai Moderns ed accluso ai gradi azzurri dell’Ordine, mentre tutti gli altri perfezionamenti ne furono esclusi e furono costretti ad organizzarsi autonomamente, circoscrivendo di molto la portata del loro messaggio.
Ma la cosa appare meno illogica se si hanno le idee chiare sul colossale avvenimento che – a monte della Massoneria – mosse le file del mondo esoterico tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo: la comparsa della setta dei Sabbataisti (o Sabbatiani), e lo spargersi per l’Europa dei loro missionari.
Questi ultimi avevano il mandato di riformare l’esoterismo dalle radici: per farne uno strumento volto a sostenere lo sviluppo della modernità, l’approfondimento delle scienze e l’acquisizione da parte della civiltà occidentale di tutte le cognizioni utili a migliorare il controllo dell’uomo sulla materia.
Fu in seguito alla loro opera che i rituali dei perfezionamenti anteriori al 1717 scomparvero misteriosamente (tanto che intorno alla metà del Settecento potevano sembrare completamente estinti, e oggi non è più possibile conoscere il loro contenuto originario).
Riapparvero invece – in modo altrettanto misterioso – circa nell’ultimo trentennio del secolo; e fu soltanto allora (grazie soprattutto all’opera di Thomas Dunckerley) che l’Arco Reale venne recuperato dai Moderns, nonché eretto a simbolo del messaggio che la Massoneria ufficiale intendeva portare nel mondo.
Ora, nell’Arco Reale gli avvenimenti relativi ai primi tempi del mondo vengono riferiti all’attività di una Prima Loggia, quelli relativi alla Prima Edificazione del Tempio a una Seconda Loggia e quelli relativi alla Seconda Edificazione ad una Terza; riportiamo qui di seguito la parte del rituale che ne tratta, come già lo abbiamo citato in Massoneria – riti magici per cambiare il mondo.

La Terza Loggia, o Gran Loggia Reale, fu innalzata a Gerusalemme, e aprì i battenti nell’Anno Lucis 3469, poco dopo il ritorno dei Figli di Israele dalla loro prigionia babilonese. I suoi fondatori furono il Principe Zorobabele, il Profeta Aggeo e il Sommo Sacerdote Giosuè, figlio di Jehotsadak.
Fu allora che il potere regale venne restituito, nella persona di Zorobabele, alla stirpe reale di Davide e alla Tribù dei Principi di Giuda; la cui trasmissione non sarebbe stata mai più interrotta, neanche dopo la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani sotto Tito, nell’anno 70 della nostra era.
Pertanto, per commemorarne la restaurazione, questa è stata chiamata Terza Loggia o Gran Loggia Reale, e noi cerchiamo di perpetuare nel nostro presente Capitolo la fedeltà all’opera dei nostri grandi predecessori.
In quegli articoli, ne scrivemmo che la Terza Loggia (…) è rappresentata nel Magen David (nella Stella di Davide) dal Triangolo Inferiore: quello col vertice puntato verso il basso.
Il Triangolo è orientato verso il basso perché irradia le correnti che sono state elaborate in seno alla Seconda Loggia sul mondo materiale.
Questo fenomeno può essere illustrato sulla base di varie allegorie. Per esempio, in termini metafisici, l’irradiazione delle correnti raffigura simbolicamente il processo di manifestazione delle forme: che da un lato costituisce il piano della realtà oggettiva, dall’altro agisce su di esso.
Analogamente, la possibilità di partecipare consapevolmente alla composizione del menù di correnti che determinano gli eventi storici può essere a tutti gli effetti equiparata a una forma di compartecipazione dell’Uomo nel processo di produzione della realtà oggettiva…
Infine, in termini molto più materialisti, l’attività della Terza Loggia può essere considerata una semplice allegoria dell’influenza della cultura ebraica sul mondo dei Gentili.
I Tre Maestri della Terza Loggia sono Zorobabele, Aggeo e Giosuè, i tre personaggi biblici che si fecero carico della Seconda Edificazione del Tempio…
È quindi proprio sugli sviluppi della Seconda Edificazione che tutto il mito dell’Arco Reale risulta incentrato; inclusi anche solidi agganci e correlazioni verso tutti gli altri perfezionamenti ad essa riferiti, dei quali a buon diritto può essere considerato l’archetipo e la fonte (così come il grado del Marchio può essere considerato l’archetipo di quelli fondati sulla Prima Edificazione – deriva da qui l’intenso rapporto di odio/amore che lega questi due stupende forme, diverse e complementari tra loro, di lavoro massonico).
Ma in verità, non sono soltanto i perfezionamenti relativi alla seconda edificazione quelli che l’Arco Reale riordina e a cui dà un senso: per mezzo del mito delle Tre Logge, è il significato dell’intero e colossale edificio della Massoneria a prendere forma, delineando una prospettiva cosmogonica tanto più notevole in quanto non ideologicamente vincolante.
Infatti, essa non comporta l’adesione dei Fratelli a nessuna particolare visione del mondo alla quale occorra credere; perché le vicende relative alla Seconda Edificazione non vi rappresentano niente di più che il simbolo della possibilità di trasporre la storia biblica alla storia universale, affinché questa possa svolgersi secondo il piano provvidenziale che il Grande Architetto dell’Universo ha previsto per l’Uomo (e proprio in virtù di questo limite, esse adempiono alla possibilità di fornire all’Uomo/Massone la chiave magica per operare cambiamenti a livello della storia).
Da questo possiamo capire perché l’Arco Reale fosse prezioso anche per i Moderns, e per quale ragione il suo recupero da parte della Gran Loggia Unita d’Inghilterra sia stato voluto da Thomas Dunckerley e dai suoi seguaci anche al prezzo di grandi battaglie: perché la sua presenza avrebbe enormemente potenziato a livello operativo l’intero complesso delle attività massoniche, consentendo in questo modo alla Massoneria di operare molto più incisivamente sulla storia del mondo.
Nei secoli a venire, la sorprendente forza di intervento sociale manifestata dalla Massoneria avrebbe indotto i suoi nemici a proporne assurde spiegazioni – per esempio configurandola nella loro immaginazione come una struttura piramidale e militaresca, che agisce all’insegna dell’obbedienza pronta, cieca e assoluta.
Questo malcostume va avanti tuttora; e fornisce, ci sembra, un ottimo esempio di quanto sopra abbiamo affermato – che non c’è nessuna speranza di capire qualcosa dell’esoterismo se ci si limita ad analizzarlo sulla base della storiografia profana, alla quale le correnti sottili che costituiscono la base reale del suo potere sfuggiranno sempre.
Delle vicende sulla Seconda Edificazione, il Passaggio del Fiume rappresenta un punto cruciale perché è il momento in cui i futuri riedificatori del Tempio rientrano nella Terra Santa: in altre parole, configura il loro ricollegamento alle correnti che il Primo Tempio (ovvero la Seconda Loggia) ha elaborato, e che a loro spetterà il compito di tradurre in una corrente nuova, le cui caratteristiche saranno idonee per interagire con il mondo profano.
È quindi un momento importante non solo in quanto reca in germe tutti i colossali sviluppi storici che la loro opera è destinata a generare, ma anche a livello individuale: come punto di partenza del lavoro interiore destinato alla reintegrazione dell’Uomo nelle divine facoltà che ha perduto.
Potrà sembrare piuttosto paradossale, dopo quanto abbiamo accennato riguardo al significato simbolico dell’Arco Reale e del Marchio, scoprire come le più antiche testimonianze massoniche sul Passaggio del Fiume ci vengano proprio dal Marchio: ovvero, non dal perfezionamento/simbolo della Seconda Edificazione, ma da quello che rappresenta la prima.
È questo, in verità, un buon esempio di come lo studio del simbolismo massonico sia una delle arti più complicate al mondo, e di quanto possano risultare ridicole le sue interpretazioni in stile spaghetti che si possono ritrovare in tanti libri e siti complottisti.
In effetti, questa apparente incongruenza si spiega con il fatto che la rivalità tra Arco Reale e Marchio si sviluppò solo a partire dal 1813, quando l’uno venne accolto in seno alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra e l’altro ne fu bandito (e si sarebbe ancora di più accresciuta a partire dalla fondazione della Gran Loggia del Marchio nel 1856, quando il nuovo corpo massonico e il Supremo Capitolo dell’Arco Reale di Scozia sarebbero entrati in competizione per il controllo delle Logge del Marchio inglesi); ma prima di questi avvenimenti, non c’era motivo che mancassero – anche se erano sempre stati una minoranza – i rituali del Marchio fondati sulla Seconda Edificazione.
Questa constatazione piuttosto lapalissiana non ha impedito che certi storici della Massoneria ottocentesca abbiano condannato la presenza del Passaggio del Fiume negli antichi rituali del Marchio, considerandoli una sorta di eccesso di zelo simbolico; però dobbiamo anche tenere conto della situazione contingente in cui si trovavano a scrivere, ovvero del fatto che, dopo il 1813, i rituali del Marchio legati alla Seconda Edificazione avevano improvvisamente conosciuto un revival sospetto e imprevisto presso le Logge del Marchio che speravano di entrare nell’UGLE con l’appoggio dell’Arco Reale: una prospettiva che la maggior parte dei puristi del Marchio aveva buone ragioni per avversare con ogni mezzo, che fosse corretto dal punto di vista storico o meno.
Comunque sia, i rituali del Marchio che alludono al Passaggio del Fiume sono numerosi, e continuano a saltarne fuori degli altri: ancora negli anni cinquanta del secolo scorso, Norman Rogers attirò l’attenzione su un manoscritto che era stato da poco ritrovato a York (si ritiene che fosse appartenuto a David Moncrieff, un Massone del Lancashire scomparso nel 1834, tra le cui carte era stato precedentemente rinvenuto anche il celebre manoscritto Graham) la cui peculiarità più interessante sta in un Catechismo che recita così:

Come foste preparato ad essere un Operaio del Marchio?
Ero uno dei Prigionieri di Giuda, e legato mani e piedi fui mandato dinnanzi al Re Nabucodonosor, perché egli aveva avuto un sogno.
Come riusciste a conoscere il suo sogno e fornirgli l’interpretazione?
Pregai il Dio dei Cieli di rivelarmi il segreto, cosa che egli fece in una Visione Notturna, e lo feci sapere al Re. Per questo egli mi separò dai miei compagni e mi mandò da Fatna, Governatore di questa riva del Fiume, e di lì a Gerusalemme, per prestare la mia promessa di Operaio del Marchio.
E quale fu la vostra promessa?
Preservare i segreti del Marchio da chiunque non sia trovato degno di riceverli.
In buona parte dei rituali di cui stiamo parlando, il Passaggio del Fiume compare in veste di proseguimento della leggenda biblica di Daniele: il profeta che conquistò la benevolenza del Re Nabucodonosor interpretando un suo sogno, e segnò in questo modo il primo passo del cammino degli Ebrei verso la libertà.
La descrizione del Sogno del Re e della sua risoluzione da parte di Daniele (tratte da Daniele: 2) variano di parecchio da un rituale all’altro, ma in linea di massima possono essere riassunte come segue:
 Un Dio nei Cieli che svela i misteri ha mostrato al Re il futuro.
 Il segreto è stato rivelato a Daniele perché il Re possa trarne insegnamento.
 Il Sogno era di una grande statua, alta e terribile. La sua testa era d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, i piedi parte di ferro e parte di creta. Il Re vede questo finché una pietra viene tagliata dalla montagna senza intervento della mano dell’uomo, colpisce la statua nei piedi e li rompe in mille pezzi.
 L’intera statua si disintegra e viene spazzata via come se fosse di paglia; la pietra che la rompe diventa una grande montagna, e riempie il mondo intero.
 Nell’interpretazione, il Re è la testa d’oro, e i successivi Regni d’argento e bronzo seguiranno, finché un Regno di ferro li sottometterà tutti; infine verranno i piedi di ferro e creta, ovvero un mondo frammentato e diviso.
 Dopo tutti questi regni, Dio innalzerà un Regno che non sarà mai distrutto, e durerà come la pietra tagliata.
In uno dei rituali derivati dalle cosiddette Letture Harodim (originarie del nord-est dell’Inghilterra), l’incontro tra il Re e Daniele avviene nella Camera Reale e non nella Sala del Trono: una versione per così dire apocrifa, ma che è presente anche in un importante perfezionamento di origine irlandese, la Red Cross of Daniel – ed anche nel meno noto Royal Order, riguardo al quale non abbiamo trovato molto, ma del quale Neville Cryer cita un commentario del tardo Settecento ad opera di un anonimo Fratello di Newcastle.
In esso, il riferimento al Passaggio del Fiume è il seguente: non è importante stabilire se il Ponte in questione corra tra un pontile e una nave, o da una riva all’altra di un Fiume: era un Ponte, e (i Figli di Israele)dovevano attraversarlo per proseguire nel loro viaggio verso casa. Qualcuno pensa che fosse un guado di pietre, da attraversare balzando dall’una all’altra.
Secondo il rituale Harodim, dal Ponte utilizzato dagli Ebrei per il Passaggio del Fiume, i Figli di Efraim avrebbero successivamente prelevato Dodici Pietre per farne Due Pilastri: uno dei quali collocato lungo un torrente, l’altro in un campo di granturco.
La spiegazione tradizionale di questo strano racconto prende le mosse dall’idea che il ritorno degli Ebrei in Terra Santa avesse posto le condizioni per la nascita della Massoneria; in essa i Pilastri vengono idealmente equiparati alle Due Colonne, le quali in questo caso rappresenterebbero l’una il sussistere dell’istituzione massonica oltre il flusso dello spaziotempo, l’altra l’ergersi della Massoneria nel Campo del Signore, ovvero al centro della spiritualità cristiana.
Su questa interpretazione, in tempi recenti qualche commentatore ha avanzato dei dubbi, mostrando di non credere che l’equivalenza Pilastri/Colonne potesse rientrare nelle convenzioni simboliche della Massoneria dei primordi; ed ha quindi ipotizzato che lo scritto dove se ne parla sia un falso, forse riconducibile ad una qualche polemica anti-andersoniana.
Invece non ci sono dubbi che la presenza del Passaggio del Fiume in quel perfezionamento sia autentica, per il fatto che un Ponte è chiaramente raffigurato nei Quadri di Loggia delle antiche officine che lo praticavano, a Swalwell e nel Derbyshire.
C’è anche un altro importante antico rituale del Marchio, il Sunderland(caratterizzato tra l’altro, come parecchi del suo tempo, dal non presentare né un’Apertura né una Chiusura – questo è dovuto al fatto che molti antichi rituali del Marchio venivano in origine lavorati in grado di Compagno, e quando si presentò l’obbligo di separare il Marchio dai gradi azzurri i Fratelli – per protesta – si rifiutarono di scrivere le aggiunte), che fa svolgere l’incontro tra Daniele e il Re (non chiamato per nome) nella Camera Reale; un suo notevole punto di interesse risiede nel fatto che qui il sogno del Re non è quello riportato dalla Bibbia, bensì – come Daniele riesce a indovinare – un grande Leone in agguato dinnanzi al tuo letto, pronto a divorare te e la tua casa.
Quando Daniele glielo descrive, il Re si alza improvvisamente dal suo divano; ammette sbalordito che proprio quello era stato il suo Sogno, e ne chiede il significato. Allora il Camerlengo (ovvero l’Ufficiale di Loggia che parla a nome di Daniele/il Candidato, come avviene di norma nei passaggiai perfezionamenti britannici) gli dice che si tratta del Leone della Tribù di Giuda, il quale lo divorerà se non consentirà ai Figli di Israele di tornare a Gerusalemme.
Occorre dunque che il Re consegni quest’uomo a Tatnai, Governatore di questa riva del Fiume, e che Tatnai lo passi a Shethar Boznai e ai suoi compagni sull’altra riva del Fiume, e che Shethar Boznai lo riporti a Gerusalemme perché possa prestare la promessa di un Operaio del Marchio.
Il Re approva la richiesta di Daniele, aggiungendo che egli avrà Grano, Vino, Olio e Sale per la sua sussistenza quando aiuterà a ricostruire il Tempio e la Città Santa che ora giacciono in rovina, e fare come i suoi antenati hanno fatto prima di lui.
La scena si sposta ora sulla riva del Fiume, dove il Camerlengo consegna il Prigioniero al Governatore Tatnai e gli dice di passarlo a Shethar Boznai.
Tatnai esegue, e il candidato passa il Ponte, che è una piccola piattaforma di legno collocata nella parte occidentale della Loggia.
Invece nel rituale Old York (che fu praticato nella Loggia del Marchio di Bradford lungo quasi tutto l’arco del diciannovesimo secolo, finché essa non aderì alla Gran Loggia del Marchio e ne adottò il rituale) il Maestro Venerabile diventa il Re dell’Est, il Secondo Sorvegliante impersona Tatnai e il Primo Shethar Boznai.
Il Ponte viene disposto tra i Seggi del Sud e dell’Ovest, cioè dei due Sorveglianti. Il Copritore Esterno viene detto Guardia Esterna, il Segretario Scriba. Tutti i Past Masters che siano anche Maestri del Marchio sono abilitati a svolgere i ruoli di Re dell’Est, Tatnai e Shethar Boznai.
Il Sogno del Leone è presente anche in un rituale che viene considerato della stessa famiglia dell’Old York, il Clough of Perseverance (dal nome dell’officina in cui veniva praticato, nel Lancashire); e qui non viene interpretato da Daniele ma da un personaggio chiamato Gobraim, il quale fa parte di un gruppo di prigionieri legati con corde molto strette, che appartengono alla Tribù di Giuda.
Forse perché sono legati, non osano intimorire il Re con una minaccia: la loro spiegazione del sogno è semplicemente che i figli di Israele devono ritornare alle loro case a Gerusalemme, per ricostruire il Tempio e i santi sepolcri che ora giacciono in rovina.
Il Re aveva promesso che chi sarebbe riuscito a interpretate il sogno sarà rivestito di porpora e di scarlatto, gli sarà fatto dono di un bracciale d’oro e sarà innalzato sul cavallo del Re, sarà così condotto per le strade e i banditori annunceranno il suo nome; i prigionieri però ricusano questi onori e preferiscono partire subito per la Terra Santa.
In questo rituale il Passaggio del Fiume, del tutto identico a quello dell’Old York, viene eseguito dal solo prigioniero rappresentante Gobraim.
Andremo avanti il prossimo mese!

Daniele Mansuino e Giovanni Domma

RISTAMPA BREVE STORIA DELLA MASSONERIA DEL MARCHIO -2 – edizione

                                  

 

                                                Daniele Mansuino – Giovanni Domma                                                       

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                               BREVE  STORIA DELLA MASSONERIA  DEL  MARCHIO              

 

 

                              

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Indice                               

Ai lettori

Dalla prefazione di Claudio Bonvecchio al libro “Massoneria del Marchio”

1.

Cos’è il Marchio

2.

Il Marchio operativo

3.

Il Marchio speculativo

4.

Dunckerley e il Marchio

5.

Il ritorno del Marchio

6.

Gli antichi rituali

7.

ll Marchio nella clandestinità

La Bon Accord

9.

La grande illusione

La Gran Loggia del Marchio

Appendici:

La Massoneria del Marchio e i suoi “side degrees”

Massoneria del Marchio: ultime novità

Nubi sul Marchio

Storia del grado massonico di Royal Ark Mariner – prima parte

Storia del grado massonico di Royal Ark Mariner – seconda parte

Il sistema massonico del Secret Monitor

Nota storica sulle origini del Marchio in Italia

                                                          

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   Le due facce del gettone del Marchio

 

                                                   

                                                         

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Ai lettori  

Molti lettori di Riflessioni sull’esoterismo (www.riflessioni.it/esoterismo) hanno gradito gli accenni alla storia del grado del Marchio contenuti nei tre articoli dedicati a questo argomento, e ci hanno chiesto se fosse possibile ripresentarle nella forma di un racconto organico, che tracci la storia di questo stupendo grado massonico ancora sconosciuto in Italia.

Rispondiamo ben volentieri alla loro richiesta, proponendo una breve storia del grado del Marchio che va dalle origini alla sua definitiva fissazione negli anni settanta del diciannovesimo secolo. In quel periodo, tanto il processo di evoluzione del rituale quanto il dibattito su quale dovesse essere la collocazione del Marchio nel quadro generale della Massoneria poterono dirsi conclusi; la successiva vicenda dell’espansione della Gran Loggia del Marchio e della progressiva diffusione del grado in ogni parte del mondo è di sicuro altrettanto affascinante, ma è un’altra storia, che andrebbe trattata a parte.

La nostra fonte principale è stata “The Arch and the Rainbow” di Neville Cryer, indubbiamente la migliore opera sulla storia del Marchio mai pubblicata finora. È un libro che, se ha un difetto, è quello dell’eccessiva mole di dati, che va decisamente a scapito della sua leggibilità; abbiamo cercato di rimediare estrapolandone le informazioni più essenziali e coordinandole tra loro, integrandole anche coi contenuti delle pagine sulla Massoneria del Marchio disponibili in rete.

Un’altra caratteristica peculiare dell’opera di Cryer è che la storia da lui proposta si discosta in alcuni punti dalle ricerche sulla storia del Marchio svolte nell’ambito della Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Per chiarire meglio questo punto sono necessarie alcune riflessioni.

Innanzitutto, non si può parlare di una storia ufficiale del Marchio in versione Gran Loggia Unita d’Inghilterra, in quanto il rapporto che lega quest’ultima alla Grand Lodge of Master Mark Masons riveste una natura piuttosto inedita agli occhi dei Massoni italiani e “latini” in generale: tra i due corpi, infatti, non esiste nessuna forma di accordo né di riconoscimento, il che non impedisce ai Massoni della Gran Loggia di frequentare le Logge del Marchio alla luce del sole.

Questo perché la Gran Loggia Unita d’Inghilterra – che pratica soltanto i tre gradi azzurri e l’Arco Reale – considera corpi massonici regolari solo quelli che rispondono ai suoi stessi requisiti (diversamente dai principali Ordini latini, che stipulano anche forme di reciproco riconoscimento coi “Riti”), e soltanto a questi concede o ritira il proprio riconoscimento.

Potrebbero quindi essere oggetto di sanzioni disciplinari (in teoria) quei Fratelli inglesi che frequentassero Ordini cui il riconoscimento inglese è stato ritirato, come ad esempio il Grande Oriente d’Italia; ma se invece frequentano la versione britannica del Rito Scozzese o il Marchio, non corrono il pericolo di incorrere in alcuna sanzione, perché per la Gran Loggia Unita d’Inghilterra è come se queste organizzazioni non esistessero.

Questo a livello ufficiale; ma in pratica, oggi i rapporti tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra e la Gran Loggia del Marchio sono amichevoli, e la diffusione del Marchio viene considerata un ottimo veicolo per diffondere a livello internazionale la concezione britannica della Massoneria. Proprio per questo, prestigiose Logge di ricerca come la Quatuor Coronati pubblicano abbastanza di frequente pregevoli studi sul Marchio, e per la stessa ragione… gli aspetti più imbarazzanti dei rapporti intercorsi in passato tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra e la Gran Loggia del Marchio non vi compaiono mai.

Ai giorni nostri, il Massone medio inglese ama il Marchio e ne conosce la storia abbastanza bene; ma se gli chiedete ad esempio quale sia l’origine della Gran Loggia del Marchio, vi risponderà che sorse da una costola del Supremo Gran Capitolo di Scozia dell’Arco Reale, tacendo delle battaglie che dettero origine a questa presunta gemmazione, proprio perché nessuno glie le ha mai raccontate ; e allo stesso modo, vi dirà che la sua fondazione fu preceduta da una fase preliminare in cui il Marchio era stato riaccolto per breve tempo in seno al Craft (noi diremmo all’Ordine), ignorando del tutto come siano andate veramente le cose. 

Il grande merito di Cryer è di non essersi fermato alla versione politically correct: da storico di razza, andò al fondo di tutte le questioni, non tacendo di quelle verità che dal punto di vista della Gran Loggia Unita d’Inghilterra… sono assai scomode.

Noi avremmo potuto ignorarle, e presentare al lettore italiano la stessa versione edulcorata della storia del Marchio che in Inghilterra oggi va per la maggiore; abbiamo invece pensato di rendergli un utile servizio non tacendo di nulla, e lasciando che si formi egli stesso la propria opinione.

Nel riportare e sintetizzare l’enorme mole di dati che costituiva la materia prima di questo libro avremo senza dubbio commesso qualche sbaglio, di cui chiediamo scusa anticipatamente; come si vedrà, la materia trattata è assai complessa, e non avevamo a disposizione nessuna opera italiana cui appoggiarci. Preghiamo il lettore di credere che laddove possiamo aver sbagliato è stato in buona fede, e ci dichiariamo anticipatamente disponibili a prendere atto dei nostri eventuali errori.

Questa versione del nostro libro è stata preceduta da un’altra, intitolata “Massoneria del Marchio”, che in seguito a complesse vicende editoriali non possiamo ristampare. Da essa abbiamo riprodotto qui di seguito un breve sunto della pregevole prefazione ad opera del Prof. Claudio Bonvecchio, all’epoca Grande Oratore dell’Ordine e Grande Consigliere per la cultura Massonica del Grande Oriente d’Italia.

Inoltre, sperando di fare cosa gradita, abbiamo ripubblicato in appendice i tre articoli sul Marchio ed i tre relativi ai suoi primi “side degrees” comparsi in Italia, da noi pubblicati sul sito di “Riflessioni”; ed infine, un breve nota storica sul primo periodo del Marchio nel nostro Paese.

 

                                         Daniele Mansuino e Giovanni Domma

  

 

 

 

 

 

 

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Dalla prefazione di Claudio Bonvecchio al libro “Massoneria del Marchio” (Settembre 2010)                                                           

“Questo interessante, semplice e chiaro lavoro colma una carenza nella letteratura riguardante la Libera Muratoria: almeno in quella italiana. Infatti, non sono molti – in Italia – ad essersi interessati all’antichissima Tradizione iniziatica del Marchio.  Così come non molti sono in Italia coloro che conoscono, approfonditamente, il significa del termine “Marchio”. Ossia cosa sono le Logge del Marchio e quale sia la loro importanza: nel cammino di perfezionamento muratorio.

Lo studio storico, teorico, rituale ed esoterico sul Marchio che viene qui svolto si rivela straordinariamente accurato ed intrigante. Ma il suo pregio maggiore non è l’erudizione massonica, che pure mostra in maniera precisa e documentata.  Lo scopo degli autori non è, infatti, quello di aggiungere un tassello alla lunghissima bibliografia massonica. E neppure quello di contribuire – in maniera narcisistica – alla “mise en forme” di un tassello di quell’intellettualismo massonico che sta trasformando lo speculativo in letterario e i Fratelli in professorini.

Gli autori vogliono ben di più. Mirano più in alto. Si propongono – tramite un accurato lavoro d’informazione storica – di rivitalizzare la Tradizione Massonica, proponendo una via antica e sempre nuova: una via da fare e propria e da interiorizzare.

Va da sé che la loro non è una impresa facile. Ma proprio questa è la  “sfida” che lanciano gli autori.                                                                        

Si tratta di una sfida ambiziosa e coraggiosa di cui la Libera Muratoria italiana ha bisogno. Anzi di cui ha necessità e di cui l’introduzione, in Italia, del Marchio sarebbe una tappa importante. Per questo agli autori – Giovanni Domma e Daniele Mansuino – va il più vivo e sincero ringraziamento di chi crede che la Libera Muratoria non sia rigida e ossificata, ma vivace e dinamica. E pronta a rispondere alle sfide della società e degli uomini: per costruire un mondo migliore.  

 

 

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1 – Cos’è il Marchio

La Massoneria del Marchio è un corpo rituale tra i più caratteristici della Massoneria inglese, la cui funzione è di rilasciare ai Maestri Massoni che ne fanno richiesta un Marchio personale.

La tradizione narra che tale usanza risalga alla fabbrica del Tempio di Salomone: tanto gli scalpellini che lavoravano nelle cave quanto i costruttori usavano apporre su ogni Pietra il proprio Marchio, uso che consentiva ai Sovraintendenti di conteggiare quante Pietre ogni Compagno aveva lavorato e determinare il suo salario.

Mediante il rituale del Marchio, questo naturale sentimento veniva incanalato in modo tale che non fosse cagione di rivalità e contrasti, bensì uno stimolo a integrare fruttuosamente il proprio lavoro con quello degli altri.

In realtà, il grado di Maestro del Marchio (Mark Master Mason – M:. M:. M:.) è un cammino iniziatico di incalcolabile antichità, strettamente collegato alla Massoneria speculativa da almeno due secoli e mezzo. Per quanto si tratti di un sistema di due gradi, non c’è traccia del fatto che esso sia mai stato praticato autonomamente al di fuori della Massoneria: non si tratta quindi – come è avvenuto in molti casi – di una scuola iniziatica sincretizzata con l’istituzione massonica, ma di una parte importante e inseparabile di essa.

In Inghilterra e Galles, il grado del Marchio può essere richiesto in qualunque momento un Maestro Massone lo desideri; il Candidato deve far richiesta per l’avanzamento a una Loggia del Marchio, ovvero a una struttura indipendente dalla Loggia Azzurra che l’ha elevato Maestro.

In Irlanda, il Marchio viene concesso esclusivamente dai Capitoli dell’Arco Reale: dopo che il Candidato viene ammesso a far parte di un Capitolo, una Loggia del Marchio viene temporaneamente formata (e poi sciolta) espressamente per procedere alla sua elevazione.

La stessa procedura viene seguita anche in Scozia, dove però – nel caso eccezionale di Candidati che desiderano ricevere soltanto il Marchio e non sono interessati all’Arco Reale – anche le Logge hanno il potere di conferirlo.

Il grado del Marchio cerca di incoraggiare la fiducia nel fatto che, se il nostro lavoro è veramente di qualità e originale, alla fine ne avremo il giusto riconoscimento; a condizione però che la lotta in favore delle nostre idee sia portata avanti con pazienza, umiltà e temperanza. In questo senso, esso ha veramente “lasciato il suo Marchio” sull’intero edificio della Massoneria Azzurra, il cui costrutto etico – non soltanto nei Paesi anglosassoni, ma anche nei Paesi latini – in grandissima parte dagli insegnamenti del Marchio è ispirato.

Una Loggia del Marchio è presieduta da un Maestro Venerabile come una Loggia Azzurra, ed è requisito normalmente richiesto che tale Fratello abbia già rivestito tale dignità in seno all’Ordine, o che sia comunque passato attraverso l’Arco Reale, considerato equivalente alla dignità di Maestro Venerabile Installato; anche un Maestro comune, tuttavia, può ascendere alla dignità di Venerabile in presenza di una dispensa che può essere rilasciata dalla Gran Maestranza Provinciale.

Secondo il rituale attualmente in uso presso la Gran Loggia del Marchio e le Gran Logge del Marchio nazionali da essa riconosciute, i principali Ufficiali di una Loggia del Marchio sono sei: Maestro Venerabile, Primo Sorvegliante, Secondo Sorvegliante, Maestro Sovraintendente, Primo Sovraintendente, Secondo Sovraintendente.

Altri nove però sono necessari per l’Apertura dei lavori: Cappellano, Maestro del                                          Sigillo, Direttore delle Cerimonie, Primo Diacono, Secondo Diacono, Assistente Direttore delle Cerimonie, Segretario, Tesoriere e Copritore. Quindici è dunque il numero minimo di Fratelli necessario per alzare le colonne di un’Officina.

Possono essere nominati anche un Assistente Segretario, un Assistente Tesoriere, un Elemosiniere, uno o più Economi, uno o più Maestri di Casa e un Tegolatore.

I lavori vengono aperti al canto dell’Inno di Apertura, cui segue l’Apertura vera e propria. Il dialogo tra il Maestro Venerabile e i due Sorveglianti non si discosta di molto da quello in uso nelle Logge Azzurre, con le ovvie differenze per quanto riguarda la costituzione della Loggia, l’enumerazione dei suoi membri e le loro funzioni. Il Cappellano invoca poi la benedizione del Grande Sovraintendente dell’Universo e la Loggia è aperta.

La maggior parte delle volte, i lavori consistono nell’avanzamento al grado del Marchio di Maestri Massoni che ne hanno fatto richiesta. Per questo sono necessari oggetti che ogni Maestro del Marchio ha ben familiari: l’Inginocchiatoio, la Pietra Cubica, la Pietra Parallelepipeda e la Chiave di Volta.

Il Tegolatore batte alla porta del Tempio a nome del Candidato, presentato come un Fratello desideroso di ricevere il grado del Marchio per essere qualificato a presiedere una Loggia di Muratori Operativi. Il Copritore si accolla il compito di trasmettere al Maestro Venerabile il Toccamento di Passo e la Parola di Passo in sua vece; accertatosi che questi sono esatti, il Maestro Venerabile decreta che gli sia fatto indossare il grembiule di Maestro e venga ammesso nel Tempio sotto la scorta dei due Diaconi.

Dopo le formalità di ammissione, il Candidato viene invitato a compiere un percorso nel Tempio, fermandosi dinnanzi ai due Sorveglianti e salutandoli con i segni di Apprendista e di Compagno. Si ferma poi al cospetto del Venerabile salutandolo con il segno del Maestro. Gli viene chiesto di dichiarare se egli intenda perseverare fino al raggiungimento del grado del Marchio, e alla sua risposta affermativa lo si fa

inginocchiare.

Il Maestro Venerabile gli spiega che, anticamente, era usanza attribuire un Marchio ai

Fratelli che venivano passati al grado di Compagno, e gli chiede se lo abbia ricevuto.

Alla sua risposta negativa, dispone che il Primo Diacono lo conduca dal Maestro del Sigillo, dove si supplirà a tale mancanza.

Intanto, è giunta l’ora che i Maestri del Marchio ricevano il loro Salario. Si allineano a Nord del Tempio sotto la guida del Secondo Diacono, che li conduce in processione                                     intorno al Tempio passando dall’Oriente. Nel frattempo il Secondo Sorvegliante si è portato al lato Nord del Piedestallo del Primo Sorvegliante, e il Candidato – affidato al Primo Diacono – si accoda alla processione.

Via via che ogni Fratello arriva al Piedestallo del Primo Sorvegliante, presenta il Marchio all’apposito sportello. Quando viene il turno del Candidato – che ignora come tale gesto debba essere compiuto in grado di Maestro – esplode il dramma: tra alte grida, viene smascherato come impostore, e una pena spaventosa gli verrebbe inflitta dal Secondo Sorvegliante sul momento, se il Primo Diacono non intercedesse tempestivamente in suo favore, appellandosi al giudizio del Maestro Venerabile.

Il Candidato, affidato alla custodia del Primo Diacono, viene portato dinanzi al Venerabile, che lo interroga. Appurato che è solo un Operaio del Marchio e non ancora un Maestro, il Venerabile lo riprende per aver tentato di ricevere un Salario cui non aveva diritto; rendendosi conto però che la sua condotta è stata dettata da ignoranza e non da malizia, gli fa grazia della terribile punizione e gli ordina di tornare alle Cave.

A questo punto, colpo di scena: il Primo Sorvegliante informa il Venerabile che i lavori sono sospesi, perché non si trova la Chiave di Volta dell’Arco del Tempio di Re Salomone.

Comincia l’inchiesta per ritrovare la preziosa Pietra. Il Secondo Sovraintendente, esaminatone il disegno, la riconosce nella Pietra portata dal Candidato. Il Primo Sovraintendente conferma. Il Maestro Sovraintendente, interrogato dal Venerabile, ammette con un certo imbarazzo di avere ordinato che fosse gettata tra i rottami.

Allora il Candidato viene condotto di Diaconi a cercarla. La ritrova e la presenta trionfalmente al Maestro Venerabile; questi si congratula con lui, e dispone di ricompensarlo confidandogli i segreti del Maestro Muratore del Marchio.

Il Gioiello è un modello della Pietra scartata dai costruttori, e sul suo rovescio sono                                            incise Otto Lettere. Il nuovo Maestro potrà farvi incidere nel centro il proprio                                Marchio.

Per giungere a questo rituale apparentemente semplice e lineare, il cammino fu assai lungo; avremo occasione di ricostruirne le principali tappe, inquadrandole nel contesto di quell’affascinante romanzo che è la storia della Massoneria britannica, in Italia ancora in gran parte sconosciuta.

 

2 – Il Marchio operativo

Tra le più antiche organizzazioni muratorie operative, si ha notizia di associazioni di tagliapietre, tanto in Germania quanto in Inghilterra, fin dagli inizi del tredicesimo secolo. Nel 1352 il Re Edoardo III riconobbe per decreto la legittimità delle gilde inglesi, di un’ottantina delle quali ci sono giunti i regolamenti. Il grado di Apprendista non poteva durare meno di cinque anni e poteva giungere a venti, dopodiché il tagliapietre poteva accedere al grado di Compagno, e tra gli altri privilegi accordatigli poteva avere diritto a un Marchio personale con cui firmare il proprio lavoro.

Nel 1452 tutte le logge operative di Germania si riunirono in un Ordine accuratamente strutturato e organizzato. Da vari articoli del suo Regolamento risulta che anche qui il passaggio a Compagno era segnato dalla concessione di un Marchio personale. Risulta dagli Statuti Schaw che tale usanza era viva anche in Scozia almeno fin dal sedicesimo secolo; William Schaw utilizzò il proprio Marchio anche per firmare il verbale di un’assemblea di muratori che si tenne nell’anno 1600.

Caratteristiche comuni a queste antiche forme di Marchio erano : la libertà di scelta, da parte del muratore, del proprio Marchio, che però doveva conformarsi alle regole imposte dalla tradizione ; il loro essere marchi di approvazione (o da riscossione), che potevano essere apposti alla pietra solo dopo che il Sovraintendente l’aveva approvata, e dal numero delle pietre sulle quali un dato Marchio era impresso al termine della giornata veniva conteggiato il salario; esistevano anche marchi di posizionamento che servivano a indicare in che modo una data pietra dovesse essere collocata nell’edificio, ma questi ultimi non erano personali. Infine un ultimo carattere importante è che la maggior parte dei disegni dei Marchi antichi sembrano obbedire alle regole di varie forme di linguaggi cifrati; da ciò senza dubbio ebbe origine l’usanza massonica degli alfabeti segreti, che nelle antiche forme di Marchio era presente con molta maggiore frequenza di quanto abbia luogo nelle altre forme rituali.

Un altro genere di Marchi erano quelli apposti dai costruttori (Arch Masons), le cui organizzazioni erano separate da quelle dei tagliapietre (Straight Masons): infatti la loro specializzazione gli consentiva di innalzare edifici più complessi, caratterizzati da soluzioni tecnicamente difficili come la presenza di archi. Ciascuna delle due forme di organizzazione muratoria era dotata di propri Catechismi, Letture e Rituali; entrambe rivendicavano la propria origine nella fabbrica del Tempio di Salomone (secondo le Costituzioni della Massoneria di York, datate 1704, gli Straight Masons impiegati nella fabbrica del Tempio sarebbero stati circa quarantamila, di cui tremila maestri).

Nelle Logge degli operativi, i tre Gran Maestri sedevano a Occidente per fronteggiare il Sole che sorge; il Primo Sorvegliante stava a est e il Secondo a nord. L’Altare era nel centro della Loggia e c’erano tre Diaconi, essendo anche il Maestro di Loggia considerato tale.

Quando un giovane chiedeva di essere accettato muratore (nel diciassettesimo secolo, l’età minima era di 14 anni), gli veniva detto di scegliere in quale delle due classi volesse servire; se sceglieva di essere uno Straight Mason gli veniva fatto dono di una squadra, se voleva essere un Arch Mason di un compasso. Il colore – simbolo degli Straight Masons era il blu, degli Arch Masons il rosso. Per l’iniziazione, l’Apprendista entrava in Loggia vestito di bianco, con un cordone intorno alla vita, tenuto per mano da due Compagni, uno per parte; un altro Compagno davanti e un altro dietro reggevano gli estremi di un altro cordone annodato intorno al suo collo. Così veniva formato un diamante a cinque punte, il cui simbolismo si è conservato in varie parti dell’odierna Massoneria.

Per salire al grado di Compagno doveva preparare una rozza Pietra squadrata come campione del suo lavoro, e il Sovraintendente ai materiali doveva esaminarla prima che potesse entrare.

Dopo un anno da Compagno poteva accedere al perfezionamento detto Super-compagno (Superfellow): il Candidato veniva condotto intorno alla Loggia per tre volte, e prestava giuramento inginocchiandosi davanti alla Pietra squadrata che aveva portato con sé.

Il rituale di perfezionamento successivo, (Compagno) Costruttore, si differenziava tra gli Straight Masons e gli Arch Masons su un punto importante: la Pietra che nel rituale Straight risulta andata perduta è la Pietra Angolare, nel rituale Arch è la Chiave di Volta.  È quindi lecito considerare a livello simbolico Pietra Angolare e Chiave di Volta come equivalenti.

Notevoli e interessanti sono le citazioni del Marchio contenute nei rituali operativi. Per esempio, nelle Letture Harodim:

La Massoneria fu propagandata in questo modo: quando i nostri antichi Fratelli avevano terminato il Tempio di Gerusalemme, viaggiarono in terre straniere e stabilirono così nuove Logge, e crearono regolarmente nuovi Massoni che erano operai di professione (…). Gli Operai del Marchio hanno il compito di preparare le pietre per il Tempio in modo tale che gli Erettori, nel luogo del Tempio, possano sapere esattamente dove ogni Pietra deve essere piazzata, sapendo che queste sono marchiate con pittura blu, mentre quelle destinate alla Gilda dell’Arco sono marchiate in rosso (…). Nel nostro rituale, gli Uomini sono le Pietre che devono essere Marchiate – Pietre viventi. Quando un Compagno deve essere ricevuto, entra nel Tempio mescolato insieme agli altri; quando poi viene dato l’ordine “Ogni uomo al suo posto”, tutti i presenti – essendo già Marchiati – sanno già dove andarsi a piazzare; il Compagno, che non lo sa, occupa a caso un posto libero. Il Maestro dice poi che esaminerà se le pietre ci sono tutte, e se sono perfettamente marchiate per il lavoro del Tempio. Trova il Compagno, ed esclama: “Qui c’è una Pietra che non è stata preparata come le altre e non è stata marchiata. Come siete entrato qui?” Il Compagno risponde che è entrato dalla porta insieme agli altri. Questo causa grande indignazione, ma poi i Fratelli si placano, decidono che possono riconoscerlo e lo marchiano. Così egli diventa un Operaio del Marchio, e ha un segno indelebile impresso sul corpo.

3 – Il marchio speculativo

Quando la Massoneria speculativa venne fondata nel 1717, disegno dei suoi creatori era la creazione di un’organizzazione forte e centralizzata, in grado di accreditarsi presso gli strati alti della società inglese al fine di riscuotere le protezioni e i consensi che le erano necessari per espandersi nel mondo. Per questo venne combattuta la tendenza delle Logge delle varie città a portare avanti sistemi autoctoni di antichi gradi (i famosi antient degrees), la cui pratica disordinata era fonte di confusioni gerarchiche e manteneva l’Istituzione troppo strettamente collegata alle sue origini artigiane.

Ma d’altra parte, i riformatori erano consapevoli che negli antient degrees erano custoditi gran parte dei tesori esoterici costituenti la fonte inscindibile dei valori fraterni e universalisti della Massoneria; erano quindi coscienti che ogni intervento di semplificazione andava condotto con gran cautela, e le opinioni in proposito erano varie e molto diverse. L’introduzione del grado di Maestro fu un tentativo solo parzialmente riuscito di innestare nell’Ordine una sintesi dei contenuti esoterici degli antichi gradi; moltissimi Fratelli, soprattutto in provincia, non vollero accettarla, e il dissenso tra Antients e Moderns sarebbe cresciuto progressivamente, fino a sfociare nella secessione degli Antients nel 1751.

A partire dal 1717, anche il Marchio diviene una parte importante di questo dibattito. La tendenza dei Moderns più oltranzisti è già quella di escluderlo progressivamente dall’Ordine, perché – affermano – sebbene in molte Officine si stia consolidando la pratica di somministrarlo in forma di grado, non risulta siano mai esistiti rituali operativi aventi già tale forma: si tratta di un semplice abbellimento del grado di Compagno, una sorta di medaglia ad honorem che veniva assegnata senza particolari formalità e della quale si può benissimo fare a meno.

Ma non la pensano così i Fratelli delle Officine Antient, in seno alle quali il Marchio sta assumendo sempre di più un duplice valore: in certe zone (soprattutto fuori dall’Inghilterra) viene considerato un preliminare necessario dell’Arco Reale, in altre il perfezionamento fondamentale del grado di Compagno, che può fare benissimo le veci del nuovo e aborrito grado Modern di Maestro hiramita.

Tra gli argomenti più forti a sostegno della loro tesi, ricordano che la stessa Gran Loggia d’Inghilterra è storicamente una derivazione della Compagnia dei Muratori di Londra, che per decreto reale poneva al centro dei propri doveri il rigetto del cattivo lavoro; è proprio a tutela della qualità del lavoro muratorio che il Marchio fu creato, e disconoscerlo equivarrebbe simbolicamente a volervi rinunciare. Ma il crescente successo dei Moderns sortirà il suo effetto: lungo tutto l’arco della prima metà del diciottesimo secolo le testimonianze scritte del Marchio in Inghilterra si diradano progressivamente, fino a sparire del tutto. Riappariranno, dapprima stentatamente, nella metà successiva.

Apparentemente esclusa dal divampare di tali polemiche è la Massoneria scozzese, che mantiene il Marchio come parte integrante del grado di Compagno. Non manca la sua citazione nel Libro di Loggia di Kilwinning, dove tra il 1674 e il 1720 si fa menzione della sua concessione a tre diversi Fratelli. Ma a partire dal 1736, in seguito alla fondazione della Gran Loggia di Scozia, la sua pratica nelle Logge comincia progressivamente a decadere (lo salverà il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale incorporandolo nel proprio sistema, e vedremo più avanti quanto tale svolta sia destinata a rivestire enorme importanza nella storia del grado).

La decadenza, tuttavia, fu lenta, e proprio dalla Scozia ci viene la prima testimonianza indiscutibile della somministrazione del Marchio non ai Compagni, ma ai Maestri: l’articolo 68 dei Regolamenti della R:. L:. Doric Kilwinning, n°68 all’Oriente di Glasgow (datato 1758) recita infatti qualunque membro ammesso nella Loggia e iniziato Apprendista dovrà pagare nove scellini, (…) uno scellino e sei pence per passare Compagno, due scellini per ascendere a Maestro e uno scellino e un penny e mezzo per essere fatto Maestro del Marchio.

Quanto all’Irlanda, lo storico della Massoneria deve fare i conti con due problemi fondamentali: primo, la gran quantità di documenti che è andata dispersa o smarrita nelle guerre civili; secondo, l’esistenza di un numero sterminato di antichi gradi autoctoni dei quali si sa poco, che spesso portavano nomi uguali l’uno all’altro o anche uguali a gradi praticati in forma diversa in Inghilterra. Soprattutto a partire dalla fondazione della Gran loggia d’Irlanda (1725), diventa pressoché impossibile stabilire cosa si celi sotto il titolo di un dato grado.

L’introduzione delle nuove forme causò, come prevedibile, varie proteste, ma meno di ciò che si crederebbe; nel complesso, le Officine irlandesi accettarono di buon grado la rivoluzione hiramita, anche se molte ottennero dispense per continuare a praticare i loro antichi gradi che oggi non fanno altro che aumentare la confusione. Ma nella maggioranza dei casi, invalse l’uso di continuare a tramandare gli antichi gradi oralmente; questo permise, una volta che la Gran Loggia d’Irlanda si era conquistata il suo spazio di autonomia da Londra, di reintegrarli nel nuovo sistema, dando origine al fenomeno internazionalmente noto come massoneria allargata.

Tra i gradi sussidiari (diplomatica definizione!) che progressivamente fecero la loro ricomparsa nella seconda metà del secolo c’era il Marchio locale, tramandato soprattutto nell’ambito degli encampments templari; non ci sono pervenute versioni scritte dei suoi rituali originari, ma sappiamo che comprendevano la posa, da parte del Candidato, di una vera Chiave di Volta su un Arco incompleto. Su questa erano incisi caratteri misteriosi che secondo lo storico Crossle significherebbero Gloria, ma l’interpretazione non è certa.

È plausibile comunque che gli Antients, nel loro lavoro di recupero e valorizzazione degli antichi gradi, abbiano introdotto in Inghilterra la pratica del Marchio irlandese, o almeno di alcune sue parti, anche se non sempre di facile identificazione; ritroveremo infatti l’usanza della posa della Pietra in almeno un rituale inglese.

Un ultimo dettaglio che non può essere tralasciato riguardo alla Massoneria irlandese è che gli Irlandesi furono gli inventori delle Logge militari, che tanto si adoperarono per la diffusione della massoneria nel mondo. Queste Officine godevano della massima stima dei loro Ordini, vuoi per il loro esemplare attaccamento all’Istituzione che li spingeva a portare avanti i lavori anche in condizioni di estremo disagio, vuoi perché un po’ tutti, nella madrepatria, erano consapevoli del loro immenso valore propagandistico; godevano quindi di privilegi comunemente negati a una Loggia normale, come quello di poter lavorare contemporaneamente all’obbedienza di autorità massoniche diverse, in modo che tutti i militari che ne facevano parte potessero sentirsi a casa.

Un’altra concessione inevitabile, vista l’origine della maggior parte dei loro membri (che, anche se non erano di origine scozzese o irlandese, provenivano per la maggior parte da piccoli centri) era la massima tolleranza riguardo alla pratica degli antient degrees, che ne fece lo scrigno in cui molte tradizioni massoniche altrimenti destinate a disperdersi vennero preservate.

4 – Dunckerley e il Marchio

Nella seconda metà del secolo, come già abbiamo accennato, testimonianza del marchio in Inghilterra ricompaiono sporadicamente a Winlaton, Hull, Durham e Newcastle; ma il personaggio centrale tra quanti si adoperarono per il rilancio del grado è Thomas Dunckerley, un gigante della Massoneria che oggi non viene ricordato come meriterebbe.

Era nato a Oldham il 23 Ottobre 1724. Nei mesi precedenti, sua madre era stata a servizio a casa di una nobildonna presso la quale il Principe di Galles, il futuro Re Giorgio II, soleva soggiornare. Solo all’età di 36 anni Dunckerley avrebbe appreso dal suo padre anagrafico di essere il figlio naturale del Re.

In quell’anno Dunckerley prestava servizio come cannoniere sulla regia nave Vanguard, ed era reduce dalla vittoria nella guerra dei sette anni che aveva portato alla conquista inglese del Quebec. Quando seppe dei propri natali, corse a Londra e cercò di farsi ricevere dal Re, ma senza riuscirvi; non ci furono invece problemi – in qualità di Maestro Venerabile della Loggia della sua nave – a farsi ricevere dal Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra, Lord Aberdour.

Cosa si fossero detti in quel colloquio non è dato di sapere; si sa soltanto che Dunckerley ne uscì con in mano un incredibile passaporto il cui testo crediamo non abbia uguali nella storia della Massoneria: gli conferiva l’autorità di regolare gli affari della Massoneria nelle Province del Canada appena conquistate o in qualsiasi altra parte del globo che egli possa visitare nella quale un regolare Gran Maestro Provinciale non sia già insediato.

Non solo in virtù delle sue origini Dunckerley era stato scelto per questo compito, ma anche per le sue idee. Stracolmo com’era di Logge militari – tradizionalmente di simpatie Antient – il Canada rischiava di diventare la roccaforte Antient del mondo, con buone possibilità di eclissare il primato internazionale della Gran Loggia d’Inghilterra.

Dunckerley era l’uomo adatto per scongiurare questo rischio. Maestro Venerabile di una Loggia militare ma di obbedienza Modern, condivideva con la Gran Loggia d’Inghilterra la visione di una Massoneria fortemente centralizzata e disapprovava le disordinate tendenze Antient al localismo; ma era nello stesso tempo un profondo conoscitore degli antichi gradi, in grado di competere addirittura con Lawrence Dermott su tale argomento. Se a questo si aggiunge che i Massoni del Quebec lo conoscevano e lo stimavano, personaggio più adatto non si sarebbe potuto trovare.

Quello che egli seppe fare della Gran Loggia del Quebec nei pochi anni della sua permanenza in Canada fu una sorta di serra in cui conservare gli antient degrees, i cui rituali aveva portato con sé dall’Inghilterra; le Officine facevano a gara per studiarli, rilasciarli e praticarli, e sembra che in alcune di esse, addirittura, il cammino massonico dei fratelli fosse scandito dal rilascio di un antico grado ad ogni tornata.

Nel 1764, a quarant’anni, si congedò dalla marina e rientrò in Inghilterra. Dopo il rimpatrio, per alcuni anni la sua preoccupazione principale fu di farsi ricevere dal Re. Ma solo nel 1767, quando Giorgio II era passato a miglior vita, suo figlio Giorgio III riconobbe le sue origini e gli garantì una pensione di cento sterline all’anno.

In quello stesso periodo era diventato Gran Maestro un suo amico, Lord Blainey, col quale condivideva la passione per gli antichi gradi. Uomo di grande intelligenza ma non sostenuto da una buona salute, Blainey si era fatto promotore del clima di conciliazione di cui la Massoneria inglese in quel momento sentiva un gran bisogno, e fin dal primo momento Dunckerley fu al suo fianco per dargli una mano.

Il loro più grande successo ebbe luogo il 22 luglio 1767, quando superando l’opposizione dei Moderns più oltranzisti riuscirono a innalzare le colonne del primo Capitolo dell’Arco Reale sotto gli auspici della Gran Loggia d’Inghilterra: in questo modo strapparono agli Antients il monopolio dell’antico grado più prestigioso, ponendo le basi per la soluzione di compromesso che sarebbe arrivata quasi mezzo secolo dopo.

Nel 1769, Dunckerley riuscì a dotare di un Capitolo anche la sua Loggia Madre, la Antiquity di Portsmouth. Circa nel 1940 venne rinvenuta una copia del suo Libro di Loggia: era scritto in uno sconosciuto codice cifrato, tra i più complessi che in Massoneria si siano mai visti.

Appena lo ebbero in mano, gli storici della Gran Loggia Unita d’Inghilterra si resero conto che un cifrario del genere doveva celare qualcosa di molto segreto, e quando infatti riuscirono a venirne a capo, le scarne parole conclusive vergare dal Segretario furono una rivelazione:

(Il Fratello Dunckerley) ci disse di questa maniera di scrivere, che deve essere usata nel grado che possiamo trasmettere ad altri affinché i Compagni possano essere Mark Masons e i Maestri Mark Masters.

Era proprio così: non pago di aver reintrodotto nell’Ordine l’Arco Reale, per mezzo del Capitolo di Portsmouth Dunckerley aveva cercato di reintrodurre nella Gran Loggia d’Inghilterra anche il Marchio. Lo aveva fatto nella sua città natale, in una Loggia sulla cui fedeltà assoluta sapeva di poter contare, per cercar di evitare la stessa furibonda reazione di cui era stata oggetto la reintroduzione dell’Arco Reale; e forse anche perché, essendo nella tradizione britannica Arco e Marchio due gradi nettamente separati, la notizia di un tale innesto avrebbe potuto esporlo all’accusa di irregolarità, mettendo in gioco la sopravvivenza della neonata rete di Capitoli che cercava di creare. L’esperimento, del resto, era destinato a fallire, perché dei rituali Dunckerley in seno alla Gran Loggia d’Inghilterra non rimase traccia.

Per vari decenni gli storici della Massoneria hanno discusso intorno alla loro natura.  Sebbene la cosa non possa essere provata definitivamente, è quasi certo che si trattasse del tipo di Marchio che veniva praticato nella Loggia del reggimento scozzese Inniskilling Dragoons.

Ciascuno dei due gradi è costituito in prevalenza da un lungo discorso, composto da un elenco di doveri e da una Lettura. Non c’è ancora nessuna traccia di Sovraintendenti, nessuna Pietra viene introdotta né saggiata; le otto lettere che vengono date al Maestro del Marchio sono ancora sei, H T S W S S (Hyram of Tyre, Son of the Widow, Servant of Solomon).

In entrambi i rituali la parte dinamica è assai ridotta, e tutto il fascino e la bellezza irradiano dall’eccezionale qualità espressiva delle Letture, che li fanno annoverare tra i più bei rituali della Massoneria settecentesca. Ecco la Preghiera che costituiva la Chiusura del grado di Maestro:

Prima di congedarvi, vi raccomando di riporre la vostra fiducia nell’Essere Supremo che è una Forza per il bisognoso nella sua angoscia, un rifugio dalla Tempesta quando le raffiche dei malvagi tempestano le Mura, e possano le vostre vite rafforzate da questa fiducia riflettere l’onore del grado di Maestro del Marchio, e tramite la nostra integrità e la nostra purezza fare di noi uomini in tutto simili al grande Uomo il cui nome è inciso sul nostro Marchio.

In tarda età, i tributi di stima che giungevano a Dunckerley da ogni parte cominciarono ad aver ragione della sua viscerale opposizione per le alte cariche. Finì per diventare Gran Maestro di otto Gran Logge provinciali contemporaneamente, onore mai toccato a nessun altro Massone nella storia.

I suoi ultimi anni di vita furono avvelenati dall’amarezza che la sua voce – sempre instancabile a indicare la via della conciliazione nel binomio “ripristino dei gradi antichi e centralizzazione dell’Ordine” fosse ascoltata sì col rispetto dovuto a un Fratello che era un mito vivente, ma nella pratica regolarmente ignorata. Morì nel               1795: dell’esecrabile controversia che vedeva contrapposti gli Antients e i Moderns, il Fratello Dunckerley non riuscì a vivere abbastanza per vedere la fine.

 5 – Il ritorno del Marchio

Non era stato solo per mano di Dunckerley che la Massoneria del Marchio aveva ricominciato a manifestarsi – dal 1770 circa in poi – in varie parti del Regno Unito: se ne trovano tracce nei verbali di Officine situate a Durham, Dumfries, Bath, Nottingham, Manchester, Wigham, Oldham, Sheffield, Newcastle, Norwich, in Irlanda, in Scozia e in America – particolare degno di nota, almeno una delle Logge in questione, la Marchese di Granby di Durham, era Modern.

In alcuni casi si accenna soltanto all’avvenuto pagamento della quota per il Marchio da parte di Fratelli, in altri si parla esplicitamente di “elevazione”, il che fa supporre l’esistenza di uno specifico rituale; anzi di due, perché quasi dovunque i gradi di Operaio del Marchio e Maestro del Marchio sono citati separatamente. Come è ovvio data l’epoca, entrambi venivano concessi in grado di Compagno, e c’è ragione di pensare che in varie Logge il grado di Maestro del Marchio facesse le veci dell’attuale grado di Maestro.

Una delle prime Logge inglesi a praticare regolarmente il Marchio fu la Loggia Minerva di Hull, fondata nel 1782 e tuttora esistente all’obbedienza della Gran Loggia del Marchio, col privilegio di poter lavorare ancora oggi secondo il suo rituale originario (sebbene col tempo sia stato sottoposto a diversi aggiustamenti).              La Minerva era spesso visitata da marinai e mercanti stranieri: sul registro è menzionata la concessione di Marchi a visitatori provenienti da Brema, Amburgo, Lubecca, Stettino, dall’Olanda e dall’America settentrionale.

Tra le numerose peculiarità che sono proprie del rituale Minerva, un curioso primato: è il più antico rituale massonico a prescrivere esplicitamente l’uso dei guanti. In esso, i Sovraintendenti siedono dando la schiena ai piedestalli dei Sorveglianti; quanto al Maestro Sovraintendente, siede affiancato al Maestro Venerabile dietro l’Altare.

Il Candidato viene introdotto abbigliato di un’ampia tunica e del grembiule di Operaio del Marchio; nel corso delle tre perambulazioni, scambia il segno tanto con i Sovraintendenti che con i Sorveglianti. Altro particolare curioso: il Giuramento viene effettuato subito dopo.

Il Candidato si ritira poi nelle Cave di Tiro, e ne fa ritorno in compagnia del Primo Diacono, ognuno con una Pietra da sottoporre all’esame; sono soltanto due Sovraintendenti a verificarle. Dopo che la Pietra portata dal Candidato è stata scartata segue la cerimonia della riscossione del Salario, ma non viene conclusa: subito dopo la Processione il Copritore Interno impugna un’ascia, e il Primo Sorvegliante indica il Candidato come un impostore.

Prima che il Maestro Venerabile si sia pronunciato sulla pena da assegnargli, emerge il problema della Chiave di Volta che è andata smarrita. Al Candidato è concesso di andare a cercare la sua Pietra; gli coprono le gambe per proteggerle dalle macerie, e insieme al Primo Diacono perlustra il Tempio in lungo e in largo, ritrovandola infine dietro alla sedia del Primo Diacono, nell’angolo a nord-est. Dopo l’approvazione della Pietra da parte del Venerabile, gli vengono infine rivelati i segreti del grado; le otto lettere gli vengono spiegate mediante la formula Hiram The Widow’s Son Sought This Key-Stone, diversa da quella in uso nel rituale moderno.

Nel Cheshire, la diffusione del Marchio nel periodo precedente alla Union fu interamente carico della leggendaria Loggia Viaggiante. I suoi fondatori furono un gruppo di Fratelli che avevano ricevuto il Marchio nelle Logge militari, e dopo il congedo erano rimasti disgustati dal clima di avvelenata polemica che pervadeva le Logge della madrepatria, sconvolte dal contrasto che opponeva gli Antients ai Moderns. Individuarono nel Marchio il simbolo della Fratellanza dell’antica muratoria, e con entusiasmo quasi fanatico presero a percorrere le Logge della regione somministrando il grado a chiunque si identificasse con il loro ideale; né la loro missione era destinata a esaurirsi con la Union, come vedremo più avanti.

Ci sono poi alcuni casi sui generis. Uno senz’altro è rappresentato dalla R:. L:. Relief all’Oriente di Bury, che lavorava all’obbedienza della minoritaria Grand Lodge of All England: tutti i Marchi da lei rilasciati erano costituiti da una lettera dell’alfabeto ebraico o greco. Unico esempio nella storia, la Grand Lodge concesse un Marchio alla Loggia stessa, che veniva apposto a tutti i suoi documenti ufficiali.

Una vicenda tra il comico e l’incredibile è quella che ebbe per protagonista la R:. L:. Hope di Bradford. Anche questa aveva lungamente lavorato all’obbedienza della Grand Lodge of All England, e vantava una licenza per la concessione di Marchi che portava la data addirittura del 1713. Passata poi all’obbedienza della Gran Loggia d’Inghilterra, decisero di festeggiare il centenario con l’invio di una delegazione a Londra, per vedere se fosse possibile, appellandosi all’interesse storico, trovare un modo per farsela confermare.

Furono incredibilmente fortunati. Quando la delegazione giunse a Londra, Antients e Moderns erano a un passo dalla Union, entrambi preoccupatissimi su come i Massoni del Marchio avrebbero digerito l’esclusione del Marchio dall’Ordine. Così, dopo essere stati colmati di gentilezze, se ne tornarono a Bradford con una nuova licenza di pugno del Gran Maestro, che li autorizzava a proseguire l’emissione di Old Marks! A Londra, roccaforte Modern, il Marchio non trovava di certo il suo ambiente più congeniale, ma approfondendo l’investigazione si scopre che vi era più diffuso di quanto si crederebbe: basti dire che era comunemente praticato nella R:. L:. Kent, n°8 all’obbedienza degli Antients, gigantesca Officina che copriva circa un terzo della città. La maggior parte dei marchi rilasciati dalla Kent erano ispirati all’attività professionale dei Fratelli: si sa di un filatore che scelse un Telaio, un marinaio un’Ancora, un birraio un Boccale.

In Irlanda, la locale Gran Loggia si barcamenava tra le forti istanze in favore degli antichi gradi che provenivano dal basso e l’evidenza che la situazione internazionale stesse orientandosi in direzione del tutto diversa. Fu senza dubbio per cautelarsi contro il futuro che creò, nel 1786, un organismo autonomo nominalmente destinato alla pratica e all’amministrazione dei gradi templari – lo Early Grand Encampment – al quale, in pratica, era delegata l’amministrazione di tutti gli antient degrees. È da quella fonte che proviene la principale linea di successione dell’odierna Gran Loggia del Marchio, perché l’autorizzazione alla pratica del Marchio vantata a partire dal 1817 dal Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia aveva come fonte una trentina di patenti per la Scozia emesse proprio dall’Encampment irlandese.

Alcuni passaporti del Marchio rilasciati nel primo periodo dall’Early Grand Encampment rivestono al giorno d’oggi un interesse storico eccezionale: sono infatti da annoverare tra le poche testimonianze rimaste di una famiglia di rituali del Marchio oggi completamente estinta, il Cain’s Mark. Se ne possono trovare le tracce dovunque i Maestri del Marchio solessero autodefinirsi Mark’d Masons, Massoni Marchiati: un’usanza che, come abbiamo riscontrato nelle Letture Harodim, risale agli operativi. In tutti i casi dove questo avvenga, il riferimento scritturale d’obbligo (e talvolta dichiarato) va ricercato allora nella leggenda massonica di Caino e Abele:

Quando il numero della razza umana aumentò, le loro malvagie passioni entrarono in azione; e Caino, influenzato dall’invidia, rinnegò i princìpi della Massoneria, e tolse la vita a suo fratello. A questo seguì il giudizio, e la sentenza della Divinità (…) e il fratricida e la sua famiglia vennero cacciati, Caino essendo protetto da chi voleva esercitargli violenza da un Marchio particolare che lo distingueva dal resto dell’umanità. Sulla natura di questo Marchio, molte sono state le congetture degli antichi: alcuni hanno immaginato che avesse impressa la parola ABEL, altri che le quattro lettere formassero il Nome di Dio.

Infine, in America, la semina praticata dalle Logge militari aveva portato un po’ dovunque frutti vigorosi, e quasi dovunque il Marchio era praticato in combinazione con l’Arco Reale; dalle carte della R:. L:. St. John all’Oriente di Middleton, Connecticut, emerge addirittura che in questa Officina il Marchio non era considerato un requisito necessario per accedere all’Arco Reale, bensì viceversa.

Curiosa anche una lista di Marchi assegnati dalla St. John: un Covone di Grano, una Mano nella Mano, Sette Candelieri, Cinque Punti, una Nave, un’Aquila Calva, un Pulpito, il Polo Nord, una Colomba recante un Ramo d’Ulivo, un Torchio da Stampa, una Sfera di Cristallo. In molti casi, il Marchio era ornato anche da un motto: per esempio, intorno al Torchio da Stampa era scritto “combattere la parzialità, astenersi dall’anarchia”.

6 – Gli antichi rituali

Come abbiamo già accennato a proposito del Cain’s Mark, le antiche forme del Marchio possono essere raggruppate in varie famiglie, ciascuna composta da rituali somiglianti fra loro e più o meno caratterizzati da un’origine comune. Una delle più estese e ramificate è quella dei rituali in qualche modo imparentati con l’antica Massoneria di York, nella quale possono essere individuati vari stadi di evoluzione.

Una delle forme più arcaiche veniva praticata negli anni ottanta del Settecento in Giamaica e a Charleston, evidentemente introdotta da qualche Loggia militare; mancano i Sovraintendenti e i Diaconi svolgono il ruolo del Copritore Esterno. In questa versione i due gradi del Marchio venivano ancora somministrati separatamente.

Più estesa e interessante è la cerimonia di primo grado. Una volta introdotto ad opera del Fratello Terribile, ci si aspetta dal Candidato che egli compia addirittura sedici giri della Loggia, ciascuno collegato a una prova (ma dopo che ha compiuto i primi quattro con successo, il Maestro Venerabile lo dispensa dal continuare). Esamina a questo punto la Pietra da lui portata, ma la trova imperfetta e gli ordina di buttarla; il Candidato esegue questo gesto alzandola con ambo le mani e scagliandola dietro la spalla sinistra.

Gli viene poi richiesto un obolo di tredici centesimi per la Loggia, ma il Candidato – privato dei metalli – non ha con sé il denaro. Il Venerabile lo rimprovera: che è mai, Fratello mio? Rifiutare una così piccola somma per il sollievo dell’umanità sofferente! Il Grande Architetto ve ne chiederà conto.

Un Diacono lo invita allora a stendere la mano sull’Altare per ricevere il Salario, ma quando il Candidato esegue il Secondo Sorvegliante brandisce minacciosamente un              pugnale e gli graffia il polso. Gli viene allora chiesto se è disposto ad assumere un impegno, e alla sua risposta affermativa i lavori vengono sospesi per un breve rinfresco, a cui seguono il Giuramento, la somministrazione del Marchio, la comunicazione dei segreti del grado, ecc.

In un altro rituale molto simile – contenuto nel cosiddetto manoscritto Watson – abbiamo la prima comparsa delle otto lettere, che erano allora T W S T O D A N, ovvero The Widow’s Son Tribe Of Dan And Naphtali; dal modo in cui erano raffigurate sul gioiello del grado, si è ipotizzato che costituissero la chiave di un cifrario. Nel Watson, l’intera cerimonia di somministrazione del Marchio veniva svolta in grado di Compagno.

Due prodotti più recenti di questa famiglia erano i rituali praticati dall’Antiquity Preceptory dei Cavalieri Templari e dalla R:. L:. Howe di Birmingham (in essi, la formulazione delle otto lettere varia dall’uno all’altro: da una parte H T W S S T K S, dall’altra H T S W S T K S).

In entrambi i casi, i lavori venivano già aperti in grado di Maestro del Marchio; abbiamo l’introduzione di due Candidati (uno dei quali impersonato da un Diacono) e l’esame delle loro pietre da parte di tre Sovraintendenti. Pur con testi diversi, la rappresentazione procede secondo un canovaccio molto simile a quello attuale.

Interessante e dettagliata la fase del recupero della Pietra che era stata scartata: il Maestro Venerabile istruisce il Candidato sul come fare a incidervi sopra i giusti caratteri, dopodiché il Candidato viene sottoposto a varie perambulazioni prima di essere chiamato a collocare egli stesso la Pietra al sommo dell’Arco.

Dopo il Giuramento e la comunicazione dei segreti, segue una Lettura di notevole interesse simbolico. Per riassumerla: dopo aver scoperto come si crea un Arco, Hiram Abif lasciò la Chiave di Volta nel portico del Tempio per usarla più avanti. Venne trovata da quindici Compagni, i quali supposero che i misteriosi caratteri incisi su di                                                 essa fossero il Marchio del Maestro, che essi disperavano di ricevere, e la trafugarono.

Non molto tempo dopo, Hiram morì, potando nella tomba il suo segreto. Un altro ingegnoso Compagno risolse il problema legato al completamento dell’Arco, ma i suoi gelosi colleghi gettarono la sua Pietra nel fiume; dopo varie peripezie, il Compagno riuscì a recuperarla e a rimetterla al suo posto, e solo a questo punto gli accadde casualmente di ritrovare la Pietra originale scolpita da Hiram, e la sistemò trionfalmente sull’Arco al posto della propria.

In definitiva, una delle caratteristiche più interessanti di questa famiglia di rituali è la tendenza ad avvicinarsi armonicamente – nel corso della loro evoluzione – al simbolismo dell’Arco Reale. Un’altra è la suggestiva bellezza delle loro Chiusure; citiamo qui per esteso quella del rituale Cumberland.

Prima di separarci, adoriamo il Grande Architetto dell’Universo, padre di ogni bene. Possa Egli estendere a noi la Sua protezione, sostenerci con la Sua forza, renderci capaci di resistere alla tentazione e di glorificarlo nelle nostre vite (…) nella ferma speranza che quanto abbiamo espresso simbolicamente nel nostro lavoro possa infine, attraverso la Sua misericordia, essere ricevuto nel Tempio vivente, non edificato dall’uomo, che è eterno nei cieli.

Un’altra importante famiglia di antichi rituali – originaria del nord-est dell’Inghilterra – era quella fondata sulla leggenda biblica di Daniele. Come è noto, gli avvenimenti narrati nel Libro di Daniele risalgono al periodo della seconda edificazione del Tempio, come pure la leggenda dell’Arco Reale; quindi questi rituali godettero di particolare fortuna negli anni successivi alla Union, per sottolineare le affinità e la stretta parentela dei due gradi, tanto in chiave polemica quanto da chi avrebbe aspirato ad una loro integrazione o fusione.

Il loro punto centrale è il passaggio del Giordano da parte degli Ebrei di ritorno a Gerusalemme: uno dei temi più ricchi di simbolismo esoterico per i Massoni interessati alla trasmutazione interiore. In alcune delle versioni più antiche, il passaggio avviene su un Ponte sostenuto da due colonne strettamente imparentate con J e B; ne abbiamo ancora oggi diverse rappresentazioni raffigurate su antichissimi Quadri di Loggia. Ma un Massone di Newcastle che si rivela assai erudito riguardo agli aspetti simbolici della leggenda scriveva nel tardo Settecento: non è importante stabilire se il Ponte in questione corra tra un pontile e una nave o tra una riva e l’altra di un fiume. Era un ponte, e i Figli di Israele dovevano attraversarlo per proseguire il loro viaggio verso casa. Qualcuno pensa che fosse un guado di pietre, da attraversare balzando dall’una all’altra.

Ne esistono svariate versioni, il cui schema comune è il seguente: Il Re di Babilonia ha fatto un sogno e nessuno lo sa interpretare. Daniele viene portato davanti al Re, che gli racconta il sogno; Daniele lo interpreta, e chiede come ricompensa di essere lasciato libero di tornare a Gerusalemme per provvedere alla ricostruzione del Tempio. Il Re glie lo concede, e lo affida a un suo cortigiano perché lo conduca fino al Fiume. A questo punto, al Candidato viene concesso il Marchio e viene istruito riguardo al simbolismo del grado; infine passa il Fiume e si procede alla Chiusura.

Questo è un semplice schema, ma le numerosissime versioni del rituale sono ricche e affascinanti. Diverse le descrizioni del sogno del Re: da un leone che minaccia di divorare lui e la sua casa a una statua edificata con diversi materiali che crolla e si distrugge. Diverse le peripezie di Daniele: dal semplice valicamento di un’assicella che simboleggia il Fiume a varie vicissitudini simboleggiate da complesse Letture, Catechismi e Prove. In alcuni, Daniele non è solo: i prigionieri sono un gruppo. In altri, la sua interpretazione del sogno viene premiata con vari onori. In taluni viene sceneggiato non solo il Passaggio del Fiume, ma anche l’arrivo a Gerusalemme; altri ancora si avventurano oltre, accennando alla Ricostruzione del Tempio e saldandosi in tal modo con altri importanti antient degrees quali lo stesso Arco Reale e la Red Cross of Daniel. In definitiva, la perdita di questa importante famiglia di rituali e del suo simbolismo può essere definita come la principale carenza dell’attuale versione del Marchio.

Per quanto riguarda la Scozia, le antiche forme di Marchio sono riducibili a quattro: Fellow Craft Mark (per i Compagni), Mark Master (per i Maestri), Fugitive Mark (per i Compagni dell’Arco Reale) e Hint to a Wayfarer, o Christian Mark (per i Cavalieri Templari). I primi due figurano ancora, rispettivamente come 5° e 6° grado, nell’Early Grand Scottish Rite, la versione… scozzese del Rito Scozzese.

Nella leggenda legata al grado di Mark Master, quando Hiram Abif ottenne la supervisione dei lavori della Chiave di Volta vi trovò già impiegato, nel ruolo di Sovraintendente, un parente di Re Salomone, e fu quindi costretto ad assumere un ruolo subordinato. Un giorno, mentre dirigeva il posizionamento di una grossa pietra al culmine della Porta Nord del perimetro del Tempio, la pietra precipitò sul Sovraintendente, il cui nome era Cavelum, e lo uccise.

Re Salomone fu tanto afflitto da questa tragedia da disporre che la Porta Nord fosse murata per sempre, senza immaginare che questo evento sarebbe stato la causa della morte di Hiram: infatti, se fosse stata aperta quando egli fu aggredito dai tre Malvagi Compagni, sicuramente sarebbe riuscito a fuggire. E’da notare che questa osservazione è applicabile solo al rituale di terzo grado scozzese, nel quale i malvagi si piazzano alle Porte Sud, Est e Ovest; non in Inghilterra e in Irlanda, dove sono disposti a Sud, Nord e Est. È anche da osservare che Sud, Est e Ovest sono nel Marchio scozzese le posizioni dei tre Sovraintendenti.

Una variante del Mark Master caratterizzata da un interessante rituale è il cosiddetto Mark of Chair Master, originario del Kinrosshire; nell’ottocento, la sua pratica era ormai limitata a non più di tre officine. Tra le molte sopravvivenze interessanti, i Sovraintendenti (che non erano ancora Ufficiali) erano dotati di due Marchi diversi, uno di approvazione e uno da posizionamento. Per quanto si tratti di un rituale per molti versi già vicino a quello odierno, si notano innumerevoli piccole differenze: per esempio, il Primo Sovraintendente che ha commesso l’errore di gettare via la Pietra viene addirittura rimpiazzato dal Candidato.

Dal punto di vista della storia del Marchio odierno, il rituale scozzese più interessante è quello di origine templare che fu in seguito adottato dal Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia, trascritto da Hector Gairn e riadattato per l’uso massonico da due personaggi che incontreremo più avanti: i dottori Beveridge e Jones.

Sebbene questi ultimi siano stati i fondatori della Loggia Bon Accord di Londra, non è questo il rituale che adottarono per la loro Officina; venne praticato però da un gran numero di Logge inglesi che lavoravano all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo, e per questa ragione la sua influenza sul rituale del Marchio moderno fu grande. È anche il rituale che collega direttamente l’esperienza di Thomas Dunckerley al Marchio di oggi, perché è quasi certo che derivi da quello praticato nella Inniskilling Dragoons; gli adattamenti, però, dovettero essere oltremodo numerosi, perché l’influenza degli originari rituali Dunckerley è riconoscibile a stento.

Anche in questo rituale i Sovraintendenti non sono Ufficiali, e neppure i Diaconi: sono il Maestro Venerabile e i Sorveglianti a condurre l’intera cerimonia. Soltanto in due delle quattro versioni oggi conservate è già contemplata la presentazione delle tre Pietre (nella terza, di due sole; nella quarta, la Pietra da esaminare è fin dall’inizio nelle mani dei Sovraintendenti) e in tutte e quattro il Marchio non viene scelto ma semplicemente assegnato.

Invece il rituale che sarebbe stato adottato dalla Bon Accord apparteneva alla famiglia dei cosiddetti rituali Fuller, dal nome dello studioso che ne individuò l’origine comune: in essi addirittura i Sovraintendenti non compaiono di persona, ma vengono soltanto citati dal Primo Sorvegliante. Il lavoro è alla gloria del Grande Geometra dell’Universo, e una sua peculiarità è che la cerimonia del Pagamento del Salario non vi svolge la funzione odierna, ma è compresa nella Chiusura.

Con questa rapida panoramica abbiamo sfiorato tutte le principali varietà di antichi rituali; seguiamo ora le vicende che, dalla diaspora di antient degrees caratteristica della Massoneria settecentesca, determinarono poco per volta il configurarsi e il sorgere della Massoneria del Marchio contemporanea.

 7 – Il Marchio nella clandestinità

Il giorno 27 dicembre 1813 venne firmata la Union, lo storico trattato di pace che – decretando la riunificazione tra Antients e Moderns – diede origine alla Gran Loggia Unita D’Inghilterra (UGLE). L’articolo 2 del Protocollo di Unione era più che esplicito: la pura e antica Massoneria consiste di tre gradi e non di più. Fu un regalo piuttosto sgradito per tutti i fratelli che praticavano gli antient degrees, incluso il Marchio, i quali si aspettavano che dopo la riunificazione sarebbe di nuovo stato possibile per loro praticarli regolarmente in seno all’Ordine.

A partire dal 1813, in Inghilterra, il Marchio venne praticato soprattutto negli Encampments templari, inserito in questo o quel sistema di gradi cavallereschi. Comunque, la clausola che consentiva alle Logge ex-Antient di continuare a praticare gli antichi gradi purché al di fuori del sistema dei gradi azzurri fu ampiamente sfruttata, per periodi di tempo più o meno lunghi a seconda dei luoghi.

Altre officine, come la Friendship a Davenport, Cornovaglia, preferirono continuare il percorso come Logge del Marchio indipendenti, e un gran numero di esse avrebbero prosperato lungo tutto l’arco del secolo per confluire poi nella Gran Loggia del Marchio. La Friendship costituì anche una squadra itinerante di fratelli (non una Loggia Viaggiante come quella del Cheshire) che girava per le officine conferendo il grado ai Maestri che ne facessero richiesta, finché negli anni quaranta le Officine che erano solite ospitarli non furono scoraggiate dall’UGLE con una lettera di ammonimento.

Tracce di pratica del Marchio posteriori al 1813 si riscontrano anche a Redruth (dove il locale encampment templare praticava, sembra, una sorta di rituale Dunckerley) nonché a Callington, Liskeard, Plymouth, Bristol, Devonport, Emouth, Sidmouth e Bath ; particolarmente cospicua la sua presenza in quest’ultima città (patria dei rituali Antiquity e Royal Cumberland), dove la Loggia Royal Sussex venne fondata nel 1812 all’obbedienza degli Antients, e a detta di un suo membro (il fratello Samuel Lazarus) continuò a praticare il Marchio secondo gli antichi costumi (ovvero in seno all’Ordine) addirittura fino al 1823.

Nello Hampshire, il Capitolo Friendship di Portsmouth, fondato da Dunckerley, continuò imperterrito ad assegnare il Marchio fino al 1844, a Fratelli di ogni parte dell’Inghilterra che si sottoponevano alla trasferta per riceverlo prima di procedere oltre nel cammino dell’Arco Reale.

Ancora più irriducibili dovevano rivelarsi i Fratelli della Loggia Viaggiante del Cheshire. Quando i venti di pace avevano cominciato a soffiare tra Antients e Moderns, l’officina si era rassegnata a non aver più una guerra da combattere, e aveva preso dimora a Dukinfield con il nome di East Cheshire Mark Lodge. Ma non aveva mai abbandonato una certa tendenza al nomadismo, e dopo il 1813 decise che era venuto il momento di rimettersi sulla strada.

Una curiosa fonte di informazioni – tanto sul simbolismo del Marchio in generale quanto sulle attività della Loggia in particolare – ci viene dalle pietre tombali dei suoi membri, molte delle quali vennero incise in caratteri cifrati; se ne possono ammirare tanto ad Ashton-under-Lyne quanto a Mottram.

Inestimabili documenti – sparsi oggi tra varie Officine – ci dicono che negli anni trenta almeno venti Officine ricevevano la Loggia Viaggiante a rotazione; impossibile azzardare un conto anche approssimativo delle migliaia di Marchi che conferì nell’arco della sua storia.

Si suppone che la sua instancabile attività di diffusione del grado sia andata avanti almeno fino agli anni cinquanta; e anche dopo quel periodo, come vedremo più avanti, il suo ruolo nella storia del Marchio era ben lungi dall’esaurirsi.

Drammatica, infine, è la storia della Loggia del Marchio Albany dell’isola di Wight, tuttora esistente. Venne innalzata nel 1848 grazie all’interessamento dei fratelli di una Loggia militare irlandese, la Minden Lodge, acquartierata sull’isola; in quella occasione fecero dono alla Albany della loro preziosa Chiave di Volta finemente scolpita, ma la Albany – non volendo appropriarsi di un oggetto di tale valore – glie la restituì.

La Minden partì poi per l’India, dove venne inviata in zona di guerra per fronteggiare la rivolta dei Sepoy; a seguito di uno sfondamento imprevisto del nemico, quasi tutti i suoi membri vennero sterminati e l’officina fu assonnata definitivamente.

Più di cinquant’anni dopo, la Chiave di Volta fu ritrovata in un remoto villaggio dell’India ed amorevolmente restaurata ad opera di un Fratello locale. La Albany allora fece domanda per riaverla, ma la Gran Loggia del Bengala rifiutò di consegnarla. Ne seguì un processo massonico che sancì il torto della Albany, in quanto i suoi diritti erano decaduti all’atto della restituzione.

La Albany lavorava nei gradi azzurri all’obbedienza dell’UGLE e il Marchio all’obbedienza della Gran Loggia d’Irlanda, e a prima vista può sorprendere il fatto che nessun’altra officina inglese sia ricorsa alla medesima soluzione. La ragione è che a Wight non era mai esistita una tradizione del Marchio locale, quindi la versione irlandese venne accettata senza problemi; invece nel resto dell’Inghilterra le differenze erano troppo marcate perché qualche Officina si sentisse invogliata a seguire il suo esempio.

Lo stesso discorso valeva parzialmente anche per la versione del Marchio praticata in Scozia; in questo caso però, come abbiamo già anticipato, venne il momento in cui un gruppetto di Fratelli inglesi decise che valeva la pena di affrontare le possibili divergenze, e questa scelta – dalla quale sorse la genesi del Marchio moderno – è l’argomento esclusivo dell’ultima parte del nostro racconto. 

8 – La Bon Accord

Da quando nel 1817 la Gran Loggia di Scozia aveva riconfermato la posizione resa nota per la prima volta nel maggio 1800: che d’ora innanzi avrebbe riconosciuto soltanto i tre Gradi Azzurri della Massoneria di San Giovanni, il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia si era sviluppato come un’entità del tutto indipendente dall’Ordine, facendosi carico a partire dal 1819 anche del governo di numerosi antient degrees, tra i quali il Marchio.

Poiché si trattava di un corpo massonico regolare, molti Massoni inglesi presero l’abitudine di recarsi nelle città della Scozia meridionale a ricevere il Marchio; fin da allora si parlò anche di creare a Londra Logge del Marchio che lavorassero alla sua obbedienza, ma tanto la rigidità dei regolamenti del Supremo Gran Capitolo quanto i                                                        freddi rapporti che si erano venuti a creare tra la Massoneria scozzese e quella inglese fecero sì che per più di un trentennio tali progetti restassero al livello di buone intenzioni.

Poi, nel 1850, il medico Robert Beveridge – un membro del Capitolo Bon Accord di Aberdeen – si dedicò alla riforma dei rituali del Marchio scozzese, che essendo di successione templare risultava per molti versi dissonante dalla ritualità dell’Arco Reale sulla quale era innestato. Nel fare questo, incentrò la sua attenzione sulla possibilità di istituire Logge provvisorie per trasmettere il grado; fu lui a istituire la funzione di Master of the Mark Lodge, che oggi è un carattere tipico dell’Arco Reale scozzese.

A quei tempi infatti, sebbene anche in Scozia la creazione di Logge provvisorie fosse una pratica comunemente seguita per la trasmissione del Marchio, non trovava riscontro nei regolamenti del Supremo Gran Capitolo. In seguito al lavoro di Beveridge il Capitolo Bon Accord di Aberdeen fu il primo a regolamentarla per iscritto, quando ancora nel resto del Paese non era stata approvata.

Il 7 agosto 1851 un medico londinese, William Jones, visitò il Bon Accord e ne ricevette il grado del Marchio. Essendosi reso conto che l’erudizione di Jones sulla storia del Marchio era grande, Beveridge gli chiese aiuto per il lavoro di revisione; Jones per risposta lo invitò a Londra a casa propria, dove Beveridge arrivò non più tardi di una settimana dopo.

Quando non era impegnato a lavorare sui rituali insieme a Jones, Beveridge girava Londra da solo, recandosi ogni tanto a visitare qualche Officina (a quei tempi, non tutte le Logge osservavano la pausa estiva dei lavori).

Rimase molto sorpreso la sera del 23 agosto, quando – essendosi recato a una tornata della Emulation Lodge of Improvment – il distintivo del Marchio che portava all’occhiello attirò l’attenzione di “parecchi eminenti Massoni di Londra”, che lo accolsero con entusiasmo e lo tempestarono di domande, manifestandogli “un vivissimo desiderio di ricevere il grado.”

Il mattino seguente, Beveridge spedì una lettera urgente al Capitolo Bon Accord, informandolo dell’accaduto. Il Capitolo si riunì in tornata straordinaria il 25 agosto, e diede mandato al Fratello William Jones – già a Londra – e a tutti i fratelli che vi si vogliano recare di assistere Beveridge nel trasmettere il grado del Marchio ai candidati Evans, Spencer e Norton.

La commissione scozzese giunse a Londra il giorno seguente, e qui sorse un problema: nel gruppetto di Fratelli messo insieme in fretta e furia c’era un solo Maestro del Marchio. Per trasmettere il grado in triangolo, si pensava che bastasse; ma non si era tenuto conto che Jones, avendo ricevuto il grado meno di venti giorni prima, non aveva ancora ricevuto il suo passaporto, quindi ufficialmente non era ancora Maestro del Marchio. Forse in un’altra situazione si sarebbe potuto sorvolare sul problema; ma tutti erano ben consapevoli di star scrivendo una pagina di storia della Massoneria, e che tutti i loro gesti e le loro scelte di quei giorni sarebbero stati accuratamente discussi e soppesati in futuro.

Si misero dunque alla ricerca, disperata e quasi impossibile (tanto più in agosto) di un altro Maestro del Marchio che potesse vantare un passaporto scozzese, e quando ormai stavano per abbandonare ogni speranza la fortuna li aiutò, facendogli incontrare in un pub un Massone delle Bermude che aveva ricevuto il Marchio dal Capitolo n°1 di Edimburgo. Fu reclutato immediatamente, e grazie alla sua partecipazione fu possibile aprire i lavori.

La sera stessa di quel 26 agosto furono creati Maestri del Marchio Evans, Spencer, Norton e altri due londinesi – i fratelli Absolon e Graves – che si erano offerti all’ultimo momento. Includendo anche Jones, si superavano di un’unità i sette fratelli che a quei tempi erano considerati necessari per la costituzione di una Loggia Azzurra, e poiché le Logge del Marchio erano ancora considerate tali, quando la commissione del Capitolo Bon Accord ripartì da Londra si lasciava alle spalle la Rispettabile Loggia Bon Accord alle Cave di Londra, all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia : una Loggia del Marchio regolare – qualcosa che la capitale non aveva conosciuto da prima del 1813.

È doveroso osservare che, fin dai primi giorni di vita, la regolarità della Bon Accord fu messa in dubbio dai suoi nemici. Alcune obiezioni erano senza dubbio inconsistenti (per esempio, la negazione del diritto del Supremo Gran Capitolo di Scozia di innalzare le colonne di una Loggia sul suolo inglese, o la pretesa che una Loggia provvisoria non avesse il diritto di consacrare una Loggia stabile, affermazione smentita dalla consolidata tradizione delle Logge militari); altre più serie, come il fatto già accennato che il Regolamento del Supremo Gran Capitolo non prevedesse la possibilità dell’innalzamento di Logge – lo prevedeva d’altra parte il Regolamento del Capitolo Bon Accord, che lavorava alla sua obbedienza, e se mai il caso fosse stato portato di fronte alla giustizia massonica, ne sarebbe sorto un dibattito interessante.

Ma perché questo non avvenisse mai, si prestarono validamente gli “eminenti fratelli” dell’UGLE che si erano gettati anima e corpo nell’esperimento; neppure un mese dopo, alla tornata del 18 settembre, i membri della Bon Accord raggiungevano già la quindicina, e nell’arco di tre anni si sarebbe superato il centinaio.

Le protezioni londinesi della Bon Accord furono ancora di più una fortuna se si tiene conto del fatto che, nell’arco di pochi mesi, i suoi rapporti col Supremo Gran Capitolo di Scozia erano già guastati. Per quanto le ragioni precise del dissidio non siano documentate, si è avanzata l’ipotesi che l’involontario colpevole della rottura sia stato Beveridge: tornato in Scozia molto colpito dallo spasmodico interesse manifestato dai londinesi per il Marchio, si era messo a esercitare pressioni nei confronti del Supremo Gran Capitolo – anche per mezzo di articoli di giornale – affinché la facoltà di elevare Logge del Marchio fosse regolamentata al più presto, e perché ai membri della Bon Accord fosse riconosciuto il diritto di far proseliti innalzando le colonne di altre officine in territorio inglese. Si scontrava però con la proverbiale rigidezza dell’Arco Reale in materia di regole, e forse – preso dall’impazienza – scrisse o disse ciò che non avrebbe dovuto; fatto sta che a un certo punto né il Supremo Gran Capitolo né la Bon Accord vollero più avere che fare con lui, e l’intelligente medico scozzese dovette rassegnarsi a uscire di scena.

Per i primi due anni di vita, la Bon Accord si riunì a Portman Square a casa di Jones, che ne fu il primo Venerabile. Lavorando secondo il rituale scozzese non c’erano Sovraintendenti, i fratelli venivano detti Compagni e c’erano altre importanti differenze rispetto alla tradizione del Marchio inglese; la consapevolezza di questi problemi andava crescendo in loro a poco a poco, mano a mano che venivano visitati da vecchi Maestri del Marchio o dai loro figli e nipoti, che con mano tremante di emozione ponevano nelle mani di Jones sgualcite copie di antichi catechismi e rituali.

Nel 1853, un gran numero di Logge canadesi – storicamente di simpatie antient –  indirizzarono all’UGLE una petizione ove richiedevano se fosse da considerarsi regolare la pratica del Marchio da parte delle Logge nel rispetto della Union, ovvero al di fuori del sistema dei gradi azzurri. L’UGLE non diede risposta, ma incaricò il Board of General Purposes di valutare la cosa; fu quindi creato un Comitato avente il compito di stabilire se il detto grado di Massone del Marchio potesse essere considerato una parte dell’Antica Massoneria. Già la cautela con cui la domanda era formulata denota quanto l’UGLE intendesse muoversi coi piedi di piombo.

Purtroppo i canadesi non ebbero la pazienza di attendere, e nel novembre 1855 un buon numero di Officine dell’Ontario si costituirono nella Grand Lodge of Ancient, Free and Accepted Masons of Canada; fu una secessione del tutto inaspettata che a Londra causò un grave trauma, e pur proiettando il dibattito sul Marchio al centro dell’attenzione, indubbiamente si ripercosse negativamente sulla sua serenità.

Nel frattempo la Bon Accord era ancora al centro delle polemiche sulla sua presunta irregolarità: nel maggio 1855 i suoi avversari avevano chiesto e ottenuto che fosse resa pubblica la sua patente, e si era allora saputo che il Supremo Gran Capitolo non glie l’aveva rinnovata da ben tre anni. Per quanto gli Scozzesi si dimostrassero assai riluttanti a radicalizzare lo scontro con l’adozione di provvedimenti ufficiali, c’era a Edimburgo un’ala di “falchi” che sognava di gestire a modo proprio l’espansione delle Logge del Marchio di obbedienza scozzese in Inghilterra, e premeva rumorosamente con lettere ai giornali perché la Bon Accord fosse definitivamente estromessa.

La loggia londinese non mancava di rispondere colpo su colpo alle accuse, ma ora che poteva contare su oltre centoventi fratelli a piedilista poteva permettersi di guardare alla questione del riconoscimento con un certo distacco, ed era piuttosto concentrata a osservare l’evoluzione della questione del Marchio in seno all’UGLE, che giorno dopo giorno sembrava promettere sviluppi sempre più interessanti; ben cinque membri della Bon Accord erano entrati a far parte del Comitato del Board.

Nel maggio 1855 venne installato Maestro Venerabile un giovane aristocratico: Lord William Henry Leigh di Stoneleigh – amico personale del Gran Maestro dell’UGLE, il conte di Zetland – e ci fu chi vide in questa nomina un forte segno che nell’UGLE il vento nei confronti degli antient degrees stava cambiando.

Prima del termine di quell’anno, accadde in Scozia qualcosa di inatteso: piuttosto maldestramente, i nemici della Bon Accord avevano ottenuto che venisse ritirato il riconoscimento al Capitolo Bon Accord di Aberdeen, con l’accusa di aver promosso la costituzione di una Loggia irregolare. Ma molti altri Capitoli reagirono con sdegno verso un provvedimento che considerarono ingiusto, ai danni di fratelli che con il loro impegno personale avevano permesso al Supremo Gran Capitolo di fregiarsi di una prestigiosa Officina nella capitale: ne seguì uno scontro generale, talmente esteso da scuotere la stabilità dell’Arco Reale scozzese dalle fondamenta.                           Allora il Supremo Gran Capitolo fece marcia indietro. Non gli riuscì di recuperare il Capitolo Bon Accord, che offesissimo era andato a porsi all’obbedienza di un encampment templare, ma cambiò in fretta e furia i propri Regolamenti includendo la possibilità della creazione di Logge del Marchio in terra straniera; un provvedimento (già auspicato invano da Beveridge) che, oltre a risolvere il caso della regolarità della Bon Accord, poneva le basi per una possibile espansione delle Logge del Marchio scozzesi in Inghilterra.

Lo scenario che allora sembrava stesse delineandosi era un imminente confronto tra Supremo Gran Capitolo e UGLE per il controllo del grado del Marchio sul suolo inglese.

9 – La grande illusione

Il periodo in cui sembrò che l’UGLE fosse intenzionata a riammettere il Marchio in seno all’Ordine è tuttora segnato da lacune informative che lo rendono di difficile decifrazione. Sembra accertato tuttavia che le cose siano andate più o meno così: esisteva in seno all’UGLE una minoranza di fratelli (mai venuti chiaramente alla luce) favorevole ad una cauta reintroduzione degli antient degrees, o perlomeno dei più importanti di essi, cominciando dal Marchio. Il conte di Zetland sarebbe stato alla loro parte, e l’elezione a Maestro Venerabile della Bon Accord del suo amico Lord Leigh sarebbe da interpretare come una tappa di questo progetto.

A un certo punto, tuttavia, Zetland si rese conto che l’opposizione dei modernisti più intransigenti era tanto forte da far temere una grave spaccatura; quindi fece marcia indietro, consigliando segretamente a Lord Leigh di mutare a sua volta i propri piani i dare vita a una Gran Loggia del Marchio autonoma che avrebbe potuto godere di un appoggio indiretto da parte dell’UGLE.

Ma procediamo con ordine. Dopo otto mesi di lavoro, il Comitato formato dall’UGLE per decidere i destini del Marchio dopo i fatti canadesi pubblicò il 1° febbraio 1856 le seguenti conclusioni:

Il Comitato (…), in relazione al grado del Marchio – essendosi congiuntamente impegnato in un’inchiesta e investigazione sull’argomento a lui sottoposto (…) è giunto alla seguente unanime risoluzione: (…) che (…) il cosiddetto grado di Massone del Marchio NON costituisce una parte del grado dell’Arco Reale, e che NON è un grado della Massoneria Azzurra, costituendo in realtà UNA GRAZIOSA FORMA DI PERFEZIONAMENTO DEL GRADO DI COMPAGNO. Ma è dell’opinione che non ci sia nulla di obiettabile contro tale grado, né nulla che militi contro l’Universalità della Massoneria (…) e CHE POSSA ESSERE CONSIDERATO.

La delusione e l’incertezza furono grandi: in pratica, il Comitato non aveva risposto a nessuna domanda. Non era chiaro cosa significasse una graziosa forma di perfezionamento del grado di Compagno (espressione che molti Maestri del Marchio trovarono offensiva) né la chiusura, vero capolavoro di ambiguità: che possa essere considerato. Venne avanzata l’ipotesi che all’interno del Comitato fossero stati presenti uno o più fratelli radicalmente contrari alla reintroduzione del grado, e che questi avessero fatto ostruzionismo opponendosi a qualsiasi forma di enunciazione positiva.

Ma il tempo dell’incertezza durò soltanto trentatré giorni per essere sostituito dall’euforia, tanto più viva quanto inattesa. Due membri del Comitato simpatizzanti per il Marchio (John Hervey, membro della Bon Accord, e Peter Matthews) avevano proposto che alle conclusioni venisse aggiunta una postilla per precisare ciò che il verdetto – a leggerlo bene – implicava: ovvero che poiché il grado del Marchio non è parte della Massoneria dell’Arco Reale, ogni decisione riguardo alla sua introduzione in Massoneria deve essere lasciata alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra.

La postilla era stata accettata, e poco più di un mese dopo – il 5 marzo – l’UGLE emanava questa incredibile Risoluzione : che il grado di Massone del Marchio o Maestro del Marchio (…) non è in contrasto con gli antichi landmarks dell’Ordine, e che il grado è un’aggiunta e una parte anteriore (form part) della Massoneria Azzurra, e che di conseguenza PUO’ ESSERE CONFERITO DA TUTTE LE LOGGE REGOLARI E RICONOSCIUTE, SECONDO LE REGOLE CHE SARANNO APPRONTATE DAL BOARD OF GENERAL PURPOSES E APPROVATE E SANZIONATE DAL VENERABILISSIMO GRAN MAESTRO.

Il documento proseguiva affidando al Board of General Purposes il compito di elaborare i Regolamenti e la futura posizione statutaria del grado del Marchio, possibilmente in tempo per la Gran Loggia che si sarebbe tenuta a giugno.

Questa Risoluzione era firmata dal Gran Maestro, e possiamo immaginare le domande che si posero in quei giorni tutti i Massoni che ne giunsero a conoscenza: la Union era cancellata? Si ritornava agli antient degrees?

Guardando i fatti a posteriori, possiamo supporre che Hervey e Matthews avessero agito di concerto con il gruppo di amici del Marchio presente nell’UGLE, nel tentativo di ribaltare il fallimento del Comitato con un colpo a sorpresa, e fossero consapevoli che l’inevitabile reazione dei modernisti ne avrebbe reso il risultato finale assai incerto.

Una conferma indiretta ce ne viene dalle reazioni in seno alla Bon Accord, che furono assai tiepide e in un certo senso sorprendenti. Il 21 maggio – due settimane prima della Gran Loggia in cui il Board avrebbe presentato i suoi risultati – venne tenuta una tornata straordinaria, il cui verbale ha termine con queste parole: è stato in questa tornata che vennero fatti i passi conclusivi per la costituzione di una Gran Loggia di Maestri Muratori del Marchio, e il Venerabilissimo Fratello Lord Leigh è stato invitato ad assumere la carica di Gran Maestro della Massoneria del Marchio per l’Inghilterra.

Questo, ovviamente, lascia supporre che nei due mesi che erano trascorsi dopo la Risoluzione la situazione fosse cambiata di molto, e che i Fratelli fossero convinti che non valesse la pena di insistere col tentativo di riammissione del Marchio in seno all’UGLE.

Molto significativamente, Lord Leigh non era presente alla Gran Loggia dell’UGLE del 5 giugno 1856, nel corso della quale era prevista la presentazione del nuovo Regolamento messo a punto dal Board e la sua votazione. Ma prima ancora che ne venisse data lettura, l’ultraottantenne Presidente Emerito del Board – il Venerabilissimo Fratello Henderson – chiese a sorpresa di parlare, e si lanciò in una feroce requisitoria contro il Marchio; ribadì fermamente che l’UGLE non doveva consentire nessuna innovazione in materia di gradi, negando addirittura che essa, dal punto di vista della giurisprudenza massonica, ne avesse il potere.

Dopo questo intervento, come è ovvio, si accese la battaglia; ma fu molto più tiepida di quanto si potrebbe pensare. Infatti, se gli amici del Marchio avessero voluto attaccare a fondo, avrebbero potuto appellarsi al fatto che esisteva una Risoluzione a firma del Gran Maestro in base alla quale il Marchio era da considerarsi già riammesso, e si poteva tuttalpiù discutere sul come: in questo modo la questione sarebbe passata nelle mani della giustizia massonica, e la possibilità di ottenere un verdetto favorevole sarebbe rimasta in piedi. Invece accettarono di andare al voto, sebbene lo stesso Gran Maestro Zetland – spiazzando tutti – si fosse dichiarato contro la riammissione del Marchio, con la scusa di non voler dare adito a divisioni. In queste condizioni la sconfitta era più che certa, e infatti il nuovo Regolamento fu sonoramente respinto; un altro indizio che quel mattino del 5 giugno 1856 i giochi dietro le quinte erano già fatti da tempo.

10 – La Gran Loggia del Marchio

Appena fu chiaro a tutti che la possibilità di riammissione del Marchio nell’Ordine era sfumata, i due piani alternativi preparati fino ad allora entrarono in azione: mentre il progetto della Bon Accord di costituirsi in Gran Loggia del Marchio andava avanti, altri Fratelli tornavano a guardare alla Scozia.

Appena venuti a conoscenza del risultato del voto dell’UGLE, il 18 giugno 1856 tre Fratelli londinesi fecero richiesta al Supremo Gran Capitolo di Scozia di una patente, che venne subito accordata. Nacque così la Loggia Saint Mark, n°1 alle Cave di Londra, all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo, e nei mesi successivi ne vennero innalzate alla stessa obbedienza altre due: l’invasione scozzese era cominciata.

Sul fronte opposto, la Bon Accord si riunì il 23 giugno 1856 in tornata straordinaria “per prendere in considerazione la possibilità (…) di istituire una Gran Loggia del Marchio per l’Inghilterra e le sue dipendenze”. Alla tornata presero parte rappresentanti di altre tre officine londinesi indipendenti – la Phoenix, la Keystone e la The Mark, e come recita il verbale “alla conclusione di quest’incontro i membri della Bon Accord, con l’assistenza delle tre Logge precedentemente menzionate, procedettero alla formazione della Gran Loggia del Marchio”, della quale Lord Leigh venne eletto Gran Maestro.

La notizia venne resa pubblica a luglio, mediante un’inserzione sul Times che suscitò immediate reazioni. Quasi subito, un sostenitore del Supremo Gran Capitolo di Scozia scrisse alla Freemason’s Magazine negando che la nuova Gran Loggia avesse il diritto di autoproclamarsi tale: un argomento inconsistente alla luce del diritto massonico – giacché le Logge del Marchio, come la stessa UGLE aveva recentemente ribadito, andavano equiparate in tutto e per tutto alle Logge Azzurre, e come tali avevano diritto a federarsi senza bisogno di autorizzazioni – ma che traeva alimento dai sospetti di irregolarità che avevano accompagnato la Bon Accord fin dagli inizi.

Di lì a poco la polemica dilagò, trovando sfogo in un gran numero di lettere e articoli per tutto il 1857 e buona parte del 1858. Sulle prime, la Gran Loggia del Marchio sembrò avere la peggio: non solo per i dubbi legati alle origini della Bon Accord, ma anche perché l’insuccesso nell’operazione di aggancio all’UGLE veniva da molti imputata ai presunti errori di Lord Leigh e dei suoi amici, se non addirittura a un doppio gioco da parte di lui. In questo clima di sospetto e sfiducia, la Gran Loggia non incontrò nei suoi primissimi anni di vita nessuna nuova adesione, mentre al contrario il Supremo Gran Capitolo di Scozia continuava a aumentare il numero delle sue officine sul suolo inglese, che alla fine del 1858 erano già quindici.

Non solo, ma a partire dal 19 ottobre 1856 le autorità per il rilascio del grado del Marchio sul suolo inglese erano diventate addirittura tre: infatti i membri dell’irriducibile Ashton Mark Lodge – la più autorevole Loggia del Marchio indipendente, derivata dalla Loggia Viaggiante del Cheshire – avevano dato vita alla United Grand Lodge, che trovò grandi consensi soprattutto nell’ambito delle Logge indipendenti di provincia, e per lungo tempo sovrastò la Gran Loggia del Marchio quanto a numero delle officine. La sola ragione per cui la United non entrò mai seriamente nel gioco è che era completamente sprovvista di agganci sociali di rilievo, e dopo oltre un quarantennio di gloriosa attività sarebbe amichevolmente confluita nella Gran Loggia nel 1900.

In questa fase di crisi, la Bon Accord era anche travagliata da dissapori interni. La dirigenza storica, formata da Jones, Collins e altri “padri fondatori”, aveva preso l’abitudine di convocare tornate d’emergenza alle quali non venivano invitati i fratelli con opinioni divergenti, e nel corso di queste venivano prese le decisioni più importanti. Questa usanza fu duramente contestata da tre membri della Loggia mediante una lettera aperta nella quale anche Lord Leigh veniva chiamato in causa, e lo scandalo che ne derivò fece scendere ai minimi storici la reputazione dell’officina; tra le conseguenze è da annoverare un articolo del Freemason’s Magazine che bollava Lord Leigh di incapacità, e accusava falsamente Jones e la dirigenza di lucrare sulla concessione dei passaporti.

In seguito a questi eventi, Lord Leigh comprese che per un efficace diffusione della Gran Loggia del Marchio sarebbe stato bene prendere le distanze dalla Bon Accord. In una lettera a tutte le Logge del Marchio d’Inghilterra, promise che avrebbe convocato un’assemblea in cui ciascuno avrebbe potuto far valere le proprie idee circa il miglior modo di creare un governo unificato per il grado.

Ancora prima che l’assemblea fosse convocata, invitò ad un incontro le Logge londinesi di obbedienza scozzese e precisò meglio il proprio pensiero: scioglimento e rifondazione della Gran Loggia, secondo nuove regole che andassero bene per tutti.

Questa proposta fu molto favorevolmente accettata, e all’assemblea – convocata per il 30 maggio 1857 – tanto le officine di obbedienza scozzese che quelle indipendenti accorsero numerose. Tutto andò avanti all’insegna della fratellanza, salvo l’intervento del rappresentante della Gran Loggia d’Inghilterra, che pronunciò un discorso violentemente contrario al grado del Marchio; ma anche questo tornò a vantaggio di Lord Leigh, perché chiarì a tutti che, in presenza di avversari così agguerriti in seno all’UGLE, l’accusa che fosse stato lui ad aver fatto fallire la riammissione del Marchio nell’Ordine non aveva senso.

Venne poi decisa la formazione di un comitato per formulare le linee guida del processo di unificazione, e in base alle sue indicazioni la Gran Loggia venne rifondata a dicembre con la partecipazione di ben quindici officine.

La risposta del Supremo Gran Capitolo di Scozia fu l’emissione di una nuova ondata di patenti per l’Inghilterra; si scoprì però che l’operazione era stata condotta di fretta e maldestramente, con il riconoscimento a vari Fratelli di gradi che non avevano mai conseguito. Parecchi Massoni inglesi, anche estranei alle vicende del Marchio, se ne sentirono offesi, e per la prima volta la stampa massonica si schierò unanimemente in favore della Gran Loggia del Marchio; nel marzo 1858 le nuove patenti vennero ritirate.

In seguito a questa sconfitta, sembrarono prevalere in seno al Supremo Gran Capitolo i fautori della conciliazione, che favorirono la nascita di due Logge a doppia patente, inglese e scozzese ; questa soluzione però non venne vista dalla Gran Loggia del Marchio come augurabile, perché ormai sempre più numerose erano le Logge di obbedienza scozzese o indipendenti che intavolavano trattative private per entrare a farne parte, e la sua prevalenza territoriale diventava di giorno in giorno più chiara.

Nel 1859, sei Logge del Marchio londinesi erano ancora all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo. Ancora una volta Lord Leigh andò a visitarle, e proprio quella che veniva considerata la più scozzesista – la Thistle – si fece convincere dai suoi argomenti, e deliberò di passare all’obbedienza della Gran Loggia del Marchio. Le altre – sia a Londra che altrove – continuavano a resistere perché speravano ancora di ottenere dal Supremo Gran Capitolo una maggiore autonomia organizzativa: se fossero riuscite a formare una federazione, avrebbero potuto trattare la fusione con la Gran Loggia da una posizione più forte. Ma per tutti gli anni seguenti il Supremo Gran Capitolo si mostrò irremovibile, e i Fratelli – stufi di aspettare – abbandonavano le sue Officine per aderire personalmente a quelle della Gran Loggia; perfino la Saint Mark n°1 fu costretta a chiudere i battenti (sarebbe stata poi rifondata all’obbedienza della Gran Loggia qualche anno dopo).

Nel 1864 la Gran Loggia offrì nuovamente al Supremo Gran Capitolo una trattativa; gli scozzesi si mostrarono interessati, ma (giustamente dal loro punto di vista) posero come condizione che la Gran Loggia del Marchio venisse riconosciuta dalla Gran Loggia d’Inghilterra. Si incaricarono loro stessi di patrocinare presso l’UGLE la domanda di riconoscimento, ma la risposta dell’UGLE fu negativa. Questo segnò una grave battuta di arresto al processo di unificazione, e negli anni seguenti vennero fatti vari tentativi presso l’UGLE perché cambiasse parere, ma senza risultato.

Il Supremo Gran Capitolo propose allora di discutere il problema in una riunione di tutte e tre le autorità del Marchio del Regno Unito, includendo cioè anche il Supremo Gran Capitolo d’Irlanda. La Gran Loggia del Marchio sarebbe stata favorevole, ma dissapori relativi alla questione del reciproco diritto di visita guastarono nuovamente i rapporti, e l’idea naufragò, come pure tutti gli altri tentativi di intesa intrapresi fino al 1870.

Nel frattempo cominciavano a giungere alla Gran Loggia i primi riconoscimenti internazionali, e nel giugno 1871 gli accordi stipulati con la Red Cross of Costantine e lo United Order of the Temple, Hospital and Malta trasformarono i gradi facenti capo a questi Ordini nei primi side degrees del Marchio, inaugurando un aspetto nuovo nella storia del nostro grado: la sua natura di elemento di unificazione per tutti gli ancient degrees.

A livello psicologico l’impatto di questa svolta fu enorme, perché tutti videro chiaramente come implicasse per il futuro della Gran Loggia del Marchio notevoli prospettive di rafforzamento; il Supremo Gran Capitolo venne quindi instradato nuovamente sulla via dell’accordo, e quasi a furor di popolo – spinto dalla volontà di quasi tutte le Logge del Marchio che ancora governava – fu spinto a rilanciare, anche in assenza della benedizione dell’UGLE, quella stessa proposta di incontro tra le autorità del Marchio del Regno Unito che avrebbe potuto realizzare in condizioni molto più vantaggiose pochi anni prima.

L’incontro si svolse presso la biblioteca della Freemason’s Hall di Londra nei giorni 3 e 4 aprile del 1871. Malgrado tutti i precedenti, pare proprio che la delegazione scozzese arrivò a Londra con la certezza che una rappresentanza dell’UGLE avrebbe comunque partecipato; quando si accorsero che non era così, fu la fine del loro sogno di un governo del Marchio da affidare unanimemente all’UGLE stessa o al Supremo Gran Capitolo d’Inghilterra, due soluzioni che avrebbero permesso loro di salvare la faccia.

Questo imprevisto bloccò di fatto ogni possibilità di trattare concretamente sul tema dell’unificazione; l’unico aspetto positivo dell’incontro furono quindi, in ultima analisi, i notevoli progressi sul piano della fratellanza, dei quali un segno rilevante fu il nihil obstat da parte scozzese al progetto di unificazione di tutti gli ancient degrees sotto l’egida della Gran Loggia del Marchio.

Era ormai chiaro a tutti che le trattative ad alto livello finivano sempre per impantanarsi per l’uno o l’altro motivo; ma fortunatamente i Fratelli di base, ormai esasperati, presero decisamente in mano la situazione.

L’anno precedente, il 15 giugno 1870, era stato costituito nel Lancashire un distretto del Supremo Gran Capitolo formato da tre Logge, e il 15 ottobre dello stesso anno le sei officine del Lancashire all’obbedienza della Gran Loggia si erano costituite in Gran Loggia Provinciale, diventando in breve tempo otto. Sarebbero stati proprio loro a cominciare: il 4 giugno 1872, la Gran Loggia del Marchio veniva informata con una lettera che le undici Logge del Marchio del Lancashire erano pronte alla fusione.

La data di quella che oggi viene ricordata come la Lancashire Union fu il 2 ottobre 1872, e la tornata fu tenuta alla Freemason’s Hall di Manchester. A lavori aperti, i due Grand Past Masters provinciali del Supremo Gran Capitolo e della Gran Loggia rimisero solennemente le loro patenti nelle mani del successore di Lord Leigh, il Gran Maestro Portal; e nel momento in cui l’ebbero fatto, la maggior parte dei superstiti Maestri del Marchio di obbedienza scozzese erano passati all’obbedienza della Gran Loggia.

I rimanenti sarebbero confluiti presto, o per tramite di risoluzioni delle loro Officine o in ordine sparso, entro la fine dell’anno 1875. Si concluse in questo modo un conflitto del tutto inedito nella storia della Massoneria, nel corso del quale un Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale e un Ordine Sovrano si erano trovati in concorrenza per la somministrazione di un grado; e la vittoria dell’Ordine  – rappresentato dalla Gran Loggia del Marchio – costituì un precedente indimenticabile per tutti i corpi massonici testimoni dello scontro, destinato a far giurisprudenza sulla questione del rapporto tra Ordini e corpi rituali per tutta la durata del secolo successivo.

APPENDICI

La  Massoneria del Marchio e i suoi “side degrees” (luglio 2009)

La Massoneria del Marchio è un corpo rituale tra i più caratteristici della Massoneria inglese, la cui funzione è di rilasciare ai Maestri Massoni che ne fanno richiesta un Marchio personale.

La tradizione narra che questa usanza risale alla fabbrica del Tempio di Salomone : tanto gli scalpellini che lavoravano nelle cave quanto i costruttori usavano apporre su ogni Pietra il proprio Marchio, uso che consentiva ai Sovraintendenti di conteggiare quante Pietre ogni Compagno aveva lavorato e determinare il suo salario.

Come ho già accennato nell’articolo Massoneria in 4 gradi?, nell’ambito della muratoria operativa il Marchio – alla cui assegnazione era già collegato un rito, ma non un grado – veniva considerato un rituale protettivo volto a tutelare dai pericoli dell’individuazione: ovvero in sostanza dall’orgoglio, che minacciava i Compagni per la loro abilità professionale e il Maestro della gilda per i suoi privilegi.

Mediante il rituale del Marchio, questo naturale sentimento veniva incanalato in modo tale che non fosse cagione di rivalità e contrasti, bensì uno stimolo a integrare fruttuosamente il proprio lavoro con quello degli altri.

Col trascorrere dei secoli si svilupparono rituali del Marchio differenti: alla “famiglia” maggioritaria facente capo al mito di Salomone se ne affiancarono altre due, una fondata sulla tradizione di Caino marchiato da Dio e un’altra sulle vicende relative all’edificazione del “Secondo Tempio”, descritte nel Libro di Esdra. Poi, in seguito alla calata degli antient degrees dalla Scozia (vedi il mio articolo Massoneria operativa e speculativa) tutte e tre le famiglie del Marchio operativo si travasarono poco per volta nella Massoneria speculativa.

In base alla distinzione operativa tra i Marchi dei Compagni e quello del Maestro di Loggia, si delinearono due gradi diversi : Mark Man (nella recente traduzione italiana, Operaio del Marchio) e Mark Master (Maestro del Marchio), che può essere considerato una delle più antiche forme di terzo grado massonico.

La Leggenda del Maestro del Marchio narra della realizzazione da parte di un umile Compagno della Chiave di Volta, la cui scoperta consentì di foggiare l’Arco per il quale si accede alla parte più segreta del Tempio. Questa Pietra scolpita in forma insolita era stata dapprima respinta dai Sovraintendenti, e il Compagno punito; poi, quando se ne conobbe l’uso, l’errore venne riparato con la sua elevazione a Maestro del Marchio.

La maggiore ricchezza simbolica del Mark Master rispetto al Mark Man determinò ben presto la tendenza ad accorpare i due gradi (processo che, tuttavia, sarebbe giunto a definitivo compimento solo nel diciannovesimo secolo), e dopo che la Gran Loggia d’Inghilterra ebbe fissato il terzo grado massonico nelle modalità oggi conosciute la pratica del grado di Mark Master divenne una delle principali bandiere degli Antients, i quali predicavano la riammissione di tutte le forme di antient degrees nell’Ordine o – perlomeno – l’adozione di altre forme tradizionali di terzo grado in alternativa al rituale detto hiramita.

Invece, il Marchio fu uno dei grandi esclusi dall’accordo del 1813 tra Antients e Moderns, in base al quale il solo antient degree ammesso in seno all’Ordine era l’Arco Reale, e per quasi mezzo secolo le Mark Lodges (Logge del Marchio) furono costrette a lavorare nell’irregolarità.

Nel corso di questo periodo, venne portato a compimento il processo di saldatura dei due gradi di Operaio del Marchio e Maestro del Marchio, che oggi vengono rilasciati successivamente in un’unica tornata, e prese forma lentamente un rituale del Marchio unificato; inoltre si affermò definitivamente la regola di rilasciare il Marchio non ai

Compagni, bensì ai Maestri.

Nel 1856 le sopravvivenze del Marchio che si potevano contare in tutta l’Inghilterra si federarono nella Grand Lodge of Mark Master Masons of England and Wales. Il Marchio fu il primo degli antient degrees esclusi dall’Ordine a compiere questo importante passo, ma come vedremo più avanti altri lo imitarono nel mezzo secolo successivo, e mano a mano che si organizzavano tendevano ad appoggiarsi alla struttura già esistente delle Logge del Marchio: questo fu all’origine del fenomeno noto come side degrees – gradi laterali.

Prima di allora, venivano definiti side degrees quei gradi massonici che avevano la caratteristica di poter essere trasmessi personalmente da un Massone all’altro, al di fuori cioè dal regolare lavoro di Loggia; ma dopo che gli antient degrees cominciarono ad essere praticati in associazione alle Logge del Marchio, la definizione passò a designare i gradi che siano associati a un determinato corpo massonico senza far parte del suo sistema iniziatico. Può essere che per poter lavorare un dato side degree sia richiesto di rivestire un dato grado nella gerarchia del corpo ospitante, ma non per questo il side degree va considerato di rango superiore: è laterale, appunto.

Nel frattempo, la Gran Loggia Unita d’Inghilterra aveva ormai consolidato la riforma dei tre gradi, e preso atto che gli antient degrees anziché sparire continuavano a prosperare, poté permettersi di guardare al Marchio con occhi diversi.

Avevano di fronte l’esempio di ciò che era accaduto nei Paesi latini, dove allo strutturarsi della Massoneria Azzurra in tre gradi aveva fatto seguito il sorgere dei Riti; dopodiché, l’istituzione di protocolli d’amicizia tra Ordini e Riti aveva garantito alla Massoneria una forza enorme. I tempi erano maturi perché qualcosa di simile potesse accadere anche in Inghilterra, e la pace tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra e la Grand Lodge of Mark Master Masons (side degrees inclusi) nacque così.

Ebbero origine in questo modo numerosi corpi rituali della Massoneria inglese che in Italia sono ancora in gran parte sconosciuti, e qui di seguito ho compilato una lista dei

principali.

E’ da notare che, sebbene quasi tutte le organizzazioni sottoelencate si autodefiniscano Ordini, dal punto di vista della nomenclatura in uso presso le Massonerie latine sono Riti: la loro scelta di definirsi Ordini recava in origine una sfumatura polemica, in quanto esprimeva la rivendicazione del diritto negato di praticare gli antient degrees in seno all’Ordine (in Inghilterra, del resto, il termine Rito nella sua accezione latina non ebbe mai corso).

Occorre anche precisare che, mentre il primo tra i gradi di cui tratteremo – l’Ark Mariner – è praticato all’obbedienza delle Gran Logge nazionali del Marchio, i corpi rituali di cui si parla successivamente hanno una struttura autonoma, e sono legati al Marchio da protocolli di amicizia.

Per questo, l’Ark Mariner non figura abitualmente nelle liste dei side degrees elaborate dalle varie Gran Logge nazionali del Marchio, ed è piuttosto consuetudine trattarlo come una sorta di secondo grado del Marchio stesso (benché questo non sia esatto); ma poiché non aveva senso escludere dal mio articolo proprio il side degree che è più vicino al Marchio di tutti gli altri, mi sono preso la libertà di sorvolare su questa distinzione.

Come il nome del grado suggerisce, l’Ark Mariner è legato alle circostanze che portarono al Diluvio e ai vari atti compiuti da Noè nell’edificazione dell’Arca. La sua storia è abbastanza oscura, e le sue precise origini non sono note: relativamente tardo è il primo Verbale di tornata in cui risulta lavorato, a Bath nel 1790. Ma il mito del Diluvio era abitualmente messo in scena nei misteri religiosi medievali, e sta all’origine di numerosi gradi e corpi rituali massonici (viene spontaneo il riferimento a quella che è una vera gloria della Massoneria italiana : l’Antico Rito Noachita).

Un ruolo importante nella diffusione dell’Ark Mariner fu rivestito da Thomas Dunckerley, grande personaggio della Massoneria inglese settecentesca, cui presto dedicherò un articolo. Sappiamo che a partire dal 1793 egli rivestì la carica di Gran Comandante della Society of Ancient Masons of the Diluvian Order of Royal Ark

Mariners e nominò come suo successore Lord Rancliffe, ma questo primo tentativo di conferire al grado una struttura autonoma naufragò nel 1799.

Prima del 1813, il grado risulta essere abitualmente praticato in numerose Logge inglesi secondo vari rituali. Alcuni suoi tratti sono rimasti parte del patrimonio delle Logge Azzurre: per esempio l’usanza di associare ai Diaconi il simbolo della Colomba recante il Ramoscello d’Ulivo.

Nel 1843, John F. Dorrington fu protagonista del primo tentativo di radunare le rimanenze del grado, ma l’organizzazione da lui creata non riusciva a decollare. Il suo successore al Soglio di Noè, Morton Edwards, ebbe allora l’intuizione di porre la Grand Lodge of Royal Ark Mariners sotto la protezione della Gran Loggia del Marchio, e dopo alcuni anni i due corpi si fusero definitivamente.

Da allora, il Gran Maestro della Grand Lodge of Mark Master Masons è anche Gran Comandante della Ancient and Honourable Fraternity of Royal Ark Mariners, e il grado di Royal Ark Mariner può essere conferito soltanto ai Maestri del Marchio.

Gli altri side degrees del Marchio sono:

Royal and Secret Masters – il Grand Council of Royal & Select Masters of England and Wales si costituì nel 1873 su licenza americana, perché mentre in Inghilterra la pratica regolare dei suoi gradi non era sopravvissuta all’accordo del 1813, la filiazione americana – derivata dalle “logge militari” britanniche – non aveva mai interrotto i lavori.

Questo corpo rituale raduna quattro gradi aventi la funzione di collegare il Marchio all’Arco Reale:

1 – Select Master : tratta dell’edificazione della Volta Segreta.

2 – Royal Master : tratta dei Segreti in essa custoditi.

3 – Most Excellent Master : tratta del completamento del Tempio e dell’installazione dell’Arca dell’Alleanza nel Santissimo.

4 – Super Excellent Master : tratta della distruzione del Tempio ad opera di Nabucodonosor, e della sepoltura dei Segreti tra le macerie.

A questo insigne corpo rituale sono ammessi tutti i Maestri Massoni del Marchio che siano anche Maestri dell’Arco Reale da almeno un anno.

Order of the Secret Monitor – noto nell’antichità come Order of David and Jonathan, si ritiene che abbia origine olandese. Anche questo, per le stesse ragioni del precedente, fu reimportato in Europa dall’America (nel 1875).

Side degree per eccellenza, consisteva in origine di un solo grado, che poteva essere trasmesso da un singolo Massone a un altro senza alcuna formalità; ma la sua notevole complessità e ricchezza – frutto di numerosi sviluppi apportati nel corso dei secoli sul nucleo originale – portò nel 1887 alla sua scomposizione in tre gradi distinti, che al giorno d’oggi non possono più essere conferiti ad personam bensì in Loggia.

I tre gradi sono:

1 – il Secret Monitor vero e proprio, fondato sulla leggenda di Davide e Gionata;

2 – Prince, nel quale il Massone viene simbolicamente nominato Principe per premiare la sua sincerità verso i Fratelli;

3 – Supreme Ruler – è questa una antica forma di Installazione completamente unica nel suo genere. Si tratta di un rituale lungo e complesso che molti hanno definito, dal punto di vista estetico, il più bel grado dell’intera Massoneria.

Il grado di Maestro è sufficiente per entrare a far parte del Monitor, ma si può esservi ammessi soltanto per cooptazione.

Red Cross of Constantine – è questo uno dei più tipici sistemi di gradi di origine templare, sbarcato in Scozia probabilmente nel quattordicesimo secolo.

Istituito nella sua forma attuale nel 1865, rivendica di discendere dall’Ordine fondato

nel quarto secolo dell’era cristiana dal vescovo Eusebio per proteggere la persona dell’Imperatore Costantino e dei suoi successori; in memoria del sogno che fu all’origine della conversione di Costantino, questi Cavalieri recavano una Croce Rossa sulla corazza.

In verità, prima del 1813, molti antient degrees templari avevano per simbolo la Croce Rossa, giustificandola però attraverso miti diversi : per esempio il più diffuso – la Red Cross of Babylon o Red Cross of Daniel, che vedremo più avanti – era legato alla ricostruzione del Tempio.

A mio umile parere, se c’è un antenato comune che li collega non va ricercato in nessun avvenimento storico, bensì nei riti sciamanici primaverili che sceneggiavano il simbolismo della rigenerazione.

All’attuale Order of the Red Cross of Constantine possono accedere solo i Massoni dell’Arco Reale. L’Ordine è diviso in tre gradi :

1 – Knight (of Rome), fondato sulla leggenda di Costantino;

2 – Priest Mason, fondato sulla leggenda di Eusebio; dà accesso laterale ad altre due forme di successione cavalleresca detenute dall’Ordine, i Cavalieri del Santo Sepolcro e i Cavalieri di San Giovanni Evangelista.

3 – Prince Mason, riservato al Sovrano dell’Ordine, che rappresenta Costantino.

Order of the Allied Masonic degrees – riservato ai Maestri del Marchio. Fu fondato nel 1879, su iniziativa di un gruppo di Logge massoniche indipendenti che non si erano piegate all’accordo del 1813 e continuavano a trasmettere la successione di svariati antient degrees.

I cinque gradi attualmente trasmessi in Inghilterra sono:

1 – (Master of) St.Lawrence the Martyr – non era in origine un grado, bensì un rituale muratorio del Lancashire, che pone l’accento sulla distinzione tra speculatività e operatività. Interessante la sua leggenda, fondata sul martirio di San Lorenzo.

2 – Knight of Constantinople  – anche questo grado, come il Monitor, poteva essere trasmesso ad personam da un Fratello all’altro. L’origine è sconosciuta. Come la Red Cross è basato sulla leggenda di Costantino, dalla quale trae una suggestiva lezione di umiltà ed uguaglianza.

3 – Grand Tiler of Solomon – in passato detto anche Maestro Selezionato o Ventisette, somiglia molto al Select Master. E’ incentrato sulle vicende di un muratore che viola per errore la Volta Segreta.

4 – Red Cross of Babylon – abbiamo già accennato alle caratteristiche comuni delle numerose Red Crosses di origine templare; tra queste, quella di Babilonia (nota anche in passato come Red Cross of Daniel, o con il nome scozzese di Babylonian Pass) era prima del 1813 la più diffusa, in quanto strettamente associata al sistema dell’Arco Reale.

Anche questa Red Cross era legata al simbolismo della ricostruzione del Tempio: un tema sviluppato per mezzo di sottili allusioni ermetiche, facenti riferimento al lavoro di trasmutazione interiore. La leggenda è incentrata sul passaggio del fiume da parte degli Ebrei che tornano a casa (un tema che ritroviamo in alcune antiche forme del grado del Marchio). Il dibattito che costituisce la parte centrale della Red Cross of Babylon è tratto in parte dal libro di Esdra.

In Irlanda e in America, la Red Cross of Babylon forma un Ordine indipendente, il cosiddetto Order of Knight Masons. Nelle Massonerie latine, il non praticato 15° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato ne è una derivazione .

5 – Grand High Priest – è l’amalgama di due gradi settecenteschi di antichissima origine – uno francese e uno tedesco – che venivano un tempo conferiti a titolo onorario ai Maestri che avevano presieduto un Capitolo dell’Arco Reale.

Questo grado molto suggestivo, che riecheggia atmosfere teurgiche e martineziste, costituisce una testimonianza tra le più importanti del ricollegamento della tradizione massonica alla tradizione primordiale. Il rito è fondato sulla Benedizione di Abramo e la Consacrazione di Aaronne, e non può essere praticato più di una volta all’anno. Ulteriori antient degrees vengono praticati all’obbedienza dell’Order of the Allied Degrees in vari Paesi del mondo. Negli Stati Uniti per esempio, oltre ai cinque gradi inglesi già citati ci sono anche l’Ark Mariner, il Secret Monitor e l’Order of Eri; in Francia, oltre ai precedenti e tolto l’Ark Mariner (amministrato dal Marchio), ci sono in più lo Holy Order of Grand High Priest, il Master of Tyre, l’Architect e il Grand Architect, per un totale di dodici.

Order of Knight Templar Priests – sul finire del diciottesimo secolo, questo Ordine irlandese di successione templare – chiamato a quei tempi Anahilt Union Band – contava nell’Isola Verde circa una sessantina di Logge (dette Bands), ben poche delle quali aderirono al primo grande tentativo di riunire il Templarismo sotto gli auspici di Londra, il cosiddetto Early Grand Encampment.

Di fatto, l’Anahilt costituiva una forma di libera unione, non contemplante nessuna delle sovrastrutture che contraddistinguono i corpi massonici moderni.

Nel 1807 l’Early Grand Conclave di Scozia, che deteneva anche una linea di successione dei gradi irlandesi, concesse per la prima volta a un Encampment inglese la patente che consentiva di rilasciarli. Poi, negli anni immediatamente successivi – quando divenne chiaro che la possibilità di praticare i gradi templari all’obbedienza della Gran Loggia d’Inghilterra stava sfumando – i Templari inglesi si costituirono a loro volta in Early Grand Conclave, che nel 1812 delegò la pratica dei gradi irlandesi al Royal Kent Encampment di Newcastle-upon-Tyne.

Stiamo parlando di un sontuoso sistema in 36 gradi, cui può accedere oggigiorno soltanto chi è Maestro del Marchio, Maestro dell’Arco Reale e goda in più della condizione di Past Master Installato. Poiché i Templar Priests sono (a buona ragione) molto gelosi dei loro misteri, mi limito qui a fornire – senza alcun commento – le sole denominazioni dei primi 33 gradi:

1 – Knight of the Christian Mark; 2 – Knight of Saint Paul; 3 – Knight of Pathmos; 4 – Knight of Death; 5 – Knight of the Black Cross; 6 – Knight of Bethany; 7 – Knight of the White Cross; 8 – Knight of Saint John; 9 – Knight Priest of the Holy Sepulchre; 10 – Knight Priest of the Holy Order of Wisdom; 11 – Holy and Illustrious Order of the Cross; 12 – Knight Priest of Eleusis; 13 – Knight of Harodim; 14 – Knight of the North; 15 – Knight of the South; 16 – Knight & Prince of the Sanctuary; 17 – Knight Grand Cross of Saint Paul; 18 – Knight of Saint John the Baptist; 19 – Knight Rosae Crucis; 20 – Knight of the Triple Cross; 21 – Knight of the Holy Grave; 22 – Knight of the Holy Virgin Mary; 23 – Knight of the White Cross of Torpichen; 24 – Grand Trinitarian Knight of Saint John; 25 – Knight Grand Cross of Saint John; 26 – Knight Priest of Jerusalem; 27 – Knight of Palestine; 28 – Knight of the Most Holy Cross; 29 – Knight Priest of the Tabernacle; 30 – Knight of the Redemption; 31 – Knight of Truth; 32 – Knight of the Red Cross of Rome; 33 – Holy Royal Arch Knight Templar Priest.

Non credo sia necessario essere profeti per vaticinare che l’imminente … sbarco in Italia di tutto questo ben di Dio è destinato ad apportare alla Massoneria italiana parecchi cambiamenti. Si tratta, nella mia opinione, soprattutto di cambiamenti in positivo: sul piano strutturale, la concezione inglese del rapporto tra Ordine e corpi rituali è più aperta e collaborativa di quella latina, ed è destinata a portarci una forte spinta in direzione della trasparenza e della democrazia.

Per quanto concerne il discorso più strettamente esoterico, la mia speranza è che i benefici siano ancora più grandi: i tesori che si nascondono nel Marchio e nei suoi side degrees sono immensi, e il livello di preparazione dei Massoni italiani è ormai abbastanza elevato perché qualche Fratello di buona volontà raccolga il messaggio che ho espresso nell’articolo I due progetti della Massoneria, dedicandosi a sviluppare le loro valenze sul piano sociale.

Purtroppo oggi per i Fratelli del GOI la situazione è ancora piuttosto complicata. Se un Massone del GOI vuole farsi avanzare al grado del Marchio, può farlo solo in uno Stato nel quale la locale Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio (GLMMM) sia unita da protocollo di amicizia a un Ordine che riconosce il GOI.

È il caso per esempio della Francia, dove la GLMMMF(*) è collegata alla Gran Loggia Nazionale Francese. Lì, di recente, sono state innalzate le colonne di una Loggia del Marchio di lingua italiana (fortemente voluta dal Rispettabilissimo Fratello Massimo Vettese e dal Venerabilissimo Fratello Giovanni Domma): l’Ara Pacis n°162 alle Cave di Cannes, alla quale hanno già aderito numerosi Maestri italiani provenienti da diverse Officine italiane e francesi (l’espressione alle Cave è, per le Logge del Marchio, l’equivalente di all’Oriente per le Logge Azzurre).

Naturalmente, al di là della gioia che si prova sempre per il lavoro svolto insieme da Massoni di diversi Paesi, si tratta di una locazione difficile da raggiungere per molti Fratelli; per cui c’è da augurarsi che le difficoltà burocratiche siano presto superate, e il Marchio e i suoi side degrees possano essere presto lavorati in tutta Italia.

Vanno meglio le cose per i Fratelli della GLRI. Infatti il 26 Luglio del 2008 è stata consacrata la prima Loggia del Marchio Italo-Inglese in territorio italiano, la Pico della Mirandola, ed entro un anno dovrebbe seguire a stretto giro di boa l’apertura di una Loggia dell’Ark Mariner.

Si tratta di eventi la cui portata storica è di enorme rilievo per lo sviluppo della Massoneria in Italia, e l’auspicio di tutti i Massoni di buona volontà non può essere altro che le divisioni vengano presto superate, e si possa finalmente tornare a lavorare insieme.

 

Massoneria del Marchio: ultime novità (settembre 2010)

È uscito il libro Massoneria del Marchio, da me scritto a quattro mani con il Rispettabilissimo Fratello Giovanni Domma. In esso tracciamo la storia di questo corpo massonico così importante in Inghilterra e ancora quasi completamente sconosciuto in Italia; si veda a tale proposito anche il nostro articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees.

Il libro esce con un ritardo di quasi sei mesi, imputabile a gravi problemi di salute dell’Editore. Colgo l’occasione per scusarmi del ritardo con i lettori di Riflessioni che l’avevano prenotato – ora finalmente lo riceveranno – e per rivolgere a Corrado, l’Editore, i più sinceri auguri di un pronto ristabilimento.

È stato scritto con l’obbiettivo di fornire una corretta informazione perché tutti i Fratelli possano conoscere il grado del Marchio, la cui conoscenza in Italia è stata in passato penalizzata o taciuta: forse allo scopo di tutelare gli interessi di qualche lobby massonica che oggi ha fatto il suo tempo, sia dal punto di vista storico che strettamente iniziatico.

In verità, è tempo che qualcuno scriva o dica chiaramente che il Marchio è complemento necessario tanto del grado di Compagno che di quello di Maestro, e la sua conoscenza da parte di un Massone veramente completo è indispensabile; soprattutto se la sua ambizione è quella di portare a compimento il suo cammino nei gradi azzurri e dirigere una Loggia.

È opportuno precisare a questo proposito che il grado del Marchio attualmente incluso nel Rito di York, sebbene ricco di valore iniziatico e correttamente tramandato, non può svolgere la stessa funzione. Infatti, come abbiamo documentato nel nostro libro, il senso esoterico del Marchio risponde a valenze diverse nei due diversi casi: che esso sia praticato come grado autonomo, oppure nell’ambito del sistema dell’Arco Reale.

Nei mesi scorsi, le vicende della neonata Massoneria del Marchio italiana sono state agitate da una serie di colpi di scena. Da un lato questo ci fa piacere, perché per la

prima volta ha fatto parlare di sé; dall’altro però siamo abbastanza amareggiati per i rapporti di forza venuti alla luce in seguito a questi eventi, che non giovano al nostro sogno di veder presto felicemente riunificata la Massoneria italiana.

Se vogliamo capirci qualcosa, è necessario innanzitutto definire la situazione dei corpi massonici coinvolti, per quanto concerne i reciproci riconoscimenti.

Come è noto, il Grande Oriente d’Italia (GOI) – ovvero il più numeroso e storicamente importante Ordine massonico italiano – a decorrere dal 1993 non gode più del riconoscimento da parte della Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) ; questa riconosce invece un Ordine più piccolo, la Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI).

Negli ultimi anni, tuttavia, si è avviato in seno al GOI un notevole dibattito riguardo alla possibilità di riformare le proprie strutture secondo i requisiti universalmente richiesti nella Massoneria di oggi. Si tratta di un lavoro lungo e delicato, ma quel poco che si è potuto fare finora ha destato l’approvazione della Gran Loggia Nazionale Francese (GLNF), che nel 2008 ha restituito al GOI il riconoscimento.

Poiché in Massoneria i riconoscimenti tra gli Ordini non sono transitivi, l’attuale situazione può essere riassunta in questo modo:

– UGLE riconosce GLNF e GLRI;

– GLNF riconosce UGLE e GOI;

– GOI riconosce GLNF;

– GLRI riconosce UGLE.

Come la Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) è la massima autorità per le patenti di regolarità internazionale degli Ordini massonici (si veda a questo proposito anche il mio articolo Sul concetto di regolarità massonica), così la Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles (GLMMMEW) svolge analoga funzione per la Massoneria del Marchio.

Si penserà a questo punto che UGLE e GLMMMEW siano collegate tra loro da un rapporto analogo a quello che lega un Ordine massonico latino (come il GOI) ai corpi

rituali che si appoggiano alla sua struttura di Logge. Invece non è così: nella Massoneria anglosassone, una distinzione simile a quella esistente da noi tra Ordini e corpi rituali non c’è. Nella Gran Loggia Unita d’Inghilterra, la sola cosa che può vagamente somigliare a un Rito come si usa da noi è il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale; molto vagamente però, in quanto 1 – viene considerato parte integrante dell’Ordine; 2 – non è legato alla Gran Loggia da un rapporto paritario, ma ne dipende.

La GLMMMEW, da parte sua, anche se lavora soltanto in due gradi (il Marchio e l’Ark Mariner) che sono in pratica del tutto analoghi ai perfezionamenti del grado di Maestro praticati nei nostri Riti, si autodefinisce Gran Loggia e non Rito. La sua successione deriva dalle Logge azzurre del Settecento, quando ancora era consentito lavorare in Loggia gli antichi gradi; se volesse, nulla le vieterebbe di far lavorare alle proprie Officine anche i tre gradi azzurri, senza per questo violare la tradizione.

È quindi un Ordine a tutti gli effetti, e se è un Ordine ciò significa che l’UGLE non può riconoscerlo: sarebbe come ammettere che può esistere, nello stesso Paese, più di un solo Ordine massonico regolare. Quindi lo ignora: fa come se non esistesse. Quando un Maestro dell’UGLE viene accolto in una Loggia della GLMMMEW e prende il Marchio, ufficialmente la Gran Loggia d’Inghilterra non lo sa.

Questo non implica affatto che i rapporti tra l’UGLE e la GLMMMEW non siano buoni. A livello ufficiale, come abbiamo appena detto, tali rapporti non esistono – i due Ordini sono completamente indipendenti l’uno dall’altro. Ma in pratica, esiste tra loro un legame che potremmo definire simbiotico, fin da quando l’UGLE rivestì una parte importante nel processo di gestazione e di nascita della GLMMMEW, tra gli anni cinquanta e gli anni settanta dell’Ottocento; conviene fare un breve accenno ad alcuni episodi di questa storia, per far capire meglio di cosa stiamo parlando.

Nel 1813, l’UGLE aveva stabilito che l’Arco Reale fosse il solo antico grado praticabile nell’Ordine. Ne erano rimasti fuori molti, dei quali il Marchio era il più amato e diffuso. Negli anni successivi, i Maestri del Marchio cercarono soluzioni che

consentissero loro di praticarlo nella regolarità.

Una di queste veniva offerta dal Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia, che secondo l’uso scozzese incorporava il Marchio nel sistema dell’Arco Reale. Per quasi quarant’anni, molti Massoni inglesi si recarono a ricevere il Marchio nelle città della Scozia meridionale. Poi nel 1851, per iniziativa di due Fratelli di professione medici – i dottori Beveridge e Jones – il Supremo Gran Capitolo garantì una Loggia del Marchio a Londra: la Bon Accord (tuttora esistente, con il rango di times immemorial).

Nel corso di quel quarantennio, l’atteggiamento dell’UGLE verso gli antichi gradi era cambiato: risolto il problema degli abusi legati alla loro pratica caotica e disordinata nel Settecento, molti Fratelli erano tornati ad apprezzare i tesori di conoscenza esoterica in essi contenuti. Si era creato un moto favorevole alla loro progressiva reintroduzione; per questo molti autorevoli Fratelli dell’UGLE fecero la fila per entrare nella Bon Accord, e un giovane e promettente aristocratico – Lord William Henry Leigh di Stoneleigh – ne fu fatto Venerabile, probabilmente allo scopo di fargli pilotare la delicata operazione di riammissione del Marchio in seno all’UGLE.

Ma tutto andò a carte quarantotto il 5 Giugno 1856, quando in Gran Loggia il nuovo regolamento dell’UGLE che prevedeva la riadozione del Marchio fu respinto sonoramente. Lord Leigh e gli altri autorevoli Fratelli che avevano messo in gioco su questa operazione la loro carriera si ritrovarono, come si suol dire, in braghe di tela.

La sola scelta che gli rimaneva era di costituire il Marchio in Ordine autonomo; ed è quello che fecero il giorno 23 dello stesso mese, data di nascita ufficiale della GLMMMEW. Lord Leigh dovette lasciare l’UGLE per poter assumere la carica di Gran Maestro del nuovo Ordine, ma nessuno gli portò rancore: anzi, per tutto il resto della sua vita restò a far parte dell’élite dei Consulenti Esterni, dei quali i Gran Maestri dell’UGLE usavano servirsi per dirimere le vertenze più intricate.

Però il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia – che sarebbe stato disposto

a rinunciare al controllo del grado qualora fosse stata l’UGLE a farsene carico – non era invece d’accordo di farselo soffiare sotto il naso da una Gran Loggia del Marchio improvvisata e autocostituita, e decise di passare all’azione. Batté anzi l’avversario sul tempo, innalzando le colonne di un’altra Officina a Londra (la “The Mark”, che oggi è la n°1 della GLMMMEW) il 13 Giugno: quindi dieci giorni prima che la GLMMMEW venisse fondata.

Cominciò in questo modo uno scontro per il controllo del grado del Marchio che si sarebbe protratto per la durata di circa vent’anni, e che la storia ufficiale della Massoneria britannica ha pudicamente cancellato (il libro da noi scritto invece lo racconta nei dettagli, basandosi sulle ricerche di uno storico senza peli sulla lingua: Neville Cryer).

Dapprincipio, lo scontro sembrava non avere storia. Lord Leigh e i suoi seguaci avevano bruciato gran parte della loro credibilità nel fallimento dell’operazione di aggancio all’UGLE, mentre il Supremo Gran Capitolo di Scozia gettava sulla bilancia il peso della sua credibilità di autorità massonica più che centenaria. Nessuno pareva disposto a dar credito a una piccola e traballante Gran Loggia improvvisata da un gruppo di giovani avventurieri, e tra il 1856 e il 1858 decine di Logge del Marchio di obbedienza scozzese sorsero come funghi in ogni parte dell’Inghilterra.

Il Supremo Gran Capitolo, però, commise alcuni gravi peccati di orgoglio. Innanzitutto, sottovalutò l’importanza delle numerose Logge del Marchio indipendenti – perlopiù molto antiche – che dopo il 1813 erano sopravvissute in Inghilterra tra mille difficoltà: si sentivano investite della missione di mantenere in vita forme rituali del Marchio originali e antichissime, fondate sull’indipendenza del grado e non certo sulla sua sudditanza all’Arco Reale.

Per conquistare la benevolenza di questi Fratelli, sarebbe stato opportuno che gli Scozzesi garantissero ampi spazi di autonomia alle proprie Officine sul suolo inglese. Benché i loro statuti, come è ovvio, non lo consentissero (i Regolamenti di un Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale sono fatalmente meno elastici di quelli di un

Ordine), non sarebbero mancati possibili escamotages, come estendere alle Logge del Marchio inglesi i più tolleranti Regolamenti destinati ai Capitoli dell’Arco Reale con sede all’estero. Ma nulla del genere fu fatto, nemmeno quello che sarebbe stato un elementare gesto di riguardo nei confronti della tradizione inglese: consentire alle Logge di poter lavorare il Marchio anche al di fuori del sistema dell’Arco Reale.

Di conseguenza, il malcontento cominciò a serpeggiare ben presto; e ai vertici della GLMMMEW – dopo due anni contrassegnati da sconfitte e umiliazioni – il giovane Lord Leigh cominciò a tirar fuori le unghie, rivelando ben presto genuine qualità di leader massonico.

Cominciò con lo scrivere lettere tanto alle Logge di obbedienza scozzese quanto a quelle indipendenti, chiedendo loro di incontrarsi con lui informalmente in qualche pub o taverna. Si presentava a questi incontri da solo, dimessamente vestito, dibattendo con umiltà quelli che a suo parere sarebbero stati i vantaggi se tutte le Logge del Marchio inglesi si fossero unite in un Ordine autonomo.

Non ebbe subito vita facile: le capitazioni provenienti dalle Logge del Marchio inglesi erano la principale voce attiva del bilancio del Supremo Gran Capitolo di Scozia, e anche per questo – prima di… mollare l’osso – gli Scozzesi si batterono come leoni. Ma la goccia cava la pietra, e sui tempi lunghi gli sforzi di Lord Leigh e dei suoi collaboratori si rivelarono vincenti: nel periodo compreso tra il 1858 e il 1879 (anno in cui il Supremo Gran Capitolo alzò definitivamente bandiera bianca), le Officine all’obbedienza della GLMMMEW erano passate da quattro a più di un centinaio.

Da quei giorni fino a oggi, l’atteggiamento dell’UGLE nei confronti della GLMMMEW fu sempre contrassegnato dalla consapevolezza che il Marchio può essere l’ambasciatore ideale della Massoneria britannica nel mondo: sebbene ufficialmente i due Ordini continuino a non parlarsi, dovunque sia sorta una Gran Loggia ispirata dall’UGLE, discretamente – pochi anni dopo – è arrivato anche il Marchio.

L’introduzione del Marchio nelle nazioni estere avviene di solito secondo un programma ben collaudato. Pescando nelle file dell’Ordine amico, viene creata una Loggia del Marchio che si pone all’obbedienza della GLMMMEW; da questa se ne clona al più presto un’altra, o due se possibile. Appena le Officine sono due o tre si costituiscono in Distretto; quando crescono ancora di numero, il Distretto si autocostituisce in Gran Loggia Nazionale, e la GLMMMEW la riconosce immediatamente.

Così, per esempio, ad opera di Fratelli della GLNF, ebbe origine nel 1997 la Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Francia (GLMMMF (*)); invece in Italia l’avvio è stato leggermente diverso.

Nel 2008, dopo che la GLNF ristabilì le relazioni col GOI, due Fratelli della GLNF di nazionalità italiana (il Rispettabilissimo Fratello Massimo Vettese ed il Grande Ufficiale Provinciale fratello Giovanni Domma) raccolsero un gruppo di sedici Fratelli del GOI (tutte persone assai valide quanto a serietà e preparazione) e consacrarono la prima Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di lingua italiana, all’obbedienza della GLMMMF(*).

Il loro disegno era di costituire al più presto un paio di Logge del Marchio formate esclusivamente di Fratelli provenienti dal GOI; dopodiché si sarebbero costituiti in Distretto sul suolo italiano, e poi in Gran Loggia. Il passaggio successivo sarebbe stato il riconoscimento da parte della GLMMMEW della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio d’Italia.

Se questo progetto fosse andato in porto, gli aspetti interessanti sarebbero stati soprattutto due. Primo, la possibilità per i Fratelli del GOI di accedere a un grado tra i più caratteristici della Massoneria inglese, il che sarebbe valso ad accelerare la nostra internazionalizzazione; secondo, la situazione vantaggiosa che si sarebbe creata sul piano dei riconoscimenti. Con un forte Marchio italiano formato da Fratelli del GOI e riconosciuto dalla GLMMMEW, il potere contrattuale del GOI verso l’UGLE sarebbe cresciuto.

La stessa cosa devono aver pensato i Fratelli separati della GLRI, e la loro

contromossa è stata rapida ed elegante. Il 26 luglio 2008 hanno consacrato la prima                                                          

Loggia del Marchio italo-Inglese all’obbedienza della GLMMMEW, e in questo modo hanno sbarrato la strada al GOI: perché è chiaro che, se le loro Logge del Marchio possono godere già fin d’ora del riconoscimento della GLMMMEW, quello stesso riconoscimento alle Logge italo-francesi non sarà concesso mai.

Di conseguenza, il destino dei Maestri del Marchio del GOI sembra segnato: continuare a lavorare all’obbedienza della GLMMMF(*) per l’eternità, salvo che… la nostra “creatività latina” non suggerisca loro altre soluzioni.

Precisiamo meglio: non è che lavorare all’obbedienza della GLMMMF(*) sia un destino così orribile dal quale per forza occorra trovare un modo per scappar fuori. La soluzione più saggia per i Maestri del Marchio del GOI sarebbe quella di continuare dove hanno cominciato: creare nuove Officine italiane all’obbedienza della GLMMMF(*), fino a raggiungere il numero sufficiente per costituirsi in Distretto.

Con questa soluzione, non ci sarebbero grosse possibilità di carriera – niente Gran Maestri del Marchio e Grandi Ufficiali del Marchio che possano gloriarsi di sontuosi collari e grembiulini – ma i Maestri Massoni del GOI potrebbero comunque ottenere regolarmente il Marchio, fondamentale complemento del loro percorso iniziatico, ed essere accolti come Fratelli nelle Logge del Marchio di tutto il mondo.

Al momento in cui scrivo, l’ipotesi più probabile è che tale ipotesi venga adottata. Ci sono tuttavia Fratelli che non riescono a rassegnarsi all’idea di un “Marchio del GOI” subordinato alla Francia, e che prospettano diverse soluzioni.

Ho scelto di parlarne qui non allo scopo di… seminare zizzania, ma perché forse un’attenta riflessione su di esse può giovare a quei lettori desiderosi di approfondire il concetto di regolarità massonica (e forse in futuro, se la definizione di tale concetto dipenderà da loro, sapranno semplificarlo e renderlo meno assurdo di quanto non sia oggi…).

Una soluzione potrebbe essere, ad esempio, costituire il Marchio in corpo rituale, e legarlo poi al GOI mediante un protocollo di amicizia. Non mancherebbero i precedenti: l’Arco Reale, per esempio, è lavorato in seno al GOI con una soluzione analoga (e come ho accennato sopra, lo stesso Marchio vi è già praticato in qualità di grado del Rito di York).

Direi che una soluzione del genere offre sulla carta notevoli probabilità di successo: potendo pescare direttamente nell’ampio bacino del GOI, il nuovo Marchio sorpasserebbe sul piano numerico tanto quello della GLRI che quello italo-francese, anche se ovviamente la sua forma strutturale di Rito gli precluderebbe la regolarizzazione internazionale.

Ripeto: si tratta di un’ipotesi, frutto di una mia riflessione. Non credo che nella realtà sarà avviato un progetto del genere. Ma se qualcuno ci provasse, la situazione di tre diverse autorità del Marchio nello stesso Paese non sarebbe inedita: esiste un illustre precedente, addirittura in quella virtuosa Inghilterra che oggi storce il naso di fronte alla presunta litigiosità dei Massoni italiani (ed è opportuno evitare di chiederci se nel caso specifico – come già nel 1993 – le scelte inglesi non abbiano in verità contribuito a creare quella stessa litigiosità di cui veniamo accusati…).

Come ho già accennato, l’UGLE nel 1856 fece balenare ai Massoni del Marchio inglesi la possibilità di riammettere il Marchio nell’Ordine, salvo poi fare marcia indietro all’ultimo momento. Fu allora che la più illustre Loggia indipendente – la Ashton Mark Lodge, altrimenti nota come Loggia Viaggiante del Cheshire – si sentì contrariata al punto di dare vita a una Honourable United Grand Lodge of Mark Master Masons of the Ashton-under-Lyne District.

Erano umili Fratelli di provincia, tagliati fuori dal “grande giro” della Massoneria, ma se la seppero cavare. Mentre sopra le loro teste il Supremo Gran Capitolo di Scozia e la GLMMMEW di Lord Leigh si battevano all’ultimo sangue per il controllo del grado, la United si sparse silenziosamente ben al di là dei confini della Contea originaria. Per più di quarant’anni tolse Officine ad entrambi i contendenti, giungendo a superarli quanto al numero di Fratelli; se gli umili Massoni di Ashon-under-Lyne avessero potuto contare su qualche santo in Paradiso, la storia del Marchio sarebbe stata diversa.

Nel 1900, la United si decise finalmente a confluire nella GLMMMEW. All’Agape organizzata per festeggiare la riconciliazione, un loro Ex-Gran Maestro Provinciale – il Risp.mo Fratello Taylor, operaio tessile in pensione – dichiarò ai Fratelli della Gran Loggia che la United non era sorta con l’intenzione di opporsi a loro (pur ammettendo onestamente che molti membri della Ashton avessero considerato umiliante l’idea di sottomettersi a un corpo massonico con pochi anni di vita) : quello che davvero li aveva fatti infuriare – e aveva dato il la alla loro iniziativa – era stata la definizione del Marchio (nota: ad opera dell’UGLE) come “un grazioso perfezionamento del Grado di Compagno”; dalla quale avevano concluso unanimemente che da Londra non ci fosse da aspettarsi niente di buono.

Per dimostrare che le sue non erano solo parole di circostanza, citò a memoria l’Atto di Costituzione della United: “…che pienamente consapevoli della situazione disorganizzata e insoddisfacente della Massoneria del Marchio in Inghilterra, e convinti che il momento sia favorevole per effettuarne la restaurazione alla sua antica e onorevole importanza, approvano e raccomandano che si costituisca una Gran Loggia di Maestri Massoni del Marchio per l’Inghilterra ; unica e sola autorità del Marchio per il Paese, aperta a tutti i Maestri Liberi Muratori sulla base della disposizione del loro animo…”

A questo punto, Taylor fece una pausa come se avesse finito; poi – forse incoraggiato dal clima di allegria conviviale – aggiunse …e non sulla base di licenze e impiastri vari; parole che furono seguite da un vero boato di applausi.

La posizione formulata da questo sconosciuto Fratello, che ci guarda dall’Oriente Eterno forse già da un centinaio d’anni, è a mio parere quanto di più giusto e perfetto si possa dire circa l’attuale situazione del Marchio nel nostro Paese; sostituite Inghilterra con Italia, e avrete il mio pensiero.

Devo ammettere, però, di aver impiegato qualche tempo per arrivarci. Spesso l’istinto dell’uomo alla competizione ottenebra in lui la saggezza, e una riflessione è necessaria prima di poter assumere, su un dato argomento, un atteggiamento

obbiettivo e distaccato.

Il giorno in cui seppi che la GLRI era entrata nel gioco, da bravo Massone del GOI pensai: ci hanno fregati. Chiamai allora al telefono l’amico Giovanni Domma, primo Maestro Venerabile italiano di una Loggia del Marchio all’obbedienza della GLMMMF(*). Mi aspettavo che si sarebbe infuriato; invece la sua reazione fu molto più serena e saggia di quanto avessi supposto.

Mi disse: Non è una gara a chi fonda una Gran Loggia per primo: l’importante è che qualcuno lo faccia. Noi siamo quelli che portano in Italia l’informazione sul Marchio; deve essere un bene che poniamo a disposizione di tutti, del GOI o della GLRI, il progetto dei Rispettabilissimi fratelli Domma e Vettese di costituire anche in Italia la (GLMMMI), non importa. Se quei Fratelli sono persone in buona fede, se ne ricorderanno.

In questo modo prese forma definitivamente il progetto del nostro libro, al quale già da parecchi mesi stavamo pensando. Riflettendo poi con più calma sulla posizione assunta da Domma Giovanni, potei realizzare che aveva ragione: proprio la strana situazione che si è creata tra il Marchio del GOI e quello della GLRI può essere l’occasione per avviare la pace tra i due Ordini.

Infatti, se i Fratelli della GLRI lavorano il Marchio all’obbedienza della GLMMMEW, ebbene: la GLMMMEW riconosce la GLMMMF(*). Quindi i Maestri del GOI all’obbedienza della GLMMMF(*) se volessero approfittarne-godrebbero del diritto di visita in tutte Logge del Marchio fondate dai Fratelli della GLRI in Italia.

Per quel che ne so,è la prima volta dal 1993 ad oggi che viene a crearsi una situazione del genere tra il GOI e la GLRI, e a mio parere si tratta di un’opportunità veramente grossa. I Fratelli dei due Ordini potrebbero incontrarsi, parlarsi, fare amicizia di nuovo; scoprire reciprocamente che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.

Ora le ultime notizie sono che il 19 giugno 2010 i Fratelli della GLRI che lavorano il Marchio si sono costituiti in Distretto: ormai sembrano bene avviati verso la costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio d’Italia.

In teoria, quando il nuovo corpo massonico sarà costituito, le due Logge del Marchio

italiane che lavorano sotto l’egida della GLMMMF(*) potrebbero addirittura aderire.

Questo a qualcuno potrebbe sembrare un gesto umiliante, ma io non direi. Anche i Fratelli della Ashton Mark Lodge avevano considerato umiliante l’idea di aderire alla Gran Loggia di Lord Leigh; poi ci rifletterono, e dopo averla ben digerita tutto si concluse in un’allegra Agape tra Fratelli.

Forse noi Italiani possiamo fare meglio di loro, ed evitare di stare a rifletterci per 44 anni. Sarebbe il modo migliore per rendere omaggio allo spirito del Marchio, che insegna a obbedire prima che a comandare, e a governare sé stessi prima di governare gli altri.

Chi può dirlo? In futuro – magari dopo un ricambio ai vertici, con l’avvento di una generazione meno coinvolta nei contrasti del passato – l’auspicata riunificazione del GOI e della GLRI potrebbe prendere le mosse dalla Massoneria del Marchio.                            

 

Nubi sul Marchio (maggio 2011)

 Un solo Massone non può cambiare la Massoneria, ma può diffondere il messaggio che può cambiarla. Della verità di questo principio ci siamo già resi conto, il Rispettabilissimo Fratello Giovanni Domma ed io, con la nostra campagna in favore dell’Installazione dei Venerabili nelle Logge di rito scozzese.

Non avremmo mai immaginato quale grande movimento di Fratelli si sarebbe radunato intorno alla nostra idea, né che essa sarebbe stata raccolta da intere Circoscrizioni massoniche che l’avrebbero fatta propria, come è avvenuto dapprima per la Lombardia e ora sta avvenendo in molte altre regioni d’Italia. In tutti questi luoghi, i Maestri Venerabili vengono ora consacrati mediante un rituale a cui anche noi, modestamente, abbiamo messo mano!

Ci sono altre battaglie intraprese dal Fratello Domma il cui esito è ancora incerto, ma sarà probabilmente positivo, perché sono in accordo con quel disegno di sprovincializzazione e internazionalizzazione della Massoneria italiana di cui c’è grande bisogno, affinché il GOI possa ritornare alle posizioni di prestigio sul piano internazionale che purtroppo gli sono sfuggite; molto terreno è già stato riguadagnato (ultimo traguardo raggiunto, il recupero del riconoscimento da parte della Spagna), ma è ormai chiaro a tutti che perché tale opera sia portata a compimento c’è ancora molto da fare.

Così in futuro si parlerà ancora della rivalutazione della figura del Presidente di Collegio Circoscrizionale, se non addirittura dell’istituzione delle Gran Maestranze Regionali anche in Italia: obbiettivi che il Fratello Domma porta avanti tenacemente da tempo, con un gran lavoro di propaganda e sensibilizzazione a tutti i livelli dell’Ordine.

Tuttavia la più importante delle sue iniziative è ancora più ambiziosa: sto parlando della costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio in Italia, un progetto su cui abbiamo già abbondantemente relazionato in un precedente articolo e al quale abbiamo anche dedicato un bel libro, che sta avendo successo.

Nel 2008, dopo che la Gran Loggia Nazionale Francese ristabilì le relazioni col GOI, Giovanni Domma e un altro Fratello della GLNF raccolsero un gruppo di sedici Fratelli del GOI e consacrarono la prima Loggia del Marchio di lingua italiana, all’obbedienza della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Francia: precisamente la Rispettabile Loggia Ara Pacis N°162 alle Cave di Cannes.

Il loro progetto era di costituire al più presto un paio di Logge del Marchio formate esclusivamente da Fratelli provenienti dal GOI, per costituire un Distretto del Marchio sul suolo italiano; il passaggio successivo sarebbe stato la richiesta della bolla per la costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio d’Italia ed il riconoscimento da parte della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles.

Purtroppo, vari ostacoli si frapposero alla buona riuscita di questo progetto. Si è perso così del tempo mentre altri si davano da fare, cosicché il 26 luglio 2008 Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia hanno consacrato la prima Loggia del Marchio italo-Inglese all’obbedienza della GLMMMEW, e nel settembre 2010 ne hanno creata un’altra, costituendo il primo Distretto del Marchio in Italia.

Ci sono ancora, purtroppo, nel GOI persone poco intelligenti che frenano irragionevolmente di fronte a ogni tentativo di innovazione, senza rendersi conto del grave danno che si apporta alla Massoneria tutta sabotando i nostri sforzi di adeguamento agli standard internazionali.

Comunque, pazienza: essere veri Massoni del fare vuol dire non perdersi in chiacchiere e affrontare le situazioni per quello che sono, prendendo atto che allo stato attuale delle cose il destino dei Maestri del Marchio del GOI è continuare a lavorare all’obbedienza della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di

Francia.

Come già osservammo nel nostro precedente articolo sul Marchio, non è che lavorare all’obbedienza della GLMMMF(*) sia un destino così orribile dal quale per forza occorra trovare un modo per scappar fuori. La soluzione più saggia per i Maestri del Marchio del GOI sarebbe (…) creare nuove Officine italiane all’obbedienza della GLMMMF(*), fino a raggiungere il numero sufficiente per costituirsi a loro volta in Distretto. Al momento in cui scriviamo, è probabile che tale linea venga adottata.

Ci sono però altri ostacoli che si addensano come nubi nel cielo del Marchio, e che i pionieri del Marchio italiano dovranno superare. Per esempio, sarebbe opportuno che almeno a livello procedurale il GOI evitasse di frapporre complicazioni; eppure – fino a pochi mesi fa almeno – la Gran Segreteria pretendeva dai Fratelli desiderosi di entrare a far parte di una Loggia del Marchio di esserne preventivamente informata.

Una prassi del genere, in Inghilterra sarebbe del tutto inconcepibile: come già abbiamo avuto occasione di spiegare, non esiste tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) e la Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles (GLMMMEW) nessun rapporto ufficiale; né potrebbe essere diversamente perché ambedue si autodefiniscono ordini sovrani, quindi in teoria uno dei due sul suolo inglese sarebbe di troppo.

Il loro rapporto, che potremmo definire simbiotico, è il seguente: l’UGLE concede ai suoi Maestri di aderire a una Loggia del Marchio della GLMMMEW, ignorando ufficialmente il fatto; da parte sua, la GLMMMEW pretende dai suoi aderenti che essi frequentino attivamente il craft – noi diremmo l’Ordine – nelle Officine dell’UGLE.

Bisogna infatti tener presente che, per entrare a far parte di una Loggia di Maestri Muratori del Marchio, un Fratello dev’essere un Maestro Massone con anzianità nel grado di almeno un anno (e se volesse aspirare al rango di Maestro Venerabile, dovrebbe avere già esercitato quest’incarico in una Loggia Azzurra – dico dovrebbe perché quest’ultima prescrizione può essere aggirata mediante una dispensa rilasciata

dal Gran Maestro Provinciale); ora la GLMMMEW, che in quanto ordine sovrano avrebbe diritto a lavorare i tre gradi azzurri nelle sue Officine, per non esercitare un’indebita concorrenza nei confronti dell’UGLE rinuncia a farlo, ed entrambi gli Ordini si avvalgono dei vantaggi che derivano da questa tacita collaborazione, facendosi in sostanza reciproca pubblicità.

È questo il tipo di rapporto che le Gran Logge del Marchio conducono con il loro Ordine di riferimento in ogni Nazione, da cui emerge chiaramente che la Gran Segreteria del GOI non può avere alcuna voce riguardo alla scelta di un suo Maestro di aderire al Marchio: ufficialmente per il GOI la Massoneria del Marchio non esiste, quindi non si può parlare certamente di autorizzare tale scelta.

Volendo assumere nei confronti di tale pretesa una posizione conciliante, possiamo accettarla come una concessione da parte del Marchio ai bizantinismi della tradizione massonica latina, e il futuro Maestro del Marchio vi si potrà adattare in segno di riguardo nei confronti della Gran Segreteria stessa; purché sia chiaro però che il Gran Segretario del GOI non ha nessuna voce in capitolo, e può solo prendere atto della scelta del Fratello. Non ha certamente il diritto di “mettersi di traverso” insabbiando le domande e rallentandone in questo modo il decorso.

In questi ultimi anni, gli accresciuti contatti tra i Massoni (che viaggiano e… navigano di più) stanno apportando come conseguenza gradita e inevitabile la diffusione a macchia d’olio di forme rituali un tempo circoscrivibili a determinati territori, come appunto il Marchio era limitato alla sfera d’influenza diretta della Massoneria britannica. È quindi una sfida molto importante per gli Ordini sapersi adeguare alla nuova situazione, evitando che regole concepite a tutela della prudenza e della regolarità, si ritrovino a svolgere altre funzioni certo originariamente non previste – fungere da freno alla libera circolazione dei fratelli, delle idee, nonché addirittura da intralcio al lavoro.

E non è questa la sola nube nel cielo del Marchio. Spiace, ad esempio, avere la sensazione che ci siano Fratelli che sulla ristrettezza delle regole (e ancora di più

sulle loro ambiguità) cercano di edificare le fondamenta del loro “potere”. E’una mentalità molto “italiana”, purtroppo lo sappiamo tutti: quante volte in un ufficio pubblico ci siamo ritrovati di fronte un funzionario che – lungi dal pensare al bene del cittadino e dello Stato – aveva l’aria di dirci: il documento che ti serve non te lo do finché non avrai capito che io sono un personaggio importante?

È questa un’arte perversa che si avvale di molte raffinatezze e variazioni. Per esempio, si può rivolgere ad arte un decreto contro l’altro e trasformare in un’impasse insuperabile qualsiasi contraddizione che in realtà si potrebbe risolvere con un po’ di buon senso. Così il fatto che nel Marchio ci siano due diverse autorità internazionali – le Gran Logge del Marchio di Francia e d’Inghilterra – entrambe volte a costituire Officine di Massoni italiani, secondo lo spirito con cui viene vissuto può trasformarsi in un’inesauribile fonte di fratellanza o di… discordie.

Perché sia fonte di fratellanza basterà, come già ho suggerito nel precedente articolo e nella realtà sta verificandosi felicemente, che i Fratelli italiani delle due obbedienze continuino nel positivo spirito di confronto che ha contrassegnato questo primo periodo, caratterizzato da cordiali scambi di email dall’una all’altra sponda; aiuta in questo il fatto che si tratta per la maggior parte di Fratelli giovani, scarsamente coinvolti nei dissapori del passato e contrassegnati da un approccio all’Istituzione veramente esoterico – consapevoli quindi della validità e della delicatezza della nuova esperienza che la Massoneria italiana sta vivendo col Marchio sul piano culturale, e ben decisi a non buttare tutto alle ortiche con qualche passo falso suggerito da stupidi personalismi o anacronistici orgogli.

Ma purtroppo anche il secondo caso, quello della discordia, è sempre in agguato: basterebbe ad esempio che qualcuno nel GOI si lasciasse abbagliare dal prestigio derivante dal ruolo di uomo guida del Marchio italiano, e per… distinguersi dalla concorrenza si abbandonasse a criticare oltremodo la politica seguita dalla GLMMMF(*) in Italia, esagerando in malafede le difficoltà della situazione; fino a esplodere in proclami “nazionalisti” circa il fatto che gli Italiani possono fare da soli

noi non abbiamo bisogno né della Francia né dell’Inghilterra…

Poiché effettivamente voci del genere sono circolate, proviamo a chiederci precisamente cosa vorrebbe dire “fare a meno della Francia e dell’Inghilterra”. Sul piano del riconoscimento internazionale, non c’è scampo: non potrà mai esistere una Gran Loggia del Marchio italiana se non sarà la GLMMMEW a riconoscerla. Si potrà trattare di un riconoscimento diretto qualora i Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia raggiungano in breve il sufficiente numero di Logge, come noi gli auguriamo; sarà un po’ più complicato se fossero invece i Fratelli del GOI i primi a mettere insieme un certo numero di Officine all’obbedienza francese, ma se lo spirito che sta guidando i pionieri del Marchio italiano continuerà a essere lo stesso, siamo del tutto fiduciosi che anche in questo caso il processo di costituzione sarà condotto all’insegna della fratellanza.

Indicibilmente più complessa diventerebbe invece la situazione se altri gruppi di Fratelli decidessero di appoggiarsi a una terza Gran Loggia del Marchio estera, chiedendole di garantire una o più Logge alla sua obbedienza sul territorio italiano. Non è certo vietato, e sicuramente Gran Logge estere disponibili all’esperimento se ne troverebbero – l’Italia è pur sempre una delle principali nazioni massoniche del mondo, “territorio di caccia” irresistibilmente appetibile per le magre disponibilità economiche di molti Orienti “minori”; ma non mi sembra la miglior risposta alla sincera e fraterna disponibilità dimostrate finora dalla GLMMMF(*) nei nostri confronti, e al di là delle inevitabili rappresaglie – che ci saremmo meritate – sarebbe l’ennesima “figura da cioccolatai” dei Massoni italiani a livello internazionale.

Ancora più campata in aria mi sembra la possibilità che Maestri del Marchio italiani creati in Francia formino un’Officina senza porsi all’obbedienza francese, magari fantasticando di poter lavorare all’obbedienza del GOI: ipotesi impraticabile perché in flagrante contrasto con l’Articolo 2 della Union – il Marchio non fa parte dei tre gradi azzurri regolari.

E se per assurdo riuscissero a costituirla, e non so per mezzo di quale strategia o

compromesso inducessero il GOI a dare il suo benestare, il risultato sarebbe lo stesso dei tre scellerati compagni che uccisero il nostro Maestro: metterebbero a repentaglio l’ammirevole lavoro diplomatico intessuto dal GOI con fatica e abilità presso tante Gran Logge delle quali stiamo finalmente riuscendo a riottenere la fiducia. Per quanto riguarda poi l’UGLE, non oso pensare alle ripercussioni che potrebbe causare un’iniziativa tanto provocatoriamente eretica, volta a sottolineare quella benedetta “diversità latina” che ai loro occhi non è nient’altro che pura bizzarria.

Ma davvero esistono Fratelli italiani che per ambizione personale si presterebbero al gioco di accrescere scientemente la confusione della nostra Massoneria, dando origine a una situazione in seguito alla quale le possibilità di unificazione del Marchio italiano diventerebbero un rebus disperatamente intricato e complesso? Noi non vogliamo crederlo; eppure si vocifera che questi “Fratelli” ci sono.

Io mi domando: è possibile che non riescano solo per un momento meditare e riflettere che non si può vivere desiderando di essere sempre al centro dell’universo? No, davvero non si può vivere covando dentro di sé solo invidia verso le affermazioni altrui, giungendo a sabotarle senza neppure soffermarsi a riflettere sui danni che si creano in questo modo. Il vero Fratello è colui che gioisce con te e piange con te, non colui che brama di primeggiare sempre, facendo prevalere nevroticamente il proprio ego afflitto e sinistrato.

Dovrebbero piuttosto essere grati a chi sta facendo qualcosa per la Istituzione in generale e per il GOI in particolare, portando quel rinnovamento di cui tanto abbiamo bisogno; dovrebbero tralasciare per una volta di bardarsi di medaglie grembiuloni ed onoreficenze, di vantarsi della loro anzianità massonica che senza la saggezza non è nulla, di far valere il proprio egoismo e il loro interesse vuoto.

Eppure no: eccoli là, nella loro folle corsa ad essere sempre i protagonisti costi quello che costi, e gli altri possono morire; poco importa se fino all’altro ieri del Marchio ignoravano perfino l’esistenza e si sono documentati spiluccando frettolosamente il nostro libro – adesso il Marchio in Italia sono loro, e per far valere le loro pretese

sono pronti a mendicare riconoscimenti fin dalla Nuova Zelanda.

Mi domando quanto questi Fratelli si rendano conto che, se l’egoismo da parte di un Massone non è mai ammissibile, in un momento come questo le implicazioni che ne possono derivare rischiano di andare ben oltre le squallide baruffe di Loggia. Abbiamo puntati addosso gli sguardi di tutta Europa; sempre più forte sembra ormai delinearsi il movimento che riconosce nel GOI la Massoneria regolare italiana. Ogni movimento interno al nostro Ordine viene a livello europeo analizzato, dissezionato, dibattuto; questo perché siamo forse il primo grande Ordine “latino” della storia che intraprende la difficile strada delle riforme interne, per conservare le proprie specificità e nel contempo andare incontro agli standard della Massoneria internazionale.

Possiamo godere della comprensione e della simpatia di molti – per quel nulla che io conto, mi capita di ricevere email di approvazione anche da Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia; perché al di là delle etichette, il Massone intelligente e al di sopra delle parti non può non essere intrigato dal coraggio e dalla sapienza massonica che il GOI profonde nel nuovo cammino da lui scelto, a mezza strada fra modernità e tradizione (e nel quale la sua attuale giunta, bisogna pur dirlo, sta veramente mostrando il lato migliore di sé, dimostrando di tenere in maggior conto il giudizio della storia che non gli effimeri umori della cronaca).

Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che su come sarà giocata la partita del Marchio è in gioco molto del consenso e della credibilità che il GOI sta accumulando: se dovesse venire fuori il solito pasticcio all’italiana, con lo stolto protagonismo di fazioni l’un contro l’altra armate, allora sarebbero guai.

Speriamo quindi che i Fratelli coinvolti in progetti tesi a piegare il futuro del Marchio ai propri interessi ci ripensino presto – almeno prima di essersi spinti troppo in là. Se vogliono alzare le colonne di nuove Logge del Marchio sul territorio italiano, la loro opera non sarà soltanto benvenuta ma benemerita e necessaria; lungi da loro però l’idea di farlo in concorrenza con i Fratelli che per primi hanno avviato il progetto                                                          

(che sono, come ormai tutti sanno, i Risp.mi FFr. Giovanni Domma e Massimo Vettese) o peggio ancora sotto gli auspici di improbabili nazioni estere, perché in tal caso un grande bene potrebbe trasformarsi in un gran male, e le conseguenze negative per la Massoneria potrebbero andare molto al di là di quanto la loro modesta comprensione della realtà massonica internazionale possa suggerire.

Si dispongano piuttosto a osservare con quanta umiltà e prudenza il progetto Marchio è stato finora portato avanti dai suoi iniziatori: senza mai affrontare frontalmente le molte difficoltà che si sono infrapposte ma risolvendo tutto con pazienza, garbo e diplomazia; che osservino, riflettano e imparino non solo l’arte di pavoneggiarsi all’Oriente, ma anche quella di macinare a proprie spese migliaia di chilometri per recarsi a una tornata del Marchio in una città lontana affinché i Fratelli possano raggiungere il numero per aprire i lavori; non solo l’arte di far sfoggio della propria presunta scienza nelle Agapi, ma anche quella di intrattenere i disinteressati rapporti che trasformano Fratelli sparsi provenienti da diverse città in una vera Officina, retta da un incrollabile eggregore di vera Fratellanza.

Che reimparino l’arte massonica ricominciando da quelle piccole cose che la fanno grande: i discreti momenti di gioia, la triplice stretta della Catena di Unione, gli scambi durante l’Agape… piccole felicità come rubate che illuminano gli sguardi, creando inavvertitamente quel clima per cui i Fratelli, a fine tornata, fanno fatica a lasciarsi.

E’ anche di tutto questo che la Massoneria di oggi ha un gran bisogno, ed è qualcosa di immensamente più grande della loro invidia: è la vera filantropia, che porta all’elevazione morale, intellettuale, esoterica e materiale di tutti i Massoni, ai quali aspira di estendere i legami d’Amore e di Solidarietà fraterne che uniscono fra loro tutti i Liberi Muratori del mondo.                                             

 

Storia del grado massonico di Royal Ark Mariner

(prima parte – aprile 2013)

                                                      

Da dove viene la forma dell’Arco? Dall’Arcobaleno.

                                             (The Grand Mystery of Free-Masons Discover’d – 1724)

 

Abbiamo visto nell’articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees come, nel 1856, il grado massonico del Marchio si costituì nella Grand Lodge of Mark Master Masons of England and Wales.

Il Marchio fu, in questo modo, il primo degli antient degrees – esclusi dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra con la riforma del 1813 – a darsi una struttura, e tutti gli altri, mano a mano che si riorganizzavano, tendevano a unirsi ad essa. Questo fu all’origine del fenomeno noto come side degrees, ovvero gradi laterali del Marchio.

La maggior parte di quei gradi, o sistemi di gradi, si fornì di un’organizzazione autonoma e stipulò con la Gran Loggia del Marchio un protocollo di amicizia. Soltanto uno, il Royal Ark Mariner (RAM), si regolò diversamente, delegando al Marchio la gestione della sua parte amministrativa.

Ancora oggi, i Regolamenti dell’Antica e Onorevole Fraternità dei Marinai dell’Arca Reale fanno parte delle Costituzioni e dei Regolamenti della Gran Loggia dei Maestri Massoni del Marchio (GLMMM).

Per questo, quando cominciano a sorgere Logge del Marchio in un Paese fuori dall’Inghilterra, di norma il RAM è il primo side degree a seguirlo.

In Italia, come la nostra rubrica ha ampiamente documentato, le prime Logge del Marchio sono comparse già da qualche anno – alcune, ad opera dei Fratelli della GLRI, per filiazione della GLMMM di Inghilterra e Galles; un’altra all’obbedienza della GLMMM francese, di cui furono artefici i Fratelli Giovanni Domma e Massimo Vettese. Quest’ultimo è scomparso prematuramente nel mese di Ottobre 2012, destando grande rimpianto in tutti i Massoni che ebbero la fortuna di conoscerlo.

Dalle Mark Lodges di obbedienza inglese sono già nate in Italia due Logge del RAM: la “Pico della Mirandola” e la “Giorgio Vasari”, consacrate a Roma rispettivamente nel 2010 e nel 2012; mentre da quella francese – sotto la guida del Fratello Domma – è sorta il 20 Ottobre scorso la prima Officina italiana dei NAR (Nautonniers de l’Arche Royale o RAM –Royal Ark Mariner).

Tra parentesi, siamo molto fieri del consenso destato dai nostri articoli presso i Fratelli della GLRI, che ci scrivono spesso; sembra che presso di loro la passione nei confronti della ritualità britannica abbia ormai salde radici. Molti attingono notizie dal nostro libro Massoneria del Marchio per i loro lavori, dandoci l’impressione che la nostra opera divulgativa non sia stata vana; li ringraziamo di cuore!

In questo articolo e nel successivo, non è ancora nostra intenzione affrontare il tema del RAM direttamente: tratteremo invece del suo processo di formazione, che è a nostro avviso una storia davvero interessante.

Come premessa necessaria, delineiamo questo mese i suoi temi simbolici principali (con particolare riguardo al loro sviluppo in ambito massonico, nelle gilde artigiane e nella muratoria operativa); il mese prossimo parleremo invece degli antichi gradi dai quali il RAM ebbe origine.

Non diversamente da innumerevoli gradi ispirati a temi biblici, il RAM è fondato sul mito dell’Arca di Noè.

Il personaggio biblico di Noè, figlio di Lamech, è oggetto nella Bibbia di due diverse genealogie: la prima (Genesi, 4) sottolinea la sua discendenza da Adamo attraverso Caino ed Enoch, la seconda (Genesi, 5) attraverso Seth, lo stesso Enoch e Matusalemme, che di Lamech era il padre. Il nome Noè può essere approssimativamente tradotto come riposo, o conforto.

Il nome della moglie di Noè, secondo fonti islamiche, era Waila. I suoi tre figli, Jafet, Sem (o Shem), e Cam (o Ham, o Kham), vengono considerati capostipiti delle razze che popolano la Terra: Jafet dei Bianchi, Sem degli Arabi e degli Ebrei, Cam dei Neri.

È da notare che nella Genesi Sem è sempre nominato per primo, il che lascia supporre che fosse il primogenito; secondo varie tradizioni popolari, però, il primogenito sarebbe stato Jafet, e questa è forse la ragione per cui – nel RAM attuale – Jafet riveste il ruolo di Primo Sorvegliante, mentre Sem è il Secondo.

Parecchi dei temi legati al simbolismo del RAM sono di immediata comprensione, e hanno contribuito a risvegliare un grande attaccamento nei confronti di questo grado in tutti i Paesi nei quali viene praticato.

Così l’idea della quiete dopo la tempesta; così la profonda riflessione sulla forza dell’istituzione familiare e del suo ruolo nella società; così l’enfasi sul concetto (dal punto di vista massonico, molto Modern, e abbastanza inconsueto in un grado di origine Antient) che ad ogni Fratello è affidato un compito particolare da attuare in armonia con gli altri, per il bene di tutti.  Nella maggior parte dei gradi Antient, per quanto si parli abbastanza spesso di opere grandiose affidate ai Massoni (quali possono essere l’edificazione o la ricostruzione del Tempio), è raro che esse vengano esplicitamente collegate alla necessità dei Fratelli di armonizzare e coordinare il lavoro: questo soprattutto a causa di una forte sensibilità nei confronti dei pericoli legati all’orgoglio (vedremo il prossimo mese la bellissima Leggenda di Phaleg). Se è il caso di motivare in qualche modo il precetto dell’unione massonica, si preferisce piuttosto collegarlo al senso di solidarietà; e il RAM in questo non fa eccezione, ponendo in risalto la lotta dell’umanità contro le catastrofi e le intemperie, e sottolineando le analogie tra i pericoli del Diluvio e quelli della vita.

Non solo, ma un grande spazio – davvero assai vasto rispetto ad altri rituali, e questo vale tanto in senso letterale che figurato – è dedicato al percorso che il Massone deve compiere per potersi rifugiare nell’Arca, a testimonianza della maggiore attenzione rivolta dagli Antients agli aspetti individuali dell’esperienza iniziatica.

È un percorso di salvezza intesa soprattutto come trasmutazione interiore: in questo senso, le idee degli Antients non erano lontane da quelle dei grandi Massoni – ermetisti dei Paesi latini.

Difatti, non a caso – nel panorama dei gradi massonici oggi praticati – il RAM è uno di quelli che in maggior misura ha ereditato i tesori ermetici dei rituali settecenteschi: ritorneremo su questo tema nell’articolo del prossimo mese.

Per adesso, è il caso di osservare che l’Arcobaleno – il simbolo per eccellenza della

trasmutazione interiore – si trova nel suo emblema, e può essere considerato uno dei suoi principali simboli.

Secondo Oliver, l’Arcobaleno che si disegnò nel cielo dopo il Diluvio come emblema del nuovo patto tra Dio e l’umanità sarebbe entrato nell’antica tradizione ebraica attraverso le credenze degli Architi (i Fenici d’Africa), per i quali rappresentava il vestito di Dio (in questo modo viene definito anche dal profeta Ezechiele). Ai nostri giorni, una delle interpretazioni massoniche più diffuse è quella di considerarlo un ponte tra l’antico e il moderno, tra il passato e il presente.

Nel 1872, gli studiosi (non solo massonici) del mito del Diluvio si erano trovati a dover fronteggiare un trauma senza precedenti: era stata infatti tradotta la tavoletta cuneiforme babilonese sulla quale era riportato il mito di Gilgamesh – analogo a quello di Noè, ma palesemente più antico.

Ai nostri giorni, si dà per scontato che il racconto biblico del Diluvio sia tratto da fonti anteriori; ma fino ad allora, ben pochi avevano messo in dubbio che la Bibbia fosse il più antico dei libri, dal quale le altre forme di cultura scritta erano in un modo o nell’altro derivate.

Oggi noi facciamo fatica a capirne i motivi, ma la scoperta del mito di Gilgamesh segnò per il RAM un duro colpo: parecchi Fratelli se ne allontanarono sentendosi in qualche modo traditi, mentre tra quanti rimasero resistette a lungo – a dispetto di ogni evidenza – l’idea che i Babilonesi avessero tratto ispirazione dalla Genesi, e non viceversa.

Questa crisi, si noti, esplose soltanto un anno prima dell’incontro – tenutosi alla Freemasons’ Hall di Londra – nel quale venne varata la politica dei side degrees, e c’è chi ha ipotizzato che la sorprendente scelta del RAM di fondersi col Marchio venisse dalla convinzione che il grado, da allora in poi, non avrebbe più potuto reggersi con le proprie gambe: un timore che, alla luce delle successive vicende, appare infondato.

Fu poi provato da altri archeologi che il racconto biblico del Diluvio era formato dalla sovrapposizione di due racconti. Il primo, più antico e più semplice, coincideva con l’epopea di Gilgamesh, mentre tutto quanto concerneva le azioni di Noè più in dettaglio: l’edificazione di un Altare, l’impianto di una Vigna eccetera (e in linea di massima, l’interpretazione etica e teologica della vicenda), poteva considerarsi frutto di un’aggiunta posteriore, risalente (si crede) a circa duecento anni dopo.

Del resto, la tradizione secondo cui un uomo prediletto da Dio scampò al Diluvio insieme alla sua famiglia si è tramandata anche in molte altre nazioni: tra queste l’India, la Grecia e l’Irlanda.

Addirittura nella stessa tradizione druidica inglese, dove molte tracce del mito del Diluvio si ritrovano nella leggenda di un’inondazione causata dallo straripamento del lago Llyon: qui fu il dio Gwidion, corrispettivo di Mercurio, a tracciare l’Arcobaleno nel cielo, volendo così promettere (a un uomo e una donna che si erano salvati) che il lago non sarebbe straripato mai più.

Scoperte del genere segnarono anche la fine della credenza che attribuiva la compilazione di tutti e cinque i libri del Pentateuco a Mosè. Questo avrebbe potuto segnare una crisi ancora peggiore, non solo per il RAM ma anche per molti altri antient degrees; ma i Massoni avevano ormai digerito l’idea che la corrispondenza tra narrazioni bibliche e scoperte archeologiche non fosse sempre esatta, imparando a concentrarsi maggiormente sull’aspetto simbolico ed esoterico dei rituali.

La vicenda di Noè può essere accostata a quella di Adamo, perché sono i due passi biblici nei quali l’influenza attiva del divino nel determinare le vicende umane risulta maggiormente enfatizzata, e hanno avuto in questo senso un enorme influenza tanto sulla teologia cristiana quanto – di riflesso – sulla storia della civiltà occidentale.

Potrebbero anche essere definite due successive creazioni del mondo: la prima dalla Terra, la seconda dall’Acqua – e da questo sorse l’idea che la terza distruzione/rigenerazione dell’umanità verrà dal Fuoco, un tema che è riemerso nelle speculazioni degli esoteristi soprattutto dopo Hiroshima.

Un’altra idea comune ai due miti è che il Creatore ha la facoltà di affidare la rigenerazione del genere umano a un Uomo da lui scelto, che si trova in questo modo da lui investito di poteri e facoltà sconosciuti alla maggioranza: è questa una delle fondamentali legittimazioni dell’idea di esoterismo, inteso come percorso di elevazione individuale sì, ma non fine a sé stesso – destinato piuttosto a trasmettere i suoi doni all’intera umanità.

In questo senso, Dio si fa tramite Noè Architetto e Costruttore, e il Massone noachita aspira a farsi simile a Noè imitandone le azioni. Un tratto distintivo del RAM, sul quale molti autori tornano volentieri, è come l’ideale percorso che va dal Massone al Grande Architetto tramite l’Uomo Primordiale risulti in questo grado assai più chiaramente e semplicemente tracciato rispetto alla complessa e un po’ misteriosa visione corale che si delinea nel quadro della ritualità hiramita.

L’affascinante tema della distanza/corrispondenza tra le visioni hiramita e noachita è messo a fuoco assai propriamente da Mottram, che appunta l’attenzione sulle differenze tra l’arte della carpenteria edile e quella navale: la prima si rivela più difficile nelle fasi preliminari e iniziali, poi il lavoro già fatto offre un sostegno e un modello a quanto segue, sicché tutto si risolve in una procedura per così dire automatica.

Invece la costruzione di una nave è all’opposto: essa obbedisce dapprima a formule predefinite che richiedono solo di essere adattate alle dimensioni del vascello, ma nel prosieguo si fa sempre più difficile, con variabili sempre nuove caso per caso – quali ad esempio il massimo peso che possa essere attribuito alle opere morte, o quale debba essere la loro distribuzione più opportuna per assicurare un galleggiamento ottimale.

Difficilissimo è poi il caso di una nave che – come l’Arca – non debba essere varata, ma sia destinata a sollevarsi poco a poco sotto la spinta delle acque: il rischio principale è che il terreno sotto di essa ceda sotto il peso e la imprigioni nel fango. Per risolvere tutti questi problemi, egli nota, occorrono conoscenze di prim’ordine sia nel campo della Fisica che in quello della Geometria.

(Nota: molti studiosi si sono chiesti se per l’impermeabilizzazione dell’Arca fosse stata usata resina, gomma o bitume. È da notare che l’arte della manipolazione di tali sostanze conobbe in Medio Oriente un sorprendente sviluppo fin dai tempi più antichi ed era considerata sacra, come risulterà ai miei lettori esperti nel campo delle fumigazioni magiche; ora, il fatto che l’Arca fosse stata calafata con uno di questi prodotti costituisce una parte del suo simbolismo sulla quale numerosi Massoni di indirizzo esoterico si sono soffermati.)

Comunque sia, le analogie tra le due principali forme massoniche risultano essere ben più significative delle differenze. Come Hiram, Noè galleggia sulle acque inferiori in un cofano che è la sua bara, passando attraverso la morte e la distruzione; come per Hiram, la sua resurrezione equivale simbolicamente alla salvezza di tutte le forme viventi.

Provocatorio e geniale come era suo costume, George Oliver osservò: Noè (…) era definito il padre dell’umanità. Veniva dal grembo di una donna, ma era nato nella vergine Arca, senza intervento di nessuna creatura umana; fu poi elevato a oggetto di idolatria, e divenne la principale divinità nel mondo dei gentili (…) essendo considerato un’incarnazione della divinità…

E gli fa eco Neville Cryer: Lui e Dio erano uno. Sul finire del primo millennio dell’era cristiana, la figura di Noè veniva considerata una prefigurazione di quella di Cristo.

Questo è un concetto già implicitamente presente in Tertulliano, con la sua idea che il Diluvio prefiguri il Battesimo, e che venne poi apertamente formulato da Giustino Martire.

Rifacendosi al loro pensiero, così si esprimeva nel 1713 un anonimo ecclesiastico francese:

I Padri della Chiesa hanno osservato che l’Arca era l’immagine della Chiesa, intesa come unica Arca entro cui l’uomo può trovare la salvezza (…). Il legno e l’acqua rappresentano due grandi misteri: l’acqua, che nel Battesimo ci purifica dal peccato, nella forma del Diluvio purificò il mondo dalle abominazioni; e il legno della Croce del Salvatore (…) ha salvato il mondo intero. Così piacque a Dio di prefigurare la Sua Chiesa nell’Arca, che è il simbolo della redenzione e del rinnovamento del mondo.

A proposito del tema Arca della Salvezza/rinnovamento, Mottram sottolinea la capacità del veicolo Arca di sollevare Noè al di sopra dei risultati evolutivi conseguiti dai suoi antenati, portandolo più vicino a Dio. Egli non portò nell’Arca nessuno che appartenesse alla generazione precedente; questi, del resto, si erano dimostrati incapaci di comprendere il senso e il valore del veicolo che andava approntando.

L’idea di un Arca/Tempio non destinata a intraprendere alcun viaggio, ma interamente consacrata all’idea di trasmutazione interiore emerge con chiarezza dalla versione ellenica del mito dell’Arca, riportato da Diodoro Siculo: Sesostris costruì un’Arca di cedro ricoperta di placche d’oro, la cui lunghezza era di 280 cubiti, la fece portare nel Tempio di Tebe e quivi la consacrò a Osiride; nell’interno di questo edificio venivano celebrati i cosiddetti misteri diluviani.

Cryer fa notare la vicinanza nella lingua greca dei termini naus (Tempio) e naos (nave), nonché la ricorrenza nell’architettura sacra di vari termini di origine nautica, come ad esempio navata.

Non conosceva, probabilmente, i versi del nostro Cardarelli:

O chiese di Liguria, come navi

Disposte ad essere varate!

Sappiamo che i misteri diluviani degli antichi Greci erano collegati tanto all’idea della sacralità del rinnovamento (potremmo quasi dire: del progresso) quanto a quella di un’evoluzione estesa che coinvolge anche le specie animali e – per estensione – l’intero mondo della natura. Millenni dopo, entrambi sarebbero stati ripresi e sviluppati nell’ambito della letteratura teosofica, e rappresentano forse oggi il più fondamentale contributo della scuola anglosassone all’esoterismo contemporaneo.

Di qui la possibilità di fruttuosi accostamenti sul tema Arca/progresso, strettamente associato all’idea che spetti all’uomo l’edificazione di una sorta di scatola magica volta a salvare le specie animali: ovvero riscattare l’animalità in noi dalla meccanicità degli istinti e guidarla alla consapevolezza.

La tendenza, emersa in Inghilterra tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, a riscoprire e privilegiare le istanze teologiche legate all’idea di rinnovamento è ben rispecchiata nei più antichi catechismi massonici, e fece sì che i due leit-motiv Arca/progresso e Arca/patto risultassero, nelle esegesi più antiche, intrecciati al punto da risultare quasi indistinguibili.

In Genesi 9:17, il Signore aveva spiegato che l’apparizione dell’Arcobaleno (non citata, è bene notarlo, nelle versioni babilonese ed egiziana del mito del Diluvio) è il segno del patto che ho stabilito tra me e TUTTE LE CREATURE DELLA TERRA, ma a dispetto dell’importanza della cosa l’accostamento tra l’Arca di Noè e l’idea di patto non era stato molto rivisitato nell’Antico Testamento : si potrebbe quasi supporre che il secondo patto, stipulato da Dio col solo popolo ebraico, avesse eclissato – nell’immaginario collettivo degli Ebrei – il precedente. Sarà soltanto con l’avvento di un terzo patto, quello stipulato tra Gesù e l’umanità, che il collegamento

Arca/patto tornerà a risaltare, e assumerà nuova importanza.

Le esegesi cristiana e massonica non mancano neppure di porre in risalto l’umiltà di Noè, che ben lungi dall’inorgoglirsi per essere stato prescelto da Dio e per la formidabile impresa da lui realizzata, dopo il Diluvio riprende come se nulla fosse stato le sue normali attività di padre di famiglia, artigiano e agricoltore, stimando di non aver fatto nulla di più del proprio dovere.

In questo si contrappone ad Adamo, che cadde vittima del peccato dell’orgoglio, ed ai suoi stessi discendenti, che si dedicarono all’edificazione della Torre di Babele. La Massoneria noachita ha sviluppato nei secoli questo tema fino a porre l’idea di umiltà al centro del proprio percorso.

Annota Neville Cryer che, secondo una leggenda, Noè portò nell’Arca la bara contenente i resti di Adamo; era per avere costantemente sotto gli occhi i frutti dell’orgoglio, o perché il suo antenato che aveva sofferto le conseguenze del proprio orgoglio potesse raggiungere la salvezza di cui l’umiltà fa beneficiare?

La leggenda del Sepolcro di Adamo, cui Cryer fa riferimento è riportata nel Briscoe Pamphlet (1724):

Adamo si era preparato per l’eterno riposo una magnifica Pietra Monumentale, su cui erano incise tutte le Figure Geometriche e i Geroglifici, successivamente ripresi dagli Antichi Egizi, insieme alla spiegazione del significato della lettera Tau, che era il Marchio apposto su Caino perché nessuno lo toccasse, e sarebbe stato poi utilizzato anche da Mosè per proteggere gli Israeliti dall’Angelo della Distruzione.

Ora accadde che Adamo fu avvertito che la sua Morte stava arrivando ; affidò quindi questo Sarcofago di Pietra a suo figlio Seth, con questo Incarico : che dopo il suo Decesso, il suo Corpo sarebbe stato deposto lì finché non si fosse trovato un Sacerdote dell’Altissimo che potesse celebrare il suo funerale secondo il rito di Melchisedec; così il Corpo di Adamo fu tramandato fino a Noè, che lo sistemò al centro dell’Arca, e ogni giorno offriva Preghiere sulla sua Tomba Monumentale, come su un Altare offerto a Dio dalla Fede di suo Padre Adamo…

Le più antiche raffigurazioni del Diluvio si trovano nelle catacombe di Roma e risalgono al secondo secolo dell’era cristiana. Un’altra, del quinto secolo, si trova nella sinagoga di Gerasa, mentre risale all’undicesimo secolo il ciclo di affreschi sul Diluvio che si può ammirare nella Chiesa di Saint Savin, in Francia.

Posteriormente, troviamo varie pitture, sculture e bassorilievi in Chiese e Cattedrali gotiche francesi e inglesi. Talvolta, non lontano dall’immagine dell’Arca è raffigurato anche il Tempio di Salomone, a testimoniare che il collegamento tra i due simboli era già presente nell’arte sacra medievale.

Michelangelo, nella Cappella Sistina, raffigurò Noè nell’atto di rendere grazie a Dio dopo essere scampato al Diluvio; anche Tiziano e Carracci produssero le loro versioni della storia dell’Arca.

In Gran Bretagna, una forma volgarizzata del racconto del Diluvio circolò nella Biblia Pauperum fin dal quattordicesimo secolo. Ne ebbero origine varie leggende, come quella – diffusa a Norfolk – per cui l’Arca, prima di scendere sull’Ararat aveva preso terra su una collina nella parte meridionale di quella contea, il Dunham Common; Noè però trovò il Diavolo ad aspettarlo, così chiuse il portello e riprese la navigazione.

È bene documentato come nell’Inghilterra medievale le gilde artigiane fossero chiamate a prendere parte alle feste religiose, nelle quali spesso venivano messi in scena episodi della Sacra Scrittura. Si ha notizia di sette feste annuali dove era rappresentata la storia dell’Arca; si tenevano a Chester, Coventry, Cornwall, Hull, Newcastle, Wakefield e York.

In quella di York, l’edificazione dell’Arca era affidata alle corporazioni dei carpentieri navali, fatte venire espressamente dai centri costieri della contea; invece le vicende successive erano interpretate dai pescatori e dai marinai.

A Chester la moglie di Noè non voleva saperne di entrare nell’Arca, e la parte in cui Jafet si dava da fare per convincerla veniva considerata il pezzo forte della rappresentazione, alla quale il pubblico partecipava schierandosi in favore dell’una o dell’altra parte. A Wakefield invece toccava a Noè convincerla, ed era spesso costretto a far ricorso a… una buona dose di legnate.

Estremamente interessante, dal nostro punto di vista, è che a Cornwall il medesimo ruolo di dissenziente fosse rappresentato da …Tubalcain (non dimentichiamo che questo personaggio, secondo la tradizione, era un fabbro: forse era lì in qualità di fornitore di chiodi).

A Hull la rappresentazione si svolgeva su un palcoscenico mobile raffigurante l’Arca; poiché si svolgeva in coincidenza con un’importante festa agricola, l’enfasi veniva posta sul ruolo di Noè come vignaiolo. A Newcastle invece veniva privilegiata l’immagine di Noè carpentiere, e gli artigiani locali intrattenevano il pubblico sulle tecniche da lui messe in opera nella costruzione dell’Arca.

In questo modo il mito dell’Arca si introdusse nella tradizione orale delle gilde, rimbalzando dall’una all’altra e figliando leggende e nuove versioni.

Alcuni studiosi del Rinascimento furono tra i primi a fissare le leggende artigiane sull’Arca per mezzo della parola scritta: così, nel 1609, Thomas Dekker scrive un’opera su Quattro Uccelli dell’Arca di Noè, dove tratta della Colomba, dell’Aquila, del Pellicano e della Fenice in termini che ritroveremo in larga parte nel simbolismo massonico.

Già il più antico documento scritto della muratoria operativa (il Poema Regio, circa 1390) cita Noè e l’Arca (verso 537), e l’inserimento del nostro personaggio nell’elenco dei padri nobili della muratoria è presente in tutte le Costituzioni precedenti al 1717 oggi note.

È opportuno notare, inoltre, come i primi Massoni fossero convinti dell’esistenza di un legame tra il mito di Noè e l’introduzione nel simbolismo muratorio delle Colonne.

Già nel secondo secolo dopo Cristo Giuseppe Flavio aveva alluso alla leggenda dei due pilastri antidiluviani; ora, secondo le Old Constitutions essi erano di marmo, e su di essi Lamech, padre di Noè, avrebbe trascritto tutte le scienze umane per farle sopravvivere al Diluvio.

Nelle Costituzioni del 1723, Anderson dichiara che Noè e i suoi tre figli Jafet, Sem e Cam, tutti bravi Massoni, portarono con sé oltre il Diluvio le Tradizioni e le Arti degli Antidiluviani; i pilastri, però, li attribuisce a Enoch.

Nelle Costituzioni del 1738 invece, probabilmente in seguito a rimostranze ricevute da Massoni portatori di tradizioni diverse, cita Giuseppe Flavio a testimonianza del fatto che i pilastri di Enoch sarebbero rimasti in Siria, lasciando quindi aperta la porta all’ipotesi che quelli citati nelle Old Constitutions fossero altri due.

Pochi anni dopo, una Lettura in uso presso la Athol Lodge degli Antients recitava:

D: Vogliate informarci come ebbero origine i nomi delle Colonne.

R: Dopo che Noè, appena uscito dall’Arca, ebbe edificato la Colonna o Altare del Sacrificio e ricevette la benedizione di Dio, la battezzò J (…) in memoria dell’Arcobaleno che Dio aveva fatto apparire nei Cieli (…). Questa Colonna fu, negli anni successivi, accresciuta in grandezza e ornamenti dai discendenti di Noè, e considerata un Tesoro molto sacro; ne innalzarono poi molte altre, in tutti i luoghi dove ebbero a soggiornare…

E proseguiva poi, attribuendo l’origine della Colonna B a cause diverse.

Chiudiamo con due curiosità. Sempre a proposito delle origini Antient del RAM, non possiamo trattenerci dal citare una sua curiosa prerogativa, sopravvissuta fino ai nostri giorni e tuttora praticata: ovvero la possibilità, da parte dei Gran Maestri Provinciali del Marchio, di conferire a pochissimi autorevoli Fratelli il Royal Ark Mariner Grand Rank. Questo grado li autorizza a intervenire ai lavori del RAM in qualsiasi parte della Terra senza bisogno dell’invito.

E ancora: in molti Paesi, una curiosa appendice facoltativa del RAM è il Cork. È questo uno scherzoso rituale dai tratti goliardici (ma non per questo sprovvisto di profondità) che regola nei minimi dettagli lo svolgimento delle Agapi.

Può essere praticato anche in combinazione con altri riti (ci è giunta la notizia della presenza di Massoni del Cork anche in Italia), e anche a questo stiamo pensando di dedicare, prima o poi, un articolo.

Il seguito di questo lavoro tratterà delle prime forme di Massoneria noachita, e di come esse si siano evolute nel grado del RAM oggi esistente.

 

Storia del grado massonico di Royal Ark Mariner

(seconda parte – maggio 2013)                                                    

In questo secondo articolo sul grado massonico di Royal Ark Mariner (RAM) ci dedicheremo al suo processo di formazione nell’ambito della Massoneria speculativa.

Il RAM assunse le sue connotazioni odierne negli ultimi anni del diciottesimo secolo, quindi lì ci fermeremo: dopo quel periodo si può registrare una sola variazione di rilievo, della quale faremo cenno nel finale.

La ricchezza e l’abbondanza delle tradizioni massoniche su Noè tendono a suggerire l’idea che una ritualità noachita esistesse e fosse praticata nella Massoneria delle origini prima della riforma hiramita, che ne segnò probabilmente il tramonto.

L’indicazione più potente in questo senso, che ha quasi valore di prova, risiede nella presenza, nell’ambito della ritualità Antient, di almeno due importanti gradi noachiti: fu proprio da essi che (sempre in ambito Antient) il RAM ebbe origine, e ne parleremo.

Mancano invece dati certi sulla pratica di sistemi noachiti nell’ambito della GLDI dal 1717 al 1751, e anche sul fatto che una qualche forma noachita abbia svolto in questo periodo funzioni di terzo grado.

Gli indizi, comunque, sono notevoli. Per esempio, su un giornale londinese del 1726, fu pubblicato un annuncio intitolato Antediluvian Masonry, che annunciava la costituzione di una Loggia presso la Ship Tavern di Bishopgate Street. In essa si sarebbero tenute svariate Letture sull’Antica Massoneria, in particolare sul Significato della Lettera G, e su come e in che Modo i Massoni Antidiluviani formavano le loro Logge, illustrando quali Innovazioni furono successivamente introdotte dal Dottor (Desaguliers) e da altri Moderns…

E cosa significava veramente l’osservazione di Anderson nelle Costituzioni del 1723: un Massone è tenuto a obbedire alla legge morale (…) come un vero Noachida? E ancora …perché tutti (i Massoni) acconsentono ai tre articoli di Noè?

Nelle stesse Costituzioni sono anche citati i Tre Articoli di Noè, dei quali si sa che erano i seguenti: 1 – Astenersi dall’idolatria; 2 – Onorare Dio (…); 3 – Non uccidere.

Come molti hanno osservato, non aveva senso che Anderson si dilungasse a proporre ai Massoni una… versione ridotta dei Dieci Comandamenti, se essa non fosse anche stata anche il fondamento di una qualche forma di ritualità massonica; forse legata al simbolismo noachita del Triangolo?

Il termine Noachida fu usato anche dal Gran Segretario della GLDI John Revis in una lettera al Gran Maestro Provinciale di Calcutta. La lettera risale al 1735, ovvero al periodo in cui la riforma hiramita stava cancellando le tracce delle antiche forme di terzo grado.

Ora, chi ha letto i nostri articoli sa bene che le Logge coloniali – fondate perlopiù da Fratelli scozzesi, irlandesi o di regioni decentrate, non particolarmente coinvolte nella riforma promossa dai Moderns – furono quelle in cui le antiche forme sopravvissero più tenacemente, anche in virtù della tolleranza manifestata da Londra nei loro confronti.

Il Gran Segretario scriveva: la Provvidenza ha fissato la Vostra (Gran) Loggia presso quei saggi Indiani cui piace di essere chiamati Noachidi, e chiedeva al Gran Maestro Provinciale di informarsi presso di loro sulle possibili rimanenze dell’Antica Massoneria che possono essere rimaste in quell’area.

Può darsi che Revis intendesse con queste parole suggerire al Gran Maestro di documentarsi sulle analogie tra la ritualità massonica e quella indù, nel qual caso il valore di questa lettera come prova dell’esistenza di un’antica ritualità noachita verrebbe meno. Però può anche darsi che l’invito alla ricerca fosse rivolto all’ambito delle Logge coloniali stesse, sulle quali la GLDI esercitava ben scarso controllo, e non era quindi a conoscenza dei rituali in esse praticati: perché se il Gran Segretario avesse potuto disporre di dati precisi sulla pratica in India dei gradi noachiti, questo avrebbe rappresentato per lui un valido argomento al fine di attenuare le ire degli Antients, la cui secessione si profilava già all’orizzonte.

Scese il silenzio sui Noachidi dal 1738 al 1754, quando la polemica tra Antients e Moderns divenne più dura. Nel nostro libro sulla Massoneria del Marchio abbiamo riscontrato un identico silenzio nei confronti dei due gradi del Marchio, e anche questo è un indizio che dal punto di vista Modern il noachismo doveva rappresentare qualcosa di potenzialmente eversivo, come lo erano diventate tutte le forme di terzo grado non hiramite.

In Scozia, fin da quegli anni si era intrapreso il difficile percorso di non contrariare troppo i potenti Fratelli inglesi, mantenendo aperta nel contempo una via scozzese alla Massoneria che consentisse di salvaguardare il più possibile le antiche forme rituali.

È quindi un altro segno dei tempi l’elaborazione definitiva – probabilmente messa a punto negli anni quaranta – dello Knight of the Rosy Cross: il celebre secondo grado dell’Ordine Reale di Scozia, nel quale gli eventi del Diluvio sono abbondantemente citati.

Ma anche nell’Inghilterra rurale, come ad esempio nella zona di Tyne – futura roccaforte Antient – sopravvivevano impavide realtà come la Massoneria Harodim: un vero e proprio serbatoio di Letture risalenti alla muratoria operativa, fondate perlopiù sull’esegesi del Pentateuco.

Secondo il Tuckett, che all’incirca un secolo fa le studiò a fondo, è da qui e non dalla Scozia che avrebbe avuto origine la maggior parte degli antient degrees: teoria interessante, che molti Fratelli della GLDI hanno sposato in modo abbastanza acritico, ma che a giudizio di altri sottovaluta il ruolo delle Logge militari.

Nel mondo degli Antients, la più autorevole voce che parla di Noè è quella del grande Laurence Dermott, nell’Ahiman Rezon:

…Adamo (…) comunicò fedelmente i misteri della sublime scienza a suo nipote Noè, che la trasmise ai posteri (…). È certo che c’erano (solo) quattro Massoni nel mondo quando venne il Diluvio, uno dei quali – forse il secondo figlio di Noè – non era Maestro (…) e che c’erano assai pochi Maestri ancora ai giorni del Tempio di Salomone: da cui appare chiaramente che la totalità dell’insegnamento veniva trasmessa a quei tempi solo a pochi individui….

Nella Athol Lodge creata dagli Antients venivano praticati in origine numerosi antient degrees noachiti, tutti però riconducibili a due forme principali: il Cavaliere Prussiano e l’Ark. Solo verso la fine del diciottesimo secolo il RAM prese forma da loro, mediante uno spontaneo processo di accorpamento.

La prima menzione del Cavaliere Prussiano risale al 1754, in un opuscolo intitolato Freemason Examin’d. Di questo grado (del quale si dice che risalga al tempo della Crociate) si sa che già nel 1768 veniva lavorato in Cornovaglia, ed è la più antica forma noachita di cui si possiedano i rituali.

Essi prevedono l’uso di guanti e grembiuli bordati di giallo; i Gioielli sono appesi a nastrini neri che vengono agganciati a un bottone del panciotto. Il Gioiello del Maestro Venerabile è triangolare, con una freccia puntata verso il cuore.

La Loggia deve essere aperta alla Luce della Luna Piena, e i tre Ufficiali principali sono Noè, Sem e Jafet. Noè batte sette colpi, Sem cinque e Jafet quattro.

Nel caso dell’ammissione di un nuovo membro, il Candidato (o Proselita) veniva condotto intorno alla Loggia per sedici volte, e gli veniva poi offerto un bicchiere di vino.

A questo punto, veniva brevemente rappresentato l’episodio biblico di Noè ubriaco; poi gli Ufficiali puntavano le spade sul Proselita, lo facevano inginocchiare e prestare giuramento.

Trasmessi i segni e la presa del grado, gli veniva poi insegnato un ampio catechismo; in questo era anche contenuta la bellissima Leggenda del grado, ripresa da Michele Moramarco nella Nuova Enciclopedia massonica:

I discendenti di Noè, nonostante l’Arcobaleno che era il segno di riconciliazione dato dal Signore agli uomini (…), risolsero di costruire una Torre molto alta per mettersi al riparo della vendetta divina. Scelsero perciò la pianura detta di Senmart, in Asia; dieci anni dopo che essi ebbero gettate le fondamenta di tale edificio, il Signore (…) volse il suo sguardo verso la Terra, percepì l’orgoglio dei figli degli uomini e discese sulla Terra per confondere i loro progetti temerari e mise la confusione delle lingue tra gli operai (…).

Gli operai, non intendendosi più, furono costretti a separarsi: ciascuno prese la sua direzione. Phaleg, che aveva dato l’idea di questa costruzione e ne fu il direttore, era il più colpevole e si condannò a una penitenza rigorosa: si ritirò nel nord della Germania, dove giunse dopo molte pene e fatiche (…).

In quel luogo, che si chiama Prussia, egli costruì (…) un Tempio a forma di triangolo, dove si richiuse per implorare la misericordia di Dio e la remissione del suo peccato.

Annota Moramarco: la leggenda continua con la scoperta occasionale, nel 553 d. C., del Tempio triangolare, “nel quale era una colonna di marmo bianco (…); a fianco di quella colonna si trovava la tomba di Phaleg, con una pietra d’agata sulla quale era inciso l’epitaffio: Qui riposano le ceneri del nostro Grande Architetto della Torre di Babele; il Signore ebbe pietà di lui, POICHE’ ERA DIVENUTO UMILE”.

Nel corso dell’ottocento il Cavaliere Prussiano si arricchì di parti nuove, e ai tre Ufficiali originali se ne aggiunsero altri fino al numero di sei. La lista era questa: Gran Comandante, Cavaliere d’Introduzione, Cavaliere d’Eloquenza, Cavaliere delle Finanze, Cavaliere della Cancelleria e Cavaliere della Difesa.

Scomparve la parte relativa all’ubriachezza di Noè, si arricchirono le Letture e la parte teorica. Un interessante rituale del Cavaliere Prussiano ottocentesco, già prevenuto al suo massimo sviluppo o quasi, è riportato nel Manual of Freemasonry di Carlile; versioni ad essa molto simili costituiscono ancora oggi il 21° grado del Rito Scozzese Antico Accettato, nonché il 35° di alcune linee di trasmissione odierna del Rito di Misraim.

L’altro antient degree noachita era l’Ark, che nella maggior parte delle Officine veniva praticato in combinazione con il Link and Wrestle. Quest’ultimo era un grado costruito intorno all’episodio della lotta di Giacobbe con l’Angelo, e il legame tra i due miti dell’Arca e di Giacobbe era illustrato dal Gran Maestro (così veniva detto il presidente di questa camera) nell’allocuzione di Chiusura:

Fratelli miei, provvediamo a chiudere queste Logge nella ferma certezza che il patto stipulato da Dio con Noè dopo il Diluvio non sarà mai dimenticato, e possa la benedizione che Giacobbe ottenne dall’Angelo essere sempre su di voi.

Dal simbolismo noachita era tratta la decorazione della Loggia, ornata con un Arcobaleno trasparente e con un’immagine dell’Arca in navigazione; il Gran Maestro però, apriva i lavori con le batterie relative a entrambi i gradi.

Nella prima parte del rito, veniva praticato l’Ark. il Libro Sacro veniva aperto sul settimo capitolo della Genesi, e la procedura per l’ammissione di un Candidato era scandita dalla sua progressiva lettura: per esempio, alla lettura del versetto 11 gli veniva consegnato un Ramoscello di Ulivo.

Seguiva all’iniziazione una lunga e interessante allocuzione del Gran Maestro, che accennava tra l’altro all’edificazione da parte di Enoch di Due Colonne (in questo caso, una di ottone l’altra di marmo) e forniva dettagliate informazioni su come la progenie di Noè si sparse per il mondo.

Al termine di questo discorso veniva ripetuta la doppia batteria, poi i lavori

proseguivano nel Link and Wrestle.

Un’altra versione dell’Ark, l’Ark and the Dove (L’Arca e la Colomba) era stata introdotta in America dalle Logge militari. L’Arcobaleno stava all’Oriente, e al centro del Tempio uno spazio chiuso da tendaggi rappresentava l’Arca.

Otto Ark Mariners (già venivano chiamati così) erano richiesti per aprire i lavori nel grigiore dell’alba.

Dopo l’Apertura, Sem e Jafet avvertivano Noè che il Diluvio era cominciato e le acque stavano salendo: non restava altro da fare che prendere posto nell’Arca.

Tutti i Fratelli si alzavano, si mettevano all’ordine e davano il segno; poi, guidati da Noè, si portavano nello spazio circondato dai tendaggi. Curioso ci appare oggi il dettaglio che, per questa parte del rito, Noè indossava una tunica gialla e una… barba bianca posticcia; gli altri Fratelli, tuniche bianche e barbe più scure.

Noè rivolgeva una preghiera all’Altissimo, e si assicurava che un Ramoscello di Olivo consacrato fosse sull’Altare; a questo punto l’Arca era varata, e si poteva procedere all’ammissione del candidato.

Questi doveva svolgere un percorso attraverso tre diverse stazioni. La prima, a Occidente, era coperta da un tendaggio; vi si trovava un piccolo Altare triangolare, coperto da una tovaglia verde e con al centro un Ramoscello d’Olivo.

C’era anche una tavola imbandita, alla quale il candidato veniva invitato a rifocillarsi con cibo e vino. Ma quando toccava il vino, il suo gesto suscitava la riprovazione di Noè, e tutti i Fratelli si mettevano a produrre un gran frastuono. Voci gridavano: Siamo perduti! Mentre eravamo qui a festeggiare, le acque sono salite e ci distruggeranno.

Il tendaggio soprastante cadeva allora sul candidato, avvolgendolo come in un sacco. In queste condizioni veniva trascinato dai Fratelli alla seconda stazione: la parte centrale del Tempio, quella delimitata dai tendaggi che rappresentavano l’Arca. Nel corso di questo viaggio, i Fratelli simulavano il suono dei flutti del mare.

Nell’Arca erano praticate due Finestre. All’interno c’era anche un grande Triangolo Equilatero tracciato al suolo, e una tavola mobile precariamente appoggiata su un cilindro di legno.

Il candidato veniva fatto fermare sul vertice Est del Triangolo, come avviene oggi nel RAM. Intanto Jafet si lamentava con Noè perché temeva che le acque prevalessero; Noè lo invitava a liberare la Colomba dalla Prima Finestra.

Allora il candidato, sempre coperto dal tendone, veniva trasferito dall’angolo Est del Triangolo a quello a Sud-Ovest.

Ahimè, la Colomba è tornata senza aver trovato nessun luogo su cui posarsi! Noè invita Sem a provarci anche lui, questa volta dalla Seconda Finestra, e il candidato passa all’angolo Nord-Ovest.

La Colomba ritorna, e questa volta porta nel becco un Ramoscello d’Olivo. Noè rende grazie all’Altissimo, e la libera personalmente (di nuovo dalla Seconda Finestra) per la terza volta.

A questo punto, il candidato viene fatto fermare sulla tavola mobile. Sem osserva che la Colomba questa volta non è tornata. Noè esclama: Scorgo la vetta di una montagna.

La tavola viene scalciata con forza; il candidato perde l’equilibrio e cade (un Fratello lo raccoglierà al volo, impedendogli di farsi male), mentre tutti gli Ark Mariners gridano in coro: Alleluia!

In questo modo veniva simulato l’arenarsi dell’Arca sul monte Ararat.

Il candidato viene portato ora alla terza stazione, ovvero all’Oriente; è arredata in modo del tutto simile alla parte occidentale, salvo il fatto che l’Altare Triangolare è spoglio.

Noè legge dal Libro Sacro Genesi 8: 21-22 e Genesi 9: 13-16, mentre il candidato è guidato a compiere otto giri della stazione; infine gli si dice di contemplare l’Arcobaleno all’Oriente, e viene finalmente creato Ark Mariner nel nome del Gran Patriarca dell’Universo, Signore del Cielo e della Terra, e di questa Venerabile Loggia di Ark Mariners, aperta sul Ramoscello di Ulivo.

Nella successiva Lettura, Noè intrattiene il neofita sulle origini del grado, del quale siamo debitori (…) a Hiram di Tiro, che ne aveva ricevuto la conoscenza indipendentemente da Re Salomone, e tramite un diverso canale.

Da questo passa all’illustrazione degli attrezzi, e infine abborda un tema di grande importanza simbolica (al quale Giovanni Domma ha già accennato in un suo articolo): ovvero che i tre angoli del Triangolo Equilatero sono Bellezza, Forza e Sapienza, e i suoi lati rappresentano Dio nella sua triplice relazione di Auto-esistenza, Rivelazione e Redenzione.

È questo il rituale più antico che si conosca nel quale le valenze della ritualità noachita sul piano della trasmutazione interiore siano esplicitamente dichiarate, e fa riflettere il fatto che vi si alluda in forma anche più estesa di quanto non risulti nel RAM attuale.

Si passa poi alla Chiusura, che dopo i consueti dialoghi tra Noè e i suoi figli è caratterizzata da un unico e violentissimo colpo di Maglietto (non era ancor in uso – come nel RAM odierno – lo Scettro), significante ancora una volta che l’Arca ha preso terra.

Si conosce paradossalmente molto di più sui primordi del Cavaliere Prussiano e dell’Ark piuttosto che su quelli del RAM, da essi derivato. Fu infatti solo negli anni settanta dell’Ottocento, quando la Grand Lodge of Royal Ark Mariners confluì nella Massoneria del Marchio, che gli storici poterono accedere agli archivi di questo piccolo e geloso corpo rituale, che a partire dal 1813 aveva portato avanti i suoi lavori all’insegna della segretezza più esagerata.

Da essi risultava che la Grand Lodge sarebbe stata ricostituita a Londra nel 1772. Era una data sorprendentemente antica, che molti studiosi pongono in dubbio tuttora : altri però si domandano se la ricostituzione non sarebbe potuta avvenire sulla base di una patente canadese riportata in Inghilterra da Thomas Dunckerley (vedi in proposito il nostro articolo : Thomas Dunckerley: un Massone dimenticato), rammentando che John Knight – uno dei Fratelli citati negli annali del Cavaliere Prussiano praticato in Cornovaglia – era amico di Dunckerley, e spesso in quegli anni si recava a Londra per lavorare con lui.

Si sa comunque che a Portsmouth, città natale di Dunckerley, una qualche forma di Ark era praticata fin dagli anni ottanta; e così pure a Bath, altra città che lui frequentava.

Nel 1790, nelle cronache della città di Ipswich, è citato Noah Sibly, (che) aveva stabilito un club o società in una casa di Saint Clement’s, pretendente di essere un ramo particolare della Massoneria detto dei Buoni Samaritani o Ark Masons (…). Le loro (…) processioni (si svolgevano) attraverso varie vie della città, con un modello dell’Arca di Noè, una gran varietà di insegne e stendardi (…) ed erano precedute da una banda di suonatori.

Questo “Noah” Sibly si chiamava, in realtà Ebenezer Sibly: nato a Bristol probabilmente nel 1754, fu studioso swedenborghiano, astrologo, neotemplare, Massone Antient e discepolo di Dunckerley. Alla sua morte, avvenuta nel 1800, è citato nel necrologio che era anche noto come Father Noah.

Nel 1861 fu ritrovata una parte del rituale che veniva lavorato a Ipswich: è quella che gli storici considerano oggi la più antica testimonianza della pratica del RAM propriamente detto.

E’ intestato così:

Royal Ark Lodge of the (Pillar) of an ARK MASON

Laid open in the form of a LECTURE as handed down from Noah to the present time and carefully transcribed from Ancient Records

By Ebenezer Sibly, D(eputy) G(rand) N(oah), 1790.

Questo documento comprende:

1 – Il testo di una Lettura in pieno stile Dunckerley: parte dalla Geometria, per poi dilungarsi sull’influenza esercitata da Noè e dai Noachidi su varie antiche civiltà. Si passa poi a Isaia 54: 8-10, infine il Master Noah illustra brevemente ai Fratelli il simbolismo del Triangolo.

2 – Alcuni cenni sulla preparazione del Candidato: viene detto che gli sarà fatto indossare un grembiulino di pelle d’agnello, nonché bisognerà informarlo che presso i Royal Ark Mariners non si usano gli attrezzi della muratoria, ma quelli della carpenteria – Ascia, Sega e Succhiello (Axe, Saw and Auger).

3 – Un Catechismo, dove si accenna all’accoglimento del candidato sulla punta di un Triangolo e si descrivono procedure, parole di passo e segni in gran parte coincidenti con quelli odierni.

Su un foglio a parte è raffigurata un Arca recante un Triangolo sul tetto, e più sotto un’interessante raffigurazione di come la figura dell’Arca possa essere trasposta nei simboli della Loggia.

È accluso anche un passaporto in bianco, recante come intestazione due simboli: primo, l’Arca che naviga sotto l’Arcobaleno, con la Colomba in volo; intorno all’Arcobaleno sta scritto “Royal Ark Mariner Lodge”, e sotto “N° 9”. Secondo: un Triangolo suddiviso internamente in altri sette, con tre Lettere inserite nei tre triangoli inferiori.

Tutto questo è sufficiente per far concludere agli studiosi che, salvo alcuni dettagli mutuati successivamente da altre forme rituali (tra i quali il più importante è il simbolo della Pietra di Porfido), più di duecentoventi anni fa i tratti generali del RAM erano quasi completamente identici a quelli di oggi.

Negli anni novanta ci sono varie testimonianze di tornate del RAM svolte a Londra; per alcune è documentata la partecipazione di Dunckerley in qualità di Grand Commander. Morì nel 1795 dopo aver designato Silby come suo successore, e questi a sua volta nominò un nobile, Lord Rancliffe: eloquente testimonianza che il grado era ormai uscito dalla fase pionieristica e stava decollando.

Del 1797 la più antica testimonianza della sua presenza in Scozia: il RAM veniva considerato l’11° grado di un sistema rituale in 31 gradi, in uso presso l’Early Grand Encampment neotemplare (anche a proposito di questa organizzazione, cfr. il nostro libro Massoneria del Marchio).

Anche questo RAM scozzese è molto vicino al rituale contemporaneo, salvo variazioni nel testo e piccole differenze: per esempio, l’ingresso del candidato è affidato a Sem, e la parte in cui gli viene fatto percorrere il Triangolo è molto più breve.

Inoltre, secondo Handfield-Jones, il candidato indossava il grembiulino di agnello e portava a tracolla una banda verde, o con i colori dell’Arcobaleno. Poi, il Triangolo veniva tracciato sul pavimento con un gesso, e – soprattutto – la Pietra di Porfido non c’era.

In realtà, l’adozione di questo simbolo – tuttora assente dalle versioni scozzese e americana del RAM – è molto recente: può essere fatta risalire agli anni ottanta dell’Ottocento, ovvero dopo la fusione tra il RAM e la Gran Loggia del Marchio.

Per quanto la cosa possa essere sorprendente, le ragioni di un’aggiunta di tale rilievo non sono affatto documentate, e nell’ultimo ventennio sono state oggetto della massima curiosità da parte degli storici: così oggi non mancano le dotte dissertazioni che associano la Pietra di Porfido a un buon numero di Pietre citate nella tradizione massonica, nella Bibbia e perfino nel… Talmud -nessuna, però, del tutto convincente.

L’ipotesi oggi più apprezzata è quella che ricollega la Pietra di Porfido del RAM a un’altra che era in uso in alcune versioni dell’Arco Reale prima della Union del 1813. Su quest’ultima, si diceva, il buon Patriarca Noè riposava quando ritornava giornalmente dalla sua pia fatica di costruire l’Arca, e quando finì la prese e la piazzò al centro dell’Arca. Con questa Pietra, come un’Ancora di Speranza, Noè ancorò l’Arca sul Monte Ararat; poi, lui e la sua famiglia uscirono.

Su questa Pietra Noè presentò la sua prima offerta a Dio per ringraziarlo della propria salvezza, e volle che fosse posta nella valle dell’Ararat finché il primo dei suoi discendenti fosse stato ancora chiamato a viaggiare sulla terra o sulle acque…

Si tratta, come si vede, di un mito analogo a quello del Sepolcro di Adamo (cui abbiamo accennato nell’articolo del mese scorso), e su come fosse entrato a far parte di un grado non noachita come l’Arco Reale si possono fare soltanto delle ipotesi: avvenne probabilmente nel periodo di osmosi tra le versioni locali dei vari gradi che aveva caratterizzato il primo periodo della Athol Lodge.

Ora, appare plausibile che la notizia della sua rimozione dall’Arco Reale post-Union avesse creato forte malumore tra gli Ark Mariners del 1813, già abbastanza indignati per l’emarginazione del loro grado, e che il ricordo di tale affronto si fosse tramandato lungo l’arco del secolo ; e non ci sarebbe da stupirsi se, già da prima degli anni ottanta, alla Grand Lodge of Royal Ark Mariners fossero pervenute proposte volte al recupero della Pietra di Porfido mediante la sua immissione nel patrimonio simbolico del RAM.

Se questo non era mai stato fatto, le ragioni possono essere tante: può darsi legate alla volontà di non alterare il rituale, ma più probabilmente non si voleva rischiare di accendere una polemica con l’UGLE negli anni in cui il RAM, emarginato e debole, lottava per sopravvivere.

Ma dopo la fusione con il Marchio, quest’ultimo pericolo era venuto meno: ora il RAM poteva disporre non solo di solide strutture, ma anche di un rapporto con l’UGLE che – seppure ufficialmente inesistente – era di fatto improntato alla massima collaborazione.

Nell’UGLE stessa, l’approccio verso gli antient degrees era cambiato: non si guardava più ad essi come a un pericolo, ma come a gloriosi ricordi storici da tutelare.

Suona quindi molto probabile che gli Ark Mariners degli anni ottanta, quando l’alleanza col Marchio offrì loro l’occasione di risistemare il rituale in forma definitiva, avessero approfittato dei buoni agganci della Gran Loggia del Marchio con l’UGLE per informarsi discretamente se, nell’ambito dell’Arco Reale, il loro …scippo della Pietra di Porfido avrebbe destato contrarietà ; e rassicurati che furono, l’avessero innestata nel RAM senza troppa pubblicità, salvando in questo modo dall’oblio un altro importante frammento della ritualità noachita.

Concludiamo con un tratto che nessun autore massonico ha mai rilevato: ovvero, che è di porfido il sarcofago di Federico II di Svevia, conservato nella Cattedrale di Palermo.

Non volendo prestare il fianco alle accuse di troppa immaginazione di cui spesso gli storici dell’esoterismo sono fatti oggetto, ci saremmo astenuti dallo scriverne, non fosse per il legame tra il simbolo della Pietra di Porfido e il Sepolcro di Adamo.

Federico II fu l’ultimo condottiero cristiano a conquistare Gerusalemme ed esserne incoronato Re; nel diciottesimo secolo, però, era soprattutto celebrato come uomo di cultura e pioniere del progresso, per essere stato un fautore dell’unificazione dei popoli e per essersi energicamente opposto allo strapotere della Chiesa.

Non crediamo sia assurdo supporre che qualche Massone tedesco (notevole era la presenza dei gradi noachiti in Germania) possa avere pensato a lui come a un Adamo dei tempi nuovi.

                                                                                                                                         

Il sistema massonico del Secret Monitor (novembre 2013)                                               

Dopo l’introduzione in Italia del Marchio e dell’Ark Mariner, il prossimo corpo rituale britannico destinato a fare ingresso nel nostro Paese sembra essere il Secret Monitor: un sistema in tre gradi di probabile origine franco-olandese, interamente fondato sull’esegesi massonica del racconto biblico di Davide e Gionata.

La prima traccia della sua esistenza in Francia è un libro citato nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Parigi: Compendio delle Leggi e Costituzioni dell’Ordine di Gionata – 1762. Ma i primi documenti sicuri riguardano un sistema in sette gradi

praticato in Olanda nel 1773, e ad Amsterdam i verbali della R:. L:. Concordia Vincit Animos registrano il conferimento del Secret Monitor al Fratello Hendrick Bolt nel 1788.

Fu certamente la forte emigrazione olandese nel Nuovo Mondo a fare del Monitor uno dei gradi più popolari della neonata Massoneria statunitense. Qui era destinato a diventare il più famoso e praticato dei side degrees old style, vecchia maniera, molto prima che (dopo gli anni settanta dell’Ottocento) l’espressione side degrees diventasse sinonimo di alti gradi collegati alla Massoneria del Marchio; in origine, si trattava invece di alti gradi che potevano essere conferiti da un Fratello qualificato ad personam, ovvero anche al di fuori dei normali lavori di Loggia.

Divenne un side degree new style il 14 Gennaio 1892, con la fondazione in Virginia del Collegio Sovrano dei gradi massonici cristiani alleati. Indipendentemente da questo, il 16 Aprile 1932 ne venne fondato un altro che proclamò la sua sovranità sull’intero territorio degli Stati Uniti d’America; dopo un breve periodo di contrasti, le due organizzazioni si riunirono, e rappresentano attualmente l’autorità riconosciuta da tutti i Secret Monitors del mondo.

Riguardo a quale fosse la giusta suddivisione in gradi, le opinioni furono divergenti praticamente fino a tutto il ventesimo secolo: questo perché, sebbene si tratti di un sistema abbastanza complesso, le antiche modalità di trasmissione dei side degrees old style rendevano praticamente necessaria la sua compressione in un grado solo, e i partigiani di questa soluzione avevano forti argomenti tradizionali ai quali appellarsi.

La formula definitiva si può dire si sia trovata soltanto nel 2000, quando venne definitivamente ufficializzata a livello mondiale la suddivisione in tre gradi in uso nel

Monitor inglese dal 1887, con la specificazione che ogni singolo Consiglio dei Monitors può costituirsi in Conclave.

Dopo la… strage di antient degrees consumatasi nella Massoneria britannica dopo la Union del 1813, il Monitor era stato riportato in Inghilterra nel 1875 e si era costituito in qualità di side degree del Marchio nel 1882, grazie soprattutto all’opera della storica Loggia Bon Accord, times immemorial (vedi in proposito il nostro libro Massoneria del Marchio).

I tre gradi storicamente praticati dal Monitor britannico sono: 1 – Secret Monitor propriamente detto; 2 – Principe; 3 – Supremo Governatore (in questo articolo abbiamo preferito utilizzare la forma inglese Supreme Ruler, che ha una sfumatura di significato diversa), una antica forma di Installazione che è stata definita il più bel grado dell’intera Massoneria.

In Francia il Monitor è stato ricostituito nel 1993 su patente inglese, ed è questa la linea di successione che Giovanni Domma e i suoi collaboratori stanno importando in Italia. Il Monitor francese conta ad oggi 22 Conclavi, aperti ai Maestri del Marchio con almeno un anno di anzianità.

Come è noto, l’amicizia tra Davide e Gionata, figlio di Saul, fiorì nel periodo in cui Saul era Re di Israele. Dapprima Saul accolse Davide, che si era distinto per il suo valore in guerra, tra i più intimi collaboratori; poi si ingelosì perché era diventato più popolare di lui, provò ad ucciderlo e Davide fu costretto a fuggire. Ma riuscì ancora a umiliare Saul una volta, ottenendo da lui la mano di sua figlia Micol: Saul aveva imposto come prova che Davide uccidesse cento nemici, nella speranza che cadesse in battaglia, eppure lui ci riuscì.

Ancora Saul provò ripetutamente a ucciderlo, ma tutti amavano Davide e lo aiutavano, compreso il Signore e i suoi sacerdoti. Al quinto tentativo di assassinio, lo stesso Gionata prese apertamente posizione in suo favore: Davide (…) si recò da Gionata e gli disse: “Che ho fatto, che delitto ho commesso, che colpa ho avuto nei riguardi di tuo padre, perché attenti così alla mia vita?” (…)  Gionata disse: “Che cosa desideri che io faccia per te?” Rispose Davide: “Domani è la luna nuova e io dovrei sedere a tavola con il Re. Ma tu mi lascerai partire e io resterò nascosto nella campagna fino alla terza sera. Se tuo padre mi cercherà, dirai: Davide mi ha chiesto di lasciarlo andare in fretta a Betlemme sua città perché vi si celebra il sacrificio annuale per tutta la famiglia. Se dirà: Va bene, allora il tuo servo può stare in pace. Se invece andrà in collera, sii certo che è stato deciso il peggio da parte sua” (…)

Uscirono tutti e due nei campi. Allora Gionata disse a Davide (…) “Aspetterai il terzo giorno, poi scenderai in fretta e ti recherai al luogo dove ti sei nascosto il giorno di quel fatto, e resterai presso quella collinetta. Io tirerò tre frecce da quella parte, come se tirassi al bersaglio per mio conto. Poi manderò il ragazzo gridando: Va a cercare le frecce! Se dirò al ragazzo: Guarda, le frecce sono più in qua da dove ti trovi, prendile! Allora vieni, perché tutto va bene per te; per la vita del Signore, non ci sarà niente di grave. Se invece dirò al giovane: Guarda, le frecce sono più avanti di dove ti trovi! Allora va, perché il Signore ti fa partire. Riguardo alle parole che abbiamo detto io e tu, ecco è testimonio il Signore tra me e te per sempre”.

Davide dunque si nascose nel campo. Arrivò la luna nuova e il Re sedette a tavola per mangiare (…). Disse a Gionata suo figlio: “Perché Davide non è venuto a

tavola, né ieri né oggi?”. Gionata rispose a Saul: “Mi ha chiesto con insistenza di lasciarlo andare a Betlemme”. (…) Saul si adirò molto con Gionata e gli gridò: “Figlio d’una donna perduta, non so io forse che tu prendi le parti di Davide, a tua vergogna e a vergogna della nudità di tua madre? Perché fino a quando vivrà Davide sulla Terra, non avrai sicurezza né tu né il tuo regno. Manda dunque a prenderlo e conducilo qui da me, perché deve morire” (…).

Il mattino dopo Gionata uscì in campagna, per dare le indicazioni a Davide. Era con lui un ragazzo ancora piccolo. Egli disse al ragazzo: “Corri a cercare le frecce che io tirerò”. Il ragazzo corse ed egli tirò la freccia più avanti di lui. Il ragazzo corse fino al luogo dov’era la freccia che Gionata aveva tirata e Gionata gridò al ragazzo: “La freccia non è forse più avanti di te?” (…) Partito il ragazzo, Davide si mosse da dietro la collinetta, cadde con la faccia a terra e si prostrò tre volte, poi si baciarono l’un l’altro e piansero l’uno insieme all’altro, finché per Davide si fece tardi. Allora Gionata disse a Davide: “Va in pace, ora che noi due abbiamo giurato nel nome del Signore: il Signore sia con me e con te, con la mia discendenza e con la tua discendenza per sempre”.

Fu in seguito a questo episodio (I Samuele, 20) che Davide si diede definitivamente alla macchia, e su di esso è fondato il rituale del primo grado; il Secret Monitor (Spettatore Segreto) è dunque Davide stesso, che osservò di nascosto la scena del lancio delle frecce.

L’ambiente in cui si svolgono i lavori del secondo grado (Prince) è l’accampamento dei suoi partigiani, sorvegliato con la massima attenzione perché si teme che le truppe di Saul possano trovarlo. Se qualche sconosciuto riesce a spingersi lassù, la loro reazione è duplice: da un lato la speranza che un nuovo amico sia venuto a unirsi a loro, dall’altro la massima diffidenza, nel caso si tratti di una spia.

All’Apertura, i Secret Monitors presenti nel Tempio non vengono fatti uscire subito; prima prendono posto gli Ufficiali del secondo grado. È Davide in persona a reggere il maglietto.

Gli viene comunicato che Gionata sta venendo a trovarlo. Davide e gli Ufficiali lasciano l’Oriente e si recano ad accoglierlo, supremo onore, addirittura fuori dal Tempio/accampamento. Lo accompagnano all’Oriente in corteo; qui Davide cede a Gionata il suo posto.

Poi Gionata manifesta l’intenzione di voler parlare con Davide in segreto, ma per intercessione di quest’ultimo acconsente che i Principi possano rimanere. Soltanto allora i Monitors vengono fatti uscire, e i Principi si fanno riconoscere sfilando dinnanzi a Davide, che riprende poi il maglietto.

Segue un allarme: un intruso si sta avvicinando al campo. Lo si identifica in Abiathar, figlio di Ahimelec, la cui vicenda è narrata in I Samuele, 22: 11-23:

Il Re (Saul) subito convocò il sacerdote Ahimelec figlio di Ahitub e tutti i sacerdoti della casa di suo padre che erano in Nob, ed essi vennero tutti dal Re. 

Disse Saul: “Ascolta, figlio di Ahitub”. Rispose: “Eccomi, signor mio”. Saul gli disse: “Perché vi siete accordati contro di me, tu e Davide, dal momento che gli hai fornito pane e spada e hai consultato l’oracolo di Dio per lui, allo scopo di sollevarmi oggi un nemico?”. Ahimelec rispose al Re: “E chi è come Davide tra tutti i ministri del Re? È fedele, è genero del Re, capo della tua guardia e onorato in casa tua. È forse oggi la prima volta che consulto Dio per lui? Lungi da me! Non getti il Re questa colpa sul suo servo né su tutta la casa di mio padre, poiché il tuo servo non sapeva di questa faccenda cosa alcuna, né piccola né grande”.  

Ma il Re disse: “Devi morire, Ahimelec, tu e tutta la casa di tuo padre”. Il Re disse ai corrieri che stavano attorno a lui: “Accostatevi e mettete a morte i sacerdoti del Signore, perché hanno prestato mano a Davide e non mi hanno avvertito pur sapendo che egli fuggiva”. Ma i ministri del Re non vollero stendere le mani per colpire i sacerdoti del Signore. Allora il re disse a Doeg: “Accostati tu e colpisci i sacerdoti”.

Doeg l’Edomita si fece avanti, colpì di sua mano i sacerdoti e uccise in quel giorno ottantacinque uomini che portavano l’efod di lino. 

Saul passò a fil di spada Nob, la città dei sacerdoti: uomini e donne, fanciulli e lattanti; anche buoi, asini e pecore passò a fil di spada. Scampò un figlio di Ahimelec, figlio di Ahitub, che si chiamava Abiathar, il quale fuggì presso Davide. 

Abiathar narrò a Davide che Saul aveva trucidato i sacerdoti del Signore. Davide rispose ad Abiathar (…):

 “Rimani con me e non temere: chiunque vorrà la tua vita, vorrà la mia, con me sarai al sicuro”.

Qui i Principi, a nome di Abiathar, rispondono a Davide sulle note del Salmo 11:

1-2, 4-7:

Nel Signore mi sono rifugiato.

Come potete dirmi “Fuggi come un passero verso il monte?”

Ecco, i malvagi tendono l’arco,

Aggiustano la freccia sulla corda

Per colpire nell’ombra i retti di cuore.

Ma il Signore sta nel Suo Tempio santo,

Il Signore ha il trono nei cieli.

I Suoi occhi osservano attenti,

Le Sue pupille scrutano l’uomo.

Il Signore scruta giusti e malvagi,

Egli odia chi ama la violenza.

Brace, fuoco e zolfo farà piovere sui malvagi;

Vento bruciante toccherà loro in sorte.

Giusto è il Signore, ama le cose giuste;

Gli uomini retti contempleranno il Suo volto.

Abiathar presta poi la sua Promessa Solenne, sotto la pena di essere tagliato a pezzi come lo furono oggi i miei fratelli e mio padre davanti ai miei occhi.

Davide gli insegna poi i Segni di Riconoscimento, spiegandogli che vennero a suo tempo istituiti da Mosè e tramandati segretamente in seno alle nobili famiglie ebraiche, finché egli decise di ristabilirli per preservare la sicurezza del suo accampamento; nel corso di questa allocuzione, viene illustrato il significato massonico di alcuni episodi biblici.

Il nuovo Principe viene insignito del suo Gioiello, e condivide con tutti i presenti la Coppa della Buona Volontà nell’ambito di un complesso brindisi rituale.

Durante la circolazione della Coppa, un Principe recita (o tutti i Principi cantano) il Salmo 133:

Ecco, come è bello e come è dolce

Che Fratelli dimorino insieme!

È come olio prezioso versato sul capo

Che scende sulla barba, la barba di Aronne,

Che scende sull’orlo della sua veste.

È come la rugiada dell’Ermon

Che scende sui monti di Sion.

Perché là il Signore manda la benedizione,

La vita per sempre.

Segue la Chiusura.

Accenniamo ora al terzo grado, il Supreme Ruler, quello che è stato definito il più bel grado dell’intera Massoneria. In giudizi di questo genere, ovviamente, hanno un peso anche i gusti personali – sia pure nel senso più elevato che questa espressione può assumere in ambito iniziatico; è un fatto però che il senso dell’idea di installazione è in questo grado trasmesso con profondità e precisione fuori dal comune, risvegliando nell’aspirante gli strati più elevati del suo io emozionale.

Il rituale si apre con una suggestiva serie di perambulazioni che potremmo definire geometriche, in quanto legate al simbolismo dei punti cardinali. Il Fratello destinato al governo dell’Ordine viene poi presentato all’Ufficiale Installatore e tegolato, assicurandosi che risponda ai requisiti richiesti.

Gli vengono enumerati gli impegni relativi, viene fatto inginocchiare e due Supreme Rulers Passati incrociano le Spade sulla sua testa. Gli viene esposta la Promessa Solenne, comprendente tra l’altro l’impegno a non alterare in alcun modo i Rituali dell’Ordine; anche la lettura della Promessa è scandita da attenti movimenti dei Principi e degli Ufficiali presenti, che ricordano una danza sacra.

Il Cappellano legge poi Cronache, 11: 1-3:

Allora tutto Israele si radunò presso Davide a Ebron, e gli disse: “Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne.” Anche in passato, quando era re Saul, eri tu quel che guidavi e

riconducevi Israele, e l’Eterno tuo Dio ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo d’Israele, tu sarai il principe del mio popolo d’Israele”. 

Tutti gli anziani d’Israele vennero dunque dal re a Ebron, e Davide fece alleanza con loro a Ebron in presenza dell’Eterno; ed essi unsero Davide come re d’Israele, secondo la parola che l’Eterno aveva pronunziata per mezzo di Samuele. 

A questo punto, tutti i Fratelli si rivolgono all’Oriente prestando il Segno di Preghiera, e l’Ufficiale Installatore invoca sul candidato le virtù che sono necessarie per l’adempimento della sua funzione. Gli chiede poi se, in coscienza, egli si senta all’altezza di assumere un tale impegno, la violazione del quale comporterebbe la perdita di uno dei vostri sensi; nel caso di risposta affermativa è per lui il momento di prestare la Promessa, sotto la pena di una cecità che non mi consentirebbe mai più di vedere la luce del Sole, né contemplare il volto di un Fratello, né percepire un segnale di allarme.

Baciato per quattro volte il Libro della Legge Sacra, gli vengono trasmessi il Segno e la Parola. Riguardo al Segno, gli viene detto: Fu in questa posizione che Aronne dispose le mani quando benedisse i Figli di Israele, come ora io vi benedico. 

Possa l’Altissimo concedervi salute per molti anni a venire, e di condividere con noi le benedizioni della pura e disinteressata amicizia e della comunione fraterna; e quando, nella pienezza dei tempi, egli nella sua misericordia vi chiamerà a quella terra da cui nessun viaggiatore ritorna, che possiate lasciarvi alle spalle l’eredità imperitura di un buon nome, come ha fatto il nostro Supremo sovrano… (Parola del grado, che è anche il nome del Fondatore dell’Ordine).

Dopo un altro breve discorso, l’Ufficiale Installatore provvede ora alla

consacrazione: unge intorno al capo il nuovo Supreme Ruler (inginocchiato e rivolto all’Oriente), dicendo: Allora Samuele prese l’ampolla dell’olio, e unse Davide in mezzo ai suoi Fratelli; nel nome di Davide e Gionata, ti consacro Supreme Ruler del nostro Ordine.

Lo percuote con la Spada sulla spalla sinistra: Vi trasmetto l’autorità di eseguire la carica di Supreme Ruler del nostro Ordine (…), di governare i Conclavi, di introdurre candidati, di ammettere Principi (…).

Avvolge poi le sue spalle con un Mantello Viola bordato d’Oro, dicendo: Io ora vi ho ammantato con la veste di un Supremo Sovrano nel nostro Ordine; il colore è viola, un emblema della dignità imperiale, e vi esorto a portarlo degnamente. Gli porge una Spada, dicendo: Vi presento questa Spada come emblema di potere; impugnatela con coraggio, ma con discernimento (…).

Poi lo fa alzare prendendolo per entrambe le mani; i Principi presenti formano un Cerchio (intorno al corrispettivo, per questo grado, del Quadro di Loggia), e il Cappellano legge I Cronache, 16: 2-3: Terminati gli olocausti e i sacrifici di comunione, Davide benedisse il popolo in nome del Signore. Distribuì a tutti gli Israeliti, uomini e donne, una pagnotta, una buona porzione di carne e un fiasco di vino.

Questi semplici alimenti vengono ora consumati convivialmente dai Fratelli, secondo un attento cerimoniale. Segue un Inno ispirato al già citato Salmo 133, ma adattato al caso.

È ora il momento di nuove ed attente perambulazioni; poi l’Ufficiale Installatore proclama il nuovo Supreme Ruler e gli consegna solennemente la Patente del

Conclave, che illustri Fratelli hanno apprezzato come sacra; e come voi la ricevete ora pura e immacolata, così – sono sicuro – la trasmetterete al vostro successore. Gli consegna anche una copia del rituale, le Costituzioni e i Regolamenti dell’Ordine e lo Statuto del Conclave.

L’Ufficiale Installatore gli dice ancora: Mi preme segnalarvi che, come in altri gradi della Massoneria così in questa nostra fratellanza di Davide e Gionata il Libro della Legge Sacra, la Squadra e il Compasso rappresentano le tre Grandi Luci il cui uso è stato insegnato in quei gradi, e i cui insegnamenti questo grado continuerà e svilupperà.

Lasciate che il suggestivo episodio sul quale il nostro Ordine si fonda vi rammenti sempre che i suoi principi sono quelli impartiti nel Libro della Legge, e lasciate che la condotta esemplare di Davide e Gionata, suo Fratello, vi insegni a regolare la vostra vita in base a principi di giustizia, e guidi le vostre azioni all’insegna della generosità disinteressata e amichevole verso tutti…

Si passa poi alla laboriosa nomina dei nuovi Ufficiali, ai quali l’Ufficiale Installatore si rivolge dicendo, tra l’altro, così:

Fratelli, le armi di un Monitor Segreto sono l’Arco e la Freccia. L’Arco, (…) che dopo l’uso ritorna alla sua forma originale, è un emblema della nostra vita mortale. Esso simboleggia che le prove inviateci dalla mano dell’Onnipotente non devono rattristarci (…), e ci insegna a renderci superiori ai nostri dolori, intenti soltanto a compiere il nostro dovere, nel nostro tempo e per la nostra generazione, con gioia e cordialità.

E come la Freccia, scagliata dalla mano infallibile di un abile arciere, punta dritta al

bersaglio, così i Fratelli e gli Ufficiali di questo Conclave – ciascuno nella sua sfera particolare – si sforzeranno, confidiamo (…) di scambiarsi tra loro conforto e aiuto, e di adempiere al grande compito per cui Dio ci ha posto qui sulla Terra (…).

Essi parteciperanno alle gioie della mutua concordia e dell’amicizia armoniosa (…), preludio dell’unione eterna degli spiriti nel Gran Conclave Superiore, dove dolore, angoscia e dolore non penetrano, dove gli empi più non tormentano, dove chi è affaticato trova per sempre riposo; dove l’armonia è ininterrotta, e la Pace, la Pace perfetta, regna eterna e suprema.

Si procede infine alla Chiusura, cui è collegata la seguente citazione di I Cronache 11: 1-3:

Tutti gli Israeliti si raccolsero intorno a Davide in Ebron e gli dissero “Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne. Anche prima, quando regnava Saul, tu guidavi nei movimenti le truppe di Israele. Inoltre il Signore tuo Dio ti ha detto: Tu pascerai il mio popolo, Israele; tu sarai capo del mio popolo Israele”. 

Tutti gli anziani di Israele si presentarono al re in Ebron, e Davide concluse con loro un’alleanza in Ebron davanti al Signore. Mediante l’unzione consacrarono Davide Re su Israele, secondo la parola pronunziata, per mezzo di Samuele, dal Signore.

Abbiamo in questo articolo solo accennato ai tre gradi del Monitor, con particolare riguardo alle citazioni bibliche in essi contenute: ci è parso il modo migliore per fornire un’ idea dei tesori che esso contiene senza incorrere nella violazione dela segretezza dei suoi rituali.

Forte, però, sarebbe stata la tentazione di inserire anche parte dei dialoghi, per rendere ancora meglio l’idea della sua straordinaria bellezza. Non crediamo, in verità, che esistano altri sistemi massonici altrettanto espliciti nell’additare ai fratelli i veri e più profondi valori della vita, e i doveri di ogni essere umano dovrebbe osservare verso il suo simile – mettendo in pratica l’Amicizia, la Fratellanza la Solidarietà l’Umiltà, la Filantropia, e conformandosi in questo modo alla legge Divina.

Per questo, forse, in tutte le contrade in cui il Monitor è praticato, i suoi Conclavi godono fama di essere immuni da ogni forma di rivalità; essi davvero rappresentano il Terreno Sacro dove i Massoni possono corroborarsi dell’Amore fraterno, prendendo coscienza della forza racchiusa nella loro unione e traendo sollievo.

Verrà senz’altro il giorno che anche da noi, come già in Inghilterra, fratelli competenti di psicologia scriveranno sui benefici terapeutici che i Monitor arreca, pur consapevoli che la scienza non può spingersi oltre un certo punto nello svelare il mistero.

Davvero fortunati, dunque, i Massoni che il Supremo Governatore dell’Universo ha chiamato a far parte di questo Santo Ordine … e legittimo il loro orgoglio: un’altra caratteristica per cui vanno famosi.

Forse quest’ultima non è una qualità; ma si tratta di un difetto giustificabile, perché un altro sentimento importante che la storia di Davide e Gionata trasmette è la fierezza la fierezza di essere Massoni – un nostro antico tesoro che altrove, in questi tempi difficile e… minimalisti, rischia forse di andar perduto.

E ricordiamoci, infine, di quando Davide – sebbene Re Saul lo volesse morto e lo avesse costretto alla fuga lontano dai suoi cari e dai suoi amici, quando ebbe la possibilità di vendicarsi… tagliò soltanto un piccolo pezzo del suo mantello; e anche

per questo piccolo gesto, la storia ci dice, provò rimorso. 

  

Nota Storica sulle Origini del Marchio in Italia

Questo modesto resoconto riguarda solo il breve periodo che va dai primi contatti per la creazione di un Marchio in Italia alla costituzione della Loggia Ara Pacis, il 30 Gennaio 2009.

È senza dubbio molto lacunoso, soprattutto perché, oltre alle attività intraprese nel Grande Oriente d’Italia, ci sarebbe anche da rendere conto di quelle (altrettanto meritorie) svoltesi nell’ambito della Gran Loggia Regolare d’Italia; spendendo anche qualche riga per sottolineare come il comune amore per il Marchio abbia costituito, negli ultimi anni, uno dei principali motivi di riavvicinamento tra i due più importanti corpi massonici italiani.

Non lo abbiamo potuto fare perché non siamo riusciti a trovare, nell’ambito delle nostre conoscenze personali, un fratello della GLRI in grado di fornirci un resoconto della storia del Marchio in Italia secondo la loro versione; ma senza dubbio prima o poi lo troveremo, e sarà l’occasione per scrivere qualcosa di più completo.

Abbiamo già accennato al curioso rapporto che lega la Gran Loggia dei Maestri Massoni del Marchio di Inghilterra e Galles (GLMMMEW) alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE): ufficialmente non esiste tra i due Ordini alcun riconoscimento, anzi ciascuno ignora l’esistenza dell’altro, ma in pratica i Maestri dell’UGLE possono entrare nella GLMMMEW per ricevervi il Marchio, e accedere di lì (se vogliono) anche ai side degrees.

Lo stesso tipo di rapporto si è riprodotto anche a livello internazionale: a fianco di tutti gli Ordini nazionali riconosciuti dall’UGLE è destinata a sorgere prima o poi una Gran Loggia del Marchio, che a sua volta – se si creano le condizioni – darà origine ai side degrees secondo un percorso collaudato – Ark Mariner, Secret Monitor, eccetera.

Questo percorso, è bene precisare, non è sempre identico: bisogna vedere se in passato il Marchio o qualche side degree non si sia già presentato in quel dato Paese, per esempio in seguito all’azione di propaganda da parte delle antiche logge militari britanniche, o per qualche altra situazione peculiare; ed a seconda del momento storico in cui ciò sia avvenuto, potranno configurarsi situazioni molto diverse.

Così, tanto in Italia quanto in Francia, al momento di avvio della nostra storia due diverse forme di Marchio erano già praticate – come gradi di transito, nell’ambito di sistemi iniziatici più estesi – tanto nel Rito di York quanto nel Rito Standard Scozzese; ma quella del nostro Paese era davvero una situazione sui generis, per una serie di ragioni che cerchiamo rapidamente di illustrare.

Nel diciottesimo secolo la Massoneria si era sviluppata nell’Europa continentale molto precocemente, portando con sé l’influenza politica dell’Inghilterra: sia nei termini di un incoraggiamento alla formazione di democrazie parlamentari (delle quali la Massoneria si può definire un modello su scala ridotta), sia per quanto concerne l’affermazione di un messaggio spirituale alternativo a quello della Chiesa, che infatti era stata rapidissima a scomunicarla.

Era fatale quindi che nelle Logge si radunassero gli spiriti più insoddisfatti e più inquieti, propensi a combattere gli assolutismi politici e religiosi che ancora infestavano il continente: un fenomeno che fu particolarmente marcato in Francia, e sfociò nel 1789 nella Rivoluzione Francese.

Negli anni successivi alla Rivoluzione, si sarebbe delineata nell’Europa continentale una Massoneria molto diversa dal modello inglese originario: per esempio, molta importanza veniva attribuita al confronto filosofico e religioso in seno alle Logge, che su temi come l’esistenza di Dio era aperto fino ai limiti più estremi (modello deista), mentre nella Massoneria inglese la concezione del Grande Architetto dell’Universo era limitata dalla visione protestante di Dio (modello teista).

Per quanto concerne la politica, la Massoneria inglese era strettamente legata al rispetto nei confronti delle istituzioni, che da loro erano già democratiche; invece nei paesi latini i rivoluzionari erano i benvenuti, e spesso la loro impostazione acquistava un rilievo dominante.

Questo modello di Massoneria continentale, ben lontano da quello inglese, ebbe successo soprattutto in Italia, e fu uno dei principali motori del Risorgimento.

Ancora oggi viene definito massoneria scozzese-latina: scozzese soprattutto perché, essendo fondamentale per i Massoni l’affermazione della continuità tradizionale, era stato più facile per i Massoni politicizzati del continente individuare legami con la Massoneria di Scozia, tradizionalmente ribelle, rispetto a quella inglese allineata su posizioni monarchiche.

A livello di pratica rituale, le Massonerie latine hanno ripreso ed enfatizzato la più significativa differenza tra la ritualità scozzese e quella inglese: la pratica in seno all’Ordine dei soli tre gradi azzurri (Apprendista, Compagno e Maestro), senza l’Installazione del Maestro Venerabile e senza il legame tra l’Ordine e l’Arco Reale. Inoltre, minore è – in Francia ed in Italia – lo spazio destinato alla gestualità rituale, e quasi del tutto assenti i riferimenti biblici e/o religiosi; molta importanza viene invece attribuita al dibattito a lavori aperti, usanza che in Inghilterra è molto più ridotta.

Questa impostazione varia anche il rapporto con l’equivalente latino degli antient degrees britannici: i Riti o corpi rituali. In Inghilterra, come abbiamo visto, gli antient degrees sono organizzati in strutture indipendenti dall’Ordine; da noi, ogni Ordine ha i suoi propri corpi rituali di riferimento.

Da queste ed altre notevoli differenze venne l’imbarazzo degli Inglesi quando, nel corso del ventesimo secolo, la Massoneria italiana pretese (come era storicamente giusto) il riconoscimento della sua regolarità da parte dell’Inghilterra.

D’accordo, la nostra successione iniziatica era regolare e non poteva essere discussa; ma i Massoni italiani portavano avanti ormai da un secolo una Massoneria fondata sul dibattito, componente che nell’UGLE era quasi completamente sconosciuta; inoltre, in sintonia con la Scozia, si erano abituati a credere che i gradi massonici fossero rigidamente tre, senza tenere in minimo conto l’importanza dell’installazione del Maestro Venerabile; inoltre ancora – dalle notizie che arrivavano a Londra – sembrava proprio che continuassero a persistere nell’abitudine di mescolare Massoneria e politica (difficile per gli Inglesi comprendere cosa significa, per un’istituzione laica, dover vivere gomito a gomito con il Vaticano).

Insomma, a Londra gli Italiani erano fondamentalmente sospetti, e il loro riconoscimento doveva passare attraverso un lavoro di verifica molto severo (non è il caso di approfondire, in questa sintesi a volo d’uccello, le varianti introdotte dal fatto che la Massoneria italiana fosse stata rifondata, dopo il 1945, dalla Massoneria USA – lo ricordiamo solo per sottolineare come, nell’ultimo dopoguerra, il discorso del riconoscimento inglese si fosse fatto vieppiù complicato).

Fu quindi un miracolo, o una testimonianza delle capacità diplomatiche dei nostri predecessori, il fatto che nel 1972 l’UGLE concedesse il suo riconoscimento al Grande Oriente d’Italia; ed una conseguenza di quel fatto fu che pochi anni dopo comparvero in Italia le prime Officine che lavoravano in Emulation. Qualora la loro diffusione fosse andata avanti senza troppe scosse, si sarebbe creata nel GOI una base di Fratelli sufficientemente competenti, in tema di ritualità inglese, perché il Marchio potesse arrivare.

Ma purtroppo era destino che gli ultimi rivolgimenti della guerra fredda si ripercuotessero sulla Massoneria del nostro Paese. Venne nel 1981 lo scandalo P2, frutto di errori e ingenuità in seguito ai quali l’intera istituzione massonica venne ingiustamente demonizzata; seguirono poi altre malaugurate vicende legate alla mafia, finché nel 1993 il riconoscimento inglese fu tolto al GOI e trasferito alla Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI), che l’ex-Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo aveva espressamente creato.

Molto è stato scritto, e forse anche favoleggiato, sui retroscena di questa vicenda; tutto quello che noi ci sentiamo di dire è che essa appare in linea con la politica internazionale dell’UGLE, che in vari Stati, piuttosto di riconoscere corpi massonici estesi e storicamente rappresentativi ma di impronta scozzese, preferisce intrattenere rapporti con Ordini relativamente più piccoli, ma di modello inglese.

Fu in seguito a questi fatti che la comparsa del Marchio in Italia tardò così tanto: infatti la GLRI si trovava nella posizione giusta per ispirare la creazione di una Loggia del Marchio cui la GLMMMEW avrebbe fornito il suo appoggio, ma per molti anni fu troppo assorbita dallo sforzo di espandersi e consolidarsi.

Dal suo sito ufficiale apprendiamo:

L’interesse dei Fratelli Italiani alla Muratoria del Marchio risale a molti anni fa. Già negli anni ‘80 Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia (appartenenti all’epoca al Grande Oriente d’Italia) venivano Avanzati nelle Logge del Marchio Inglesi. Nel corso degli anni numerosi Fratelli Italiani della G.L.R.I. sono divenuti Membri di Logge Inglesi del Marchio (MMM – Mark Master Masons) e di Marinai dell’Arca Reale (RAM – Royal Ark Mariners).

In particolare le Logge Londinesi “Ethical n. 458” e “Italia n. 1467” hanno accolto i Fratelli Italiani, che si sono distinti in quelle Logge fino a presiederle in qualità di Maestri Venerabili.

La data decisiva, che ha gettato le basi per la costituzione di Logge del Marchio in Italia, è stata il 23 giugno 2003, quando Fabio Venzi, Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia, è stato Avanzato nella Loggia “Ethical n. 458” di Londra. Da allora, grazie all’entusiasmo di Fabio Venzi e dei numerosi Fratelli Italiani appartenenti alle Logge del Marchio Inglesi, il cammino per la costituzione delle Logge del Marchio in Italia è stato inarrestabile.

Sarebbero dovuti passare, tuttavia, ancora alcuni anni perché la prima Loggia del Marchio della GLRI potesse prendere forma.

Il GOI da parte sua non aveva la possibilità di avviare un percorso del genere, perché – non essendo più riconosciuto dall’UGLE – un’eventuale Loggia del Marchio formata da suoi membri non sarebbe stata riconosciuta dalla GLMMMEW; però aveva potenzialmente a disposizione un percorso laterale.

Infatti, nel 1993, la Gran Loggia Nazionale Francese – ovvero il corpo massonico francese riconosciuto dall’UGLE – in considerazione dei numerosi membri del GOI che frequentavano le sue Logge, aveva scelto di non ritirargli il suo riconoscimento; e anche la GLNF era fiancheggiata da una Gran Loggia Nazionale del Marchio, la GLMMMF[1], l’accesso alla quale non era quindi precluso ai membri del GOI.

Ma era dalla GLMMMF, ovviamente, che sarebbe dovuta partire l’iniziativa di espandersi verso l’Italia: per esempio, mediante il varo di una Loggia del Marchio francese che parlasse italiano.

Se ne cominciò a parlare, nell’autunno 2005, ad un’Agape della più storica e prestigiosa officina della GLNF di lingua italiana: la Garibaldi n°317, all’Oriente di Nizza. I due Fratelli che affrontarono il discorso furono il sessantaquattrenne Ex Venerabile e Grande Ufficiale Provinciale della GLNF Giovanni Domma – un pensionato di una amministrazione pubblica, calabrese, che viveva a Milano – ed un Grande Ufficiale Nazionale della GLNF non ancora cinquantenne, che abitava a Tolone: Massimo Vettese, concessionario per la Costa Azzurra di una famosa azienda alimentare.

Giovanni Domma, nato a Cosenza il 3 agosto 1941, è un personaggio a tutto tondo, i cui molteplici interessi esoterici e sociali spaziano dall’erboristeria alla realizzazione di siti web. Ancora non si sarebbe detto che, negli anni seguenti, la sua disposizione alla filantropia sarebbe stata la chiave per coinvolgere nella Massoneria del Marchio un gran numero di Fratelli, al punto di dare origine in Italia a un gran numero dei suoi side degrees: un’impresa che si stenta a credere possa essere realizzata da una persona sola.

Il cammino massonico di Domma era partito dalla Loggia Acacia di Imperia e transitato per la Guglielmi di Sanremo, una severa e selezionata officina di indirizzo guenoniano; poi, dal GOI, era passato in Francia alla GLNF nella R.L. G. Garibaldi. Nella Massoneria francese aveva percorso rapidamente il consueto cursus honorum, dapprima come Maestro Venerabile della Garibaldi, per diventare poi Grande Ufficiale Provinciale.

Riguardo a Massimo Vettese, laureato in teologia, scomparso prematuramente nel 2012, la cosa migliore da fare per rendergli onore in poco spazio è forse riportare il curioso e commovente biglietto da visita nel quale era elencato il suo formidabile curriculum massonico: interessante anche perché ci dimostra quanto, in quegli anni, la sua militanza nel Marchio e nei suoi side degrees fosse già di lungo corso.

R:. F:. Massimo Vettese 

Passato Gran Portastendardo della GLNF;

ex Grande Ispettore di Provenza, Rito Emulation e Standard Scozzese;

ex Grande Esperto di Provenza, Rito Emulation e Standard Scozzese;

Ex MV Loggia Jupiter 960, Oriente di Tolone, Rito Emulation;

Ex MV Loggia Arbroath Abbey 1455, Oriente di Tolone, Rito Standard Scozzese;

EC Second Principal Sainte Arche Royale de Jerusalem, dogmatique et ARE;

T:. V:. F:. Massimo Vettese 

Assistente Gran Direttore delle Cerimonie GLMMMF, GL Province de Provence et Comtés;

Ex MV R.L Olbia GLMMMF, due volte (2004-2005 e 2007-2008); 

Ex MV  e fondatore della R.L Ara Pacis GLMMMF 2009

Vice Comandante Noè R.L Concordia GLMMMF, NAR (Royal Ark Mariner);

Membro della Loggia dei Monitor Segreti, o Fratellanza di Davide e Jonathan;

ma sempre, e per sempre, un semplice fratello sul cantiere!

I due amici si misero a contattare altri Fratelli, proponendo loro di partecipare alla costituzione della prima Loggia del Marchio italiana: un compito che li avrebbe tenuti occupati nell’arco dei successivi due anni, mentre Vettese si dedicava anche alla prima traduzione dei rituali del Marchio in italiano.

A Dicembre del 2007, alla tenuta della Gran Loggia Nazionale Francese, vi fu l’installazione di un nuovo Gran Maestro: l’italofrancese François Stifani.

Il suo primo provvedimento fu quello di togliere il riconoscimento alla GLRI per ridarlo al GOI; dopodiché il Fratello Domma riunì una delegazione di Fratelli del GOI (precisamente tra Milano, Pavia ed altre province e regioni) e le invitò a far visita alla Garibaldi.

Fu in quell’occasione che il progetto del Marchio decollò veramente, perché il Gran Maestro Stifani si dichiarò disponibile – nel corso del primo incontro ufficiale che contava di avere con il Gran Maestro del GOI, Gustavo Raffi – a sensibilizzarlo sulle tematiche relative all’introduzione del Marchio in Italia.

A ottobre dello stesso anno, ci furono novità anche sul fronte della GLRI: un gruppo di Fratelli della Loggia “Ethical n. 458”, guidato da Fabio Venzi, incontrò il Gran Segretario della Gran Loggia di Maestri Muratori del Marchio d’Inghilterra e del Galles e dei suoi Distretti e Logge d’Oltremare (GLMMM) John Brackley, e fu così pianificata la costituzione della prima Loggia Italo-Inglese del Marchio sul suolo italiano. La Petizione, firmata da 46 Fratelli, fu formalmente consegnata nelle mani del Gran Segretario John Brackley il 3 marzo 2008, in occasione della Riunione di Installazione della Loggia “Ethical n. 458”, alla quale parteciparono numerosi Fratelli Italiani.

Era quindi ormai in atto una simpatica gara tra GOI e GLRI, per vedere chi sarebbe arrivato primo.

Nel GOI, Vettese e Domma contavano di riuscirci entro il 2008, ma dovevano fare i conti con una gran quantità di problemi: vuoi perché l’iniziativa da essi portata avanti era priva di precedenti, quindi i… burocrati delle istituzioni con cui si trovavano alle prese erano molto riluttanti a prendere decisioni, temendo di sbagliare; vuoi perché, forse, l’idea che il Marchio si sviluppasse in Italia non suonava molto gradita a qualche Fratello di altri corpi rituali.

Nel corso di quello stesso anno, un aiuto imprevisto per il Marchio stava prendendo forma con l’inizio della collaborazione di Giovanni Domma a Riflessioni.it: il più grande portale web italiano di argomento culturale, che vanta circa mezzo milione di visitatori documentabili al mese.

In quel sito, la rubrica sull’esoterismo era affidata a Daniele Mansuino, che all’inizio degli anni novanta aveva militato con Domma nella Guglielmi di Sanremo. Verso la fine del 2007, il webmaster di Riflessioni lo aveva informato che gli articoli di argomento massonico erano di gran lunga i più letti, e Mansuino si era rivolto a Domma chiedendogli di aiutarlo con nuovi stimoli e nuove idee.

Il primo articolo frutto della loro collaborazione, nel febbraio 2008, era stata l’intervista all’amico Spartaco Mennini, già Gran Segretario del GOI, nonché indimenticabile promotore del Rito Scozzese Rettificato; erano seguiti poi, nell’arco dell’anno, altri cinque pezzi che per il momento non riguardavano ancora il Marchio, ma avevano consacrato la figura di Giovanni Domma come uno dei più accreditati opinion-makers della Massoneria italiana.

Nel maggio 2008, Vettese aveva prodotto una versione rifinita del rituale del Marchio in italiano, facendola circolare nella ristretta cerchia di Fratelli che si stringeva intorno a Domma che a sua volta perfezionò tale rituale. Si era già assicurato il consenso del Gran Maestro della GLMMMF sul fatto che la nascitura Loggia avrebbe potuto riunirsi in Italia (l’idea originaria era quella di alternare: una tornata in Italia e una in Francia), e trattava con le autorità del GOI perché le fosse concessa l’agibilità di un Tempio anche in Italia, possibilmente a Pavia.

Ottimista e idealista per natura, Vettese già sognava il momento in cui le Logge italiane sarebbero state tre, potendo in questo modo dare origine alla Gran Loggia del Marchio in Italia.

Due mesi dopo, però – il 26 luglio 2008 – la GLRI… vinceva la corsa: al Grand Hotel Parco dei Principi a Roma, alla presenza e con l’assistenza di 13 Grandi Ufficiali Inglesi, fu Consacrata La Loggia di Maestri Muratori del Marchio “Pico della Mirandola”, con il numero distintivo “1896”. Benjamin Addy, all’epoca Assistente Gran Maestro della GLMMM, presiedette la Cerimonia in qualità di Ufficiale Consacratore, Graham Herbert si occupò della direzione dei lavori quale Gran Direttore delle Cerimonie, il Reverendo Michael Snowball, Gran Cappellano, pronunciò l’Orazione, e John Brackley, Gran Segretario, diede lettura della Bolla di Fondazione. Al termine della Consacrazione Keith Emmerson, all’epoca Ex Gran Maestro Provinciale dell’Hertsfordshire, procedette ad Installare Yasha Beresiner quale Primo Maestro Venerabile della Loggia. Fabio Venzi e Barry Batson furono nominati Primo e Secondo Sorvegliante e Andrea Bonechi fu nominato Segretario

Ma, al di là di un po’ di…mortificazione del loro spirito sportivo, i pionieri del Marchio nel GOI ne furono tutt’altro che addolorati: avevano infatti ben chiaro che – al di là se il patrocinio fosse GLMMMEW o GLMMMF – qualsiasi Loggia italiana del Marchio regolarmente costituita avrebbe in futuro potuto candidarsi a far parte della futura Gran Loggia del Marchio italiana; ed anzi, la possibilità che in essa potessero confluire Fratelli sia dalla GLRI che dal GOI avrebbe potuto rappresentare un passo avanti senza precedenti nel processo di pacificazione del panorama massonico nazionale.

Il 1° novembre 2008 Vettese e Domma festeggiarono il raggiungimento del limite di 10 Maestri del Marchio che erano necessari per fondare la nuova Officina.

Con gli auguri di Natale, Vettese informò il Gran Segretario del GOI (e tutte le altre autorità massoniche interessate) che era stato deciso di battezzarla Ara Pacis, essendo il 2000° anniversario della consacrazione dell’Ara Pacis di Roma; e che la sua cerimonia di fondazione era stata fissata per il 30 gennaio 2009, nel Tempio della GLNF di Cannes.

Manifestava inoltre l’intenzione di invitare alla cerimonia anche le autorità del Rito di York, lanciando così il segnale di voler fermamente evitare di riprodurre anche in Italia la storica rivalità tra Arch e Mark che tanti danni aveva prodotto nella storia della Massoneria.

Citò inoltre in quel messaggio i nomi degli Ufficiali designati di provenienza GLNF, (che erano tutti Fratelli dal curriculum massonico abbastanza elevato – ci asteniamo dall’elencarne le cariche). Sarebbero stati: lui stesso, Massimo Vettese (Maestro Venerabile); Giovanni Domma (Primo Sorvegliante); Stephane Lozzi (Segretario) e Jean-Pierre Monclin (Tesoriere).

Si astenne invece dall’elencare quali cariche fossero state affidate ai membri di provenienza GOI, perché per non trascurare le regole, dobbiamo (prima) avere da parte del GOI il “good standing” (…). Non ho di certo nessun dubbio sulla loro regolarità, però in periodo di elezioni non vorrei che… (frase lasciata in sospeso), e dobbiamo aiutarci.

Mentre ancora aspettava la risposta del Gran Segretario, Vettese invitò alla Consacrazione le autorità del Rito di York. Ecco un estratto del messaggio:

so che (in Italia) il Marchio fa parte del Arco Reale del Rito di York, come esiste anche da noi in Francia sia nel Rito di York che in quello dello Standard Scozzese; e tutto funziona benissimo con queste tre possibilità (ovvero: Rito di York, Standard e

GLMMMF)… così possiamo aprire ancora di più le possibilità per i Fratelli dei Riti Emulation, Standard, eccetera; sapendo però che solo l’Arco Reale darà determinati gradi, (mentre) il Marchio consente di accedere a Royal Ark Mariner, Maestri Scelti, Gradi Alleati, Croce Rossa di Costantino, Monitor Segreti e Cavaliere Gran Sacerdote di Gerusalemme

Era questa forse la prima volta in assoluto che la lista dei side degrees del Marchio praticati in Francia veniva comunicata a un Massone italiano; e c’era motivo di farlo, perché alcuni di questi gradi richiedono l’Arco Reale come requisito preliminare all’iniziazione, e dunque – spiegava Vettese – per potere fare tutto, a un certo punto manderemo i Fratelli all’Arco Reale, questo punto è molto importante.

È doveroso notare come la lettura da lui suggerita da Vettese, secondo cui i side degrees devono essere considerati il percorso del Marchio, sia solo una delle molte possibili, e non la più popolare: l’iniziatore del Marchio in Italia era un Massone troppo preparato per non sapere che i side degrees si autodefiniscono tali proprio per sottolineare la loro condizione di assoluta parità, e con essa implicitamente la loro indipendenza l’uno dall’altro, di cui sono gelosissimi.

A voler proprio essere larghi, una parte del percorso del Marchio potrebbe essere considerato – tuttalpiù – l’Ark Mariner; il quale però, pur condividendone la struttura amministrativa, ne è del tutto indipendente nel contenuto.

Ma d’altra parte, Vettese non era soltanto un sognatore ma anche un realista, e non si illudeva sul fatto che la comparsa di una galassia di nuovi gradi potesse essere considerata qualcosa di diverso da un nuovo rito. La strada giusta per fare accettare il Marchio dagli Italiani non doveva disperdersi nel labirinto dei distinguo tecnici, ma passava per l’evidenziare – con competenza e pragmatismo – i vantaggi che la comparsa del Marchio nel nostro Paese avrebbe apportato.

Un’imprevista testimonianza di quanto sia difficile per i Massoni italiani cogliere le sottigliezze del rapporto che lega il Marchio agli Ordini massonici giunse il 12 gennaio, quando il Gran Segretario del GOI rispose a Vettese con un messaggio che voleva essere incoraggiante:

La nostra normativa prevede che le Logge autorizzino la affiliazione in doppia appartenenza. In considerazione dei tempi strettissimi, forse Ti suggerirei di sensibilizzare i Fratelli che desiderano affiliarsi alla nuova Loggia affinché le loro Officine di provenienza concedano autorizzazione in tal senso, inviando una esplicita dichiarazione scritta alla Gran Segreteria; il nulla osta del GOI seguirà quindi immediatamente.

I Fratelli presero atto con soddisfazione del benevolo atteggiamento della Gran Segreteria nei loro confronti, ma nello stesso tempo rimasero fortemente perplessi dal fatto che il GOI considerasse l’ingresso nel Marchio una doppia appartenenza: infatti si erano aspettati che avrebbe scelto di considerare il Marchio un corpo rituale (definizione che in effetti, nella terminologia delle Massonerie latine, era quanto più gli si avvicinava, essendo il Marchio aperto ai soli Maestri), evitando in questo modo tutte le complicazioni burocratiche che un rapporto di doppia appartenenza necessariamente avrebbe apportato.

Invece l’invito a presentare le domande di doppia appartenenza significava che il GOI aveva scelto di considerare il Marchio non un Rito, ma un Ordine; ma in questo caso, in mancanza di un reciproco riconoscimento tra il GOI e la GLMMMF, in teoria le domande avrebbero anche potuto non essere accolte.

Vettese e Domma decisero di chiedere consiglio ai Francesi, che li sconsigliarono di accettare la situazione: infatti la doppia appartenenza avrebbe conferito al GOI un potere di discrezionalità sulla partecipazione dei suoi membri al Marchio, del quale non aveva mai goduto nessun Ordine massonico al mondo.

Valse parecchio a rassicurare i preoccupati Italiani un caloroso messaggio di ringraziamento, per il lavoro che stavano facendo, inviato di pugno dal Gran Maestro della GLNF Stifani. In esso il problema della doppia appartenenza non veniva toccato, poiché a livello ufficiale la GLNF non era coinvolta; ma lasciava comprendere che i Francesi erano disposti a mobilitarsi in difesa dei loro diritti.

Ed in effetti, il 19 gennaio giunse a Vettese per conoscenza un messaggio in inglese che il Gran Segretario del GOI aveva indirizzato quello stesso giorno all’Ufficio Relazioni Internazionali della GLNF:

Fraternal greetings from the Grande Oriente d’Italia.

I have been informed that the “Grande Loge des Maitres Maçons de Marque de France” is going to constitute “Ara Pacis” Lodge, No. 162 in Cannes, an Italian language-Lodge.  I have been informed also that several members in good standing of our Lodges have requested to affiliate in dual membership with the new Lodge, as follows (…).

According to our rules, I am pleased to inform you that our Lodges have confirmed the regular position of these Brethren, and authorized their affiliation in dual membership with “Ara Pacis” Lodge, No. 162 in Cannes. In order to register this note in our files, would you please inform me when the “Ara Pacis” Lodge is constituted, and our Brethren are affiliated with it, in dual membership.

Per quanto il GOI non avesse ritenuto opportuno retrocedere dalla posizione della dual membership, la concessione di un’autorizzazione collettiva ai membri dell’Ara

Pacis era un altro bel segno di buona volontà, che risparmiava ai Fratelli del Marchio italiani un sacco di scocciature e consentiva a Vettese di commentare:

Mes BAF, voici le retour du GOI: nous avons le feu vert pour tout!

En conclusion, la GLNF nous accorde son aide, le GOI aussi, l’Arche Royale Italien approuve… c’est dans la sérénité que nous avançons!

Secondo la sua testimonianza, la cerimonia che si svolse a Cannes il 30 gennaio fu grande, bella e commovente; l’uscita e la chiusura con l’inno di Mameli cantato a cappella dai Fratelli ha lasciato a tutti brividi che non si sono ancora placati.  

L’Ara Pacis era nata, ma non erano certamente finite lì le difficoltà legate alla genesi del Marchio in Italia; e come abbiamo già detto, è nostra ferma intenzione pubblicare – prima o poi – una versione più completa di questa affascinante storia!

[1] Oggi la GLMMMF non esiste più in quanto sostituita dalla GLDMDFR (Gran Loggia del Marchio di Francia Riunita).

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Segnalazione Editoriale del Grande Oriente d’Italia

Il Grande Oriente D’Italia sul numero Uno del 2011  alla pagine 104 di Hiram ha segnalato che la biblioteca del G.O.I. si è arricchita del primo libro scritto in Italia  sul antico Ordine del Marchio intitolato ” La Massoneria del Marchio” di Daniele Mansuino e Giovanni Domma

 

 

BREVE STORIA DELLA MASSONERIA DEL MARCHIO ristampa – 1° – edizione

COPERTINA del LIBRO MarchioCOPERTINA LIBRO 3

Daniele Mansuino – Giovanni Domma

BREVE  STORIA  DELLA MASSONERIA DEL  MARCHIO

 

Molti lettori di Riflessioni sull’esoterismo (www.riflessioni.it/esoterismo) hanno gradito gli accenni alla storia del grado del Marchio contenuti nei tre articoli dedicati a questo argomento, e ci hanno chiesto se fosse possibile ripresentarle nella forma di un racconto organico, che tracci la storia di questo stupendo grado massonico ancora sconosciuto in Italia.

Rispondiamo ben volentieri alla loro richiesta, proponendo una breve storia del grado del Marchio che va dalle origini alla sua definitiva fissazione negli anni settanta del diciannovesimo secolo ; con l’avvertenza che una più estesa trattazione degli argomenti qui accennati potrà essere trovata nel nostro libro “Massoneria del Marchio”, che è possibile richiedere al numero 3389708639.

Da quel libro, abbiamo riprodotto qui di seguito un breve sunto della pregevole prefazione ad opera del Prof. Claudio Bonvecchio, Grande Oratore del Consiglio dell’Ordine e Grande Consigliere per la cultura Massonica del Grande Oriente d’Italia ; inoltre, sperando di fare cosa gradita, abbiamo ripubblicato in appendice anche i tre articoli sul Marchio da noi pubblicati finora sul sito di “Riflessioni”.

 

INTRODUZIONE                                         

Questo interessante, semplice e chiaro lavoro colma una carenza nella letteratura riguardante la Libera Muratoria: almeno in quella italiana. Infatti, non sono molti – in Italia – ad essersi interessati all’antichissima Tradizione iniziatica del Marchio.  Così come non molti sono in Italia coloro che  conoscono, approfonditamente, il significa del termine “Marchio”. Ossia cosa sono le Logge del Marchio e quale sia la loro importanza: nel cammino di perfezionamento muratorio.

Lo studio storico, teorico, rituale ed esoterico sul Marchio che viene qui svolto si rivela straordinariamente accurato ed intrigante. Ma il suo pregio maggiore non è l’erudizione massonica, che pure mostra in maniera precisa e documentata.  Lo scopo degli autori non è, infatti, quello di aggiungere un tassello alla lunghissima bibliografia massonica. E neppure quello di contribuire – in maniera narcisistica – alla “mise en forme” di un tassello di quell’intellettualismo massonico che sta trasformando lo speculativo in letterario e i Fratelli in professorini.

Gli autori vogliono ben di più. Mirano più in alto. Si propongono – tramite un accurato lavoro d’informazione storica – di rivitalizzare la Tradizione Massonica, proponendo una via antica e sempre nuova: una via da fare e propria e da interiorizzare.

Va da sé che la loro non è una impresa facile. Ma proprio questa è la “sfida” che lanciano gli autori. Si tratta di una sfida ambiziosa e coraggiosa di cui la Libera Muratoria italiana ha bisogno. Anzi di cui ha necessità e di cui l’introduzione, in Italia, del Marchio sarebbe una tappa importante. Per questo agli autori – Giovanni Domma e Daniele Mansuino – va il più vivo e sincero ringraziamento di chi crede che la Libera Muratoria non sia rigida e ossificata, ma vivace e dinamica. E pronta a rispondere alle sfide della società e degli uomini: per costruire un mondo migliore.

                                                                                   Claudio Bonvecchio

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Marchio operativo

Tra le più antiche organizzazioni muratorie operative, si ha notizia di associazioni di tagliapietre, tanto in Germania quanto in Inghilterra, fin dagli inizi del tredicesimo secolo. Nel 1352 il Re Edoardo III riconobbe per decreto la legittimità delle gilde inglesi, di un’ottantina delle quali ci sono giunti i regolamenti. Il grado di Apprendista non poteva durare meno di cinque anni e poteva giungere a venti, dopodiché il tagliapietre poteva accedere al grado di Compagno, e tra gli altri privilegi accordatigli poteva avere diritto a un Marchio personale con cui firmare il proprio lavoro.

Nel 1452 tutte le logge operative di Germania si riunirono in un Ordine accuratamente strutturato e organizzato. Da vari articoli del suo Regolamento risulta che anche qui il passaggio a Compagno era segnato dalla concessione di un Marchio personale. Risulta dagli Statuti Schaw che tale usanza era viva anche in Scozia almeno fin dal sedicesimo secolo; William Schaw utilizzò il proprio Marchio anche per firmare il verbale di un’assemblea di muratori che si tenne nell’anno 1600.

Caratteristiche comuni a queste antiche forme di Marchio erano : la libertà di scelta, da parte del muratore, del proprio Marchio, che però doveva conformarsi alle regole imposte dalla tradizione ; il loro essere marchi di approvazione (o da riscossione), che potevano essere apposti alla pietra solo dopo che il Sovraintendente l’aveva approvata, e dal numero delle pietre sulle quali un dato Marchio era impresso al termine della giornata veniva conteggiato il salario ; esistevano anche marchi di posizionamento che servivano a indicare in che modo una data pietra dovesse essere collocata nell’edificio, ma questi ultimi non erano personali. Infine un ultimo carattere importante è che la maggior parte dei disegni dei Marchi antichi sembrano obbedire alle regole di varie forme di linguaggi cifrati ; da ciò senza dubbio ebbe origine l’usanza massonica degli alfabeti segreti, che nelle antiche forme di Marchio era presente con molta maggiore frequenza di quanto abbia luogo nelle altre forme rituali.

Un altro genere di Marchi erano quelli apposti dai costruttori (Arch Masons), le cui organizzazioni erano separate da quelle dei tagliapietre (Straight Masons) : infatti la loro specializzazione gli consentiva di innalzare edifici più complessi, caratterizzati da soluzioni tecnicamente difficili come la presenza di archi. Ciascuna delle due forme di organizzazione muratoria era dotata di propri Catechismi, Letture e Rituali; entrambe rivendicavano la propria origine nella fabbrica del Tempio di Salomone (secondo le Costituzioni della Massoneria di York, datate 1704, gli Straight Masons impiegati nella fabbrica del Tempio sarebbero stati circa quarantamila, di cui tremila maestri).

Nelle Logge degli operativi, i tre Gran Maestri sedevano a Occidente per fronteggiare il Sole che sorge ; il Primo Sorvegliante stava a est e il Secondo a nord. L’Altare era nel centro della Loggia e c’erano tre Diaconi, essendo anche il Maestro di Loggia considerato tale.

Quando un giovane chiedeva di essere accettato muratore (nel diciassettesimo secolo, l’età minima era di 14 anni), gli veniva detto di scegliere in quale delle due classi volesse servire; se sceglieva di essere uno Straight Mason gli veniva fatto dono di una squadra, se voleva essere un Arch Mason di un compasso. Il colore – simbolo degli Straight Masons era il blu, degli Arch Masons il rosso. Per l’iniziazione, l’Apprendista entrava in Loggia vestito di bianco, con un cordone intorno alla vita, tenuto per mano da due Compagni, uno per parte ; un altro Compagno davanti e un altro dietro reggevano gli estremi di un altro cordone annodato intorno al suo collo. Così veniva formato un diamante a cinque punte, il cui simbolismo si è conservato in varie parti dell’odierna Massoneria.

Per salire al grado di Compagno doveva preparare una rozza Pietra squadrata come campione del suo lavoro, e il Sovraintendente ai materiali doveva esaminarla prima che potesse entrare.

Dopo un anno da Compagno poteva accedere al perfezionamento detto Super-compagno (Superfellow) : il Candidato veniva condotto intorno alla Loggia per tre volte, e prestava giuramento inginocchiandosi davanti alla Pietra squadrata che aveva portato con sé.

Il rituale di perfezionamento successivo, (Compagno) Costruttore, si differenziava tra gli Straight Masons e gli Arch Masons su un punto importante : la Pietra che nel rituale Straight risulta andata perduta è la Pietra Angolare, nel rituale Arch è la Chiave di Volta.  E’ quindi lecito considerare a livello simbolico Pietra Angolare e Chiave di Volta come equivalenti.

Notevoli e interessanti sono le citazioni del Marchio contenute nei rituali operativi. Per esempio, nelle Letture Harodim :

La Massoneria fu propagandata in questo modo : quando i nostri antichi Fratelli avevano terminato il Tempio di Gerusalemme, viaggiarono in terre straniere e stabilirono così nuove Logge, e crearono regolarmente nuovi Massoni che erano operai di professione (…). Gli Operai del Marchio hanno il compito di preparare le pietre per il Tempio in modo tale che gli Erettori, nel luogo del Tempio, possano sapere esattamente dove ogni Pietra deve essere piazzata, sapendo che queste sono marchiate con pittura blu, mentre quelle destinate alla Gilda dell’Arco sono marchiate in rosso (…). Nel nostro rituale, gli Uomini sono le Pietre che devono essere Marchiate – Pietre viventi. Quando un Compagno deve essere ricevuto, entra nel Tempio mescolato insieme agli altri ; quando poi viene dato l’ordine “Ogni uomo al suo posto”, tutti i presenti – essendo già Marchiati – sanno già dove andarsi a piazzare ; il Compagno, che non lo sa, occupa a caso un posto libero. Il Maestro dice poi che esaminerà se le pietre ci sono tutte, e se sono perfettamente marchiate per il lavoro del Tempio. Trova il Compagno, ed esclama : “Qui c’è una Pietra che non è stata preparata come le altre e non è stata marchiata. Come siete entrato qui ?” Il Compagno risponde che è entrato dalla porta insieme agli altri. Questo causa grande indignazione, ma poi i Fratelli si placano, decidono che possono riconoscerlo e lo marchiano. Così egli diventa un Operaio del Marchio, e ha un segno indelebile impresso sul corpo.

Il marchio speculativo

Quando la Massoneria speculativa venne fondata nel 1717, disegno dei suoi creatori era la creazione di un’organizzazione forte e centralizzata, in grado di accreditarsi presso gli strati alti della società inglese al fine di riscuotere le protezioni e i consensi che le erano necessari per espandersi nel mondo. Per questo venne combattuta la tendenza delle Logge delle varie città a portare avanti sistemi autoctoni di antichi gradi (i famosi antient degrees), la cui pratica disordinata era fonte di confusioni gerarchiche e manteneva l’Istituzione troppo strettamente collegata alle sue origini artigiane.

Ma d’altra parte, i riformatori erano consapevoli che negli antient degrees erano custoditi gran parte dei tesori esoterici costituenti la fonte inscindibile dei valori fraterni e universalisti della Massoneria ; erano quindi coscienti che ogni intervento di semplificazione andava condotto con gran cautela, e le opinioni in proposito erano varie e molto diverse. L’introduzione del grado di Maestro fu un tentativo solo parzialmente riuscito di innestare nell’Ordine una sintesi dei contenuti esoterici degli antichi gradi ; moltissimi Fratelli, soprattutto in provincia, non vollero accettarla, e il dissenso tra Antients e Moderns sarebbe cresciuto progressivamente, fino a sfociare nella secessione degli Antients nel 1751.

A partire dal 1717, anche il Marchio diviene una parte importante di questo dibattito. La tendenza dei Moderns più oltranzisti è già quella di escluderlo progressivamente dall’Ordine, perché – affermano – sebbene in molte Officine si stia consolidando la pratica di somministrarlo in forma di grado, non risulta siano mai esistiti rituali operativi aventi già tale forma : si tratta di un semplice abbellimento del grado di Compagno, una sorta di medaglia ad honorem che veniva assegnata senza particolari formalità e della quale si può benissimo fare a meno.

Ma non la pensano così i Fratelli delle Officine Antient, in seno alle quali il Marchio sta assumendo sempre di più un duplice valore : in certe zone (soprattutto fuori dall’Inghilterra) viene considerato un preliminare necessario dell’Arco Reale, in altre il perfezionamento fondamentale del grado di Compagno, che può fare benissimo le veci del nuovo e aborrito grado Modern di Maestro hiramita.

Tra gli argomenti più forti a sostegno della loro tesi, ricordano che la stessa Gran Loggia d’Inghilterra è storicamente una derivazione della Compagnia dei Muratori di Londra, che per decreto reale poneva al centro dei propri doveri il rigetto del cattivo lavoro ; è proprio a tutela della qualità del lavoro muratorio che il Marchio fu creato, e disconoscerlo equivarrebbe simbolicamente a volervi rinunciare. Ma il crescente successo dei Moderns sortirà il suo effetto : lungo tutto l’arco della prima metà del diciottesimo secolo le testimonianze scritte del Marchio in Inghilterra si diradano progressivamente, fino a sparire del tutto. Riappariranno, dapprima stentatamente, nella metà successiva.

Apparentemente esclusa dal divampare di tali polemiche è la Massoneria scozzese, che mantiene il Marchio come parte integrante del grado di Compagno. Non manca la sua citazione nel Libro di Loggia di Kilwinning, dove tra il 1674 e il 1720 si fa menzione della sua concessione a tre diversi Fratelli. Ma a partire dal 1736, in seguito alla fondazione della Gran Loggia di Scozia, la sua pratica nelle Logge comincia progressivamente a decadere (lo salverà il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale incorporandolo nel proprio sistema, e vedremo più avanti quanto tale svolta sia destinata a rivestire enorme importanza nella storia del grado).

La decadenza, tuttavia, fu lenta, e proprio dalla Scozia ci viene la prima testimonianza indiscutibile della somministrazione del Marchio non ai Compagni, ma ai Maestri : l’articolo 68 dei Regolamenti della R:. L:. Doric Kilwinning, n°68 all’Oriente di Glasgow (datato 1758) recita infatti qualunque membro ammesso nella Loggia e iniziato Apprendista dovrà pagare nove scellini, (…) uno scellino e sei pence per passare Compagno, due scellini per ascendere a Maestro e uno scellino e un penny e mezzo per essere fatto Maestro del Marchio.

Quanto all’Irlanda, lo storico della Massoneria deve fare i conti con due problemi fondamentali : primo, la gran quantità di documenti che è andata dispersa o smarrita nelle guerre civili ; secondo, l’esistenza di un numero sterminato di antichi gradi autoctoni dei quali si sa poco, che spesso portavano nomi uguali l’uno all’altro o anche uguali a gradi praticati in forma diversa in Inghilterra. Soprattutto a partire dalla fondazione della Gran loggia d’Irlanda (1725), diventa pressoché impossibile stabilire cosa si celi sotto il titolo di un dato grado.

L’introduzione delle nuove forme causò, come prevedibile, varie proteste, ma meno di ciò che si crederebbe ; nel complesso, le Officine irlandesi accettarono di buon grado la rivoluzione hiramita, anche se molte ottennero dispense per continuare a praticare i loro antichi gradi che oggi non fanno altro che aumentare la confusione. Ma nella maggioranza dei casi, invalse l’uso di continuare a tramandare gli antichi gradi oralmente ; questo permise, una volta che la Gran Loggia d’Irlanda si era conquistata il suo spazio di autonomia da Londra, di reintegrarli nel nuovo sistema, dando origine al fenomeno internazionalmente noto come massoneria allargata.

Tra i gradi sussidiari (diplomatica definizione !) che progressivamente fecero la loro ricomparsa nella seconda metà del secolo c’era il Marchio locale, tramandato soprattutto nell’ambito degli encampments templari ; non ci sono pervenute versioni scritte dei suoi rituali originari, ma sappiamo che comprendevano la posa, da parte del Candidato, di una vera Chiave di Volta su un Arco incompleto. Su questa erano incisi caratteri misteriosi che secondo lo storico Crossle significherebbero Gloria, ma l’interpretazione non è certa.

E’ plausibile comunque che gli Antients, nel loro lavoro di recupero e valorizzazione degli antichi gradi, abbiano introdotto in Inghilterra la pratica del Marchio irlandese, o almeno di alcune sue parti, anche se non sempre di facile identificazione ; ritroveremo infatti l’usanza della posa della Pietra in almeno un rituale inglese.

Un ultimo dettaglio che non può essere tralasciato riguardo alla Massoneria irlandese è che gli Irlandesi furono gli inventori delle Logge militari, che tanto si adoperarono per la diffusione della massoneria nel mondo. Queste Officine godevano della massima stima dei loro Ordini, vuoi per il loro esemplare attaccamento all’Istituzione che li spingeva a portare avanti i lavori anche in condizioni di estremo disagio, vuoi perché un po’ tutti, nella madrepatria, erano consapevoli del loro immenso valore propagandistico ; godevano quindi di privilegi comunemente negati a una Loggia normale, come quello di poter lavorare contemporaneamente all’obbedienza di autorità massoniche diverse, in modo che tutti i militari che ne facevano parte potessero sentirsi a casa.

Un’altra concessione inevitabile, vista l’origine della maggior parte dei loro membri (che, anche se non erano di origine scozzese o irlandese, provenivano per la maggior parte da piccoli centri) era la massima tolleranza riguardo alla pratica degli antient degrees, che ne fece lo scrigno in cui molte tradizioni massoniche altrimenti destinate a disperdersi vennero preservate.

 

Dunckerley e il Marchio

Nella seconda metà del secolo, come già abbiamo accennato, testimonianza del marchio in Inghilterra ricompaiono sporadicamente a Winlaton, Hull, Durham e Newcastle ; ma il personaggio centrale tra quanti si adoperarono per il rilancio del grado è Thomas Dunckerley, un gigante della Massoneria che oggi non viene ricordato come meriterebbe.

Era nato a Oldham il 23 Ottobre 1724. Nei mesi precedenti, sua madre era stata a servizio a casa di una nobildonna presso la quale il Principe di Galles, il futuro Re Giorgio II, soleva soggiornare. Solo all’età di 36 anni Dunckerley avrebbe appreso dal suo padre anagrafico di essere il figlio naturale del Re.

In quell’anno Dunckerley prestava servizio come cannoniere sulla regia nave Vanguard, ed era reduce dalla vittoria nella guerra dei sette anni che aveva portato alla conquista inglese del Quebec. Quando seppe dei propri natali, corse a Londra e cercò di farsi ricevere dal Re, ma senza riuscirvi ; non ci furono invece problemi – in qualità di Maestro Venerabile della Loggia della sua nave – a farsi ricevere dal Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra, Lord Aberdour.

Cosa si fossero detti in quel colloquio non è dato di sapere ; si sa soltanto che Dunckerley ne uscì con in mano un incredibile passaporto il cui testo crediamo non abbia uguali nella storia della Massoneria : gli conferiva l’autorità di regolare gli affari della Massoneria nelle Province del Canada appena conquistate o in qualsiasi altra parte del globo che egli possa visitare nella quale un regolare Gran Maestro Provinciale non sia già insediato.

Non solo in virtù delle sue origini Dunckerley era stato scelto per questo compito, ma anche per le sue idee. Stracolmo com’era di Logge militari – tradizionalmente di simpatie Antient – il Canada rischiava di diventare la roccaforte Antient del mondo, con buone possibilità di eclissare il primato internazionale della Gran Loggia d’Inghilterra.

Dunckerley era l’uomo adatto per scongiurare questo rischio. Maestro Venerabile di una Loggia militare ma di obbedienza Modern, condivideva con la Gran Loggia d’Inghilterra la visione di una Massoneria fortemente centralizzata e disapprovava le disordinate tendenze Antient al localismo ; ma era nello stesso tempo un profondo conoscitore degli antichi gradi, in grado di competere addirittura con Lawrence Dermott su tale argomento. Se a questo si aggiunge che i Massoni del Quebec lo conoscevano e lo stimavano, personaggio più adatto non si sarebbe potuto trovare.

Quello che egli seppe fare della Gran Loggia del Quebec nei pochi anni della sua permanenza in Canada fu una sorta di serra in cui conservare gli antient degrees, i cui rituali aveva portato con sé dall’Inghilterra ; le Officine facevano a gara per studiarli, rilasciarli e praticarli, e sembra che in alcune di esse, addirittura, il cammino massonico dei fratelli fosse scandito dal rilascio di un antico grado ad ogni tornata.

Nel 1764, a quarant’anni, si congedò dalla marina e rientrò in Inghilterra. Dopo il rimpatrio, per alcuni anni la sua preoccupazione principale fu di farsi ricevere dal Re. Ma solo nel 1767, quando Giorgio II era passato a miglior vita, suo figlio Giorgio III riconobbe le sue origini e gli garantì una pensione di cento sterline all’anno.

In quello stesso periodo era diventato Gran Maestro un suo amico, Lord Blainey, col quale condivideva la passione per gli antichi gradi. Uomo di grande intelligenza ma non sostenuto da una buona salute, Blainey si era fatto promotore del clima di conciliazione di cui la Massoneria inglese in quel momento sentiva un gran bisogno, e fin dal primo momento Dunckerley fu al suo fianco per dargli una mano.

Il loro più grande successo ebbe luogo il 22 luglio 1767, quando superando l’opposizione dei Moderns più oltranzisti riuscirono a innalzare le colonne del primo Capitolo dell’Arco Reale sotto gli auspici della Gran Loggia d’Inghilterra : in questo modo strapparono agli Antients il monopolio dell’antico grado più prestigioso, ponendo le basi per la soluzione di compromesso che sarebbe arrivata quasi mezzo secolo dopo.

Nel 1769, Dunckerley riuscì a dotare di un Capitolo anche la sua Loggia Madre, la Antiquity di Portsmouth. Circa nel 1940 venne rinvenuta una copia del suo Libro di Loggia : era scritto in uno sconosciuto codice cifrato, tra i più complessi che in Massoneria si siano mai visti.

Appena lo ebbero in mano, gli storici della Gran Loggia Unita d’Inghilterra si resero conto che un cifrario del genere doveva celare qualcosa di molto segreto, e quando infatti riuscirono a venirne a capo, le scarne parole conclusive vergare dal Segretario furono una rivelazione :

(Il Fratello Dunckerley) ci disse di questa maniera di scrivere, che deve essere usata nel grado che possiamo trasmettere ad altri affinché i Compagni possano essere Mark Masons e i Maestri Mark Masters.

Era proprio così : non pago di aver reintrodotto nell’Ordine l’Arco Reale, per mezzo del Capitolo di Portsmouth Dunckerley aveva cercato di reintrodurre nella Gran Loggia d’Inghilterra anche il Marchio. Lo aveva fatto nella sua città natale, in una Loggia sulla cui fedeltà assoluta sapeva di poter contare, per cercar di evitare la stessa furibonda reazione di cui era stata oggetto la reintroduzione dell’Arco Reale ; e forse anche perché, essendo nella tradizione britannica Arco e Marchio due gradi nettamente separati, la notizia di un tale innesto avrebbe potuto esporlo all’accusa di irregolarità, mettendo in gioco la sopravvivenza della neonata rete di Capitoli che cercava di creare. L’esperimento, del resto, era destinato a fallire, perché dei rituali Dunckerley in seno alla Gran Loggia d’Inghilterra non rimase traccia.

Per vari decenni gli storici della Massoneria hanno discusso intorno alla loro natura.  Sebbene la cosa non possa essere provata definitivamente, è quasi certo che si trattasse del tipo di Marchio che veniva praticato nella Loggia del reggimento scozzese Inniskilling Dragoons.

Ciascuno dei due gradi è costituito in prevalenza da un lungo discorso, composto da un elenco di doveri e da una Lettura. Non c’è ancora nessuna traccia di Sovraintendenti, nessuna Pietra viene introdotta né saggiata ; le otto lettere che vengono date al Maestro del Marchio sono ancora sei, H T S W S S (Hyram of Tyre, Son of the Widow, Servant of Solomon).

In entrambi i rituali la parte dinamica è assai ridotta, e tutto il fascino e la bellezza irradiano dall’eccezionale qualità espressiva delle Letture, che li fanno annoverare tra i più bei rituali della Massoneria settecentesca. Ecco la Preghiera che costituiva la Chiusura del grado di Maestro :

Prima di congedarvi, vi raccomando di riporre la vostra fiducia nell’Essere Supremo che è una Forza per il bisognoso nella sua angoscia , un rifugio dalla Tempesta quando le raffiche dei malvagi tempestano le Mura, e possano le vostre vite rafforzate da questa fiducia riflettere l’onore del grado di Maestro del Marchio, e tramite la nostra integrità e la nostra purezza fare di noi uomini in tutto simili al grande Uomo il cui nome è inciso sul nostro Marchio.

In tarda età, i tributi di stima che giungevano a Dunckerley da ogni parte cominciarono ad aver ragione della sua viscerale opposizione per le alte cariche. Finì per diventare Gran Maestro di otto Gran Logge provinciali contemporaneamente, onore mai toccato a nessun altro Massone nella storia.

I suoi ultimi anni di vita furono avvelenati dall’amarezza che la sua voce – sempre instancabile a indicare la via della conciliazione nel binomio “ripristino dei gradi antichi e centralizzazione dell’Ordine” fosse ascoltata sì col rispetto dovuto a un Fratello che era un mito vivente, ma nella pratica regolarmente ignorata. Morì nel 1795 : dell’esecrabile controversia che vedeva contrapposti gli Antients e i Moderns, il Fratello Dunckerley non riuscì a vivere abbastanza per vedere la fine.

 

Il ritorno del Marchio

Non era stato solo per mano di Dunckerley che la Massoneria del Marchio aveva ricominciato a manifestarsi – dal 1770 circa in poi – in varie parti del Regno Unito : se ne trovano tracce nei verbali di Officine situate a Durham, Dumfries, Bath, Nottingham, Manchester, Wigham, Oldham, Sheffield, Newcastle, Norwich, in Irlanda, in Scozia e in America – particolare degno di nota, almeno una delle Logge in questione, la Marchese di Granby di Durham, era Modern.

In alcuni casi si accenna soltanto all’avvenuto pagamento della quota per il Marchio da parte di Fratelli, in altri si parla esplicitamente di “elevazione”, il che fa supporre l’esistenza di uno specifico rituale ; anzi di due, perché quasi dovunque i gradi di Operaio del Marchio e Maestro del Marchio sono citati separatamente. Come è ovvio data l’epoca, entrambi venivano concessi in grado di Compagno, e c’è ragione di pensare che in varie Logge il grado di Maestro del Marchio facesse le veci dell’attuale grado di Maestro.

Una delle prime Logge inglesi a praticare regolarmente il Marchio fu la Loggia Minerva di Hull, fondata nel 1782 e tuttora esistente all’obbedienza della Gran Loggia del Marchio, col privilegio di poter lavorare ancora oggi secondo il suo rituale originario (sebbene col tempo sia stato sottoposto a diversi aggiustamenti).

La Minerva era spesso visitata da marinai e mercanti stranieri : sul registro è menzionata la concessione di Marchi a visitatori provenienti da Brema, Amburgo, Lubecca, Stettino, dall’Olanda e dall’America settentrionale.

Tra le numerose peculiarità che sono proprie del rituale Minerva, un curioso primato : è il più antico rituale massonico a prescrivere esplicitamente l’uso dei guanti. In esso, i Sovraintendenti siedono dando la schiena ai piedestalli dei Sorveglianti ; quanto al Maestro Sovraintendente,  siede affiancato al Maestro Venerabile dietro l’Altare.

Il Candidato viene introdotto abbigliato di un’ampia tunica e del grembiule di Operaio del Marchio ; nel corso delle tre perambulazioni, scambia il segno tanto con i Sovraintendenti che con i Sorveglianti. Altro particolare curioso : il Giuramento viene effettuato subito dopo.

Il Candidato si ritira poi nelle Cave di Tiro, e ne fa ritorno in compagnia del Primo Diacono, ognuno con una Pietra da sottoporre all’esame ; sono soltanto due Sovraintendenti a verificarle. Dopo che la Pietra portata dal Candidato è stata scartata segue la cerimonia della riscossione del Salario, ma non viene conclusa : subito dopo la Processione il Copritore Interno impugna un’ascia, e il Primo Sorvegliante indica il Candidato come un impostore.

Prima che il Maestro Venerabile si sia pronunciato sulla pena da assegnargli, emerge il problema della Chiave di Volta che è andata smarrita. Al Candidato è concesso di andare a cercare la sua Pietra ; gli coprono le gambe per proteggerle dalle macerie, e insieme al Primo Diacono perlustra il Tempio in lungo e in largo, ritrovandola infine dietro alla sedia del Primo Diacono, nell’angolo a nord-est. Dopo l’approvazione della Pietra da parte del Venerabile, gli vengono infine rivelati i segreti del grado ; le otto lettere gli vengono spiegate mediante la formula Hiram The Widow’s Son Sought This Key-Stone, diversa da quella in uso nel rituale moderno.

Nel Cheshire, la diffusione del Marchio nel periodo precedente alla Union fu interamente carico della leggendaria Loggia Viaggiante. I suoi fondatori furono un gruppo di Fratelli che avevano ricevuto il Marchio nelle Logge militari, e dopo il congedo erano rimasti disgustati dal clima di avvelenata polemica che pervadeva le Logge della madrepatria, sconvolte dal contrasto che opponeva gli Antients ai Moderns. Individuarono nel Marchio il simbolo della Fratellanza dell’antica muratoria, e con entusiasmo quasi fanatico presero a percorrere le Logge della regione somministrando il grado a chiunque si identificasse con il loro ideale ; né la loro missione era destinata a esaurirsi con la Union, come vedremo più avanti.

Ci sono poi alcuni casi sui generis. Uno senz’altro è rappresentato dalla R:. L:. Relief all’Oriente di Bury, che lavorava all’obbedienza della minoritaria Grand Lodge of All England : tutti i Marchi da lei rilasciati erano costituiti da una lettera dell’alfabeto ebraico o greco. Unico esempio nella storia, la Grand Lodge concesse un Marchio alla Loggia stessa, che veniva apposto a tutti i suoi documenti ufficiali.

Una vicenda tra il comico e l’incredibile è quella che ebbe per protagonista la R:. L:. Hope di Bradford. Anche questa aveva lungamente lavorato all’obbedienza della Grand Lodge of All England, e vantava una licenza per la concessione di Marchi che portava la data addirittura del 1713. Passata poi all’obbedienza della Gran Loggia d’Inghilterra, decisero di festeggiare il centenario con l’invio di una delegazione a Londra, per vedere se fosse possibile, appellandosi all’interesse storico, trovare un modo per farsela confermare.

Furono incredibilmente fortunati. Quando la delegazione giunse a Londra, Antients e Moderns erano a un passo dalla Union, entrambi preoccupatissimi su come i Massoni del Marchio avrebbero digerito l’esclusione del Marchio dall’Ordine. Così, dopo essere stati colmati di gentilezze, se ne tornarono a Bradford con una nuova licenza di pugno del Gran Maestro, che li autorizzava a proseguire l’emissione di Old Marks !

A Londra, roccaforte Modern, il Marchio non trovava di certo il suo ambiente più congeniale, ma approfondendo l’investigazione si scopre che vi era più diffuso di quanto si crederebbe : basti dire che era comunemente praticato nella R:. L:. Kent, n°8 all’obbedienza degli Antients, gigantesca Officina che copriva circa un terzo della città. La maggior parte dei marchi rilasciati dalla Kent erano ispirati all’attività professionale dei Fratelli : si sa di un filatore che scelse un Telaio, un marinaio un’Ancora, un birraio un Boccale.

In Irlanda, la locale Gran Loggia si barcamenava tra le forti istanze in favore degli antichi gradi che provenivano dal basso e l’evidenza che la situazione internazionale stesse orientandosi in direzione del tutto diversa. Fu senza dubbio per cautelarsi contro il futuro che creò, nel 1786, un organismo autonomo nominalmente destinato alla pratica e all’amministrazione dei gradi templari – lo Early Grand Encampment – al quale, in pratica, era delegata l’amministrazione di tutti gli antient degrees. E’ da quella fonte che proviene la principale linea di successione dell’odierna Gran Loggia del Marchio, perché l’autorizzazione alla pratica del Marchio vantata a partire dal 1817 dal Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia aveva come fonte una trentina di patenti per la Scozia emesse proprio dall’Encampment irlandese.

Alcuni passaporti del Marchio rilasciati nel primo periodo dall’Early Grand Encampment rivestono al giorno d’oggi un interesse storico eccezionale : sono infatti da annoverare tra le poche testimonianze rimaste di una famiglia di rituali del Marchio oggi completamente estinta, il Cain’s Mark. Se ne possono trovare le tracce dovunque i Maestri del Marchio solessero autodefinirsi Mark’d Masons, Massoni Marchiati : un’usanza che, come abbiamo riscontrato nelle Letture Harodim, risale agli operativi. In tutti i casi dove questo avvenga, il riferimento scritturale d’obbligo (e talvolta dichiarato) va ricercato allora nella leggenda massonica di Caino e Abele :

Quando il numero della razza umana aumentò, le loro malvagie passioni entrarono in azione ; e Caino, influenzato dall’invidia, rinnegò i princìpi della Massoneria, e tolse la vita a suo fratello. A questo seguì il giudizio, e la sentenza della Divinità (…) e il fratricida e la sua famiglia vennero cacciati, Caino essendo protetto da chi voleva esercitargli violenza da un Marchio particolare che lo distingueva dal resto dell’umanità. Sulla natura di questo Marchio, molte sono state le congetture degli antichi : alcuni hanno immaginato che avesse impressa la parola ABEL, altri che le quattro lettere formassero il Nome di Dio.

Infine, in America, la semina praticata dalle Logge militari aveva portato un po’ dovunque frutti vigorosi, e quasi dovunque il Marchio era praticato in combinazione con l’Arco Reale ; dalle carte della R:. L:. St. John all’Oriente di Middleton, Connecticut, emerge addirittura che in questa Officina il Marchio non era considerato un requisito necessario per accedere all’Arco Reale, bensì viceversa.

Curiosa anche una lista di Marchi assegnati dalla St. John : un Covone di Grano, una Mano nella Mano, Sette Candelieri, Cinque Punti, una Nave, un’Aquila Calva, un Pulpito, il Polo Nord, una Colomba recante un Ramo d’Ulivo, un Torchio da Stampa, una Sfera di Cristallo. In molti casi, il Marchio era ornato anche da un motto : per esempio, intorno al Torchio da Stampa era scritto “combattere la parzialità, astenersi dall’anarchia”.

 

Gli antichi rituali

Come abbiamo già accennato a proposito del Cain’s Mark, le antiche forme del Marchio possono essere raggruppate in varie famiglie, ciascuna composta da rituali somiglianti fra loro e più o meno caratterizzati da un’origine comune. Una delle più estese e ramificate è quella dei rituali in qualche modo imparentati con l’antica Massoneria di York, nella quale possono essere individuati vari stadi di evoluzione.

Una delle forme più arcaiche veniva praticata negli anni ottanta del Settecento in Giamaica e a Charleston, evidentemente introdotta da qualche Loggia militare ; mancano i Sovraintendenti e i Diaconi svolgono il ruolo del Copritore Esterno. In questa versione i due gradi del Marchio venivano ancora somministrati separatamente.

Più estesa e interessante è la cerimonia di primo grado. Una volta introdotto ad opera del Fratello Terribile, ci si aspetta dal Candidato che egli compia addirittura sedici giri della Loggia, ciascuno collegato a una prova (ma dopo che ha compiuto i primi quattro con successo, il Maestro Venerabile lo dispensa dal continuare). Esamina a questo punto la Pietra da lui portata, ma la trova imperfetta e gli ordina di buttarla ; il Candidato esegue questo gesto alzandola con ambo le mani e scagliandola dietro la spalla sinistra.

Gli viene poi richiesto un obolo di tredici centesimi per la Loggia, ma il Candidato – privato dei metalli – non ha con sé il denaro. Il Venerabile lo rimprovera : che è mai, Fratello mio ? Rifiutare una così piccola somma per il sollievo dell’umanità sofferente ! Il Grande Architetto ve ne chiederà conto.

Un Diacono lo invita allora a stendere la mano sull’Altare per ricevere il Salario, ma quando il Candidato esegue il Secondo Sorvegliante brandisce minacciosamente un pugnale e gli graffia il polso. Gli viene allora chiesto se è disposto ad assumere un impegno, e alla sua risposta affermativa i lavori vengono sospesi per un breve rinfresco, a cui seguono il Giuramento, la somministrazione del Marchio, la comunicazione dei segreti del grado, ecc.

In un altro rituale molto simile – contenuto nel cosiddetto manoscritto Watson – abbiamo la prima comparsa delle otto lettere, che erano allora T W S T O D A N, ovvero The Widow’s Son Tribe Of Dan And Naphtali ; dal modo in cui erano raffigurate sul gioiello del grado, si è ipotizzato che costituissero la chiave di un cifrario. Nel Watson, l’intera cerimonia di somministrazione del Marchio veniva svolta in grado di Compagno.

Due prodotti più recenti di questa famiglia erano i rituali praticati dall’Antiquity Preceptory dei Cavalieri Templari e dalla R:. L:. Howe di Birmingham (in essi, la formulazione delle otto lettere varia dall’uno all’altro : da una parte H T W S S T K S, dall’altra H T S W S T K S).

In entrambi i casi, i lavori venivano già aperti in grado di Maestro del Marchio ; abbiamo già l’introduzione di due Candidati (uno dei quali impersonato da un Diacono) e l’esame delle loro pietre da parte di tre Sovraintendenti. Pur con testi diversi, la rappresentazione procede secondo un canovaccio molto simile a quello attuale.

Interessante e dettagliata la fase del recupero della Pietra che era stata scartata : il Maestro Venerabile istruisce il Candidato sul come fare a incidervi sopra i giusti caratteri, dopodiché il Candidato viene sottoposto a varie perambulazioni prima di essere chiamato a collocare egli stesso la Pietra al sommo dell’Arco.

Dopo il Giuramento e la comunicazione dei segreti, segue una Lettura di notevole interesse simbolico. Per riassumerla : dopo aver scoperto come si crea un Arco, Hiram Abif lasciò la Chiave di Volta nel portico del Tempio per usarla più avanti. Venne trovata da quindici Compagni, i quali supposero che i misteriosi caratteri incisi su di essa fossero il Marchio del Maestro, che essi disperavano di ricevere, e la trafugarono.

Non molto tempo dopo, Hiram morì, potando nella tomba il suo segreto. Un altro ingegnoso Compagno risolse il problema legato al completamento dell’Arco, ma i suoi gelosi colleghi gettarono la sua Pietra nel fiume ; dopo varie peripezie, il Compagno riuscì a recuperarla e a rimetterla al suo posto, e solo a questo punto gli accadde casualmente di ritrovare la Pietra originale scolpita da Hiram, e la sistemò trionfalmente sull’Arco al posto della propria.

In definitiva, una delle caratteristiche più interessanti di questa famiglia di rituali è la tendenza ad avvicinarsi armonicamente – nel corso della loro evoluzione – al simbolismo dell’Arco Reale. Un’altra è la suggestiva bellezza delle loro Chiusure ; citiamo qui per esteso quella del rituale Cumberland.

Prima di separarci, adoriamo il Grande Architetto dell’Universo, padre di ogni bene. Possa Egli estendere a noi la Sua protezione, sostenerci con la Sua forza, renderci capaci di resistere alla tentazione e di glorificarlo nelle nostre vite (…) nella ferma speranza che quanto abbiamo espresso simbolicamente nel nostro lavoro possa infine, attraverso la Sua misericordia, essere ricevuto nel Tempio vivente, non edificato dall’uomo, che è eterno nei cieli.

Un’altra importante famiglia di antichi rituali – originaria del nord-est dell’Inghilterra – era quella fondata sulla leggenda biblica di Daniele. Come è noto, gli avvenimenti narrati nel Libro di Daniele risalgono al periodo della seconda edificazione del Tempio, come pure la leggenda dell’Arco Reale ; quindi questi rituali godettero di particolare fortuna negli anni successivi alla Union, per sottolineare le affinità e la stretta parentela dei due gradi, tanto in chiave polemica quanto da chi avrebbe aspirato a una loro integrazione o fusione.

Il loro punto centrale è il passaggio del Giordano da parte degli Ebrei di ritorno a Gerusalemme : uno dei temi più ricchi di simbolismo esoterico per i Massoni interessati alla trasmutazione interiore. In alcune delle versioni più antiche, il passaggio avviene su un Ponte sostenuto da due colonne strettamente imparentate con J e B ; ne abbiamo ancora oggi diverse rappresentazioni raffigurate su antichissimi Quadri di Loggia. Ma un Massone di Newcastle che si rivela assai erudito riguardo agli aspetti simbolici della leggenda scriveva nel tardo Settecento : non è importante stabilire se il Ponte in questione corra tra un pontile e una nave o tra una riva e l’altra di un fiume. Era un ponte, e i Figli di Israele dovevano attraversarlo per proseguire il loro viaggio verso casa. Qualcuno pensa che fosse un guado di pietre, da attraversare balzando dall’una all’altra.

Ne esistono svariate versioni, il cui schema comune è il seguente : Il Re di Babilonia ha fatto un sogno e nessuno lo sa interpretare. Daniele viene portato davanti al Re, che gli racconta il sogno ; Daniele lo interpreta, e chiede come ricompensa di essere lasciato libero di tornare a Gerusalemme per provvedere alla ricostruzione del Tempio. Il Re glie lo concede, e lo affida a un suo cortigiano perché lo conduca fino al Fiume. A questo punto, al Candidato viene concesso il Marchio e viene istruito riguardo al simbolismo del grado ; infine passa il Fiume e si procede alla Chiusura.

Questo è un semplice schema, ma le numerosissime versioni del rituale sono ricche e affascinanti. Diverse le descrizioni del sogno del Re : da un leone che minaccia di divorare lui e la sua casa a una statua edificata con diversi materiali che crolla e si distrugge. Diverse le peripezie di Daniele : dal semplice valicamento di un’assicella che simboleggia il Fiume a varie vicissitudini simboleggiate da complesse Letture, Catechismi e Prove. In alcuni, Daniele non è solo : i prigionieri sono un gruppo. In altri, la sua interpretazione del sogno viene premiata con vari onori. In taluni viene sceneggiato non solo il Passaggio del Fiume, ma anche l’arrivo a Gerusalemme ; altri ancora si avventurano oltre, accennando alla Ricostruzione del Tempio e saldandosi in tal modo con altri importanti antient degrees quali lo stesso Arco Reale e la Red Cross of Daniel. In definitiva, la perdita di questa importante famiglia di rituali e del suo simbolismo può essere definita come la principale carenza dell’attuale versione del Marchio.

Per quanto riguarda la Scozia, le antiche forme di Marchio sono riducibili a quattro : Fellow Craft Mark (per i Compagni), Mark Master (per i Maestri), Fugitive Mark (per i Compagni dell’Arco Reale) e Hint to a Wayfarer, o Christian Mark (per i Cavalieri Templari). I primi due figurano ancora, rispettivamente come 5° e 6° grado, nell’Early Grand Scottish Rite, la versione… scozzese del Rito Scozzese.

Nella leggenda legata al grado di Mark Master, quando Hiram Abif ottenne la supervisione dei lavori della Chiave di Volta vi trovò già impiegato, nel ruolo di Sovraintendente, un parente di Re Salomone, e fu quindi costretto ad assumere un ruolo subordinato. Un giorno, mentre dirigeva il posizionamento di una grossa pietra al culmine della Porta Nord del perimetro del Tempio,la pietra precipitò sul Sovraintendente, il cui nome era Cavelum, e lo uccise.

Re Salomone fu tanto afflitto da questa tragedia da disporre che la Porta Nord fosse murata per sempre, senza immaginare che questo evento sarebbe stato la causa della morte di Hiram : infatti, se fosse stata aperta quando egli fu aggredito dai tre Malvagi Compagni, sicuramente sarebbe riuscito a fuggire. E’da notare che questa osservazione è applicabile solo al rituale di terzo grado scozzese, nel quale i malvagi si piazzano alle Porte Sud, Est e Ovest ; non in Inghilterra e in Irlanda, dove sono disposti a Sud, Nord e Est. E’ anche da osservare che Sud, Est e Ovest sono nel Marchio scozzese le posizioni dei tre Sovraintendenti.

Una variante del Mark Master caratterizzata da un interessante rituale è il cosiddetto Mark of Chair Master, originario del Kinrosshire ; nell’ottocento, la sua pratica era ormai limitata a non più di tre officine. Tra le molte sopravvivenze interessanti, i Sovraintendenti (che non erano ancora Ufficiali) erano dotati di due Marchi diversi, uno di approvazione e uno da posizionamento. Per quanto si tratti di un rituale per molti versi già vicino a quello odierno, si notano innumerevoli  piccole differenze : per esempio, il Primo Sovraintendente che ha commesso l’errore di gettare via la Pietra viene addirittura rimpiazzato dal Candidato.

Dal punto di vista della storia del Marchio odierno, il rituale scozzese più interessante è quello di origine templare che fu in seguito adottato dal Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia, trascritto da Hector Gairn e riadattato per l’uso massonico da due personaggi che incontreremo più avanti : i dottori Beveridge e Jones.

Sebbene questi ultimi siano stati i fondatori della Loggia Bon Accord di Londra, non è questo il rituale che adottarono per la loro Officina ; venne praticato però da un gran numero di Logge inglesi che lavoravano all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo, e per questa ragione la sua influenza sul rituale del Marchio moderno fu grande. E’ anche il rituale che collega direttamente l’esperienza di Thomas Dunckerley al Marchio di oggi, perché è quasi certo che derivi da quello praticato nella Inniskilling Dragoons ; gli adattamenti, però, dovettero essere oltremodo numerosi, perché l’influenza degli originari rituali Dunckerley è riconoscibile a stento.

Anche in questo rituale i Sovraintendenti non sono Ufficiali, e neppure i Diaconi : sono il Maestro Venerabile e i Sorveglianti a condurre l’intera cerimonia. Soltanto in due delle quattro versioni oggi conservate è già contemplata la presentazione delle tre Pietre (nella terza, di due sole ; nella quarta, la Pietra da esaminare è fin dall’inizio nelle mani dei Sovraintendenti) e in tutte e quattro il Marchio non viene scelto ma semplicemente assegnato.

Invece il rituale che sarebbe stato adottato dalla Bon Accord apparteneva alla famiglia dei cosiddetti rituali Fuller, dal nome dello studioso che ne individuò l’origine comune : in essi addirittura i Sovraintendenti non compaiono di persona, ma vengono soltanto citati dal Primo Sorvegliante. Il lavoro è alla gloria del Grande Geometra dell’Universo, e una sua peculiarità è che la cerimonia del Pagamento del Salario non vi svolge la funzione odierna, ma è compresa nella Chiusura.

Con questa rapida panoramica abbiamo sfiorato tutte le principali varietà di antichi rituali ; seguiamo ora le vicende che, dalla diaspora di antient degrees caratteristica della Massoneria settecentesca, determinarono poco per volta il configurarsi e il sorgere della Massoneria del Marchio contemporanea.

 

Il Marchio nella clandestinità

Il giorno 27 dicembre 1813 venne firmata la Union, lo storico trattato di pace che – decretando la riunificazione tra Antients e Moderns – diede origine alla Gran Loggia Unita D’Inghilterra (UGLE). L’articolo 2 del Protocollo di Unione era più che esplicito : la pura e antica Massoneria consiste di tre gradi e non di più. Fu un regalo piuttosto sgradito per tutti i fratelli che praticavano gli antient degrees, incluso il Marchio, i quali si aspettavano che dopo la riunificazione sarebbe di nuovo stato possibile per loro praticarli regolarmente in seno all’Ordine.

A partire dal 1813, in Inghilterra, il Marchio venne praticato soprattutto negli Encampments templari, inserito in questo o quel sistema di gradi cavallereschi. Comunque, la clausola che consentiva alle Logge ex-Antient di continuare a praticare gli antichi gradi purché al di fuori del sistema dei gradi azzurri fu ampiamente sfruttata, per periodi di tempo più o meno lunghi a seconda dei luoghi.

Altre officine, come la Friendship a Davenport, Cornovaglia, preferirono continuare il percorso come Logge del Marchio indipendenti, e un gran numero di esse avrebbero prosperato lungo tutto l’arco del secolo per confluire poi nella Gran Loggia del Marchio. La Friendship costituì anche una squadra itinerante di fratelli (non una Loggia Viaggiante come quella del Cheshire) che girava per le officine conferendo il grado ai Maestri che ne facessero richiesta, finché negli anni quaranta le Officine che erano solite ospitarli non furono scoraggiate dall’UGLE con una lettera di ammonimento.

Tracce di pratica del Marchio posteriori al 1813 si riscontrano anche a Redruth (dove il locale encampment templare praticava, sembra, una sorta di rituale Dunckerley) nonché a Callington, Liskeard, Plymouth, Bristol, Devonport, Emouth, Sidmouth e Bath ; particolarmente cospicua la sua presenza in quest’ultima città (patria dei rituali Antiquity e Royal Cumberland), dove la Loggia Royal Sussex venne fondata nel 1812 all’obbedienza degli Antients, e a detta di un suo membro (il fratello Samuel Lazarus) continuò a praticare il Marchio secondo gli antichi costumi (ovvero in seno all’Ordine) addirittura fino al 1823.

Nello Hampshire, il Capitolo Friendship di Portsmouth, fondato da Dunckerley, continuò imperterrito ad assegnare il Marchio fino al 1844, a Fratelli di ogni parte dell’Inghilterra che si sottoponevano alla trasferta per riceverlo prima di procedere oltre nel cammino dell’Arco Reale.

Ancora più irriducibili dovevano rivelarsi i Fratelli della Loggia Viaggiante del Cheshire. Quando i venti di pace avevano cominciato a soffiare tra Antients e Moderns, l’officina si era rassegnata a non aver più una guerra da combattere, e aveva preso dimora a Dukinfield con il nome di East Cheshire Mark Lodge. Ma non aveva mai abbandonato una certa tendenza al nomadismo, e dopo il 1813 decise che era venuto il momento di rimettersi sulla strada.

Una curiosa fonte di informazioni – tanto sul simbolismo del Marchio in generale quanto sulle attività della Loggia in particolare – ci viene dalle pietre tombali dei suoi membri, molte delle quali vennero incise in caratteri cifrati ; se ne possono ammirare tanto ad Ashton-under-Lyne quanto a Mottram.

Inestimabili documenti – sparsi oggi tra varie Officine – ci dicono che negli anni trenta almeno venti Officine ricevevano la Loggia Viaggiante a rotazione ; impossibile azzardare un conto anche approssimativo delle migliaia di Marchi che conferì nell’arco della sua storia.

Si suppone che la sua instancabile attività di diffusione del grado sia andata avanti almeno fino agli anni cinquanta ; e anche dopo quel periodo, come vedremo più avanti, il suo ruolo nella storia del Marchio era ben lungi dall’esaurirsi.

Drammatica, infine, è la storia della Loggia del Marchio Albany dell’isola di Wight, tuttora esistente. Venne innalzata nel 1848 grazie all’interessamento dei fratelli di una Loggia militare irlandese, la Minden Lodge, acquartierata sull’isola ; in quella occasione fecero dono alla Albany della loro preziosa Chiave di Volta finemente scolpita, ma la Albany – non volendo appropriarsi di un oggetto di tale valore – glie la restituì.

La Minden partì poi per l’India, dove venne inviata in zona di guerra per fronteggiare la rivolta dei Sepoy ; a seguito di uno sfondamento imprevisto, quasi tutti i suoi membri vennero sterminati e l’officina fu assonnata definitivamente.

Più di cinquant’anni dopo, la Chiave di Volta fu ritrovata in un remoto villaggio dell’India e amorevolmente restaurata ad opera di un Fratello locale. La Albany allora fece domanda per riaverla, ma la Gran Loggia del Bengala rifiutò di consegnarla. Ne seguì un processo massonico che sancì il torto della Albany, in quanto i suoi diritti erano decaduti all’atto della restituzione.

La Albany lavorava nei gradi azzurri all’obbedienza dell’UGLE e il Marchio all’obbedienza della Gran Loggia d’Irlanda, e a prima vista può sorprendere il fatto che nessun’altra officina inglese sia ricorsa alla medesima soluzione. La ragione è che a Wight non era mai esistita una tradizione del Marchio locale, quindi la versione irlandese venne accettata senza problemi ; invece nel resto dell’Inghilterra le differenze erano troppo marcate perché qualche Officina si sentisse invogliata a seguire il suo esempio.

Lo stesso discorso valeva parzialmente anche per la versione del Marchio praticata in Scozia ; in questo caso però, come abbiamo già anticipato, venne il momento in cui un gruppetto di Fratelli inglesi decise che valeva la pena di affrontare le possibili divergenze, e questa scelta – dalla quale sorse la genesi del Marchio moderno – è l’argomento esclusivo dell’ultima parte del nostro racconto.

 

La Bon Accord

Da quando nel 1817 la Gran Loggia di Scozia aveva riconfermato la posizione resa nota per la prima volta nel maggio 1800 : che d’ora innanzi avrebbe riconosciuto soltanto i tre Gradi Azzurri della Massoneria di San Giovanni, il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia si era sviluppato come un’entità del tutto indipendente dall’Ordine, facendosi carico a partire dal 1819 anche del governo di numerosi antient degrees, tra i quali il Marchio.

Poiché si trattava di un corpo massonico regolare, molti Massoni inglesi presero l’abitudine di recarsi nelle città della Scozia meridionale a ricevere il Marchio ; fin da allora si parlò anche di creare a Londra Logge del Marchio che lavorassero alla sua obbedienza, ma tanto la rigidità dei regolamenti del Supremo Gran Capitolo quanto i freddi rapporti che si erano venuti a creare tra la Massoneria scozzese e quella inglese fecero sì che per più di un trentennio tali progetti restassero al livello di buone intenzioni.

Poi, nel 1850, il medico Robert Beveridge – un membro del Capitolo Bon Accord di Aberdeen – si dedicò alla riforma dei rituali del Marchio scozzese, che essendo di successione templare risultava per molti versi dissonante dalla ritualità dell’Arco Reale sulla quale era innestato. Nel fare questo, incentrò la sua attenzione sulla possibilità di istituire Logge provvisorie per trasmettere il grado ; fu lui a istituire la funzione di Master of the Mark Lodge, che oggi è un carattere tipico dell’Arco Reale scozzese.

A quei tempi infatti, sebbene anche in Scozia la creazione di Logge provvisorie fosse una pratica comunemente seguita per la trasmissione del Marchio, non trovava riscontro nei regolamenti del Supremo Gran Capitolo. In seguito al lavoro di Beveridge il Capitolo Bon Accord di Aberdeen fu il primo a regolamentarla per iscritto, quando ancora nel resto del Paese non era stata approvata.

Il 7 agosto 1851 un medico londinese, William Jones, visitò il Bon Accord e ne ricevette il grado del Marchio. Essendosi reso conto che l’erudizione di Jones sulla storia del Marchio era grande, Beveridge gli chiese aiuto per il lavoro di revisione ; Jones per risposta lo invitò a Londra a casa propria, dove Beveridge arrivò non più tardi di una settimana dopo.

Quando non era impegnato a lavorare sui rituali insieme a Jones, Beveridge girava Londra da solo, recandosi ogni tanto a visitare qualche Officina (a quei tempi, non tutte le Logge osservavano la pausa estiva dei lavori).

Rimase molto sorpreso la sera del 23 agosto, quando – essendosi recato a una tornata della Emulation Lodge of Improvment – il distintivo del Marchio che portava all’occhiello attirò l’attenzione di “parecchi eminenti Massoni di Londra”, che lo accolsero con entusiasmo e lo tempestarono di domande, manifestandogli “un vivissimo desiderio di ricevere il grado.”

Il mattino seguente, Beveridge spedì una lettera urgente al Capitolo Bon Accord, informandolo dell’accaduto. Il Capitolo si riunì  in tornata straordinaria il 25 agosto, e diede mandato al Fratello William Jones – già a Londra – e a tutti i fratelli che vi si vogliano recare di assistere Beveridge nel trasmettere il grado del Marchio ai candidati Evans, Spencer e Norton.

La commissione scozzese giunse a Londra il giorno seguente, e qui sorse un problema : nel gruppetto di Fratelli messo insieme in fretta e furia c’era un solo Maestro del Marchio. Per trasmettere il grado in triangolo, si pensava che bastasse ; non si era tenuto conto che Jones, avendo ricevuto il grado meno di venti giorni prima, non aveva ancora ricevuto il suo passaporto, quindi ufficialmente non era ancora Maestro del Marchio. Forse in un’altra situazione si sarebbe potuto sorvolare sul problema ; ma tutti erano ben consapevoli di star scrivendo una pagina di storia della Massoneria, e che tutti i loro gesti e le loro scelte di quei giorni sarebbero stati accuratamente discussi e soppesati in futuro.

Si misero dunque alla ricerca, disperata e quasi impossibile (tanto più in agosto) di un altro Maestro del Marchio che potesse vantare un passaporto scozzese, e quando ormai stavano per abbandonare ogni speranza la fortuna li aiutò, facendogli incontrare in un pub un Massone delle Bermude che aveva ricevuto il Marchio dal Capitolo n°1 di Edimburgo. Fu reclutato immediatamente, e grazie alla sua partecipazione fu possibile aprire i lavori.

La sera stessa di quel 26 agosto furono creati Maestri del Marchio Evans, Spencer, Norton e altri due londinesi – i fratelli Absolon e Graves – che si erano offerti all’ultimo momento. Includendo anche Jones, si superavano di un’unità i sette fratelli che a quei tempi erano considerati necessari per la costituzione di una Loggia Azzurra, e poiché le Logge del Marchio erano ancora considerate tali, quando la commissione del Capitolo Bon Accord ripartì da Londra si lasciava alle spalle la Rispettabile Loggia Bon Accord alle Cave di Londra, all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia : una Loggia del Marchio regolare – qualcosa che la capitale non aveva conosciuto da prima del 1813.

E’ doveroso osservare che, fin dai primi giorni di vita, la regolarità della Bon Accord fu messa in dubbio dai suoi nemici. Alcune obiezioni erano senza dubbio inconsistenti (per esempio, la negazione del diritto del Supremo Gran Capitolo di Scozia di innalzare le colonne di una Loggia sul suolo inglese, o la pretesa che una Loggia provvisoria non avesse il diritto di consacrare una Loggia stabile, affermazione smentita dalla consolidata tradizione delle Logge militari) ; altre più serie, come il fatto già accennato che il suo Regolamento non prevedesse la possibilità dell’innalzamento di Logge – lo prevedeva d’altra parte il Regolamento del Capitolo Bon Accord, che lavorava alla sua obbedienza, e se mai il caso fosse stato portato di fronte alla giustizia massonica, ne sarebbe sorto un dibattito interessante.

Ma perché questo non avvenisse mai, si prestarono validamente gli “eminenti fratelli” dell’UGLE che si erano gettati anima e corpo nell’esperimento ; neppure un mese dopo, alla tornata del 18 settembre, i membri della Bon Accord raggiungevano già la quindicina, e nell’arco di tre anni si sarebbe superato il centinaio.

Le protezioni londinesi della Bon Accord furono ancora di più una fortuna se si tiene conto del fatto che, nell’arco di pochi mesi, i suoi rapporti col Supremo Gran Capitolo di Scozia erano già guastati. Per quanto le ragioni precise del dissidio non siano documentate, si è avanzata l’ipotesi che l’involontario colpevole della rottura sia stato Beveridge : tornato in Scozia molto colpito dallo spasmodico interesse manifestato dai londinesi per il Marchio, si era messo a esercitare pressioni nei confronti del Supremo Gran Capitolo – anche per mezzo di articoli di giornale – affinché la facoltà di elevare Logge del Marchio fosse regolamentata al più presto, e perché ai membri della Bon Accord fosse riconosciuto il diritto di far proseliti innalzando le colonne di altre officine in territorio inglese. Si scontrava però con la proverbiale rigidezza dell’Arco Reale in materia di regole, e forse – preso dall’impazienza – scrisse o disse ciò che non avrebbe dovuto ; fatto sta che a un certo punto né il Supremo Gran Capitolo né la Bon Accord vollero più avere che fare con lui, e l’intelligente medico scozzese dovette rassegnarsi a uscire di scena.

Per i primi due anni di vita, la Bon Accord si riunì a Portman Square a casa di Jones, che ne fu il primo Venerabile. Lavorando secondo il rituale scozzese non c’erano Sovraintendenti, i fratelli venivano detti Compagni e c’erano altre importanti differenze rispetto alla tradizione del Marchio inglese ; la consapevolezza di questi problemi andava crescendo in loro a poco a poco, mano a mano che venivano visitati da vecchi Maestri del Marchio o dai loro figli e nipoti, che con mano tremante di emozione ponevano nelle mani di Jones sgualcite copie di antichi catechismi e rituali.

Nel 1853, un gran numero di Logge canadesi – storicamente di simpatie antient –  indirizzarono all’UGLE una petizione ove richiedevano se fosse da considerarsi regolare la pratica del Marchio da parte delle Logge nel rispetto della Union, ovvero al di fuori del sistema dei gradi azzurri. L’UGLE non diede risposta, ma incaricò il Board of General Purposes di valutare la cosa ; fu quindi creato un Comitato avente il compito di stabilire se il detto grado di Massone del Marchio potesse essere considerato una parte dell’Antica Massoneria. Già la cautela con cui la domanda era formulata denota quanto l’UGLE intendesse muoversi coi piedi di piombo.

Purtroppo i canadesi non ebbero la pazienza di attendere, e nel novembre 1855 un buon numero di Officine dell’Ontario si costituirono nella Grand Lodge of Ancient, Free and Accepted Masons of Canada ; fu una secessione del tutto inaspettata che a Londra causò un grave trauma, e pur proiettando il dibattito sul Marchio al centro dell’attenzione, indubbiamente si ripercosse negativamente sulla sua serenità.

Nel frattempo la Bon Accord era ancora al centro delle polemiche sulla sua presunta irregolarità : nel maggio 1855 i suoi avversari avevano chiesto e ottenuto che fosse resa pubblica la sua patente, e si era allora saputo che il Supremo Gran Capitolo non glie l’aveva rinnovata da ben tre anni. Per quanto gli Scozzesi si dimostrassero assai riluttanti a radicalizzare lo scontro con l’adozione di provvedimenti ufficiali, c’era a Edimburgo un ala di “falchi” che sognava di gestire a modo proprio l’espansione delle Logge del Marchio di obbedienza scozzese in Inghilterra, e premeva rumorosamente con lettere ai giornali perché la Bon Accord fosse definitivamente estromessa.

La loggia londinese non mancava di rispondere colpo su colpo alle accuse, ma ora che poteva contare su oltre centoventi fratelli a piedilista poteva permettersi di guardare alla questione del riconoscimento con un certo distacco, ed era piuttosto concentrata a osservare l’evoluzione della questione del Marchio in seno all’UGLE, che giorno dopo giorno sembrava promettere sviluppi sempre più interessanti ; ben cinque dei suoi membri erano entrati a far parte del Comitato del Board.

Nel maggio 1855 venne installato Maestro Venerabile un giovane aristocratico : Lord William Henry Leigh di Stoneleigh – amico personale del Gran Maestro dell’UGLE, il conte di Zetland – e ci fu chi vide in questa nomina un forte segno che nell’UGLE il vento nei confronti degli antient degrees stava cambiando.

Prima del termine di quell’anno, accadde in Scozia qualcosa di inatteso : piuttosto maldestramente, i nemici della Bon Accord avevano ottenuto che venisse ritirato il riconoscimento al Capitolo Bon Accord di Aberdeen, con l’accusa di aver promosso la costituzione di una Loggia irregolare. Ma molti altri Capitoli reagirono con sdegno verso un provvedimento che considerarono ingiusto, ai danni di fratelli che con il loro impegno personale avevano permesso al Supremo Gran Capitolo di fregiarsi di una prestigiosa Officina nella capitale : ne seguì uno scontro generale, talmente esteso da scuotere la stabilità dell’Arco Reale scozzese dalle fondamenta.

Allora il Supremo Gran Capitolo fece marcia indietro. Non gli riuscì di recuperare il Capitolo Bon Accord, che offesissimo era andato a porsi all’obbedienza di un Encampment templare, ma cambiò in fretta e furia i propri Regolamenti includendo la possibilità della creazione di Logge del Marchio in terra straniera ; un provvedimento (già auspicato invano da Beveridge) che, oltre a risolvere il caso della regolarità della Bon Accord, poneva le basi per una possibile espansione delle Logge del Marchio scozzesi in Inghilterra.

Lo scenario che allora sembrava stesse delineandosi era un imminente confronto tra Supremo Gran Capitolo e UGLE per il controllo del grado del Marchio sul suolo inglese.

 

La grande illusione

Il periodo in cui sembrò che l’UGLE fosse intenzionata a riammettere il Marchio in seno all’Ordine è tuttora segnato da lacune informative che lo rendono di difficile decifrazione. Sembra accertato tuttavia che le cose siano andate più o meno così : esisteva in seno all’UGLE una minoranza di fratelli (mai venuti chiaramente alla luce) favorevole ad una cauta reintroduzione degli antient degrees, o perlomeno dei più importanti di essi, cominciando dal Marchio. Il conte di Zetland sarebbe stato dalla loro parte, e l’elezione a Maestro Venerabile della Bon Accord del suo amico Lord Leigh sarebbe da interpretare come una tappa di questo progetto.

A un certo punto, tuttavia, Zetland si rese conto che l’opposizione dei modernisti più intransigenti era tanto forte da far temere una grave spaccatura ; quindi fece marcia indietro, consigliando segretamente a Lord Leigh di mutare a sua volta i propri piani e di dare vita a una Gran Loggia del Marchio autonoma che avrebbe potuto godere di un appoggio indiretto da parte dell’UGLE.

Ma procediamo con ordine. Dopo otto mesi di lavoro, il Comitato formato dall’UGLE per decidere i destini del Marchio dopo i fatti canadesi pubblicò il 1° febbraio 1856 le seguenti conclusioni :

Il Comitato(…), in relazione al grado del Marchio – essendosi congiuntamente impegnato in un’inchiesta e investigazione sull’argomento a lui sottoposto (…) è giunto alle seguente unanime risoluzione : (…) che (…) il cosiddetto grado di Massone del Marchio NON costituisce una parte del grado dell’Arco Reale, e che NON è un grado della Massoneria Azzurra, costituendo in realtà UNA GRAZIOSA FORMA DI PERFEZIONAMENTO DEL GRADO DI COMPAGNO. Ma è dell’opinione che non ci sia nulla di obiettabile contro tale grado, né nulla che militi contro l’Universalità della Massoneria (…) e CHE POSSA ESSERE CONSIDERATO.

La delusione e l’incertezza furono grandi : in pratica, il Comitato non aveva risposto a nessuna domanda. Non era chiaro cosa significasse una graziosa forma di perfezionamento del grado di Compagno (espressione che molti Maestri del Marchio trovarono offensiva) né la chiusura, vero capolavoro di ambiguità : che possa essere considerato. Venne avanzata l’ipotesi che all’interno del Comitato fossero stati presenti uno o più fratelli radicalmente contrari alla reintroduzione del grado, e che questi avessero fatto ostruzionismo opponendosi a qualsiasi forma di enunciazione positiva.

Ma il tempo dell’incertezza durò soltanto trentatré giorni per essere sostituito dall’euforia, tanto più viva quanto inattesa. Due membri del Comitato simpatizzanti per il Marchio (John Hervey, membro della Bon Accord, e Peter Matthews) avevano proposto che alle conclusioni venisse aggiunta una postilla per precisare ciò che il verdetto – a leggerlo bene – implicava : ovvero che poiché il grado del Marchio non è parte della Massoneria dell’Arco Reale, ogni decisione riguardo alla sua introduzione in Massoneria deve essere lasciata alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra.

La postilla era stata accettata, e poco più di un mese dopo – il 5 marzo – l’UGLE emanava questa incredibile Risoluzione : che il grado di Massone del Marchio o Maestro del Marchio (…) non è in contrasto con gli antichi landmarks dell’Ordine, e che il grado è un’aggiunta e una parte anteriore (form part) della Massoneria Azzurra, e che di conseguenza PUO’ ESSERE CONFERITO DA TUTTE LE LOGGE REGOLARI E RICONOSCIUTE, SECONDO LE REGOLE CHE SARANNO APPRONTATE DAL BOARD OF GENERAL PURPOSES E APPROVATE E SANZIONATE DAL VENERABILISSIMO GRAN MAESTRO.

Il documento proseguiva affidando al Board of General Purposes il compito di elaborare i Regolamenti e la futura posizione statutaria del grado del Marchio, possibilmente in tempo per la Gran Loggia che si sarebbe tenuta a giugno.

Questa Risoluzione era firmata dal Gran Maestro, e possiamo immaginare le domande che si posero in quei giorni tutti i Massoni che ne giunsero a conoscenza : la Union era cancellata ? Si ritornava agli antient degrees ?

Guardando i fatti a posteriori, possiamo supporre che Hervey e Matthews avessero agito di concerto con il gruppo di amici del Marchio presente nell’UGLE, nel tentativo di ribaltare il fallimento del Comitato con un colpo a sorpresa, e fossero consapevoli che l’inevitabile reazione dei modernisti ne avrebbe reso il risultato finale assai incerto.

Una conferma indiretta ce ne viene dalle reazioni in seno alla Bon Accord, che furono assai tiepide e in un certo senso sorprendenti. Il 21 maggio – due settimane prima della Gran Loggia in cui il Board avrebbe presentato i suoi risultati – venne tenuta una tornata straordinaria, il cui verbale ha termine con queste parole : è stato in questa tornata che vennero fatti i passi conclusivi per la costituzione di una Gran Loggia di Maestri Muratori del Marchio, e il Venerabilissimo Fratello Lord Leigh è stato invitato ad assumere la carica di Gran Maestro della Massoneria del Marchio per l’Inghilterra.

Questo, ovviamente, lascia supporre che nei due mesi che erano trascorsi dopo la Risoluzione la situazione fosse cambiata di molto, e che i Fratelli fossero già al corrente che di lì a due settimane tutte le speranze di riammissione del Marchio in seno all’UGLE sarebbero naufragate.

Molto significativamente, Lord Leigh non era presente alla Gran Loggia del 5 giugno 1856, nel corso della quale era prevista la presentazione del nuovo Regolamento messo a punto dal Board e la sua votazione. Ma prima ancora che ne venisse data lettura, l’ultraottantenne Presidente Emerito del Board – il Venerabilissimo Fratello Henderson – chiese a sorpresa di parlare, e si lanciò in una feroce requisitoria contro il Marchio ; ribadì fermamente che l’UGLE non doveva consentire nessuna innovazione in materia di gradi, negando addirittura che essa, dal punto di vista della giurisprudenza massonica, ne avesse il potere.

Dopo questo intervento, come è ovvio, si accese la battaglia ; ma fu molto più tiepida di quanto si potrebbe pensare. Infatti, se gli amici del Marchio avessero voluto attaccare a fondo, avrebbero potuto appellarsi al fatto che esisteva una Risoluzione a firma del Gran Maestro in base alla quale il Marchio era da considerarsi già riammesso, si poteva tuttalpiù discutere sul come : in questo modo la questione sarebbe passata nelle mani della giustizia massonica, e le possibilità di ottenere un verdetto favorevole erano alte. Invece accettarono di andare al voto, sebbene lo stesso Gran Maestro Zetland – spiazzando tutti – si fosse dichiarato contro la riammissione del Marchio, con la scusa di non voler dare adito a pericolose divisioni.

In queste condizioni la sconfitta era più che certa, e infatti il nuovo Regolamento fu sonoramente respinto ; un altro indizio che quel mattino del 5 giugno 1856 i giochi dietro le quinte erano già fatti da tempo.

 

La Gran Loggia del Marchio

Appena fu chiaro a tutti che la possibilità di riammissione del Marchio nell’Ordine era sfumata, i due piani alternativi preparati fino ad allora entrarono in azione : mentre il progetto della Bon Accord di costituirsi in Gran Loggia del Marchio andava avanti, altri Fratelli tornavano a guardare alla Scozia.

Appena venuti a conoscenza del risultato del voto dell’UGLE, il 18 giugno 1856 tre Fratelli londinesi fecero richiesta al Supremo Gran Capitolo di una patente, che venne subito accordata. Nacque così la Loggia Saint Mark, n°1 alle Cave di Londra, all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo di Scozia, e nei mesi successivi ne vennero innalzate alla stessa obbedienza altre due : l’invasione scozzese era cominciata.

Sul fronte opposto, la Bon Accord si riunì il 23 giugno 1856 in tornata straordinaria “per prendere in considerazione la possibilità (…) di istituire una Gran Loggia del Marchio per l’Inghilterra e le sue dipendenze”. Alla tornata presero parte rappresentanti di altre tre officine londinesi indipendenti – la Phoenix, la Keystone e la The Mark, e come recita il verbale “alla conclusione di quest’incontro i membri della Bon Accord, con l’assistenza delle tre Logge precedentemente menzionate, procedettero alla formazione della Gran Loggia del Marchio”, della quale Lord Leigh venne eletto Gran Maestro.

La notizia venne resa pubblica a luglio, mediante un’inserzione sul Times che suscitò immediate reazioni. Quasi subito, un sostenitore del Supremo Gran Capitolo di Scozia scrisse alla Freemason’s Magazine negando che la nuova Gran Loggia avesse il diritto di autoproclamarsi tale : un argomento inconsistente alla luce del diritto massonico – giacché le Logge del Marchio, come la stessa UGLE aveva recentemente ribadito, andavano equiparate in tutto e per tutto alle Logge Azzurre, e come tali avevano diritto a federarsi senza bisogno di autorizzazioni – ma che traeva alimento dal sospetto di irregolarità che aveva accompagnato la Bon Accord fin dagli inizi.

Di lì a poco la polemica dilagò, trovando sfogo in  un gran numero di lettere e articoli per tutto il 1857 e buona parte del 1858. Sulle prime, la Gran Loggia del Marchio sembrò avere la peggio : non solo per i dubbi legati alle origini della Bon Accord, ma anche perché l’insuccesso nell’operazione di aggancio all’UGLE veniva da molti imputata ai presunti errori di Lord Leigh e dei suoi amici, se non addirittura a un doppio gioco da parte di lui. In questo clima di sospetto e sfiducia, la Gran Loggia non incontrò nei suoi primissimi anni di vita nessuna nuova adesione, mentre al contrario il Supremo Gran Capitolo di Scozia continuava a aumentare il numero delle sue officine sul suolo inglese, che alla fine del 1858 erano già quindici.

Non solo, ma a partire dal 19 ottobre 1856 le autorità per il rilascio del grado del Marchio sul suolo inglese erano diventate addirittura tre : infatti i membri dell’irriducibile Ashton Mark Lodge – la più autorevole Loggia del Marchio indipendente, derivata dalla Loggia Viaggiante del Cheshire – avevano dato vita alla United Grand Lodge, che trovò grandi consensi soprattutto nell’ambito delle Logge indipendenti di provincia, e per lungo tempo sovrastò la Gran Loggia del Marchio quanto a numero delle officine. La sola ragione per cui la United non entrò mai seriamente nel gioco è che era completamente sprovvista di agganci sociali di rilievo, e dopo oltre un quarantennio di gloriosa attività sarebbe amichevolmente confluita nella Gran Loggia nel 1900.

In questa fase di crisi, la Bon Accord era anche travagliata da dissapori interni. La dirigenza storica, formata da Jones, Collins e altri “padri fondatori”, aveva preso l’abitudine di convocare tornate d’emergenza alle quali non venivano invitati i fratelli con opinioni divergenti, e nel corso di queste venivano prese le decisioni più importanti. Questa usanza fu duramente contestata da tre membri della Loggia mediante una lettera aperta nella quale anche Lord Leigh veniva chiamato in causa, e lo scandalo che ne derivò fece scendere ai minimi storici la reputazione dell’officina ; tra le conseguenze è da annoverare un articolo del Freemason’s Magazine che bollava Lord Leigh di incapacità, e accusava falsamente Jones e la dirigenza di lucrare sulla concessione dei passaporti.

In seguito a questi eventi, Lord Leigh comprese che per un efficace diffusione della Gran Loggia del Marchio sarebbe stato bene prendere le distanze dalla Bon Accord. In una lettera a tutte le Logge del Marchio d’Inghilterra, promise che avrebbe convocato un’assemblea in cui ciascuno avrebbe potuto far valere le proprie idee circa il miglior modo di creare un governo unificato per il grado.

Ancora prima che l’assemblea fosse convocata, radunò le Logge londinesi di obbedienza scozzese e precisò meglio il proprio pensiero: scioglimento e rifondazione della Gran Loggia, secondo nuove regole che andassero bene per tutti.

Questa proposta fu molto favorevolmente accettata, e all’assemblea – convocata per il 30 maggio 1857 – tanto le officine di obbedienza scozzese che quelle indipendenti accorsero numerose. Tutto andò avanti all’insegna della fratellanza, salvo l’intervento del rappresentante della Gran Loggia d’Inghilterra, che pronunciò un discorso violentemente contrario al grado del Marchio; ma anche questo tornò a vantaggio di Lord Leigh, perché chiarì a tutti che, in presenza di avversari così agguerriti in seno all’UGLE, l’accusa che fosse stato lui ad aver fatto fallire la riammissione del Marchio nell’Ordine non aveva senso.

Venne poi decisa la formazione di un comitato per formulare le linee guida del processo di unificazione, e in base alle sue indicazioni la Gran Loggia venne rifondata a dicembre con la partecipazione di ben quindici officine.

La risposta del Supremo Gran Capitolo di Scozia fu l’emissione di una nuova ondata di patenti per l’Inghilterra; si scoprì però che l’operazione era stata condotta di fretta e maldestramente, con il riconoscimento a vari Fratelli di gradi che non avevano mai conseguito. Parecchi Massoni inglesi, anche estranei alle vicende del Marchio, se ne sentirono offesi, e per la prima volta la stampa massonica si schierò unanimemente in favore della Gran Loggia del Marchio ; nel marzo 1858 le nuove patenti vennero ritirate.

In seguito a questa sconfitta, sembrarono prevalere in seno al Supremo Gran Capitolo i fautori della conciliazione, che favorirono la nascita di due Logge a doppia patente, inglese e scozzese ; questa soluzione però non venne vista dalla Gran Loggia del Marchio come augurabile, perché ormai sempre più numerose erano le Logge di obbedienza scozzese o indipendenti che intavolavano trattative private per entrare a farne parte, e la sua prevalenza territoriale diventava di giorno in giorno più chiara.

Nel 1859, sei Logge del Marchio londinesi erano ancora all’obbedienza del Supremo Gran Capitolo. Ancora una volta Lord Leigh andò a visitarle, e proprio quella che veniva considerata la più scozzesista – la Thistle – si fece convincere dai suoi argomenti, e deliberò di passare all’obbedienza della Gran Loggia del Marchio. Le altre – sia a Londra che altrove – continuavano a resistere perché speravano ancora di ottenere dal Supremo Gran Capitolo una maggiore autonomia organizzativa: se fossero riuscite a formare una federazione, avrebbero potuto trattare la fusione con la Gran Loggia da una posizione più forte. Ma per tutti gli anni seguenti il Supremo Gran Capitolo si mostrò irremovibile, e i Fratelli – stufi di aspettare – abbandonavano le sue Officine per aderire personalmente a quelle della Gran Loggia ; perfino la Saint Mark n°1 fu costretta a chiudere i battenti (sarebbe stata poi rifondata all’obbedienza della Gran Loggia qualche anno dopo).

Nel 1864 la Gran Loggia offrì nuovamente al Supremo Gran Capitolo una trattativa; gli scozzesi si mostrarono interessati, ma (giustamente dal loro punto di vista) posero come condizione che la Gran Loggia del Marchio venisse riconosciuta dalla Gran Loggia d’Inghilterra. Si incaricarono loro stessi di patrocinare presso l’UGLE la domanda di riconoscimento, ma la risposta dell’UGLE fu negativa. Questo segnò una grave battuta di arresto al processo di unificazione, e negli anni seguenti vennero fatti vari tentativi presso l’UGLE perché cambiasse parere, ma senza risultato.

Il Supremo Gran Capitolo propose allora di discutere il problema in  una riunione di tutte e tre le autorità del Marchio del Regno Unito, includendo cioè anche il Supremo Gran Capitolo d’Irlanda. La Gran Loggia del Marchio sarebbe stata favorevole, ma dissapori relativi alla questione del reciproco diritto di visita guastarono nuovamente i rapporti, e l’idea naufragò, come pure tutti gli altri tentativi di intesa intrapresi fino al 1870.

Nel frattempo cominciavano a giungere alla Gran Loggia i primi riconoscimenti internazionali, e nel giugno 1871 gli accordi stipulati con la Red Cross of Costantine e lo United Order of the Temple, Hospital and Malta trasformarono i gradi facenti capo a questi Ordini nei primi side degrees del Marchio, inaugurando un aspetto nuovo nella storia del nostro grado : la sua natura di elemento di unificazione per tutti gli ancient degrees.

A livello psicologico l’impatto di questa svolta fu enorme, perché tutti videro chiaramente come implicasse per il futuro della Gran Loggia del Marchio notevoli prospettive di rafforzamento ; il Supremo Gran Capitolo venne quindi instradato nuovamente sulla via dell’accordo, e quasi a furor di popolo – spinto dalla volontà di quasi tutte le Logge del Marchio che ancora governava – fu spinto a rilanciare, anche in assenza della benedizione dell’UGLE, quella stessa proposta di incontro tra le autorità del Marchio del Regno Unito che avrebbe potuto realizzare in condizioni molto più vantaggiose pochi anni prima.

L’incontro si svolse presso la biblioteca della Freemason’s Hall di Londra nei giorni 3 e 4 aprile del 1871. Malgrado tutti i precedenti, pare proprio che la delegazione scozzese arrivò a Londra con la certezza che una rappresentanza dell’UGLE avrebbe comunque partecipato ; quando si accorsero che non era così, fu la fine del loro sogno di un governo del Marchio da affidare unanimemente all’UGLE stessa o al Supremo Gran Capitolo d’Inghilterra, due soluzioni che avrebbero permesso loro di salvare la faccia.

Questo imprevisto bloccò di fatto ogni possibilità di trattare concretamente sul tema dell’unificazione ; l’unico aspetto positivo dell’incontro furono quindi, in ultima analisi, i notevoli progressi sul piano della fratellanza, dei quali un segno rilevante fu  il nihil obstat da parte scozzese al progetto di unificazione di tutti gli ancient degrees sotto l’egida della Gran Loggia del Marchio.

Era ormai chiaro a tutti che le trattative ad alto livello finivano sempre per impantanarsi per l’uno o l’altro motivo ; ma fortunatamente i Fratelli di base, ormai esasperati, presero decisamente in mano la situazione.

L’anno precedente, il 15 giugno 1870, era stato costituito nel Lancashire un distretto del Supremo Gran Capitolo formato da tre Logge, e il 15 ottobre dello stesso anno le sei officine del Lancashire all’obbedienza della Gran Loggia si erano costituite in Gran Loggia Provinciale, diventando in breve tempo otto. Sarebbero stati proprio loro a cominciare : il 4 giugno 1872, la Gran Loggia del Marchio veniva informata con una lettera che le undici Logge del Marchio del Lancashire erano pronte alla fusione.

La data di quella che oggi viene ricordata come la Lancashire Union fu il 2 ottobre 1872, e la tornata fu tenuta alla Freemason’s Hall di Manchester. A lavori aperti, i due Grand Past Masters provinciali del Supremo Gran Capitolo e della Gran Loggia rimisero solennemente le loro patenti nelle mani del successore di Lord Leigh, il Gran Maestro Portal ; e nel momento in cui l’ebbero fatto, la maggior parte dei superstiti Maestri del Marchio di obbedienza scozzese erano passati all’obbedienza della Gran Loggia.

I rimanenti sarebbero confluiti presto, o per tramite di risoluzioni delle loro Officine o in ordine sparso, entro la fine dell’anno 1875. Si concluse in questo modo un conflitto del tutto inedito nella storia della Massoneria, nel corso del quale un Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale e un Ordine Sovrano si trovarono in concorrenza per la somministrazione di un grado ; e la vittoria dell’Ordine  – rappresentato dalla Gran Loggia del Marchio – costituì un precedente indimenticabile per tutti i corpi massonici testimoni dello scontro, destinato a far giurisprudenza sulla questione del rapporto tra Ordini e corpi rituali per tutta la durata del secolo successivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPENDICI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA  MASSONERIA  DEL  MARCHIO  E  I  SUOI  SIDE  DEGREES (luglio 2009)

 

 

 

La Massoneria del Marchio è un corpo rituale tra i più caratteristici della Massoneria inglese, la cui funzione è di rilasciare ai Maestri Massoni che ne fanno richiesta un Marchio personale.

 

La tradizione narra che questa usanza risale alla fabbrica del Tempio di Salomone : tanto gli scalpellini che lavoravano nelle cave quanto i costruttori usavano apporre su ogni Pietra il proprio Marchio, uso che consentiva ai Sovraintendenti di conteggiare quante Pietre ogni Compagno aveva lavorato e determinare il suo salario.

 

Come ho già accennato nell’articolo Massoneria in 4 gradi ?, nell’ambito della muratoria operativa il Marchio – alla cui assegnazione era già collegato un rito, ma non un grado – veniva considerato un rituale protettivo volto a tutelare dai pericoli dell’individuazione : ovvero in sostanza dall’orgoglio, che minacciava i Compagni per la loro abilità professionale e il Maestro della gilda per i suoi privilegi.

 

Mediante il rituale del Marchio, questo naturale sentimento veniva incanalato in modo tale che non fosse cagione di rivalità e contrasti, bensì uno stimolo a integrare fruttuosamente il proprio lavoro con quello degli altri.

 

Col trascorrere dei secoli si svilupparono rituali del Marchio differenti : alla “famiglia” maggioritaria facente capo al mito di Salomone se ne affiancarono altre due, una fondata sulla tradizione di Caino marchiato da Dio e un’altra sulle vicende relative all’edificazione del “Secondo Tempio”, descritte nel Libro di Esdra. Poi, in seguito alla calata degli antient degrees dalla Scozia (vedi il mio articolo Massoneria operativa e speculativa) tutte e tre le famiglie del Marchio operativo si travasarono poco per volta nella Massoneria speculativa.

 

In base alla distinzione operativa tra i Marchi dei Compagni e quello del Maestro di Loggia, si delinearono due gradi diversi : Mark Man (nella recente traduzione italiana, Operaio del Marchio) e Mark Master (Maestro del Marchio), che può essere considerato una delle più antiche forme di terzo grado massonico.

 

La Leggenda del Maestro del Marchio narra della realizzazione da parte di un umile Compagno della Chiave di Volta, la cui scoperta consentì di foggiare l’Arco per il quale si accede alla parte più segreta del Tempio. Questa Pietra scolpita in forma insolita era stata dapprima respinta dai Sovraintendenti, e il Compagno punito ; poi, quando se ne conobbe l’uso, l’errore venne riparato con la sua elevazione a Maestro del Marchio.

 

La maggiore ricchezza simbolica del Mark Master rispetto al Mark Man determinò ben presto la tendenza ad accorpare i due gradi (processo che, tuttavia, sarebbe giunto a definitivo compimento solo nel diciannovesimo secolo), e dopo che la Gran Loggia d’Inghilterra ebbe fissato il terzo grado massonico nelle modalità oggi conosciute la pratica del grado di Mark Master divenne una delle principali bandiere degli Antients, i quali predicavano la riammissione di tutte le forme di antient degrees nell’Ordine o – perlomeno – l’adozione di altre forme tradizionali di terzo grado in alternativa al rituale detto hiramita.

 

Invece, il Marchio fu uno dei grandi esclusi dall’accordo del 1813 tra Antients e Moderns, in base al quale il solo antient degree ammesso in seno all’Ordine era l’Arco Reale, e per quasi mezzo secolo le Mark Lodges (Logge del Marchio) furono costrette a lavorare nell’irregolarità.

 

Nel corso di questo periodo, venne portato a compimento il processo di saldatura dei due gradi di Operaio del Marchio e Maestro del Marchio, che oggi vengono rilasciati successivamente in un’unica tornata, e prese forma lentamente un rituale del Marchio unificato ; inoltre si affermò definitivamente la regola di rilasciare il Marchio non ai Compagni, bensì ai Maestri.

 

Nel 1856 le sopravvivenze del Marchio che si potevano contare in tutta l’Inghilterra si federarono nella Grand Lodge of Mark Master Masons of England and Wales. Il Marchio fu il primo degli antient degrees esclusi dall’Ordine a compiere questo importante passo, ma come vedremo più avanti altri lo imitarono nel mezzo secolo successivo, e mano a mano che si organizzavano tendevano ad appoggiarsi alla struttura già esistente delle Logge del Marchio : questo fu all’origine del fenomeno noto come side degrees – gradi laterali.

 

Prima di allora, venivano definiti side degrees quei gradi massonici che avevano la caratteristica di poter essere trasmessi personalmente da un Massone all’altro, al di fuori cioè dal regolare lavoro di Loggia ; ma dopo che gli antient degrees cominciarono ad essere praticati in associazione alle Logge del Marchio, la definizione passò a designare i gradi che siano associati a un determinato corpo massonico senza far parte del suo sistema iniziatico. Può essere che per poter lavorare un dato side degree sia richiesto di rivestire un dato grado nella gerarchia del corpo ospitante, ma non per questo il side degree va considerato di rango superiore : è laterale, appunto.

 

Nel frattempo, la Gran Loggia Unita d’Inghilterra aveva ormai consolidato la riforma dei tre gradi, e preso atto che gli antient degrees anziché sparire continuavano a prosperare, poté permettersi di guardare al Marchio con occhi diversi.

 

Avevano di fronte l’esempio di ciò che era accaduto nei Paesi latini, dove allo strutturarsi della Massoneria Azzurra in tre gradi aveva fatto seguito il sorgere dei Riti ; dopodiché, l’istituzione di protocolli d’amicizia tra Ordini e Riti aveva garantito alla Massoneria una forza enorme. I tempi erano maturi perché qualcosa di simile potesse accadere anche in Inghilterra, e la pace tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra e la Grand Lodge of Mark Master Masons (side degrees inclusi) nacque così.

 

Ebbero origine in questo modo numerosi corpi rituali della Massoneria inglese che in Italia sono ancora in gran parte sconosciuti, e qui di seguito ho compilato una lista dei principali.

 

E’da notare che, sebbene quasi tutte le organizzazioni sottoelencate si autodefiniscano Ordini, dal punto di vista della nomenclatura in uso presso le Massonerie latine sono Riti : la loro scelta di definirsi Ordini recava in origine una sfumatura polemica, in quanto esprimeva la rivendicazione del diritto negato di praticare gli antient degrees in seno all’Ordine (in Inghilterra, del resto, il termine Rito nella sua accezione latina non ebbe mai corso).

 

Occorre anche precisare che, mentre il primo tra i gradi di cui tratteremo – l’Ark Mariner – è praticato all’obbedienza delle Gran Logge nazionali del Marchio, i corpi rituali di cui si parla successivamente hanno una struttura autonoma, e sono legati al Marchio da protocolli di amicizia.

 

Per questo, l’Ark Mariner non figura abitualmente nelle liste dei side degrees elaborate dalle varie Gran Logge nazionali del Marchio, ed è piuttosto consuetudine trattarlo come una sorta di secondo grado del Marchio stesso (benché questo non sia esatto) ; ma poiché non aveva senso escludere dal mio articolo proprio il side degree che è più vicino al Marchio di tutti gli altri, mi sono preso la libertà di sorvolare su questa distinzione.

 

Come il nome del grado suggerisce, l’Ark Mariner è legato alle circostanze che portarono al Diluvio e ai vari atti compiuti da Noè nell’edificazione dell’Arca. La sua storia è abbastanza oscura, e le sue precise origini non sono note : relativamente tardo è il primo Verbale di tornata in cui risulta lavorato, a Bath nel 1790. Ma il mito del Diluvio era abitualmente messo in scena nei misteri religiosi medievali, e sta all’origine di numerosi gradi e corpi rituali massonici (viene spontaneo il riferimento a quella che è una vera gloria della Massoneria italiana : l’Antico Rito Noachita).

 

Un ruolo importante nella diffusione dell’Ark Mariner fu rivestito da Thomas Dunckerley, grande personaggio della Massoneria inglese settecentesca, cui presto dedicherò un articolo. Sappiamo che a partire dal 1793 egli rivestì la carica di Gran Comandante della Society of Ancient Masons of the Diluvian Order of Royal Ark Mariners e nominò come suo successore Lord Rancliffe, ma questo primo tentativo di conferire al grado una struttura autonoma naufragò nel 1799.

 

Prima del 1813, il grado risulta essere abitualmente praticato in numerose Logge inglesi secondo vari rituali. Alcuni suoi tratti sono rimasti parte del patrimonio delle Logge Azzurre : per esempio l’usanza di associare ai Diaconi il simbolo della Colomba recante il Ramoscello d’Ulivo.

 

Nel 1843, John F. Dorrington fu protagonista del primo tentativo di radunare le rimanenze del grado, ma l’organizzazione da lui creata non riusciva a decollare. Il suo successore al Soglio di Noè, Morton Edwards, ebbe allora l’intuizione di porre la Grand Lodge of Royal Ark Mariners sotto la protezione della Gran Loggia del Marchio, e dopo alcuni anni i due corpi si fusero definitivamente.

 

Da allora, il Gran Maestro della Grand Lodge of Mark Master Masons è anche Gran Comandante della Ancient and Honourable Fraternity of Royal Ark Mariners, e il grado di Royal Ark Mariner può essere conferito soltanto ai Maestri del Marchio.

 

 

Gli altri side degrees del Marchio sono :

 

Royal and Secret Masters – il Grand Council of Royal & Select Masters of England and Wales si costituì nel 1873 su licenza americana, perché mentre in Inghilterra la pratica regolare dei suoi gradi non era sopravvissuta all’accordo del 1813, la filiazione americana – derivata dalle “logge militari” britanniche – non aveva mai interrotto i lavori.

 

Questo corpo rituale raduna quattro gradi aventi la funzione di collegare il Marchio all’Arco Reale :

 

1 – Select Master : tratta dell’edificazione della Volta Segreta.

 

2 – Royal Master : tratta dei Segreti in essa custoditi.

 

3 – Most Excellent Master : tratta del completamento del Tempio e dell’installazione dell’Arca dell’Alleanza nel Santissimo.

 

4 – Super Excellent Master : tratta della distruzione del Tempio ad opera di Nabucodonosor, e della sepoltura dei Segreti tra le macerie.

 

A questo insigne corpo rituale sono ammessi tutti i Maestri Massoni del Marchio che siano anche Maestri dell’Arco Reale da almeno un anno.

 

 

Order of the Secret Monitor – noto nell’antichità come Order of David and Jonathan, si ritiene che abbia origine olandese. Anche questo, per le stesse ragioni del precedente, fu reimportato in Europa dall’America (nel 1875).

 

Side degree per eccellenza, consisteva in origine di un solo grado, che poteva essere trasmesso da un singolo Massone a un altro senza alcuna formalità ; ma la sua notevole complessità e ricchezza – frutto di numerosi sviluppi apportati nel corso dei secoli sul nucleo originale – portò nel 1887 alla sua scomposizione in tre gradi distinti, che al giorno d’oggi non possono più essere conferiti ad personam bensì in Loggia.

 

I tre gradi sono :

 

1 – il Secret Monitor vero e proprio, fondato sulla leggenda di Davide e Gionata ;

 

2 – Prince, nel quale il Massone viene simbolicamente nominato Principe per premiare la sua sincerità verso i Fratelli ;

 

3 – Supreme Ruler – è questa una antica forma di Installazione completamente unica nel suo genere. Si tratta di un rituale lungo e complesso che molti hanno definito, dal punto di vista estetico, il più bel grado dell’intera Massoneria.

 

Il grado di Maestro è sufficiente per entrare a far parte del Monitor, ma si può esservi ammessi soltanto per cooptazione.

 

 

Red Cross of Constantine – è questo uno dei più tipici sistemi di gradi di origine templare, sbarcato in Scozia probabilmente nel quattordicesimo secolo.

 

Istituito nella sua forma attuale nel 1865, rivendica di discendere dall’Ordine fondato nel quarto secolo dell’era cristiana dal vescovo Eusebio per proteggere la persona dell’Imperatore Costantino e dei suoi successori ; in memoria del sogno che fu all’origine della conversione di Costantino, questi Cavalieri recavano una Croce Rossa sulla corazza.

 

In verità, prima del 1813, molti antient degrees templari avevano per simbolo la Croce Rossa, giustificandola però attraverso miti diversi : per esempio il più diffuso – la Red Cross of Babylon o Red Cross of Daniel, che vedremo più avanti – era legato alla ricostruzione del Tempio.

 

A mio umile parere, se c’è un antenato comune che li collega non va ricercato in nessun avvenimento storico, bensì nei riti sciamanici primaverili che sceneggiavano il simbolismo della rigenerazione.

 

All’attuale Order of the Red Cross of Constantine possono accedere solo i Massoni dell’Arco Reale. L’Ordine è diviso in tre gradi :

 

1 – Knight (of Rome), fondato sulla leggenda di Costantino ;

 

2 – Priest Mason, fondato sulla leggenda di Eusebio ; dà accesso laterale ad altre due forme di successione cavalleresca detenute dall’Ordine, i Cavalieri del Santo Sepolcro e i Cavalieri di San Giovanni Evangelista.

 

3 – Prince Mason, riservato al Sovrano dell’Ordine, che rappresenta Costantino.

 

 

Order of the Allied Masonic degrees – riservato ai Maestri del Marchio. Fu fondato nel 1879, su iniziativa di un gruppo di Logge massoniche indipendenti che non si erano piegate all’accordo del 1813 e continuavano a trasmettere la successione di svariati antient degrees.

 

I cinque gradi attualmente trasmessi in Inghilterra sono :

1 – (Master of) St.Lawrence the Martyr – non era in origine un grado, bensì un rituale muratorio del Lancashire, che pone l’accento sulla distinzione tra speculatività e operatività. Interessante la sua leggenda, fondata sul martirio di San Lorenzo.

2 – Knight of Constantinople  – anche questo grado, come il Monitor, poteva essere trasmesso ad personam da un Fratello all’altro. L’origine è sconosciuta. Come la Red Cross è basato sulla leggenda di Costantino, dalla quale trae una suggestiva lezione di umiltà ed uguaglianza.

3 – Grand Tiler of Solomon – in passato detto anche Maestro Selezionato o Ventisette, somiglia molto al Select Master. E’ incentrato sulle vicende di un muratore che viola per errore la Volta Segreta.

4 – Red Cross of Babylon – abbiamo già accennato alle caratteristiche comuni delle numerose Red Crosses di origine templare ; tra queste, quella di Babilonia (nota anche in passato come Red Cross of Daniel, o con il nome scozzese di Babylonian Pass) era prima del 1813 la più diffusa, in quanto strettamente associata al sistema dell’Arco Reale.

Anche questa Red Cross era legata al simbolismo della ricostruzione del Tempio : un tema sviluppato per mezzo di sottili allusioni ermetiche, facenti riferimento al lavoro di trasmutazione interiore. La leggenda è incentrata sul passaggio del fiume da parte degli Ebrei che tornano a casa (un tema che ritroviamo in alcune antiche forme del grado del Marchio). Il dibattito che costituisce la parte centrale della Red Cross of Babylon è tratto in parte dal libro di Esdra.

In Irlanda e in America, la Red Cross of Babylon forma un Ordine indipendente, il cosiddetto Order of Knight Masons. Nelle Massonerie latine, il non praticato 15° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato ne è una derivazione .

5 – Grand High Priest – è l’amalgama di due gradi settecenteschi di antichissima origine – uno francese e uno tedesco – che venivano un tempo conferiti a titolo onorario ai Maestri che avevano presieduto un Capitolo dell’Arco Reale.

Questo grado molto suggestivo, che riecheggia atmosfere teurgiche e martineziste, costituisce una testimonianza tra le più importanti del ricollegamento della tradizione massonica alla tradizione primordiale. Il rito è fondato sulla Benedizione di Abramo e la Consacrazione di Aaronne, e non può essere praticato più di una volta all’anno.

Ulteriori antient degrees vengono praticati all’obbedienza dell’Order of the Allied Degrees in vari Paesi del mondo. Negli Stati Uniti per esempio, oltre ai cinque gradi inglesi già citati ci sono anche l’Ark Mariner, il Secret Monitor e l’Order of Eri ; in Francia, oltre ai precedenti e tolto l’Ark Mariner (amministrato dal Marchio), ci sono in più lo Holy Order of Grand High Priest, il Master of Tyre, l’Architect e il Grand Architect, per un totale di dodici.

 

 

Order of Knight Templar Priests – sul finire del diciottesimo secolo, questo Ordine irlandese di successione templare – chiamato a quei tempi Anahilt Union Band – contava nell’Isola Verde circa una sessantina di Logge (dette Bands), ben poche delle quali aderirono al primo grande tentativo di riunire il Templarismo sotto gli auspici di Londra, il cosiddetto Early Grand Encampment.

 

Di fatto, l’Anahilt costituiva una forma di libera unione, non contemplante nessuna delle sovrastrutture che contraddistinguono i corpi massonici moderni.

 

Nel 1807 l’Early Grand Conclave di Scozia, che deteneva anche una linea di successione dei gradi irlandesi, concesse per la prima volta a un Encampment inglese la patente che consentiva di rilasciarli. Poi, negli anni immediatamente successivi – quando divenne chiaro che la possibilità di praticare i gradi templari all’obbedienza della Gran Loggia d’Inghilterra stava sfumando – i Templari inglesi si costituirono a loro volta in Early Grand Conclave, che nel 1812 delegò la pratica dei gradi irlandesi al Royal Kent Encampment di Newcastle-upon-Tyne.

 

Stiamo parlando di un sontuoso sistema in 36 gradi, cui può accedere oggigiorno soltanto chi è Maestro del Marchio, Maestro dell’Arco Reale e goda in più della condizione di Past Master Installato. Poiché i Templar Priests sono (a buona ragione) molto gelosi dei loro misteri, mi limito qui a fornire – senza alcun commento – le sole denominazioni dei primi 33 gradi :

1 – Knight of the Christian Mark ; 2 – Knight of Saint Paul ; 3 – Knight of Pathmos ; 4 – Knight of Death ; 5 – Knight of the Black Cross ; 6 – Knight of Bethany ; 7 – Knight of the White Cross ; 8 – Knight of Saint John ; 9 – Knight Priest of the Holy Sepulchre ; 10 – Knight Priest of the Holy Order of Wisdom ; 11 – Holy and Illustrious Order of the Cross ; 12 – Knight Priest of Eleusis ; 13 – Knight of Harodim ; 14 – Knight of the North ; 15 – Knight of the South ; 16 – Knight & Prince of the Sanctuary ; 17 – Knight Grand Cross of Saint Paul ; 18 – Knight of Saint John the Baptist ; 19 – Knight Rosae Crucis ; 20 – Knight of the Triple Cross ; 21 – Knight of the Holy Grave ; 22 – Knight of the Holy Virgin Mary ; 23 – Knight of the White Cross of Torpichen ; 24 – Grand Trinitarian Knight of Saint John ; 25 – Knight Grand Cross of Saint John ; 26 – Knight Priest of Jerusalem ; 27 – Knight of Palestine ; 28 – Knight of the Most Holy Cross ; 29 – Knight Priest of the Tabernacle ; 30 – Knight of the Redemption ; 31 – Knight of Truth ; 32 – Knight of the Red Cross of Rome ; 33 – Holy Royal Arch Knight Templar Priest.

 

Non credo sia necessario essere profeti per vaticinare che l’imminente … sbarco in Italia di tutto questo ben di Dio è destinato ad apportare alla Massoneria italiana parecchi cambiamenti. Si tratta, nella mia opinione, soprattutto di cambiamenti in positivo : sul piano strutturale, la concezione inglese del rapporto tra Ordine e corpi rituali è più aperta e collaborativa di quella latina, ed è destinata a portarci una forte spinta in direzione della trasparenza e della democrazia.

Per quanto concerne il discorso più strettamente esoterico, la mia speranza è che i benefici siano ancora più grandi : i tesori che si nascondono nel Marchio e nei suoi side degrees sono immensi, e il livello di preparazione dei Massoni italiani è ormai abbastanza elevato perché qualche Fratello di buona volontà raccolga il messaggio che ho espresso nell’articolo I due progetti della Massoneria, dedicandosi a sviluppare le loro valenze sul piano sociale.

 

Purtroppo oggi per i Fratelli del GOI la situazione è ancora piuttosto complicata. Se un Massone del GOI vuole farsi avanzare al grado del Marchio, può farlo solo in uno Stato nel quale la locale Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio (GLMMM) sia unita da protocollo di amicizia a un Ordine che riconosce il GOI.

 

E’ il caso per esempio della Francia, dove la GLMMMF è collegata alla Gran Loggia Nazionale Francese. Lì, di recente, sono state innalzate le colonne di una Loggia del Marchio di lingua italiana (fortemente voluta dal Rispettabilissimo Fratello Massimo Vettese e dal Venerabilissimo Fratello Giovanni Domma): l’Ara Pacis n°162 alle Cave di Cannes, alla quale hanno già aderito numerosi Maestri italiani provenienti da diverse Officine italiane e francesi (l’espressione alle Cave è, per le Logge del Marchio, l’equivalente di all’Oriente per le Logge Azzurre).

 

Naturalmente, al di là della gioia che si prova sempre per il lavoro svolto insieme da Massoni di diversi Paesi, si tratta di una locazione difficile da raggiungere per molti Fratelli ; per cui c’è da augurarsi che le difficoltà burocratiche siano presto superate, e il Marchio e i suoi side degrees possano essere presto lavorati in tutta Italia.

 

Vanno meglio le cose per i Fratelli della GLRI. Infatti il 26 Luglio del 2008 è stata consacrata la prima Loggia del Marchio in territorio italiano, la Pico della Mirandola, ed entro un anno dovrebbe seguire a stretto giro di boa l’apertura di una Loggia dell’Ark Mariner.

 

Si tratta di eventi la cui portata storica è di enorme rilievo per lo sviluppo della Massoneria in Italia, e l’auspicio di tutti i Massoni di buona volontà non può essere altro che le divisioni vengano presto superate, e si possa finalmente tornare a lavorare insieme.

 

 

 

 

 

 

MASSONERIA  DEL  MARCHIO  :  ULTIME  NOVITA’ (settembre 2010)

E’ uscito il libro Massoneria del Marchio, da me scritto a quattro mani con il Rispettabilissimo Fratello Giovanni Domma. In esso tracciamo la storia di questo corpo massonico così importante in Inghilterra e ancora quasi completamente sconosciuto in Italia ; si veda a tale proposito anche il nostro articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees.

 

Il libro esce con un ritardo di quasi sei mesi, imputabile a gravi problemi di salute dell’Editore. Colgo l’occasione per scusarmi del ritardo con i lettori di Riflessioni che l’avevano prenotato – ora finalmente lo riceveranno – e per rivolgere a Corrado, l’Editore, i più sinceri auguri di un pronto ristabilimento.

 

E’ stato scritto con l’obbiettivo di fornire una corretta informazione perché tutti i Fratelli possano conoscere il grado del Marchio, la cui conoscenza in Italia è stata in passato penalizzata o taciuta : forse allo scopo di tutelare gli interessi di qualche lobby massonica che oggi ha fatto il suo tempo, sia dal punto di vista storico che strettamente iniziatico.

 

In verità, è tempo che qualcuno scriva o dica chiaramente che il Marchio è complemento necessario tanto del grado di Compagno che di quello di Maestro, e la sua conoscenza da parte di un Massone veramente completo è indispensabile ; soprattutto se la sua ambizione è quella di portare a compimento il suo cammino nei gradi azzurri e dirigere una Loggia.

 

E’ opportuno precisare a questo proposito che il grado del Marchio attualmente incluso nel Rito di York, sebbene ricco di valore iniziatico e correttamente tramandato, non può svolgere la stessa funzione. Infatti, come abbiamo documentato nel nostro libro, il senso esoterico del Marchio risponde a valenze diverse nei due diversi casi : che esso sia praticato come grado autonomo, oppure nell’ambito del sistema dell’Arco Reale.

 

Nei mesi scorsi, le vicende della neonata Massoneria del Marchio italiana sono state agitate da una serie di colpi di scena. Da un lato questo ci fa piacere, perché per la prima volta ha fatto parlare di sé ; dall’altro però siamo abbastanza amareggiati per i rapporti di forza venuti alla luce in seguito a questi eventi, che non giovano al nostro sogno di veder presto felicemente riunificata la Massoneria italiana.

 

Se vogliamo capirci qualcosa, è necessario innanzitutto definire la situazione dei corpi massonici coinvolti, per quanto concerne i reciproci riconoscimenti.

 

Come è noto, il Grande Oriente d’Italia (GOI) – ovvero il più numeroso e storicamente importante Ordine massonico italiano – a decorrere dal 1993 non gode più del riconoscimento da parte della Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) ; questa riconosce invece un Ordine più piccolo, la Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI).

 

Negli ultimi anni, tuttavia, si è avviato in seno al GOI un notevole dibattito riguardo alla possibilità di riformare le proprie strutture secondo i requisiti universalmente richiesti nella Massoneria di oggi. Si tratta di un lavoro lungo e delicato, ma quel poco che si è potuto fare finora ha destato l’approvazione della Gran Loggia Nazionale Francese (GLNF), che nel 2008 ha restituito al GOI il riconoscimento.

 

Poiché in Massoneria i riconoscimenti tra gli Ordini non sono transitivi, l’attuale situazione può essere riassunta in questo modo :

 

– UGLE riconosce GLNF e GLRI ;

– GLNF riconosce UGLE e GOI ;

– GOI riconosce GLNF ;

– GLRI riconosce UGLE.

 

Come la Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) è la massima autorità per le patenti di regolarità internazionale degli Ordini massonici (si veda a questo proposito anche il mio articolo Sul concetto di regolarità massonica), così la Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles (GLMMMEW) svolge analoga funzione per la Massoneria del Marchio.

 

Si penserà a questo punto che UGLE e GLMMMEW siano collegate tra loro da un rapporto analogo a quello che lega un Ordine massonico latino (come il GOI) ai corpi rituali che si appoggiano alla sua struttura di Logge. Invece non è così : nella Massoneria anglosassone, una distinzione simile a quella esistente da noi tra Ordini e corpi rituali non c’è. Nella Gran Loggia Unita d’Inghilterra, la sola cosa che può vagamente somigliare a un Rito come si usa da noi è il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale ; molto vagamente però, in quanto 1 – viene considerato parte integrante dell’Ordine ; 2 – non è legato alla Gran Loggia da un rapporto paritario, ma ne dipende.

 

La GLMMMEW, da parte sua, anche se lavora soltanto in due gradi (il Marchio e l’Ark Mariner) che sono in pratica del tutto analoghi ai perfezionamenti del grado di Maestro praticati nei nostri Riti, si autodefinisce Gran Loggia e non Rito. La sua successione deriva dalle Logge azzurre del Settecento, quando ancora era consentito lavorare in Loggia gli antichi gradi ; se volesse, nulla le vieterebbe di far lavorare alle proprie Officine anche i tre gradi azzurri, senza per questo violare la tradizione.

 

E’ quindi un Ordine a tutti gli effetti, e se è un Ordine ciò significa che l’UGLE non può riconoscerlo : sarebbe come ammettere che può esistere, nello stesso Paese, più di un solo Ordine massonico regolare. Quindi lo ignora : fa come se non esistesse. Quando un Maestro dell’UGLE viene accolto in una Loggia della GLMMMEW e prende il Marchio, ufficialmente la Gran Loggia d’Inghilterra non lo sa.

 

Questo non implica affatto che i rapporti tra l’UGLE e la GLMMMEW non siano buoni. A livello ufficiale, come abbiamo appena detto, tali rapporti non esistono – i due Ordini sono completamente indipendenti l’uno dall’altro. Ma in pratica, esiste tra loro un legame che potremmo definire simbiotico, fin da quando l’UGLE rivestì una parte importante nel processo di gestazione e di nascita della GLMMMEW, tra gli anni cinquanta e gli anni settanta dell’Ottocento ; conviene fare un breve accenno ad alcuni episodi di questa storia, per far capire meglio di cosa stiamo parlando.

 

Nel 1813, l’UGLE aveva stabilito che l’Arco Reale fosse il solo antico grado praticabile nell’Ordine. Ne erano rimasti fuori molti, dei quali il Marchio era il più amato e diffuso. Negli anni successivi, i Maestri del Marchio cercarono soluzioni che consentissero loro di praticarlo nella regolarità.

 

Una di queste veniva offerta dal Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia, che secondo l’uso scozzese incorporava il Marchio nel sistema dell’Arco Reale. Per quasi quarant’anni, molti Massoni inglesi si recarono a ricevere il Marchio nelle città della Scozia meridionale. Poi nel 1851, per iniziativa di due Fratelli di professione medici – i dottori Beveridge e Jones – il Supremo Gran Capitolo garantì una Loggia del Marchio a Londra : la Bon Accord (tuttora esistente, con il rango di times immemorial).

 

Nel corso di quel quarantennio, l’atteggiamento dell’UGLE verso gli antichi gradi era cambiato : risolto il problema degli abusi legati alla loro pratica caotica e disordinata nel Settecento, molti Fratelli erano tornati ad apprezzare i tesori di conoscenza esoterica in essi contenuti. Si era creato un moto favorevole alla loro progressiva reintroduzione ; per questo molti autorevoli Fratelli dell’UGLE fecero la fila per entrare nella Bon Accord, e un giovane e promettente aristocratico – Lord William Henry Leigh di Stoneleigh – ne fu fatto Venerabile, probabilmente allo scopo di fargli pilotare la delicata operazione di riammissione del Marchio in seno all’UGLE.

 

Ma tutto andò a carte quarantotto il 5 Giugno 1856, quando in Gran Loggia il nuovo regolamento dell’UGLE che prevedeva la riadozione del Marchio fu respinto sonoramente. Lord Leigh e gli altri autorevoli Fratelli che avevano messo in gioco su questa operazione la loro carriera si ritrovarono, come si suol dire, in braghe di tela.

 

La sola scelta che gli rimaneva era di costituire il Marchio in Ordine autonomo ; ed è quello che fecero il giorno 23 dello stesso mese, data di nascita ufficiale della GLMMMEW. Lord Leigh dovette lasciare l’UGLE per poter assumere la carica di Gran Maestro del nuovo Ordine, ma nessuno gli portò rancore : anzi, per tutto il resto della sua vita restò a far parte dell’élite dei Consulenti Esterni, dei quali i Gran Maestri dell’UGLE usavano servirsi per dirimere le vertenze più intricate.

 

Però il Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Scozia – che sarebbe stato disposto a rinunciare al controllo del grado qualora fosse stata l’UGLE a farsene carico – non era invece d’accordo di farselo soffiare sotto il naso da una Gran Loggia del Marchio improvvisata e autocostituita, e decise di passare all’azione. Batté anzi l’avversario sul tempo, innalzando le colonne di un’altra Officina a Londra (la “The Mark”, che oggi è la n°1 della GLMMMEW) il 13 Giugno : quindi dieci giorni prima che la GLMMMEW venisse fondata.

 

Cominciò in questo modo uno scontro per il controllo del grado del Marchio che si sarebbe protratto per la durata di circa vent’anni, e che la storia ufficiale della Massoneria britannica ha pudicamente cancellato (il libro da noi scritto invece lo racconta nei dettagli, basandosi sulle ricerche di uno storico senza peli sulla lingua : Neville Cryer).

 

Dapprincipio, lo scontro sembrava non avere storia. Lord Leigh e i suoi seguaci avevano bruciato gran parte della loro credibilità nel fallimento dell’operazione di aggancio all’UGLE, mentre il Supremo Gran Capitolo di Scozia gettava sulla bilancia il peso della sua credibilità di autorità massonica più che centenaria. Nessuno pareva disposto a dar credito a una piccola e traballante Gran Loggia improvvisata da un gruppo di giovani avventurieri, e tra il 1856 e il 1858 decine di Logge del Marchio di obbedienza scozzese sorsero come funghi in ogni parte dell’Inghilterra.

 

Il Supremo Gran Capitolo, però, commise alcuni gravi peccati di orgoglio. Innanzitutto, sottovalutò l’importanza delle numerose Logge del Marchio indipendenti – perlopiù molto antiche – che dopo il 1813 erano sopravvissute in Inghilterra tra mille difficoltà : si sentivano investite della missione di mantenere in vita forme rituali del Marchio originali e antichissime, fondate sull’indipendenza del grado e non certo sulla sua sudditanza all’Arco Reale.

 

Per conquistare la benevolenza di questi Fratelli, sarebbe stato opportuno che gli Scozzesi garantissero ampi spazi di autonomia alle proprie Officine sul suolo inglese. Benché i loro statuti, come è ovvio, non lo consentissero (i Regolamenti di un Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale sono fatalmente meno elastici di quelli di un Ordine), non sarebbero mancati possibili escamotages, come estendere alle Logge del Marchio inglesi i più tolleranti Regolamenti destinati ai Capitoli dell’Arco Reale con sede all’estero. Ma nulla del genere fu fatto, nemmeno quello che sarebbe stato un elementare gesto di riguardo nei confronti della tradizione inglese : consentire alle Logge di poter lavorare il Marchio anche al di fuori del sistema dell’Arco Reale.

 

Di conseguenza, il malcontento cominciò a serpeggiare ben presto ; e ai vertici della GLMMMEW – dopo due anni contrassegnati da sconfitte e umiliazioni – il giovane Lord Leigh cominciò a tirar fuori le unghie, rivelando ben presto genuine qualità di leader massonico.

 

Cominciò con lo scrivere lettere tanto alle Logge di obbedienza scozzese quanto a quelle indipendenti, chiedendo loro di incontrarsi con lui informalmente in qualche pub o taverna. Si presentava a questi incontri da solo, dimessamente vestito, dibattendo con umiltà quelli che a suo parere sarebbero stati i vantaggi se tutte le Logge del Marchio inglesi si fossero unite in un Ordine autonomo.

 

Non ebbe subito vita facile : le capitazioni provenienti dalle Logge del Marchio inglesi erano la principale voce attiva del bilancio del Supremo Gran Capitolo di Scozia, e anche per questo – prima di… mollare l’osso – gli Scozzesi si batterono come leoni. Ma la goccia cava la pietra, e sui tempi lunghi gli sforzi di Lord Leigh e dei suoi collaboratori si rivelarono vincenti : nel periodo compreso tra il 1858 e il 1879 (anno in cui il Supremo Gran Capitolo alzò definitivamente bandiera bianca), le Officine all’obbedienza della GLMMMEW erano passate da quattro a più di un centinaio.

 

Da quei giorni fino a oggi, l’atteggiamento dell’UGLE nei confronti della GLMMMEW fu sempre contrassegnato dalla consapevolezza che il Marchio può essere l’ambasciatore ideale della Massoneria britannica nel mondo : sebbene ufficialmente i due Ordini continuino a non parlarsi, dovunque sia sorta una Gran Loggia ispirata dall’UGLE, discretamente – pochi anni dopo – è arrivato anche il Marchio.

 

L’introduzione del Marchio nelle nazioni estere avviene di solito secondo un programma ben collaudato. Pescando nelle file dell’Ordine amico, viene creata una Loggia del Marchio che si pone all’obbedienza della GLMMMEW ; da questa se ne clona al più presto un’altra, o due se possibile. Appena le Officine sono due o tre si costituiscono in Distretto ; quando crescono ancora di numero, il Distretto si autocostituisce in Gran Loggia Nazionale, e la GLMMMEW la riconosce immediatamente.

 

Così, per esempio, ad opera di Fratelli della GLNF, ebbe origine nel 1997 la Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Francia (GLMMMF) ; invece in Italia l’avvio è stato leggermente diverso.

 

Nel 2008, dopo che la GLNF ristabilì le relazioni col GOI, due Fratelli della GLNF di nazionalità italiana raccolsero un gruppo di sedici Fratelli del GOI (tutte persone assai valide quanto a serietà e preparazione) e consacrarono la prima Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di lingua italiana, all’obbedienza della GLMMMF.

 

Il loro disegno era di costituire al più presto un paio di Logge del Marchio formate esclusivamente di Fratelli provenienti dal GOI ; dopodiché si sarebbero costituiti in Distretto sul suolo italiano, e poi in Gran Loggia. Il passaggio successivo sarebbe stato il riconoscimento da parte della GLMMMEW della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio d’Italia.

 

Se questo progetto fosse andato in porto, gli aspetti interessanti sarebbero stati soprattutto due. Primo, la possibilità per i Fratelli del GOI di accedere a un grado tra i più caratteristici della Massoneria inglese, il che sarebbe valso ad accelerare la nostra internazionalizzazione ; secondo, la situazione vantaggiosa che si sarebbe creata sul piano dei riconoscimenti. Con un forte Marchio italiano formato da Fratelli del GOI e riconosciuto dalla GLMMMEW, il potere contrattuale del GOI verso l’UGLE sarebbe cresciuto.

 

La stessa cosa devono aver pensato i Fratelli separati della GLRI, e la loro contromossa è stata rapida ed elegante. Il 26 luglio 2008 hanno consacrato la prima Loggia del Marchio italiana all’obbedienza della GLMMMEW, e in questo modo hanno sbarrato la strada al GOI : perché è chiaro che, se le loro Logge del Marchio possono godere già fin d’ora del riconoscimento della GLMMMEW, quello stesso riconoscimento alle Logge italo-francesi non sarà concesso mai.

 

Di conseguenza, il destino dei Maestri del Marchio del GOI sembra segnato : continuare a lavorare all’obbedienza della GLMMMF per l’eternità, salvo che… la nostra “creatività latina” non suggerisca loro altre soluzioni.

 

Precisiamo meglio : non è che lavorare all’obbedienza della GLMMMF sia un destino così orribile dal quale per forza occorra trovare un modo per scappar fuori. La soluzione più saggia per i Maestri del Marchio del GOI sarebbe quella di continuare dove hanno cominciato : creare nuove Officine italiane all’obbedienza della GLMMMF, fino a raggiungere il numero sufficiente per costituirsi in Distretto.

 

Con questa soluzione, non ci sarebbero grosse possibilità di carriera – niente Gran Maestri del Marchio e Grandi Ufficiali del Marchio che possano gloriarsi di sontuosi collari e grembiulini – ma i Maestri Massoni del GOI potrebbero comunque ottenere regolarmente il Marchio, fondamentale complemento del loro percorso iniziatico, ed essere accolti come Fratelli nelle Logge del Marchio di tutto il mondo.

 

Al momento in cui scrivo, l’ipotesi più probabile è che tale ipotesi venga adottata. Ci sono tuttavia Fratelli che non riescono a rassegnarsi all’idea di un “Marchio del GOI” subordinato alla Francia, e che prospettano diverse soluzioni.

 

Ho scelto di parlarne qui non allo scopo di… seminare zizzania, ma perché forse un’attenta riflessione su di esse può giovare a quei lettori desiderosi di approfondire il concetto di regolarità massonica (e forse in futuro, se la definizione di tale concetto dipenderà da loro, sapranno semplificarlo e renderlo meno assurdo di quanto non sia oggi…).

 

Una soluzione potrebbe essere, ad esempio, costituire il Marchio in corpo rituale, e legarlo poi al GOI mediante un protocollo di amicizia. Non mancherebbero i precedenti : l’Arco Reale, per esempio, è lavorato in seno al GOI con una soluzione analoga (e come ho accennato sopra, lo stesso Marchio vi è già praticato in qualità di grado del Rito di York).

 

Direi che una soluzione del genere offre sulla carta notevoli probabilità di successo : potendo pescare direttamente nell’ampio bacino del GOI, il nuovo Marchio sorpasserebbe sul piano numerico tanto quello della GLRI che quello italo-francese, anche se ovviamente la sua forma strutturale di Rito gli precluderebbe la regolarizzazione internazionale.

 

Ripeto : si tratta di un’ipotesi, frutto di una mia riflessione. Non credo che nella realtà sarà avviato un progetto del genere. Ma se qualcuno ci provasse, la situazione di tre diverse autorità del Marchio nello stesso Paese non sarebbe inedita : esiste un illustre precedente, addirittura in quella virtuosa Inghilterra che oggi storce il naso di fronte alla presunta litigiosità dei Massoni italiani (ed è opportuno evitare di chiederci se nel caso specifico – come già nel 1993 – le scelte inglesi non abbiano in verità contribuito a creare quella stessa litigiosità di cui veniamo accusati…).

 

Come ho già accennato, l’UGLE nel 1856 fece balenare ai Massoni del Marchio inglesi la possibilità di riammettere il Marchio nell’Ordine, salvo poi fare marcia indietro all’ultimo momento. Fu allora che la più illustre Loggia indipendente – la Ashton Mark Lodge, altrimenti nota come Loggia Viaggiante del Cheshire – si sentì contrariata al punto di dare vita a una Honourable United Grand Lodge of Mark Master Masons of the Ashton-under-Lyne District.

 

Erano umili Fratelli di provincia, tagliati fuori dal “grande giro” della Massoneria, ma se la seppero cavare. Mentre sopra le loro teste il Supremo Gran Capitolo di Scozia e la GLMMMEW di Lord Leigh si battevano all’ultimo sangue per il controllo del grado, la United si sparse silenziosamente ben al di là dei confini della Contea originaria. Per più di quarant’anni tolse Officine ad entrambi i contendenti, giungendo a superarli quanto al numero di Fratelli ; se gli umili Massoni di Ashon-under-Lyne avessero potuto contare su qualche santo in Paradiso, la storia del Marchio sarebbe stata diversa.

 

Nel 1900, la United si decise finalmente a confluire nella GLMMMEW. All’Agape organizzata per festeggiare la riconciliazione, un loro Ex-Gran Maestro Provinciale – il Risp.mo Fratello Taylor, operaio tessile in pensione – dichiarò ai Fratelli della Gran Loggia che la United non era sorta con l’intenzione di opporsi a loro (pur ammettendo onestamente che molti membri della Ashton avessero considerato umiliante l’idea di sottomettersi a un corpo massonico con pochi anni di vita) : quello che davvero li aveva fatti infuriare – e aveva dato il la alla loro iniziativa – era stata la definizione del Marchio (nota : ad opera dell’UGLE) come “un grazioso perfezionamento del Grado di Compagno”; dalla quale avevano concluso unanimemente che da Londra non ci fosse da aspettarsi niente di buono.

 

Per dimostrare che le sue non erano solo parole di circostanza, citò a memoria l’Atto di Costituzione della United : “…che pienamente consapevoli della situazione disorganizzata e insoddisfacente della Massoneria del Marchio in Inghilterra, e convinti che il momento sia favorevole per effettuarne la restaurazione alla sua antica e onorevole importanza, approvano e raccomandano che si costituisca una Gran Loggia di Maestri Massoni del Marchio per l’Inghilterra ; unica e sola autorità del Marchio per il Paese, aperta a tutti i Maestri Liberi Muratori sulla base della disposizione del loro animo…”

 

A questo punto, Taylor fece una pausa come se avesse finito ; poi – forse incoraggiato dal clima di allegria conviviale – aggiunse …e non sulla base di licenze e impiastri vari ; parole che furono seguite da un vero boato di applausi.

 

La posizione formulata da questo sconosciuto Fratello, che ci guarda dall’Oriente Eterno forse già da un centinaio d’anni, è a mio parere quanto di più giusto e perfetto si possa dire circa l’attuale situazione del Marchio nel nostro Paese ; sostituite Inghilterra con Italia, e avrete il mio pensiero.

 

Devo ammettere, però, di aver impiegato qualche tempo per arrivarci. Spesso l’istinto dell’uomo alla competizione ottenebra in lui la saggezza, e una riflessione è necessaria prima di poter assumere, su un dato argomento, un atteggiamento obbiettivo e distaccato.

 

Il giorno in cui seppi che la GLRI era entrata nel gioco, da bravo Massone del GOI pensai : ci hanno fregati. Chiamai allora al telefono l’amico Giovanni Domma, primo Maestro Venerabile italiano di una Loggia del Marchio all’obbedienza della GLMMMF. Mi aspettavo che si sarebbe infuriato ; invece la sua reazione fu molto più serena di quanto avessi supposto.

 

Mi disse : Non è una gara a chi fonda una Gran Loggia per primo : l’importante è che qualcuno lo faccia. Noi siamo quelli che portano in Italia l’informazione sul Marchio ; deve essere un bene che poniamo a disposizione di tutti, del GOI o della GLRI non importa. Se quei Fratelli sono persone in buona fede, se ne ricorderanno.

 

In questo modo prese forma definitivamente il progetto del nostro libro, al quale già da parecchi mesi stavamo pensando. Riflettendo poi con più calma sulla posizione assunta da Giovanni, potei realizzare che aveva ragione : proprio la strana situazione che si è creata tra il Marchio del GOI e quello della GLRI può essere l’occasione per avviare la pace tra i due Ordini.

 

Infatti, se i Fratelli della GLRI lavorano il Marchio all’obbedienza della GLMMMEW, ebbene : la GLMMMEW riconosce la GLMMMF. Quindi i Maestri del GOI all’obbedienza della GLMMMF – se volessero approfittarne – godrebbero del diritto di visita in tutte Logge del Marchio fondate dai Fratelli della GLRI in Italia.

 

Per quel che ne so, è la prima volta dal 1993 ad oggi che viene a crearsi una situazione del genere tra il GOI e la GLRI, e a mio parere si tratta di un’opportunità veramente grossa. I Fratelli dei due Ordini potrebbero incontrarsi, parlarsi, fare amicizia di nuovo ; scoprire reciprocamente che il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.

 

Ora le ultime notizie sono che il 19 giugno 2010 i Fratelli della GLRI che lavorano il Marchio si sono costituiti in Distretto : ormai sembrano bene avviati verso la costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio d’Italia.

In teoria, quando il nuovo corpo massonico sarà costituito, le due Logge del Marchio italiane che lavorano sotto l’egida della GLMMMF potrebbero addirittura aderire.

Questo a qualcuno potrebbe sembrare un gesto umiliante, ma io non direi. Anche i Fratelli della Ashton Mark Lodge avevano considerato umiliante l’idea di aderire alla Gran Loggia di Lord Leigh ; poi ci rifletterono, e dopo averla ben digerita tutto si concluse in un’allegra Agape tra Fratelli.

Forse noi Italiani possiamo fare meglio di loro, ed evitare di stare a rifletterci per 44 anni. Sarebbe il modo migliore per rendere omaggio allo spirito del Marchio, che insegna a obbedire prima che a comandare, e a governare sé stessi prima di governare gli altri.

Chi può dirlo ? In futuro – magari dopo un ricambio ai vertici, con l’avvento di una generazione meno coinvolta nei contrasti del passato – l’auspicata riunificazione del GOI e della GLRI potrebbe prendere le mosse dalla Massoneria del Marchio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NUBI  SUL  MARCHIO  (maggio 2011)

 

 

 

 

Un solo Massone non può cambiare la Massoneria, ma può diffondere il messaggio che può cambiarla. Della verità di questo principio ci siamo già resi conto, il Risp.mo Fr. Giovanni Domma ed io, con la nostra campagna in favore dell’Installazione dei Venerabili nelle Logge di rito scozzese.

Non avremmo mai immaginato quale grande movimento di Fratelli si sarebbe radunato intorno alla nostra idea, né che essa sarebbe stata raccolta da intere Circoscrizioni massoniche che l’avrebbero fatta propria, come è avvenuto dapprima per la Lombardia e ora sta avvenendo in molte altre regioni d’Italia. In tutti questi luoghi, i Maestri Venerabili vengono ora consacrati mediante un rituale a cui anche noi, modestamente, abbiamo messo mano!

Ci sono altre battaglie intraprese dal Fratello Domma il cui esito è ancora incerto, ma sarà probabilmente positivo, perché sono in accordo con quel disegno di sprovincializzazione e internazionalizzazione della Massoneria italiana di cui c’è grande bisogno, affinché il GOI possa ritornare alle posizioni di prestigio sul piano internazionale che purtroppo gli sono sfuggite; molto terreno è già stato riguadagnato (ultimo traguardo raggiunto, il recupero del riconoscimento da parte della Spagna), ma è ormai chiaro a tutti che perché tale opera sia portata a compimento c’è ancora molto da fare.

Così in futuro si parlerà ancora della rivalutazione della figura del Presidente di Collegio Circoscrizionale, se non addirittura dell’istituzione delle Gran Maestranze Regionali anche in Italia: obbiettivi che il Fratello Domma porta avanti tenacemente da tempo, con un gran lavoro di propaganda e sensibilizzazione a tutti i livelli dell’Ordine.

Tuttavia la più importante delle sue iniziative è ancora più ambiziosa: sto parlando della costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio in Italia, un progetto su cui abbiamo già abbondantemente relazionato in un precedente articolo e al quale abbiamo anche dedicato un bel libro, che sta avendo successo.

Nel 2008, dopo che la Gran Loggia Nazionale Francese ristabilì le relazioni col GOI, Giovanni Domma e un altro Fratello della GLNF raccolsero un gruppo di sedici Fratelli del GOI e consacrarono la prima Loggia del Marchio di lingua italiana, all’obbedienza della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Francia: precisamente la Rispettabile Loggia Ara Pacis N°162 alle Cave di Cannes.

Il loro progetto era di costituire al più presto un paio di Logge del Marchio formate esclusivamente da Fratelli provenienti dal GOI, per costituire un Distretto del Marchio sul suolo italiano; il passaggio successivo sarebbe stato la richiesta della bolla per la costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio d’Italia ed il riconoscimento da parte della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles.

Purtroppo, vari ostacoli si frapposero alla buona riuscita di questo progetto. Si è perso così del tempo mentre altri si davano da fare, cosicché il 26 luglio 2008 Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia hanno consacrato la prima Loggia del Marchio italiana all’obbedienza della GLMMMEW, e nel settembre 2010 ne hanno creata un’altra, costituendo il primo Distretto del Marchio in Italia.

 

Ci sono ancora, purtroppo, nel GOI persone poco intelligenti che frenano irragionevolmente di fronte a ogni tentativo di innovazione, senza rendersi conto del grave danno che si apporta alla Massoneria tutta sabotando i nostri sforzi di adeguamento agli standard internazionali.

 

Comunque, pazienza: essere veri Massoni del fare vuol dire non perdersi in chiacchiere e affrontare le situazioni per quello che sono, prendendo atto che allo stato attuale delle cose il destino dei Maestri del Marchio del GOI è continuare a lavorare all’obbedienza della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Francia.

 

Come già osservammo nel nostro precedente articolo sul Marchio, non è che lavorare all’obbedienza della GLMMMF sia un destino così orribile dal quale per forza occorra trovare un modo per scappar fuori. La soluzione più saggia per i Maestri del Marchio del GOI sarebbe (…) creare nuove Officine italiane all’obbedienza della GLMMMF, fino a raggiungere il numero sufficiente per costituirsi a loro volta in Distretto. Al momento in cui scriviamo, è probabile che tale linea venga adottata.

 

Ci sono però altri ostacoli che si addensano come nubi nel cielo del Marchio, e che i pionieri del Marchio italiano dovranno superare. Per esempio, sarebbe opportuno che almeno a livello procedurale il GOI evitasse di frapporre complicazioni; eppure – fino a pochi mesi fa almeno – la Gran Segreteria pretendeva dai Fratelli desiderosi di entrare a far parte di una Loggia del Marchio di esserne preventivamente informata.

 

Una prassi del genere, in Inghilterra sarebbe del tutto inconcepibile: come già abbiamo avuto occasione di spiegare, non esiste tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) e la Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles (GLMMMEW) nessun rapporto ufficiale; né potrebbe essere diversamente perché ambedue si autodefiniscono ordini sovrani, quindi in teoria uno dei due sul suolo inglese sarebbe di troppo.

 

Il loro rapporto, che potremmo definire simbiotico, è il seguente: l’UGLE concede ai suoi Maestri di aderire a una Loggia del Marchio della GLMMMEW, ignorando ufficialmente il fatto; da parte sua, la GLMMMEW pretende dai suoi aderenti che essi frequentino attivamente il craft – noi diremmo l’Ordine – nelle Officine dell’UGLE.

 

Bisogna infatti tener presente che, per entrare a far parte di una Loggia di Maestri Muratori del Marchio, un Fratello dev’essere un Maestro Massone con anzianità nel grado di almeno un anno (e se volesse aspirare al rango di Maestro Venerabile, dovrebbe avere già esercitato quest’incarico in una Loggia Azzurra – dico dovrebbe perché quest’ultima prescrizione può essere aggirata mediante una dispensa rilasciata dal Gran Maestro Provinciale); ora la GLMMMEW, che in quanto ordine sovrano avrebbe diritto a lavorare i tre gradi azzurri nelle sue Officine, per non esercitare un’indebita concorrenza nei confronti dell’UGLE rinuncia a farlo, ed entrambi gli Ordini si avvalgono dei vantaggi che derivano da questa tacita collaborazione, facendosi in sostanza reciproca pubblicità.

 

E’ questo il tipo di rapporto che le Gran Logge del Marchio conducono con il loro Ordine di riferimento in ogni Nazione, da cui emerge chiaramente che la Gran Segreteria del GOI non può avere alcuna voce riguardo alla scelta di un suo Maestro di aderire al Marchio: ufficialmente per il GOI la Massoneria del Marchio non esiste, quindi non si può parlare certamente di autorizzare tale scelta.

 

Volendo assumere nei confronti di tale pretesa una posizione conciliante, possiamo accettarla come una concessione da parte del Marchio ai bizantinismi della tradizione massonica latina, e il futuro Maestro del Marchio vi si potrà adattare in segno di riguardo nei confronti della Gran Segreteria stessa; purché sia chiaro però che il Gran Segretario del GOI non ha nessuna voce in capitolo, e può solo prendere atto della scelta del Fratello. Non ha certamente il diritto di “mettersi di traverso” insabbiando le domande e rallentandone in questo modo il decorso.

 

In questi ultimi anni, gli accresciuti contatti tra i Massoni (che viaggiano e… navigano di più) stanno apportando come conseguenza gradita e inevitabile la diffusione a macchia d’olio di forme rituali un tempo circoscrivibili a determinati territori, come appunto il Marchio era limitato alla sfera d’influenza diretta della Massoneria britannica. E’ quindi una sfida molto importante per gli Ordini sapersi adeguare alla nuova situazione, evitando che regole concepite a tutela della prudenza e della regolarità, si ritrovino a svolgere altre funzioni certo originariamente non previste – fungere da freno alla libera circolazione dei fratelli, delle idee, nonché addirittura da intralcio al lavoro.

 

E non è questa la sola nube nel cielo del Marchio. Spiace, ad esempio, avere la sensazione che ci siano Fratelli che sulla ristrettezza delle regole (e ancora di più sulle loro ambiguità) cercano di edificare le fondamenta del loro “potere”. E’una mentalità molto “italiana”, purtroppo lo sappiamo tutti: quante volte in un ufficio pubblico ci siamo ritrovati di fronte un funzionario che – lungi dal pensare al bene del cittadino e dello Stato – aveva l’aria di dirci: il documento che ti serve non te lo do finché non avrai capito che io sono un personaggio importante ?

 

E’ questa un’arte perversa che si avvale di molte raffinatezze e variazioni. Per esempio, si può rivolgere ad arte un decreto contro l’altro e trasformare in un’impasse insuperabile qualsiasi contraddizione che in realtà si potrebbe risolvere con un po’ di buon senso. Così il fatto che nel Marchio ci siano due diverse autorità internazionali – le Gran Logge del Marchio di Francia e d’Inghilterra – entrambe volte a costituire Officine di Massoni italiani, secondo lo spirito con cui viene vissuto può trasformarsi in un’inesauribile fonte di fratellanza o di… discordie.

 

Perché sia fonte di fratellanza basterà, come già ho suggerito nel precedente articolo e nella realtà sta verificandosi felicemente, che i Fratelli italiani delle due obbedienze continuino nel positivo spirito di confronto che ha contrassegnato questo primo periodo, caratterizzato da cordiali scambi di email dall’una all’altra sponda; aiuta in questo il fatto che si tratta per la maggior parte di Fratelli giovani, scarsamente coinvolti nei dissapori del passato e contrassegnati da un approccio all’Istituzione veramente esoterico – consapevoli quindi della validità e della delicatezza della nuova esperienza che la Massoneria italiana sta vivendo col Marchio sul piano culturale, e ben decisi a non buttare tutto alle ortiche con qualche passo falso suggerito da stupidi personalismi o anacronistici orgogli.

 

Ma purtroppo anche il secondo caso, quello della discordia, è sempre in agguato: basterebbe ad esempio che qualcuno nel GOI si lasciasse abbagliare dal prestigio derivante dal ruolo di uomo guida del Marchio italiano, e per… distinguersi dalla concorrenza si abbandonasse a criticare oltremodo la politica seguita dalla GLMMMF in Italia, esagerando in malafede le difficoltà della situazione; fino a esplodere in proclami “nazionalisti” circa il fatto che gli Italiani possono fare da soli – noi non abbiamo bisogno né della Francia né dell’Inghilterra…

 

Poiché effettivamente voci del genere sono circolate, proviamo a chiederci precisamente cosa vorrebbe dire “fare a meno della Francia e dell’Inghilterra”. Sul piano del riconoscimento internazionale, non c’è scampo: non potrà mai esistere una Gran Loggia del Marchio italiana se non sarà la GLMMMEW a riconoscerla. Si potrà trattare di un riconoscimento diretto qualora i Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia raggiungano in breve il sufficiente numero di Logge, come noi gli auguriamo; sarà un po’ più complicato se fossero invece i Fratelli del GOI i primi a mettere insieme un certo numero di Officine all’obbedienza francese, ma se lo spirito che sta guidando i pionieri del Marchio italiano continuerà a essere lo stesso, siamo del tutto fiduciosi che anche in questo caso il processo di costituzione sarà condotto all’insegna della fratellanza.

 

Indicibilmente più complessa diventerebbe invece la situazione se altri gruppi di Fratelli decidessero di appoggiarsi a una terza Gran Loggia del Marchio estera, chiedendole di garantire una o più Logge alla sua obbedienza sul territorio italiano. Non è certo vietato, e sicuramente Gran Logge estere disponibili all’esperimento se ne troverebbero – l’Italia è pur sempre una delle principali nazioni massoniche del mondo, “territorio di caccia” irresistibilmente appetibile per le magre disponibilità economiche di molti Orienti “minori”; ma non mi sembra la miglior risposta alla sincera e fraterna disponibilità dimostrate finora dalla GLMMMF nei nostri confronti, e al di là delle inevitabili rappresaglie – che ci saremmo meritate – sarebbe l’ennesima “figura da cioccolatai” dei Massoni italiani a livello internazionale.

 

Ancora più campata in aria mi sembra la possibilità che Maestri del Marchio italiani creati in Francia formino un’Officina senza porsi all’obbedienza francese, magari fantasticando di poter lavorare all’obbedienza del GOI: ipotesi impraticabile perché in flagrante contrasto con l’Articolo 2 della Union – il Marchio non fa parte dei tre gradi azzurri regolari.

 

E se per assurdo riuscissero a costituirla, e non so per mezzo di quale strategia o compromesso inducessero il GOI a dare il suo benestare, il risultato sarebbe lo stesso dei tre scellerati compagni che uccisero il nostro Maestro: metterebbero a repentaglio l’ammirevole lavoro diplomatico intessuto dal GOI con fatica e abilità presso tante Gran Logge delle quali stiamo finalmente riuscendo a riottenere la fiducia. Per quanto riguarda poi l’UGLE, non oso pensare alle ripercussioni che potrebbe causare un’iniziativa tanto provocatoriamente eretica, volta a sottolineare quella benedetta “diversità latina” che ai loro occhi non è nient’altro che pura bizzarria.

 

Ma davvero esistono Fratelli italiani che per ambizione personale si presterebbero al gioco di accrescere scientemente la confusione della nostra Massoneria, dando origine a una situazione in seguito alla quale le possibilità di unificazione del Marchio italiano diventerebbero un rebus disperatamente intricato e complesso? Noi non vogliamo crederlo; eppure si vocifera che questi “Fratelli” ci sono.

 

Io mi domando: è possibile che non riescano solo per un momento meditare e riflettere che non si può vivere desiderando di essere sempre al centro dell’universo? No, davvero non si può vivere covando dentro di sé solo invidia verso le affermazioni altrui, giungendo a sabotarle senza neppure soffermarsi a riflettere sui danni che si creano in questo modo. Il vero Fratello è colui che gioisce con te e piange con te, non colui che brama di primeggiare sempre, facendo prevalere nevroticamente il proprio ego afflitto e sinistrato.

 

Dovrebbero piuttosto essere grati a chi sta facendo qualcosa per la Istituzione in generale e per il GOI in particolare, portando quel rinnovamento di cui tanto abbiamo bisogno; dovrebbero tralasciare per una volta di bardarsi di medaglie grembiuloni ed onoreficenze, di vantarsi della loro anzianità massonica che senza la saggezza non è nulla, di far valere il proprio egoismo e il loro interesse vuoto.

 

Eppure no: eccoli là, nella loro folle corsa ad essere sempre i protagonisti costi quello che costi, e gli altri possono morire; poco importa se fino all’altro ieri del Marchio ignoravano perfino l’esistenza e si sono documentati spiluccando frettolosamente il nostro libro – adesso il Marchio in Italia sono loro, e per far valere le loro pretese sono pronti a mendicare riconoscimenti fin dalla Nuova Zelanda.

 

Mi domando quanto questi Fratelli si rendano conto che, se l’egoismo da parte di un Massone non è mai ammissibile, in un momento come questo le implicazioni che ne possono derivare rischiano di andare ben oltre le squallide baruffe di Loggia. Abbiamo puntati addosso gli sguardi di tutta Europa; sempre più forte sembra ormai delinearsi il movimento che riconosce nel GOI la Massoneria regolare italiana. Ogni movimento interno al nostro Ordine viene a livello europeo analizzato, dissezionato, dibattuto; questo perché siamo forse il primo grande Ordine “latino” della storia che intraprende la difficile strada delle riforme interne, per conservare le proprie specificità e nel contempo andare incontro agli standard della Massoneria internazionale.

 

Possiamo godere della comprensione e della simpatia di molti – per quel nulla che io conto, mi capita di ricevere email di approvazione anche da Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia; perché al di là delle etichette, il Massone intelligente e al di sopra delle parti non può non essere intrigato dal coraggio e dalla sapienza massonica che il GOI profonde nel nuovo cammino da lui scelto, a mezza strada fra modernità e tradizione (e nel quale la sua attuale giunta, bisogna pur dirlo, sta veramente mostrando il lato migliore di sé, dimostrando di tenere in maggior conto il giudizio della storia che non gli effimeri umori della cronaca).

 

Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che su come sarà giocata la partita del Marchio è in gioco molto del consenso e della credibilità che il GOI sta accumulando: se dovesse venire fuori il solito pasticcio all’italiana, con lo stolto protagonismo di fazioni l’un contro l’altra armate, allora sarebbero guai.

 

Speriamo quindi che i Fratelli coinvolti in progetti tesi a piegare il futuro del Marchio ai propri interessi ci ripensino presto – almeno prima di essersi spinti troppo in là. Se vogliono alzare le colonne di nuove Logge del Marchio sul territorio italiano, la loro opera non sarà soltanto benvenuta ma benemerita e necessaria; lungi da loro però l’idea di farlo in concorrenza con i Fratelli che per primi hanno avviato il progetto (che sono, come ormai tutti sanno, i Risp.mi Ffr. Domma e Vettese) o peggio ancora sotto gli auspici di improbabili nazioni estere, perché in tal caso un grande bene potrebbe trasformarsi in un gran male, e le conseguenze negative per la Massoneria potrebbero andare molto al di là di quanto la loro modesta comprensione della realtà massonica internazionale possa suggerire.

 

Si dispongano piuttosto a osservare con quanta umiltà e prudenza il progetto Marchio è stato finora portato avanti dai suoi iniziatori: senza mai affrontare frontalmente le molte difficoltà che si sono infrapposte ma risolvendo tutto con pazienza, garbo e diplomazia; che osservino, riflettano e imparino non solo l’arte di pavoneggiarsi all’Oriente, ma anche quella di macinare a proprie spese migliaia di chilometri per recarsi a una tornata del Marchio in una città lontana affinché i Fratelli possano raggiungere il numero per aprire i lavori; non solo l’arte di far sfoggio della propria presunta scienza nelle Agapi, ma anche quella di intrattenere i disinteressati rapporti che trasformano Fratelli sparsi provenienti da diverse città in una vera Officina, retta da un incrollabile eggregore di vera Fratellanza.

 

Che reimparino l’arte massonica ricominciando da quelle piccole cose che la fanno grande: i discreti momenti di gioia, la triplice stretta della Catena di Unione, gli scambi durante l’Agape… piccole felicità come rubate che illuminano gli sguardi, creando inavvertitamente quel clima per cui i Fratelli, a fine tornata, fanno fatica a lasciarsi.

 

E’ anche di tutto questo che la Massoneria di oggi ha un gran bisogno, ed è qualcosa di immensamente più grande della loro invidia: è la vera filantropia, che porta all’elevazione morale, intellettuale, esoterica e materiale di tutti i Massoni, ai quali aspira di estendere i legami d’Amore e di Solidarietà fraterne che uniscono fra loro tutti i Liberi Muratori del mondo.

 

 

 

 

 

Conferenza alla presentazione del libro “MASSONERIA DEL MARCHIO”

PUBBLICAZIONE SU HIRAM

 PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Carissimi amici e Fratelli

La Massoneria del Marchio è un corpo rituale tra i più caratteristici della Massoneria inglese, la cui funzione è di rilasciare ai Maestri Massoni che ne fanno richiesta un Marchio personale.

La tradizione narra che tale usanza risalga alla fabbrica del Tempio di Salomone : tanto gli scalpellini che lavoravano nelle cave quanto i costruttori usavano apporre su ogni Pietra il proprio Marchio, uso che consentiva ai Sovraintendenti di conteggiare quante Pietre ogni Compagno aveva lavorato e determinare il suo salario.

Nell’ambito della Muratoria Operativa, il Marchio veniva considerato un rituale protettivo volto a tutelare dai pericoli dell’individuazione : ovvero in sostanza dall’orgoglio, che minacciava i Compagni per la loro abilità professionale e il Maestro della gilda per i suoi privilegi.

Mediante il rituale del Marchio, questo naturale sentimento veniva incanalato in modo tale che non fosse cagione di rivalità e contrasti, bensì uno stimolo a integrare fruttuosamente il proprio lavoro con quello degli altri.

In Inghilterra e Galles, il grado del Marchio può essere richiesto in qualunque momento un Maestro Massone lo desideri ; il Candidato deve far richiesta per l’avanzamento a una Loggia del Marchio, ovvero a una struttura indipendente dalla Loggia Azzurra che l’ha elevato Maestro.

In Irlanda, il Marchio viene concesso esclusivamente dai Capitoli dell’Arco Reale : dopo che il Candidato viene ammesso a far parte di un Capitolo, una Loggia del Marchio viene temporaneamente formata (e poi sciolta) espressamente per procedere alla sua elevazione.

La stessa procedura viene seguita anche in  Scozia, dove però – nel caso eccezionale di Candidati che desiderano ricevere soltanto il Marchio e non sono interessati all’Arco Reale – anche le Logge hanno il potere di conferirlo.

Per quanto le consuetudini siano diverse, la relazione del Marchio con gli altri gradi massonici è piuttosto chiara : possiamo collocarlo tra il Maestro e l’Arco Reale, in quanto – così come oggi è strutturato – svolge la duplice funzione di collegare tanto il grado di Compagno a quello di Maestro quanto quello di Maestro all’Arco Reale.

E’ sempre apparso strano che i Fratelli che vogliono accedere al grado di Maestro del Marchio siano trattati come Compagni, e accolti in una Loggia che pare lavorare in tale grado, benché non possano accedere al Marchio se non sono Maestri. Questo perché, nei due gradi del Marchio originali, essi venivano prima elevati Maestri secondo il Marchio (Mark Men in inglese, Operai del Marchio in italiano), e solo successivamente diventavano Maestri del Marchio ; l’usanza contemporanea di somministrare entrambi i gradi in una sola cerimonia rende in effetti questi due passaggi piuttosto incomprensibili, ma è di fatto una testimonianza della notevole antichità del grado, e di come i tratti del suo originale rito di trasmissione siano stati fedelmente preservati.

Il simbolismo del grado del Marchio cerca di incoraggiare la fiducia nel fatto che, se il nostro lavoro è veramente di qualità e originale, alla fine ne avremo il giusto riconoscimento ; a condizione però che la lotta in favore delle nostre idee sia portata avanti con pazienza, umiltà e temperanza. In questo senso, esso ha veramente “lasciato il suo Marchio” sull’intero edificio della Massoneria Azzurra, il cui costrutto etico – non soltanto nei Paesi anglosassoni, ma anche nei Paesi latini – in grandissima parte dagli insegnamenti del Marchio è ispirato.

Il corpo massonico che governa e somministra il grado del Marchio è la Grand Lodge of Master Mark Masons of England and Wales with its Districts and Lodges Overseas,(Gran Loggia dei Maestri Massoni del Marchio di Inghilterra e Galles, con i suoi Distretti e Logge d’Oltremare), che venne costituita negli anni cinquanta del diciannovesimo secolo. Da essa hanno avuto origine numerose Gran Logge del Marchio in vari Paesi del mondo ; in Italia, per il momento, non ne abbiamo ancora una, e i Massoni del Grande Oriente d’Italia che intendano lavorare il Marchio possono farlo all’obbedienza della Gran Loggia dei Maestri Massoni del Marchio di Francia.

Molto particolare, e difficile da comprendere per noi Italiani, è il rapporto che lega la Gran Loggia del Marchio inglese alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Quest’ultima, infatti, pratica soltanto i tre gradi azzurri e l’Arco Reale, e considera corpi massonici regolari solo quelli che rispondono ai suoi stessi requisiti (diversamente dai principali Ordini latini, che stipulano anche forme di reciproco riconoscimento coi “Riti”), e soltanto a questi concede o ritira il proprio riconoscimento.

Potrebbero quindi essere oggetto di sanzioni disciplinari (in teoria) quei Fratelli inglesi che frequentassero Ordini cui il riconoscimento inglese è stato ritirato, come ad esempio il Grande Oriente d’Italia ; ma se invece frequentano la versione britannica del Rito Scozzese o il Marchio, non corrono il pericolo di incorrere in alcuna sanzione, perché per la Gran Loggia Unita d’Inghilterra è come se queste organizzazioni non esistessero.

Questo a livello ufficiale ; ma in pratica, oggi i rapporti tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra e la Gran Loggia del Marchio sono amichevoli, e la diffusione del Marchio viene considerata un ottimo veicolo per diffondere a livello internazionale la concezione britannica della Massoneria.

Un’altra importante caratteristica della Gran Loggia del Marchio è di costituire il punto di riferimento per tutti gli antient degrees, o antichi gradi, della Massoneria britannica.

Di cosa si tratta ? Dei numerosi “alti gradi” che ebbero origine in Scozia, fin dal quattordicesimo secolo, in conseguenza dell’incontro tra Muratoria Operativa e Templarismo. Fino al diciassettesimo secolo si diffusero lentamente verso Sud, e fu proprio la loro riscoperta da parte dell’ambiente intellettuale londinese a innescare il processo che avrebbe dato origine alla moderna Massoneria.

I fondatori dell’Ordine massonico, però, guardavano lontano, e non volevano che gli antichi gradi fossero praticati in Loggia, bensì in corpi massonici a parte, espressamente creati ; la loro intenzione era infatti di creare un’Istituzione massonica compatta, snella e con regole uniformi, il che avrebbe favorito la sua diffusione in tutto il mondo.

Sostituirono quindi alla molteplicità degli antichi gradi l’attuale grado di Maestro, e questo dette origine a gravi proteste che sfociarono nella secessione tra Antients – sostenitori della pratica degli antichi gradi in Loggia – e Moderns, sostenitori del grado di Maestro hiramita.

Dopo sessant’anni di lotte, nel 1813 si giunse al compromesso per cui la Gran Loggia Unita d’Inghilterra avrebbe praticato nell’Ordine i tre Gradi Azzurri più l’Arco Reale. La Gran Loggia di Scozia andò oltre, escludendo anche l’Arco Reale : nacque così la distinzione tra Massoneria di indirizzo britannico e di indirizzo scozzese, che esiste tuttora.

Nelle nazioni latine, per esempio Italia e Francia, la Massoneria scozzese è quella universalmente praticata ; solo a partire dall’ultimo dopoguerra, in un clima di risorta fratellanza, la ritualità britannica ha cominciato a diffondersi anche da noi, soprattutto per mezzo delle Logge che lavorano in Emulation.

Per molto tempo dopo il 1813, nella Massoneria inglese, gli antichi gradi esclusi dall’Ordine faticarono per sopravvivere ; ma quando videro che la Gran Loggia del Marchio si era saldamente costituita, uno alla volta stipularono protocolli di amicizia che consentivano loro di poter lavorare appoggiandosi alle sue strutture.

Uno di essi, l’Ark Mariner, lavora oggi all’obbedienza della Gran Loggia del Marchio ; agli altri si può accedere passando attraverso di essa, e si tratta di una vera… porta dimensionale, che si apre su un Universo di magnifici antichi gradi suggestivi e sconosciuti, ricchi di valenze iniziatiche che nella Massoneria di oggi sono passate in secondo piano o andate perdute.

Un rapido cenno ai più importanti :

Il Gran Consiglio dei Maestri Reali e Scelti, che conta quattro gradi.

L’Ordine del Testimone Segreto, il cui terzo grado – il Supreme Ruler – consiste di una millenaria forma di Installazione, da molti considerata il grado più ricco di insegnamenti dell’intera Massoneria.

L’Ordine della Croce Rossa di Costantino, che rivendica una filiazione diretta dall’omonimo Ordine fondato nel quarto secolo dal Vescovo Eusebio.

L’Ordine dei Gradi Alleati, il cui quinto grado – Grand High Priest – rievoca atmosfere teurgiche e martineziste.

L’Ordine dei Cavalieri Templari : sontuoso sistema in 36 gradi, ripreso dalla tradizione templare irlandese della Anahilt Union Band.

Tutti questi tesori, goduti dalla ristretta cerchia dei Maestri Massoni del Marchio, costituiscono veramente il più antico e prezioso tesoro della Massoneria. Cari amici e Fratelli, sta a noi la responsabilità di creare le condizioni perché possano essere goduti dai Massoni italiani del futuro.

Giovanni DOMMA

 

 

 

INTRODUZIONE E PREFAZIONE DEL LIBRO- LA MASSONERIA DEL MARCHIO –

NOTA INTRODUTTIVA

Questo libro racconta la storia del grado massonico del Marchio, dalle origini al consolidamento della Grand Lodge of Master Mark Masons of England and Wales  with its Districts and Lodges Overseas (che chiameremo per brevità Gran Loggia del Marchio), negli anni settanta del diciannovesimo secolo.

In quel periodo, tanto il processo di evoluzione del rituale quanto il dibattito su quale dovesse essere la collocazione del Marchio nel quadro generale della Massoneria poterono dirsi conclusi ; la successiva storia dell’espansione della Gran Loggia del Marchio e della progressiva diffusione del grado in ogni parte del mondo è di sicuro altrettanto affascinante, ma è un’altra storia, che andrebbe trattata a parte.

La nostra fonte principale è stata The Arch and the Rainbow di Neville Cryer : indubbiamente la migliore opera sulla storia del Marchio mai pubblicata finora. E’ un libro che, se ha un difetto, è quello dell’eccessiva mole di dati, che va decisamente a scapito della sua leggibilità ; abbiamo cercato di rimediare estrapolandone le informazioni più essenziali e coordinandole tra loro, integrandole anche coi contenuti delle circa tremila pagine sulla Massoneria del Marchio disponibili in rete.

Un’altra caratteristica peculiare dell’opera di Cryer è che la storia da lui proposta si discosta in alcuni punti dalle ricerche sulla storia del Marchio svolte nell’ambito della Gran Loggia Unita d’Inghilterra. Per chiarire meglio questo punto sono necessarie alcune riflessioni.

Innanzitutto, non si può parlare di una storia ufficiale del Marchio in versione Gran Loggia Unita d’Inghilterra, in quanto il rapporto che lega quest’ultima alla Grand Lodge of Master Mark Masons riveste una natura piuttosto inedita agli occhi dei Massoni italiani e “latini” in generale : tra i due corpi, infatti, non esiste nessuna forma di accordo né di riconoscimento, il che non impedisce ai Massoni della Gran Loggia di frequentare le Logge del Marchio alla luce del sole.

Questo perché la Gran Loggia Unita d’Inghilterra – che pratica soltanto i tre gradi azzurri e l’Arco Reale – considera corpi massonici regolari solo quelli che rispondono ai suoi stessi requisiti (diversamente dai principali Ordini latini, che stipulano anche forme di reciproco riconoscimento coi “Riti”), e soltanto a questi concede o ritira il proprio riconoscimento.

Potrebbero quindi essere oggetto di sanzioni disciplinari (in teoria) quei Fratelli inglesi che frequentassero Ordini cui il riconoscimento inglese è stato ritirato, come ad esempio il Grande Oriente d’Italia ; ma se invece frequentano la versione britannica del Rito Scozzese o il Marchio, non corrono il pericolo di incorrere in alcuna sanzione, perché per la Gran Loggia Unita d’Inghilterra è come se queste organizzazioni non esistessero.

Questo a livello ufficiale ; ma in pratica, oggi i rapporti tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra e la Gran Loggia del Marchio sono amichevoli, e la diffusione del Marchio viene considerata un ottimo veicolo per diffondere a livello internazionale la concezione britannica della Massoneria. Proprio per questo, prestigiose Logge di ricerca come la Quatuor Coronati pubblicano abbastanza di frequente pregevoli studi sul Marchio, e per la stessa ragione… gli aspetti più imbarazzanti dei rapporti intercorsi in passato tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra e la Gran Loggia del Marchio non vi compaiono mai.

Ai giorni nostri, il Massone medio inglese ama il Marchio e ne conosce la storia abbastanza bene ; ma se gli chiedete ad esempio quale sia l’origine della Gran Loggia del Marchio, vi risponderà che sorse da una costola del Supremo Gran Capitolo di Scozia dell’Arco Reale, tacendo delle battaglie che dettero origine a questa presunta gemmazione, proprio perché nessuno glie le ha mai raccontate ; e allo stesso modo, vi dirà che la sua fondazione fu preceduta da una fase preliminare in cui il Marchio era stato riaccolto per breve tempo in seno al Craft (noi diremmo all’Ordine), ignorando del tutto come siano andate veramente le cose.

Il grande merito di Cryer è di non essersi fermato alla versione politically correct : da storico di razza, andò al fondo di tutte le questioni, non tacendo di quelle verità che dal punto di vista della Gran Loggia Unita d’Inghilterra… sono assai scomode.

Noi avremmo potuto ignorarle, e presentare al lettore italiano la stessa versione edulcorata della storia del Marchio che in Inghilterra oggi va per la maggiore ; abbiamo invece pensato di rendergli un utile servizio non tacendo di nulla, e lasciando che si formi egli stesso la propria opinione.

Nel riportare e sintetizzare l’enorme mole di dati che costituiva la materia prima di questo libro avremo senza dubbio commesso qualche sbaglio, di cui chiediamo scusa anticipatamente ; come si vedrà, la materia trattata è assai complessa, e non avevamo a disposizione nessuna opera italiana cui appoggiarci. Preghiamo il lettore di credere che laddove possiamo aver sbagliato è stato in buona fede, e ci dichiariamo anticipatamente disponibili a prendere atto dei nostri eventuali errori.

 

P R E F A Z I O N E

                                                         di Claudio Bonvecchio 

Questo interessante, semplice e chiaro lavoro colma una carenza nella letteratura riguardante la Libera Muratoria: almeno in quella italiana. Infatti, non sono molti – in Italia – ad essersi interessati all’antichissima Tradizione iniziatica del Marchio (era attivo in Scozia sin dalla fine del 1500) e ad averla praticata. Così come non molti sono in Italia coloro che  conoscono, approfonditamente, il significato del termine “Marchio”. Ossia cosa sono le Logge del Marchio e quale sia la loro importanza nel cammino di perfezionamento muratorio.

 In proposito e per avvicinarsi all’argomento, si può definire il Marchio una sorta di “rito”: di rito sui generis, però. Ma, forse, è improprio chiamarlo – secondo l’uso ed il lessico delle Massonerie continentali e latine – un Rito: in quanto presenta un ridottissimo numero di Gradi di Perfezionamento. Ma, pur prevedendone soltanto due (quello del Mark Man e del Mark Master Mason), non per questo è meno importante, dal punto di vista esoterico, di altre forme di ritualità . Sarebbe, però, più corretto chiamarlo – e considerarlo – una Obbedienza perché di una Obbedienza ha tutte le caratteristiche fondamentali. Come mostra la sua stessa titolatura inglese: Grand Lodge of Master Mark Masons with its Districts and Lodges Overseas. Ma soprattutto il suo impatto simbolico che ne dà una immediata e complessiva immagine

 Non a caso, il gioiello che lo esprime – pur essendo una semplice pietra appesa ad un nastro azzurro argento e cremisi – rappresenta la “pietra di volta” del Tempio. Ciò che regge, cementa e salda – facendone un tutto unico – l’intera costruzione. Riportandone il valore simbolico alla Massoneria, significa il compimento della trasformazione operata dal “lavoro” muratorio: la chiave di volta di quell’uomo nuovo che aspira essere il Libero Muratore, il singolo Libero Muratore. Ed, infatti, il Marchio è particolarmente attento al singolo Fratello di cui vuole esserne in un certo senso “il sigillo”.

 D’altronde, il termine ”marchio” altro non è che sinonimo di un “sigillo” personale. Dove sigillo, dal punto di vista simbolico, rimanda ad una identificazione: identificazione di un’opera d’arte come il capo-lavoro dei maestri delle antiche Corporazioni di Mestiere o identificazione di una vita, come il sigillo portato sullo scudo o sull’anello “alla chevalière” degli antichi cavalieri. Per questo, il Marchio si può considerare – nell’ambito della Massoneria speculativa – come l’espressione di un lavoro cavalleresco o, se si preferisce, di una cavalleria del lavoro, dove la cavalleria è l’aspetto illuminante ed il lavoro quello trasformativo.

 Entrambi rappresentano – nella loro strettissima unione –  il raffinato compimento non solo della scelta cavalleresca originaria, avvenuta con l’Iniziazione, ma anche della meta ultima del lungo lavoro dello sgrossamento della pietra. Un lavoro che vede in azione chi vuole essere operaio (il primo Grado del Marchio) per diventare poi, con il secondo Grado, veramente Maestro di una collettività iniziatica. Una collettività che lavora individualmente, ma in parallelo con gli altri: come si conviene alla pratica ermetica, tramandata dagli antient degrees. Come si conveniva alla Cavalleria e come era proprio degli antichi Maestri Muratori. Ẻ il motivo per cui, alchemicamente, i lavori delle Logge del Marchio avvengono con la cadenza e lo stile delle antiche Logge, di cui riprendono lo spirito, la profondità ed il respiro sacrale: delle parole, dei passi e dei gesti. Sono come il Sale che equilibra il Mercurio e lo Zolfo.

 Come si può notare – già da questi brevi ed episodici cenni – lo studio storico, teorico, rituale ed esoterico sul Marchio che viene qui svolto, si rivela straordinariamente accurato ed intrigante. Ma il suo pregio maggiore non è l’erudizione massonica: che pure mostra – in maniera precisa e documentata – il lungo cammino del Marchio attraverso contese, diatribe, polemiche ed ostacoli di ogni sorta. Se così fosse – senza nulla togliere alla sua importanza per la Storia della Libera Muratoria – correrebbe il rischio di essere fine a se stesso: come troppo spesso accade. Lo scopo degli autori non è, infatti, quello di aggiungere un tassello alla lunghissima bibliografia massonica. E neppure quello di contribuire – in maniera narcisistica – alla “mise en forme” di un tassello di quell’intellettualismo massonico che sta trasformando lo speculativo in letterario e i Fratelli in professorini.

Gli autori vogliono ben di più. Mirano più in alto. Si propongono – tramite un accurato lavoro d’informazione storica – di rivitalizzare la Tradizione Massonica, proponendo una via antica e sempre nuova. Una via da fare propria e da interiorizzare: come mostra, significativamente, il capitolo sulla Ritualità del Marchio.

 Va da sé che la loro non è una impresa facile. Ma proprio questa è la “sfida” che lanciano gli autori. Si tratta di una sfida ambiziosa e coraggiosa di cui la Libera Muratoria italiana ha bisogno. Anzi di cui ha necessità e di cui l’introduzione, in Italia, del Marchio sarebbe una tappa importante. Per questo agli autori – Giovanni Domma e Daniele Mansuino – va il più vivo e sincero ringraziamento di chi crede che la Libera Muratoria non sia rigida e ossificata, ma vivace e dinamica. E pronta a rispondere alle sfide della società e degli uomini: per costruire un mondo migliore.

                                             

                                                     Claudio Bonvecchio

 

Elogio- libro- LA MASSONERIA DEL MARCHIO

ARCO REALE 8888SDC11624

Il primo libro scritto in Italia sulla Massoneria del Marchio

Ai Car:.mi e Risp.mi Fr:.lli

Daniele MANSUINO

Giovanni DOMMA

Carissimi Daniele e Giovanni,

per prima cosa Vi devo ringraziare per il gentile e prezioso pensiero che mi avere riservato.

Ho letto con attenzione (anzi direi studiato) il Vostro pregevole lavoro, che ho trovato di grande interesse: esso rappresenta una pietra miliare nella bibliografia massonica italiana, giacchè il “Marchio” non aveva mai avuto una trattazione così esauriente e completa.

Invero la Massoneria del Marchio nella nostra Comunione è sconosciuta ai più, che non riescono a comprenderne le radici ed il suo importante significato, spesso confondendola con un Rito del quale non ha né le caratteristiche, né le finalità iniziatiche.

In passato, grazie alla mia funzione di Gran Maestro dei Massoni Criptici d’Italia, ho avuto la fortuna di conoscere e stringere una forte e leale amicizia con l’Ill.mo Gran Maestro Henri Susse e il suo vice Gerard Costes, frequentando così i lavori della Gran Loggia del Marchio di Francia; in ultimo a Parigi nel 2009 mi è stato concesso il privilegio di essere investito Grande Ufficiale d’onore della stessa Gran Loggia.

Orbene, non essendo un lettore digiuno della materia, ho apprezzato tantissimo la Vostra encomiabile fatica, che finalmente ha chiarito in via definitiva l’insegnamento inziatico del Marchio, che affonda le sue radici nella notte dei tempi.

Grazie per ciò che avete fatto e grazie per avere illuminato la Comunione Italiana, nella speranza che il libro venga letto affinché tutti possano trarre insegnamento.

Colgo l’occasione per augurarVi un Solstizio di ogni bene e felicità.

Con imperituro e fraterno affetto. Vitantonio

Gallipoli, 7 dicembre 2010.

 

Il Compagno e la squadra

 

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Il Compagno e la Squadra Luglio 2011

Daniele Mansuino e Giovanni Domma avevano già concluso la stesura di questo articolo quando sono stati raggiunti dalla notizia della scomparsa di Spartaco Mennini, maestro di Massoneria e di vita.
Per quanto la morte sia l’ultima delle preoccupazioni dell’iniziato, non è possibile quantificare né esprimere lo sgomento che ci agita quando un maestro effettivo sceglie di abbandonare gli ingrati e turbolenti oceani del mondo profano, e – come i Templari un giorno presero il mare verso la Scozia – alza le vele verso l’Oriente Eterno, dove sempre vivrà nella vera Luce.
Spartaco ci ha lasciati, e non sarà la stessa Massoneria di prima. Mai come oggi ci sarebbe bisogno di Fratelli come lui, anni luce superiori agli stolti individualismi che avvelenano la nostra Istituzione causando guai dovunque. Con tutto il cuore dedichiamo alla sua memoria il nostro modesto lavoro, nell’illusione che possa contribuire a crearli.

Il Compagno e la Squadra

Nella muratoria operativa, la Squadra era l’emblema dei cosiddetti Straight Masons (o Square Masons), i Tagliatori, e il Compasso degli Arch Masons, o Costruttori ; il simbolo della Squadra e Compasso stava quindi a rappresentare l’insieme della muratoria, considerata in entrambe le sue componenti.
Citiamo qui di seguito alcuni passi del nostro libro Massoneria del Marchio, aventi come fonte le ricerche effettuate da Neville Cryer :
Quando un Apprendista entrava a far parte della Loggia (a partire dal marzo 1663, l’età minima fu fissata a 14 anni di età, e dal dicembre dello stesso anno a 21 ; prima entravano anche ragazzini di 12 o 13 anni) sceglieva in quale delle due classi egli volesse servire. Se sceglieva di essere uno Straight Mason gli veniva fatto dono di una Squadra, se un Arch Mason di un Compasso : è questa l’origine storica dell’immortale simbolo che tanto amiamo. Il colore-simbolo degli Straight Masons era il blu, quello degli Arch Masons il rosso (…).
Soltanto gli Arch Masons erano abilitati alla costruzione di edifici includenti archi (compresi i ponti), che richiedevano molta maggior perizia. Ma sebbene l’arte degli Arch Masons fosse indubbiamente più sofisticata e difficile, non si vedeva la ragione di attribuire loro uno status di superiorità : una tale discriminazione avrebbe tradito le regole più basilari dell’arte muratoria, basata sui criteri della più assoluta interdipendenza reciproca. Non a caso la Forza è una Luce di dignità non inferiore alla Bellezza, e la Sapienza è il necessario complemento di entrambe ; non a caso la meta di tutti gli Operai che lavorano alla Gloria del Grande Architetto è il compimento della trasmutazione interiore.
Di conseguenza, Straight Masons e Arch Masons potevano contare su percorsi paralleli e molto simili, la cui differenza più rilevante si celava nel rituale di passaggio al grado di Compagno : la Pietra che nel rituale Straight risultava perduta era la Pietra Angolare, nel rituale Arch la Chiave di Volta.
E’ quindi lecito dal punto di vista iniziatico considerare “Pietra Angolare” e “Chiave di Volta” come equivalenti, e lo stesso vale per gli attrezzi corrispondenti, ovvero la Squadra e il Compasso.
Poi, nel passaggio alla Massoneria speculativa, si verificarono due fenomeni : 1 – parte del simbolismo Straight venne accolto dalla Massoneria Azzurra, parte del simbolismo Arch dalla Massoneria del Marchio ; 2 – l’introduzione del grado di Maestro secondo Hiram fece sì che tale nuovo grado avocasse una parte del patrimonio simbolico che presso gli operativi era appannaggio dei perfezionamenti del grado di Compagno.
Questi notevoli cambiamenti confusero le idee su molti aspetti del simbolismo massonico, e in particolare riguardo alla collocazione simbolica della Squadra. Per esempio, è assioma comune che nell’emblema della Squadra e Compasso, la Squadra sia da associare al grado di Apprendista e il Compasso al Maestro, volendo così rappresentare le contrapposte esigenze che il primo si conformi rigidamente alla disciplina di Loggia e il secondo possa liberamente spaziare, apportando il contributo della propria creatività ; un’utile e istruttiva immagine che però può risultare ingannevole se viene spinta fino a implicare una presunta superiorità qualitativa del Compasso nei confronti della Squadra, idea che non solo sarebbe in contraddizione con le origini del simbolo, ma anche con altre importanti funzioni da esso svolte – non dimentichiamo che la Squadra è anche il gioiello del Maestro !
Inoltre, non è il caso di supporre che l’Apprendista conosca pienamente l’uso della Squadra : se così fosse, il suo compito non sarebbe limitato a una sommaria sgrossatura della pietra, che era quanto avveniva concretamente nella muratoria Straight. Lavorando duramente, gli Apprendisti, estraevano le Pietre e le sgrossavano ; il Compagno le levigava, e quando gli sembrava che fossero idonee alla costruzione a lui toccava la responsabilità di presentarle, sottoponendole al giudizio dei Sovraintendenti o eventualmente del Maestro.
Da questo si può vedere che il grado di Compagno d’Arte nacque e si sviluppò tra gli Operai delle Cave. Era quindi il grado operativo per eccellenza, e per questo fu fatale che l’enorme numero dei suoi perfezionamenti non potesse sopravvivere alla svolta del 1717. Molti di essi confluirono nel mare magnum degli antient degrees e vennero cancellati definitivamente dopo la Union del 1813 ; parecchi oggi si possono ritrovare come side degrees o gradi collaterali della Massoneria del Marchio.
La semplificazione del grado di Compagno lasciò erede la moderna Massoneria del problema a chi spettasse il compito della squadratura definitiva della pietra. Ci sono oggi due scuole di pensiero in proposito : chi suppone che tale obbligo spetti ai Maestri, chi ritiene che essi ricevano dai Compagni le pietre già squadrate e la loro opera si limiti a coordinarle, disponendole nella giusta posizione.
E’ in verità assai arduo stabilire quale delle due ipotesi possa essere considerata tradizionalmente la più corretta. Il fatto che presso gli Antients e gli operativi il compito della squadratura fosse appannaggio dei Compagni parrebbe testimoniare in favore della seconda, ma tale conclusione si rivela a una lettura approfondita piuttosto superficiale, se pensiamo 1 – che tutte le interpretazioni simboliche volte a sottolineare la maggiore importanza dell’azione collettiva dei Fratelli rispetto al lavoro individuale sono da considerare di origine Modern, e anche questa non fa eccezione – la vediamo apparire molto dopo il 1717 ; 2 – che sia gli Antients che gli operativi potevano contare su un numero variabile di perfezionamenti del grado di Compagno, che ne differenziavano qualitativamente le competenze.
Considerazioni di questo genere originano tuttora appassionati dibattiti nel rituale Emulation, dove si cerca di attenersi il meglio possibile alle antiche tradizioni. Ad ogni passaggio vengono attribuiti al Fratello attrezzi da lavoro inerenti al suo grado di padronanza dell’arte muratoria (che gli vengono spiegati sia in senso pratico che morale), ed essi sono : all’Apprendista il Regolo da 24 Pollici, il comune Maglietto e lo Scalpello ; al Compagno la Squadra, la Livella e il Filo a Piombo ; al Maestro, il Sisaro, la Matita ed il Compasso. Ma esiste anche una scuola di pensiero in base alla quale la spiegazione della Squadra in grado di Compagno sarebbe prematura, e ad essa andrebbe piuttosto sostituita quella del Sisaro – un attrezzo che è utile nello scavare le fondamenta dell’edificio, quindi senz’altro preliminare all’uso della Squadra.
In definitiva, può essere corretto affermare che il Compagno conosce la Squadra, ma bisogna anche vedere di che tipo di Compagno si tratti, e fino a che punto la conosce – se ne conosce solo l’esistenza, o ne conosce l’uso parzialmente, o se la padroneggia in modo perfetto. In altre parole, occorrerebbe mettersi d’accordo su quale sia il livello degli antichi perfezionamenti al quale il grado attuale di Compagno va equiparato.
Se, per trovare la risposta, dovessimo tener conto di tutti i perfezionamenti che gli Antients conservarono nella forma di antient degrees, saremmo nella nebbia : sono centinaia. La maggior parte, però, si erano formati in seguito all’influsso dell’esoterismo templare sulla muratoria scozzese ; innestandosi cioè su un corpus primigenio – direttamente legato alla muratoria operativa – che era formato da un numero di perfezionamenti immensamente minore. C’è chi dice due, chi tre, chi quattro ; comunque, è indiscutibile che i livelli fondamentali nei quali era articolato il grado di Compagno fossero pochi, e la loro almeno sommaria riscoperta sembra essere il presupposto indispensabile per chiarirci le idee.
Interessante a questo proposito è l’esame della Massoneria in sette gradi, cui abbiamo già accennato in un altro articolo di questa raccolta (Massoneria operativa e speculativa) ; nel quale, tra parentesi, ne abbiamo parlato piuttosto male, esprimendoci contro la convinzione assai diffusa che la muratoria operativa fosse universalmente divisa in sette gradi, perché è una forzatura assurda – in realtà, i sistemi degli operativi variavano enormemente da una località all’altra, e quei pochi che ci sono parzialmente noti presentano in genere un numero di gradi inferiore al sette.
Questa osservazione non è soltanto una pignoleria da studiosi : nasce dal fastidio a fronte di certe speculazioni che, facendo leva sul concetto tradizionale della sacralità che sarebbe legata al numero sette, insinuano tra le righe che la Massoneria speculativa in tre gradi non ne sarebbe altro che una versione molto impoverita, che avrebbe perduto per strada gran parte del suo valore iniziatico. E’ anche per difendersi contro falsità di questo genere (e non solo per uno spirito classista certo deprecabile) che nel diciannovesimo secolo, a dispetto di ogni evidenza storica, la Gran Loggia Unita d’Inghilterra si dimostrava estremamente riluttante ad accogliere la tesi dell’origine operativa della Massoneria.
Il grande paladino della muratoria in sette gradi era stato il Fratello Clement Stretton, che affermava di essere stato ammesso a far parte nel 1877 di una gilda operativa, la Worshipful Society ; per quanto molte incongruenze siano state rilevate nelle sue descrizioni dei rituali, la maggior parte delle notizie da lui fornite vennero considerate attendibili, e tra queste (forse) pure che quella particolare gilda lavorasse in sette gradi.
Le sue rivelazioni, però, non furono accolte con molto trasporto dagli storici della Massoneria ufficiale, e non solo : anche Réné Guénon – che al di fuori dell’UGLE resta pur sempre una delle massime autorità in tema di tradizione massonica, e più degli storici in forza all’UGLE godeva del privilegio di esprimersi liberamente – senza giungere al punto di accusare Stretton di falso, pensava che molta parte delle presunte usanze tradizionali da lui segnalate fosse il frutto di interpolazioni moderne.
Comunque Stretton riuscì a convincere del suo punto di vista un numero sufficiente di Fratelli per dare origine, nel 1913 a un Ordine irregolare, che ancora oggi pratica la Massoneria Azzurra in sette gradi, fondandosi su rituali di grande suggestione e bellezza.
Ora, è proprio l’analisi dei gradi secondo Stretton che ci aiuta a far luce sui perfezionamenti del grado di Compagno, facendoci comprendere quanti di essi debbano essere presi in considerazione.
I sette gradi, infatti, sono : Apprendista, Compagno, Marcatore, Costruttore, Sovraintendente, Maestro e Gran Maestro. E’ opportuno precisare subito che il grado di Gran Maestro corrisponde all’attuale Maestro Venerabile Installato ; per quanto riguarda invece i perfezionamenti del grado di Compagno, il Marcatore è in sostanza l’Operaio del Marchio (Mark Man) ; il Costruttore è il Maestro del Marchio (Mark Mason), e se aggiungiamo il Sovraintendente raggiungono il numero di tre. Tenendo conto anche del Compagno stesso, le suddivisioni praticate in seno all’attuale secondo grado sono quattro.
Nella vera muratoria operativa, il Marcatore (detto anche Compagno Esperto) veniva detto Super Fellow, e il Costruttore (sottinteso : sul Sito del Tempio) Super Fellow Erector ; entrambi erano sottoposti all’autorità dei Sovraintendenti. Nel libro Massoneria del Marchio ne abbiamo parlato così :
Per il passaggio al grado di Compagno, il Candidato doveva preparare una rozza Pietra Squadrata come campione del suo lavoro, e il Sovraintendente ai materiali doveva esaminarla prima che potesse entrare. Doveva portarla con sé quando entrava nella Loggia, e dichiarare che quella era tutto il suo lavoro. Gli veniva chiesto il segno e la parola di passo : Banai, Costruttore.
Il compito che gli veniva assegnato in quella occasione ci è stato tramandato da Robert Padgett nel 1686, in un rituale ad uso di tutte e otto le “divisioni” degli operativi in Inghilterra (Londra, Westminster, Divisione del Sud, Bristol, Chester, Isole Minori, Lancaster e York). Due delle sue prescrizioni sono notevoli :
Onorerai l’Altissimo e la Sua Santa Chiesa : non aderirai a nessuna Eresia, Scisma o Errore nelle tue Iniziative, né discrediterai gli insegnamenti degli Uomini saggi.
Manterrai Segrete le oscure e intricate Parti della nostra Scienza, non dischiudendole a nessuno tranne a coloro che già le studiano e le utilizzano.
Gli veniva poi consegnato un Regolo dell’esatta misura di un cubito, e veniva indirizzato all’angolo nord-est della Loggia perché provvedesse a completare la rifinitura della sua Pietra rozzamente squadrata ; dopodiché questa veniva riesaminata dall’Ispettore e finalmente accettata, al che gli veniva comunicata la parola di passo giblim (Muratore Esperto).
Dopo un anno da Compagno, si poteva accedere al perfezionamento di Compagno del Marchio (detto anche Superfellow, Super-Compagno) (…). Il Candidato veniva condotto intorno alla Loggia per tre volte, e prestava giuramento inginocchiandosi di fronte alla Pietra Squadrata che aveva portato con sé (…).
Per quanto riguarda gli Erettori : troviamo in certe Gilde un grado detto Bonai, i cui membri erano Collocatori ed Erettori. Il rituale di avanzamento a questo grado era uno dei più complessi in assoluto della muratoria operativa, ma vale comunque la pena di darne alcuni cenni.
Il Candidato dichiarava di essere una pietra marchiata e di cercare avanzamento ; dopo varie difficoltà, veniva sollevato un velo che celava la parte occidentale del Tempio, e gli era dato finalmente di vedere i tre Gran Maestri seduti all’Occidente fianco a fianco.
A quel punto, quattro forti Muratori si disponevano a quadrato : piede contro piede, spalla contro spalla, ciascuno con una spada nella mano sinistra e un diverso attrezzo nella destra. Si staccavano poi l’uno dall’altro quanto bastava per raggiungere gli angoli di un quadrato tracciato sul pavimento con entrambe le diagonali ; il Fratello col Filo a Piombo sospendeva il suo attrezzo sul Centro, e si comunicava al Candidato che in questo modo erano stati formati i cinque punti. Come in svariati altri rituali di “quarto grado”, il rito che seguiva era presieduto da Adoniram.
Con una breve diversione dal nostro argomento, è interessante osservare che i cinque punti della fratellanza rientravano all’origine nel simbolismo legato al grado di Compagno ; non è soltanto nel perfezionamento detto Bonai che li ritroviamo, ma anche addirittura nel rituale di passaggio da Apprendista a Compagno Straight Mason, nel corso del quale
per l’iniziazione, l’Apprendista entrava in Loggia vestito di bianco, con un cordone blu intorno alla vita, tenuto per mano da due Compagni, uno per parte ; un altro Compagno davanti e un altro dietro reggevano gli estremi di un altro cordone blu annodato intorno al suo collo.
C’è da chiedersi indubbiamente se il numero di quattro Compagni coinvolto in tali cerimonie non sia ancora una volta da ricollegare ai quattro diversi livelli di specializzazione del grado considerati da Stretton.
Provando a tirare le file di quanto visto finora, possiamo dire che – dei quattro tipi di Compagno – il Compagno semplice conosce la Squadra in modo approssimativo. Di lui non sappiamo neppure se i pezzi che ha lavorato vengano sottoposti all’esame dei Sovraintendenti : parrebbe proprio di no, perché non dispone di un Marchio con cui identificarli, e possiamo supporre che il suo ruolo si limiti a una seconda sgrossatura delle pietre che gli Apprendisti hanno strappato alla roccia.
Del tutto diversa è già la situazione per il Marcatore, che in virtù della sua perizia acquista il diritto di apporre sulla pietra un marchio di identificazione. Del suo rituale di iniziazione conosciamo soprattutto la versione Arch, ma effettuate le debite trasposizioni l’impressione è che il frutto del suo lavoro sia ancora circondato – da parte dei Compagni più anziani – da un alone di scetticismo e di diffidenza, e sottoposto a controlli molto severi e un po’ “nonnisti” ; solo nel grado successivo (quello che Stretton chiama Costruttore, ma si tratta ancora una volta di un palese innesto Arch in un contesto Straight) la sua perizia viene pienamente riconosciuta.
I gradi di Marcatore e Costruttore corrispondono, nell’odierna Massoneria del Marchio, ai gradi di Operaio del Marchio e Maestro del Marchio. A quanti chiedono come mai l’antico grado di Operaio del Marchio sia stato preservato fino ad oggi, anche a costo di introdurre nel rituale alcune apparenti contraddizioni, Neville Cryer risponde che la sua trasmissione è un preliminare necessario perché il Fratello possa meritare il Marchio : infatti, sebbene nella Massoneria Azzurra il Compagno sia stato provvisto degli attrezzi necessari per lavorare la sua Pietra, molte cose ancora non gli sono state insegnate, e in particolare l’uso della Squadra.
Quando un Fratello chiede di essere avanzato nel Marchio, tanto il Candidato quanto i due Compagni che lo accompagnano si presentano ai Sovraintendenti portando le pietre da loro lavorate, e questi usano la Squadra per verificarne l’esattezza del loro lavoro. Fino a che punto la superiorità fondata sull’uso di questo attrezzo sia considerata importante, risulta chiaro nella cerimonia di Installazione dei Maestri Venerabili delle Logge del Marchio :
dopo la morte del nostro Maestro Hiram Abi nelle circostanze da voi gia conosciute, fu indispensabile elegere un nuovo Maestro per presiedere al posto suo.
Tuttavia, per ragione di un grande numero di Compagni competenti ed intelligenti, era difficile sceglierne uno senza offendere gli altri.
Fu allora deciso di selezionare nel giro dei Maestri Muratori del Marchio dodici fra quelli che avevano gia esercitato la funzione di Sovrintendente, considerati superiori agli altri.

In altre parole, i soli Compagni considerati idonei ad aspirare al soglio di Hiram sono i Sovraintendenti, ovvero coloro che conoscono l’uso della Squadra ; e nulla di diverso da una gloriosa Squadra di Luce è quella che vediamo delinearsi – tra Cielo e Terra – nello stupendo quadro conclusivo del racconto.

Fu loro detto di recarsi l’indomani mattina in un luogo determinato. Fu inoltre deciso che quello che prima avrebbe visto i raggi del sole sarebbe stato riconosciuto Maestro per occupare il posto di Hiram. Mentre la maggiorparte di loro guardavano verso l’Est, Adoniram si girò verso Ovest, proteggendosi gli occhi dalla crescente e abbagliante luce, e vide un raggio di sole colpire il tetto del Tempio. Cadde immediatamente sul ginocchio destro (…) (e) fu immediatamente riconosciuto come legittimo successore di Hiram Abi.


Daniele Mansuino e Giovanni Domma