Secret Monitor : Simbologia e gradi

L’Order of the Secret Monitor è oggi uno dei più importanti sistemi di side degrees connessi alla Massoneria del Marchio. La sua simbologia è fondata sull’esegesi del racconto biblico di Davide e Gionata : infatti, nell’antichità, era noto come: “Order of David and Jonathan”. Si rivive il confitto tra Davide e Re Saul in pieno clima israelita, in virtù della possibilità divina di benedire i giusti e punire i malvagi.

L’Ordine consiste in tre gradi : Secret Monitor, Principe e Supreme Ruler. Quest’ultimo è un’antica forma di Installazione completamente unica nel suo genere : si tratta di un rituale lungo e complesso che molti hanno definito, dal punto di vista estetico, il più bel grado dell’intera Massoneria.

Daniele Mansuino e Giovanni Domma

Intervista a Giovanni Domma

Cosa ti ha spinto a lavorare tanto per la divulgazione e la diffusione in Italia della Massoneria del Marchio e dei suoi side degrees ?

Vorrei poter restituire la sua dignità a un corpo massonico di grande importanza, ingiustamente penalizzato nella Union del 1813, quando la Chiave di Volta fu eliminata dal simbolismo dei Gradi Azzurri, spezzando la continuità del regolare percorso massonico.

Il Marchio è veramente un grado sconosciuto e dimenticato, soprattutto in Italia. Il suo simbolismo è fondamentale per comprendere il trinomio “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”, valore universale e strumento di elevazione iniziatica, e svela il senso più profondo di una virtù massonica a cui io tengo molto : l’Umiltà.

Simbolicamente ed esotericamente parlando, cos’ha in più (o in meno) la Massoneria del Marchio rispetto alla tradizione massonica latina e alla Massoneria anglosassone moderna ?

Come ti dicevo, viene affrontato un problema capitale del percorso iniziatico, il cui sviluppo nella Massoneria hiramita è, sì, mirabile, ma non di facile comprensione : il senso della nostra individualità.

Cosa può fare l’Uomo per riscattare la sua condizione frammentaria e separata ? Il Marchio dà la risposta, consentendoci di scoprire il valore della fratellanza e della solidarietà.

Rende più perfetta la levigatura della nostra pietra interiore e ci insegna a integrare con gli altri Fratelli il nostro lavoro, soffocando in noi terribili demoni quali l’Ego, l’Invidia, l’Egoismo, l’Arrivismo, la Sudditanza…

Quale è la differenza sostanziale tra Massoneria latina e anglosassone ?

Direi nel rapporto col Grande Architetto. La Massoneria britannica è fondamentalmente “teista”, ovvero portatrice di un concetto dell’Assoluto più vicino a quello espresso dalle religioni ; quella latina è “deista”, ovvero più disponibile ad accettare concezioni dell’Assoluto di ispirazione laica.

Ma tra le due prospettive non esiste una rigida contrapposizione, anzi è in atto un confronto assai fruttuoso. E non è per niente vero che la concezione britannica sia più “rigida” della nostra !

                                   

In una Loggia massonica qual è il confine tra fraterna solidarietà ed affarismo ?

La solidarietà fraterna è un valore iniziatico ; l’affarismo è una stolta degenerazione.

Quali sono a Tuo parere i principali problemi della Massoneria in Italia ?

La tendenza a seguire il cambiamento dei tempi, non solo in Italia, ma anche altrove ; cambiando e modificando alcuni landmarks, e allontanandosi dagli immortali principi che rappresentano le colonne della Massoneria.

Quali sono a Tuo parere i principali problemi della Massoneria del Marchio ?

Nel Marchio, molti problemi legati alla secolarizzazione dei valori massonici non esistono : il clima è veramente fraterno, potremmo dire che è un’isola felice.

Il nostro principale obbiettivo (non lo chiamo certo problema, perché è un compito meraviglioso) è riprenderci il ruolo che ci spetta nel panorama massonico internazionale.

Come valuti lo sviluppo delle Logge del Marchio in seno alla Gran Loggia Regolare d’Italia ?

Con grande piacere, nel Marchio siamo tutto tranne che competitivi.

Certo, una valutazione più profonda esigerebbe, da parte mia, la conoscenza diretta di tutte queste logge consacrate in così breve tempo. Ma se operano in modo regolare, facendo di Verità, Carità e Amore Fraterno i fondamenti di tutte le loro ricerche, allora posso solo auspicare che venga presto il momento in cui le contingenze massoniche internazionali ci consentiranno di lavorare insieme.

MASSONERIA IN QUATTRO GRADI

MASSONERIA IN QUATTRO GRADI

Non avrei potuto scrivere questo articolo senza il contributo del Grande Ufficiale e Venerabilissimo Fratello Giovanni Domma, che mi ha dischiuso la sua vasta raccolta di documenti circa il problema del quarto grado in Massoneria ; ancora più di questo mi sono stati utili i suoi consigli, e per entrambe le cose gli rivolgo un sentito ringraziamento.

Massoneria in quattro gradi ? Io direi di sì, che ci starebbero. Da sempre e inconsciamente, la Massoneria si è sentita in qualche modo “orfana” del quarto grado ; per esempio, nella Massoneria settecentesca veniva detto quarto grado il viaggio che il Massone era chiamato a svolgere dopo essere stato elevato Maestro, per visitare le Logge amiche ed essere così simbolicamente riconosciuto da tutti i Liberi Muratori del mondo.

E’ anche documentato un caso in cui – per lapsus o per scelta deliberata, non lo sappiamo – il neo-Maestro firmò sul registro dell’Officina dove era in visita col proprio nome seguito dalla dicitura quarto grado ; fu anche per rimediare a equivoci di questo genere che si affermò la tendenza a standardizzare il “passaporto” di Maestro in un’unica forma, eguale presso tutti gli Orienti nazionali, e formulata in lingua latina per essere certi che in ogni Paese ci fosse qualcuno in grado di capire ciò che vi era scritto.

Sia chiaro, però, che non stiamo parlando di un’aspirazione di tipo sentimentale, ma di una rivendicazione con salde radici storiche e solidamente argomentata. E’ oggi riscontrabile in numerose nazioni massoniche un vero e proprio movimento tendente al riconoscimento come quarto grado della qualifica di Maestro Venerabile Installato ; in Italia siamo più indietro, se è vero che l’Installazione per i Maestri Venerabili non è ancora neanche obbligatoria, ma certo le tavole e le ricerche del Fratello Domma e dei molti che la pensano come lui avvicinano il giorno in cui questo problema sarà al centro dell’attenzione.

Questo articolo vuole essere una sintetica rassegna delle più fondamentali affermazioni teoriche dei sostenitori del quarto grado, senza dubbio la prima mai pubblicata nel nostro Paese ; non allo scopo di accendere polemiche, ma per avviare una riflessione intorno ai tesori nascosti del simbolismo massonico che riuscirà gradita – almeno spero – anche ai Fratelli che hanno sull’argomento un’opinione diversa.

Come è noto, la Massoneria era originariamente divisa in due gradi : Apprendista e Compagno d’Arte (c’è chi vorrebbe che quest’ultimo sia stato creato nel 1717 più o meno ex novo , ma è già citato negli Statuti Schaw, che risalgono al sedicesimo secolo) . E’ questa la suddivisione tipica di tutte le organizzazioni iniziatiche dette “di mestiere” perché legate all’esercizio di una data professione, complessivamente definite sotto il nome di compagnonaggio .

Per essere precisi, la Massoneria non viene comunemente considerata parte del compagnonaggio, soprattutto per due motivi : primo, il percorso storico sui generis da essa seguito (i Templari e così via), secondo perché, essendosi le organizzazioni di mestiere conservate soprattutto in Francia, di solito con la definizione compagnonaggio si intendono segnatamente quelle francesi .

Questo non toglie che la Massoneria sia una loro strettissima parente (anche svariate usanze a massoniche, a partire dal grand tour delle Logge cui ho accennato prima, sono tipiche del compagnonaggio), quindi dal punto di vista tradizionale è pienamente lecito guardare agli usi delle organizzazioni ad essa analoghe per meglio interpretare lo spirito e le usanze della Massoneria delle origini. Qui, in particolare, vorrei accennare brevemente alla storia della Carboneria, la più illustre e famosa delle organizzazioni di mestiere in Italia.

Nel periodo contrassegnato dalla sua partecipazione alla lotta politica, la Carboneria operò talmente a contatto con la Massoneria da far sorgere la leggenda che ne fosse un’emanazione ; per quanto ciò non sia vero, è un fatto che dalla Massoneria prese a prestito usi e riti che integrò con i propri.

Molti di questi prestiti saltano agli occhi con la massima chiarezza se solo ci si prende la briga di scorrere brevemente un rituale carbonaro ; altri invece sono meno evidenti. Per esempio, in Massoneria erano gli anni in cui stava prendendo forma il Rito Scozzese, e questo tema – che contendeva alla lotta contro la tirannide il primo posto tra le preoccupazioni dei Massoni – contagiò i Carbonari a un punto tale da far loro sviluppare due sistemi di “alti gradi” : esempio assolutamente unico nel panorama del compagnonaggio .

Uno di questi sistemi era formato da sette gradi e l’altro da nove. Il secondo – in uso soprattutto presso quelle vendite nelle quali l’elevato numero di cugini consigliava l’adozione di una prassi amministrativa più articolata – era sostanzialmente uguale al primo, ma ripeteva i primi due gradi nel terzo e nel quarto : ricalcava cioè in versione carbonara quel classico processo di replicazione dei gradi azzurri che in Massoneria fu all’origine di tanti Riti.

Seppure in presenza di analogie così marcate, mai la Carboneria sviluppò qualcosa di simile al grado di Maestro massone. Perfino quando l’interazione tra le due organizzazioni fu talmente forte da originare la nascita di corpi rituali del tutto analoghi, sempre il livello carbonaro corrispondente a quello massonico dei gradi azzurri rimase limitato ai due gradi di Apprendista e Compagno. Perché ?

In sintesi, le ragioni per cui le iniziazioni di mestiere rigettavano con orrore l’idea di un “terzo grado” erano due. La prima di carattere pratico : un cantiere operativo, così come qualsiasi gilda artigiana, ha un solo capo (ulteriori distinzioni sarebbero foriere di discordia), che oltre a dirigere i lavori è anche e soprattutto il referente per quanto concerne i rapporti con il mondo profano.

Di qui l’idea che si tratti, più che di un livello iniziatico, di una funzione : anche piuttosto scomoda, in quanto obbliga chi la riveste a “contaminarsi” più degli altri nel rapporto con i profani, ovvero – nella terminologia dell’esoterismo tradizionale – a un più profondo livello di individuazione.

Di questo fa fede, in Massoneria, il suo rituale di installazione del Mark Master o Maestro del Marchio (considerato un perfezionamento del grado di Compagno), che qualcuno ha addirittura definito rituale protettivo, perchè è interamente volto a neutralizzare gli effetti negativi dell’individuazione.

In secondo luogo, i significati simbolici del numero tre possono tutti essere ricondotti all’azione delle “tre forze” che definiscono il piano della realtà oggettiva (non è mia intenzione dilungarmi in questa sede su questo tema, che ho già trattato in altri articoli e conto di sviluppare ancora). Ora, la “terza forza” è il prodotto (o sintesi) delle prime due : è quindi arbitrario considerarla in modo separato, specie nel caso di un’ “iniziazione di mestiere” in cui essa si manifesta sotto forma di lavoro. Da questo punto di vista, identificarla in qualcosa di diverso dalle attività collettive della Loggia equivale né più ne meno a disconoscere il valore simbolico di queste ultime : in altre parole, togliere sacralità al lavoro.

A partire dal 1717, la rapidissima crescita della Massoneria speculativa portò con sé tutta una serie di “rivoluzioni”, le cui interazioni reciproche non sono mai state ricostruite in modo definitivo : le forti passioni con cui le parti in causa sostenevano i loro punti di vista, nonché il sottostante tessuto di interessi economici e politici che sfugge in gran parte al nostro livello di comprensione, hanno fatto sì che di quelle intricate vicende esista oggi non una storia, ma molte storie.

In sintesi : nel 1725, la Gran Loggia d’Inghilterra – nell’impossibilità di continuare a esercitare un controllo diretto sull’attività interna delle Officine, che in pochi anni si sono moltiplicate a dismisura – decide di delegare ai Maestri Venerabili di ogni loggia la facoltà di creare i Compagni e i Maestri, prerogativa che fino ad allora era riservata alla Gran Loggia stessa.

Questo apre le porte all’usanza (già invalsa da alcuni presso le Officine aperte ai Massoni speculativi) di creare più Maestri in seno alla medesima Loggia. Tale consuetudine sarà definitivamente ufficializzata nel 1728, con l’istituzione del terzo grado secondo il rituale detto impropriamente scozzese o hiramita.

Queste ed altre innovazioni fomentano il malcontento degli Antients, che secessionano dalla GLDI nel 1751. Presso di loro, il Mark Master ed altre antiche versioni del grado di Maestro (cadute in disuso in seguito alla… rivoluzione hiramita) continuano ad essere trasmesse da un organismo superiore alle Logge, detto Gran Capitolo.

Tra questi antichi gradi, il più importante è l’Arco Reale (Royal Arch Master), che gli Antients considerano la parte più sacra, la radice, il cuore, la spina dorsale della Massoneria. Di esso fanno il vertice di un sistema di sette gradi così strutturato :

Gradi conferiti in Loggia :
1 – Apprendista
2 – Compagno d’Arte
3 – Maestro Libero Muratore

Gradi conferiti dal Gran Capitolo :

4 – Maestro del Sigillo (Mark Master) o Maestro Venerabile. “…essi diventano delle pietre viventi, che si riuniscono per la costruzione di un edificio spirituale…” Questo grado veniva conferito ai Fratelli che venivano eletti Maestri Venerabili nelle Logge.

Di conseguenza, per accedere al grado successivo il Fratello doveva già aver ricoperto la carica di Venerabile in una Loggia regolarmente riconosciuta. Il sistema dell’Arco Reale quindi riconosce la qualifica di Maestro Venerabile come un vero e proprio grado ; sulle ragioni di questa scelta torneremo più avanti.

5 – Maestro Ex-Venerabile (Past Master). “La Massoneria prende gli uomini per mano e li conduce all’ Altare davanti al Libro Sacro, su cui poggiano la Squadra ed il Compasso. Il libro ci guida a dirigere con sicurezza i nostri passi verso la Luce Massonica…”

6 – Maestro Eccellentissimo (Most Excellent Master ) : ”…che i nostri cuori si avvicinino nello stesso tempo delle nostre mani ; che l’amore fraterno unisca tutti gli anelli di questa catena d’Unione formata liberamente da noi; che il nostro Spirito possa liberarsi da tutte le passioni e, al di là delle apparenze, possa conoscere la Verità…”

7 – Maestro dell’Arco Reale (Royal Arch Master). “Che la saggezza del Grande Architetto dell’Universo ci possa guidare; che la sua forza possa renderci capaci; che la bellezza della Virtù possa spingerci ad attuare i Giuramenti che qui abbiamo prestati, a mantenere inviolati i misteri che qui ci sono stati svelati ed a praticare fuori del Capitolo, con costanza, tutti i Doveri che qui ci sono stati affidati…”

Nel frattempo, il grado di Royal Arch Master continuava ad essere praticato anche presso i Moderns , ma secondo modalità diverse. Infatti i regolamenti della Gran Loggia d’Inghilterra recitavano : ogni Loggia regolare ed autorizzata ha il potere di organizzare e tenere riunioni nei vari Gradi, l’ultimo dei quali, per la sua preminenza, viene denominato tra i massoni Chapter (Capitolo – in questa versione, il Capitolo è quindi sostanzialmente un’appendice della Loggia).

Anche quella definizione è spesso citata dai sostenitori del quarto grado, a riprova che il Maestro Venerabile Installato con l’Arco Reale era comunque considerato titolare di un quarto grado, sia che la si guardi dal punto di vista degli Antients che da quello dei Moderns.

Oggi non è più così perché nell’accordo del 27 dicembre 1813 – fortemente voluto dalla Casa Reale d’Inghilterra, che volle riconciliare gli Antients e i Moderns si può dire per forza – si scelse di evitare lo spinoso problema della natura dei Capitoli (sovrastruttura con poteri superiori a quelli della Loggia secondo gli Antients, mera estensione della Loggia stessa secondo i Moderns) mediante l’escamotage di fissare il numero dei gradi a tre ; altrove ho già citato il testo letterale di quel compromesso.

In quello stesso accordo, il rituale hiramita veniva riconosciuto come sola legittima forma di iniziazione al terzo grado ; quanto all’Arco Reale, il suo status era definitivamente fissato come perfezionamento del grado di Maestro. Secondo l’uso che già ne facevano i Moderns, gli venne riconosciuta l’esclusiva di poter installare i Maestri Venerabili di tutte le Logge (comprese anche quelle che seguono il rituale scozzese) ; secondo l’uso degli Antients, può essere praticato anche fuori dall’Ordine come sistema di sette gradi.

Il Gran Capitolo dell’Arco Reale che la GLDI ereditò dagli Antients può quindi essere considerato il primo esempio di “sistema di alti gradi”, pioniere dei “Riti” che di lì a poco si sarebbero sviluppati in tutte le nazioni massoniche del mondo ; tuttavia, in considerazione del fatto che agli Antients il merito di aver dato origine a un tal fenomeno non avrebbe di certo fatto piacere, continua ancora oggi a negare per sé la qualifica di Rito, con la motivazione che fin dai tempi degli Antients “ogni Capitolo doveva avere un legame con una Loggia regolare ; tale usanza esiste tuttora, ed ogni Capitolo porta il nome ed il numero della propria Loggia sponsorizzante” .

Questo discorso, che consegna gli Antients alla memoria dei posteri come dei sinceri democratici, ha corso tuttavia soltanto presso le filiazioni dirette dell’Arco Reale inglese, perché la versione americana (che ha tre gradi in più), forse per sottolineare di non volerne sapere nulla dei complicati e incomprensibili conflitti dei Massoni britannici, si è data senza problemi la definizione di Rito di York.

E’ certo una delle tante deliziose contraddizioni che rendono la storia della Massoneria – vista da fuori – un enigma impenetrabile, il fatto che gli Antients, per difendere la Massoneria in due gradi, abbiano creato un sistema di sette o dieci gradi ; ovvero, che al fine di preservare la tradizione abbiano dato vita a qualcosa che prima non c’era mai stato.

Queste contraddizioni, gli aedi del tradizionalismo fanno finta di non vederle, limitandosi a suddividere le variazioni apportate alla Massoneria in due classi : “adattamenti tradizionali” (legittimi) e “alterazioni rituali” (illegittime). Le modifiche che gli piacciono vanno nella prima categoria ; quelle che non gli piacciono, nella seconda. Ma per chi cerca di guardare un po’ più a fondo, è il caso di chiedersi se abbia sortito effetti più modernisti l’opera dei Moderns – che aggiunsero un solo grado, perdipiù di origine tradizionale – o quella degli Antients, che ne aggiunsero altri quattro per non dire sette, e aprirono la strada alla moderna proliferazione dei Riti.

La risposta a questa domanda porta a una sola conclusione : fatta astrazione dalla necessaria regolarità della trasmissione iniziatica, per il resto la validità di un rituale massonico ha ben poco a che vedere con le categorie della tradizione e del modernismo, ed è fuori luogo ostinarsi a fondare le proprie scelte su questi concetti-fantasma privi di qualsiasi fondamento.

Un’ulteriore conseguenza dell’accordo concluso tra Antients e Moderns fu la diffusione dell’idea che i tre gradi azzurri hanno la funzione di simboleggiare il ternario e l’Arco Reale il settenario. La suggestiva concezione che i gradi massonici, considerati nel loro complesso, illustrassero compiutamente i due principali ordini di forze che definiscono la manifestazione del piano della realtà oggettiva non solo era funzionale al disegno di ristabilire tra i Massoni la piena pace, ma era anche quanto di più seducente si potesse trovare per propagandare l’Istituzione negli ambienti esoterici europei.

C’è da chiedersi però quanto sia vera. Preciso meglio : lo è senz’altro per quanto concerne l’Arco Reale, i cui collegamenti col settenario ermetico sono più che evidenti ; un articolo intero non sarebbe bastante a elencarli tutti, e comunque nessuno si è mai sognato di metterli in discussione.

Ma per quanto riguarda il ternario, il discorso è completamente diverso. Anche senza tener conto dell’obiezione che ho attribuito ai Carbonari e agli Antients (in quanto pertinente al solo ambito delle iniziazioni di mestiere), ce ne sono ben altre : a partire dalla domanda se possa essere considerato metafisicamente corretto rappresentare nel medesimo sistema di gradi ternario e settenario.

Non voglio qui soffermarmi troppo a lungo sulle contraddizioni implicite in una tale rappresentazione, salvo segnalare che è un errore assai tipico del pensiero lineare – che è alla base del processo di transizione dallo sciamanesimo all’esoterismo – disporre quantità relative a coordinate diverse sul medesimo asse. Niente di simile è dato di riscontrare nello sciamanesimo, nel quale i simboli del tre e del sette – qualora siano entrambi rappresentati – vengono invariabilmente riferiti a quantità di ordine diverso, come io stesso ho avuto occasione di illustrare su queste pagine descrivendo la ritualità del voodoo dominicano.

Se volessimo bypassare anche questa obiezione, rimane tuttavia il fatto che un sistema esprimente sulla medesima linea entrambi i simbolismi non dovrebbe assolutamente essere del tipo 3+4, bensì del tipo 2+5 : questo perchè, qualora si accetti l’idea che la terza forza (o sintesi) possa essere rappresentata con un grado consecutivo ai due che lo precedono, si ingenera a livello metafisico tutta una serie di contraddizioni.

Bisognerebbe spiegare, ad esempio, per quale motivo non è possibile passare direttamente dal grado di Apprendista a quello di Maestro, o anche in base a quale criterio la scala 3+4 viene interrotta proprio dopo il 3 : se infatti il terzo grado è la sintesi dei primi 2, in base a quale considerazione il quarto non potrebbe essere la sintesi dei primi tre ? E così via fino al settimo, con l’abominevole risultato di trasformare il settenario in un’indebita espansione del ternario, e cancellare ogni possibilità di comprensione di quella che è la sua reale natura : ovvero un sistema di 7 forze indipendente dalle tre precedenti , che con le prime tre possono interagire semmai a mò di griglia, ma non certo nell’ambito di una qualsivoglia linearità spaziale.

E’ quindi assai probabile che la scelta degli Antients di introdurre nell’Arco Reale la legge del settenario non sia stata – come si è sempre detto – espressione della volontà di fare il paio col ternario che sarebbe rappresentato nei gradi azzurri, bensì un discorso polemico del tipo : “ se voialtri Moderns , per mezzo dell’introduzione del terzo grado, avete travisato l’espressione massonica del ternario, noi Antients correggiamo per quanto possibile il vostro errore introducendo nel nostro sistema la legge del settenario”.

Da queste considerazioni i sostenitori del quarto grado prendono le mosse per osservare che, se non si può tornare all’Ordine strutturato in soli due gradi, l’unica soluzione per restituire al simbolismo massonico una certa coerenza sarebbe il riconoscimento del Maestro Venerabile Installato come quarto grado.

Questo in considerazione del fatto che il Maestro Venerabile, per quanto primus inter pares, simboleggia pur sempre il Grande Architetto dell’Universo ; di conseguenza, se è vero che l’Installazione fissa nel Fratello le prerogative del Venerabile anche al di là del tempo in cui egli ricopre tale carica, allora è anche indiscutibile che, a livello strettamente rituale, egli possieda nei confronti del comune Maestro qualcosa di più (un esempio è la facoltà, universalmente riconosciuta all’Ex-Maestro Venerabile, di “dare la luce” a un neofita in caso di assenza del Maestro Venerabile in carica).

Un primo effetto positivo sarebbe quello di restituire al grado di Compagno la sua dignità perduta. Se la triade Apprendista-Compagno-Maestro venisse esonerata dall’obbligo di simboleggiare quello che per i quartisti non è altro che un “falso ternario”, allora il Compagno potrebbe di nuovo tornare a esprimere il livello di maturità iniziatica che gli era proprio ai giorni della Massoneria operativa ; né il grado di Maestro sarebbe in alcun modo sminuito per questo, in quanto il mito di Hiram – come ben videro i Moderns – esprime perfettamente non la sintesi dei gradi precedenti, bensì il trascendimento del piano della realtà oggettiva ; che è cosa ben diversa, e trova la sua espressione nel settenario, che nel terzo grado massonico può dirsi interamente contenuto.

Solo a partire da una situazione così strutturata, affermano ancora i sostenitori del quarto grado, i sistemi di alti gradi potrebbero davvero corrispondere a livello simbolico al ruolo che in Massoneria pretendono di rappresentare : ovvero sistemi di perfezionamento del grado di Maestro, intesi come attuazione dell’indefinità degli stati molteplici dell’essere cui la maestranza dà accesso.
In termini guenoniani : se il Maestro è l’Uomo Primordiale, il Maestro Venerabile Installato è l’Uomo Universale ; oppure, qualora ci si voglia attenere alla discutibile distinzione tra Ordine = Piccoli Misteri e Rito = Grandi Misteri, è il simbolo vivente della possibilità per il Maestro di realizzare questa meta nella sua persona.
Il Fratello Domma piuttosto categoricamente si esprime così : i tre gradi (azzurri) sono propedeutici e parte integrante di un unico grado, che è il grado di Maestro Venerabile.
Per dirla in breve, il grado di Maestro Venerabile Installato definirebbe finalmente il sistema dei gradi azzurri come un sistema chiuso ; su questo punto, credo, dovrebbero riflettere tutti i Fratelli aficionados dei gradi simbolici. Se al di sopra del grado di Maestro c’è il grado di Maestro Venerabile, che coincide col Grande Architetto ed è il vertice della piramide, allora diventa lampante che al piano di sopra non c’è più posto per indebite e antitradizionali estensioni.

Come ho già accennato nell’articolo Orizzonti del Grande Oriente, un primo passo verso l’installazione obbligatoria per i Maestri Venerabili anche in Italia potrebbe essere il riconoscimento della loro funzione a livello amministrativo, documentandone l’esercizio mediante un brevetto.

Vorrei concludere, se mi è concesso, questa rassegna con un modestissimo apporto personale. Una volta cancellato l’equivoco tre gradi azzurri = ternario, allora la disposizione del ternario e del settenario su di una stessa linea (anziché nella forma di due coordinate perpendicolari) diviene metafisicamente lecita ; anzi direi consigliabile, perché in assenza dell’errore di sovrapporre quantità di ordine diverso nulla più vieta che la gerarchia iniziatica possa essere considerata un percorso dalle molte valenze sovrapposte, suscettibile cioè di svariati livelli di lettura.

Per quel che mi riguarda, è stata proprio quest’ultima considerazione a… convertirmi al quarto grado ; perché, se un difetto può essere imputato a quella meravigliosa costruzione che è il simbolismo massonico, è la scarsità di anticorpi che concede alla Massoneria per difendere sé stessa dalle proprie rigidità.

Ci sono oggi troppe “interpretazioni consolidate” di simboli e rituali, perlopiù fondate sul nulla, che altro effetto non hanno se non di paralizzare la ricerca di quei nuovi adattamenti del messaggio massonico al mondo moderno di cui, al giorno d’oggi, ci sarebbe tanto bisogno. Forse il quarto grado, apportatore di tradizione e rivoluzione, è lo choc che ci occorre per guardare con occhi nuovi alla realtà.

di Daniele Mansuino con la collaborazione di Giovanni Domma

I VERI CAPI DELL’ORDINE

Nel proporre ai lettori questo articolo del mio amico, maestro e collaboratore – il Rispettabilissimo Fratello Giovanni Domma – vorrei innanzitutto celebrare con loro il fatto che, a partite dai primi mesi di quest’anno, sempre più numerose persone mi offrono di partecipare con i loro contributi: è questa una fortuna che non capita a tutti i miei colleghi redattori di “Riflessioni”, riconducibile forse al fatto che la mia rubrica – per quanto qualitativamente modeste possano essere le idee che in essa esprimo – è stata tuttavia caratterizzata fin dall’inizio da uno spirito di sincera apertura mentale e di dialogo che ha catturato i cuori anche di coloro che, su tante cose, la pensano diversamente da me. Sono fiero di questo fenomeno più che di ogni altra soddisfazione che possa averne ricevuto, e invito e invoglio i miei amici lettori a continuare a propormi i loro contributi tramite e-mail, con l’impegno che saranno accolti con la dovuta considerazione.
Detto questo, vorrei spendere due parole sull’amico Giovanni Domma, cercando di spiegare agli altri una cosa difficile da capire: ovvero come sia potuto accadere che, in una Massoneria nota ai più come realtà crudele e spietata, ricettacolo di golpisti e di tutte le forme più torbide di potere, un uomo semplice e di media cultura, un pensionato senza particolari raccomandazioni né coperture politiche sia potuto assurgere ai livelli più elevati dell’Ordine non solamente a livello nazionale, bensì europeo.
Ovvero, conoscendo Giovanni la cosa mi appare chiarissima, e si riassume in queste parole: è un uomo buono, e un vero “uomo di conoscenza”. Quando lo conobbi più di vent’anni fa, membri entrambi di una piccola e sconosciuta Officina di indirizzo guenoniano, le sue fortune erano ben lontane dai livelli di oggi: emigrato calabrese, sradicato dal territorio, i Fratelli più in vista lo guardavano con diffidenza e si guardavano bene dal proporlo per qualsiasi incarico al di là dei Diaconi. Ma ecco: lui, umile e concentrato, lavorava in silenzio, senza mai lamentarsi di nulla e sempre grato per quel poco che riceveva. Non so se fu intuizione, affinità elettiva o cos’altro, ma l’impatto che ne ricevetti fu enorme.
Cominciai a frequentarlo nel privato, e scoprii poco a poco qualcosa che mai avrei pensato di incontrare in questa vita e in questa epoca: non solo una persona di enorme intelligenza (ce ne sono tante) bensì fuori dal tempo, che esteriormente e apparentemente era simile agli altri, ma la cui vita interiore splendeva di una Luce abbagliante al punto di essere quasi insostenibile, capace di mettere in crisi tutti i convincimenti di cui la mia vita si era nutrita fino ad allora; una Luce del tutto immune dalle suggestioni sociali e mediatiche, indistinguibile e inestinguibile come è soltanto ciò che proviene dalla Tradizione Primordiale.
Per esempio: se lo incontravi in un caffè poteva accadere che, in virtù del suo carattere estroverso, assecondasse gli altri clienti nelle loro chiacchiere, sparlando con loro dei clandestini che vengono in Italia portando fenomeni di inciviltà, vivendo in condizioni inaccettabili eccetera. La mia anima di sinistra taceva, e si ribellava in silenzio; ma poi uscivamo per la strada, e quando qualcuno di questi disperati gli chiedeva una monetina Giovanni si fermava e cominciava a parlare con lui. Poteva anche accadere che dimenticasse completamente i propri impegni ed interessi personali, continuando a occuparsi di lui fino a quando non ne risolveva i problemi, magari con un lavoro e una casa; e anche dopo che lo aveva sistemato continuava a interessarsi e a seguirlo – così, diceva, si può integrare chi viene in Italia a lavorare.
Giovanni, in definitiva, è quanto di più vicino possa esistere alla mia immagine ideale del santo laico, che ben fa il paio con il Don Carmelo di cui ho trattato nell’articolo omonimo; anzi ancora meglio, perché non porta con sé illusioni né zavorre ideologiche. Non mi ha quindi affatto stupito che la Massoneria – quella vera – si sia ben presto accorta di lui, e l’abbia onorato come merita: io lo sapevo già da prima, e godo di ogni sua vittoria come se fosse mia – anzi, E’ mia.
E’ mio anche questo articolo da lui scritto, che pubblico qui di seguito, perché al di là delle concezioni espresse – che possono essere condivise o meno – sono pienamente consapevole che il cuore e la mente che le hanno dettate erano mosse da un solo, nobilissimo scopo: il bene dell’Ordine massonico e di tutta l’umanità.
Daniele Mansuino
I Veri Capi dell’Ordine della Massoneria
di Giovanni Domma
Come il Fratello Daniele Mansuino non ha mancato di rilevare nel suo articolo Il fantasma del Venerabile (cui anch’io ho collaborato), la stessa Carta Costituzionale del Grande Oriente d’Italia parla a lungo del Maestro Venerabile e delle sue funzioni; le quali – se rilette con la dovuta attenzione – anche nell’ambito del miserevole depauperamento della figura del Maestro Venerabile che ha avuto luogo in seno alle Massonerie latine, purtuttavia costituirebbero già di per sé un quarto grado (e questo ovviamente vale per tutti i principali Ordini massonici del mondo); eppure nessuno ha ancora preso in considerazione lo spinoso argomento di conferirgli un riconoscimento adeguato alle sue prerogative.
Sebbene nella Massoneria britannica le prerogative riconosciute al Maestro Venerabile siano assai più ampie, paradossalmente il principale ostacolo al suo riconoscimento come grado viene proprio dall’Inghilterra: è la Union, l’accordo tra Antients e Moderns del 1813, di cui Daniele ha già trattato più volte. Non è quindi il caso di ritornarci, se non per osservare che – a distanza di due secoli e in un contesto completamente diverso – un dogma non tradizionale, bensì frutto di un compromesso politico, e costantemente disatteso nella realtà potrebbe ben essere cambiato; una convinzione che è propria anche di numerosi Fratelli britannici, e che riaffiora talvolta sottopelle – ovvero espressa in modo implicito – perfino nelle più autorevoli esposizioni della teoria massonica esistenti al mondo, i documenti prodotti dalla Loggia di ricerca londinese Quatuor Coronati.
A proposito, mi è capitato recentemente di ascoltare qualcosa che non sapevo: un Fratello inglese mi ha citato l’opinione di Nicola de Lyre – poeta del XV secolo – riguardo ai quattro significati della Sacra Scrittura
1- Il senso letterale insegna i fatti;
2- L’allegoria quello che bisogna credere;
3- La morale quello che bisogna fare;
4- L’anagogia (elevarsi a cose sublimi) quello verso il quale bisogna tendere;
e mi ha spiegato come non sia mancato, nella storia della nostra Istituzione, chi ha posto in relazione i quattro sensi di de Lyre con i Santi protettori della Massoneria Universale (i Quatuor Coronati, appunto), facendo notare cha ad ognuno dei quattro sensi e dei quattro Santi dovrebbe corrispondere il simbolismo di un analogo grado.
Vorrei continuare citando una graziosa leggenda massonica che senz’altro conoscete. In essa si narra che un giorno un Maestro di Loggia chiese a tre Operai del suo cantiere intenti al lavoro cosa stessero facendo, ricevendone le seguenti risposte:
Il primo: sto guadagnandomi da vivere.
Il secondo: sto tagliando la pietra.
Il terzo: sto costruendo una Cattedrale.
Al di là dell’incongruenza storica (non c’erano tre gradi nella Muratoria Operativa), la leggenda illustra trasparentemente il simbolismo della Massoneria in quattro gradi. Il primo Operaio lavorava per la propria sopravvivenza, e non si interessava più di tanto al mondo dei simboli; il secondo era un buon tecnico che non si interrogava sul senso delle proprie azioni; il terzo, pur lavorando alla pietra singola, portava in sé l’intuizione dell’Opera compiuta che si innalza verso il cielo.
Di conseguenza, il terzo operaio è senza dubbio un Maestro, perché egli comprende bene come il suo semplice lavoro sia finalizzato a realizzare un tutto armonico pregno di significato simbolico.
Quest’ultimo si distingue dagli altri due in quando dimostra di saper lavorare materialmente, intellettualmente e interiormente; di conseguenza, è destinato alla funzione di dirigere i lavori in un cantiere (in Massoneria, dirigere i lavori di una Loggia).
E’ proprio questo il perfezionamento del grado di Maestro che qualifica, nomina e installa il Fratello alla carica di Maestro Venerabile: ecco il quarto grado dell’Ordine.
Difatti il quarto personaggio della leggenda – colui che interroga – comprende tutti e tre nella propria visione. Non a caso, l’antica figura del Maestro di Loggia corrisponde all’attuale Maestro Venerabile Installato: infatti, fin dai primissimi anni della Massoneria speculativa era invalsa l’usanza di consacrare ritualmente il ruolo di Capo della Loggia mediante la somministrazione di un antient degree (antico grado).
La natura di questo grado poteva variare da un’Officina all’altra, ed è anche per rimediare a tale disordine che venne introdotto pochi anni dopo il terzo grado nella forma attuale; ma l’usanza è comunque documentata in un numero talmente grande di casi da consentirci di affermare che, con la Unione l’adozione della forma attuale di Installazione, la Gran Loggia Unita d’Inghilterra non fece altro che mettere in pratica un “ritorno all’antico”.
E’ questo un punto molto importante, perché ci consente di affermare che anche le Costituzioni di Anderson si esprimono in favore della nostra tesi: a condizione appunto di comprendere che, laddove si parla di Maestro di Loggia, questa espressione va intesa nel senso di Maestro Venerabile Installato.
Articolo IV delle Costituzioni di Anderson : Dei Maestri, Sorveglianti, Compagni e Apprendisti.
Tutte le preferenze fra i Muratori sono fondate soltanto sul valore reale e sul merito personale, così che i committenti siano serviti bene, che i Fratelli non debbano vergognarsi né che l’Arte Reale venga disprezzata. Perciò nessun Maestro o Sorvegliante sia scelto per anzianità ma per il suo merito.
È impossibile descrivere tali cose per iscritto, e ogni Fratello deve stare al suo posto e addestrarsi in una via peculiare a questa Fraternità : i Candidati possono sapere soltanto che nessun Maestro può assumere un Apprendista se non ha bastevole occupazione per lui, se non è un giovane perfetto, non avente nel suo corpo mutilazioni o difetti che lo possano rendere incapace di apprendere l’Arte, di servire il committente del Maestro e di essere creato Fratello e poi a tempo debito Compagno d’Arte, quando egli abbia servito un termine di anni quale comporta il costume del Paese ; e che egli discenda da genitori onesti; che così, se altrimenti qualificato, egli possa accedere all’onore di essere il Sorvegliante e poi il Maestro della Loggia (Maestro Venerabile Installato), il Gran Sorvegliante ed anche il Gran Maestro di tutte le Logge, secondo il suo merito.
Nessun Fratello può essere Sorvegliante se non ha svolto il ruolo di Compagno d’Arte, né Maestro se non ha funzionato da Sorvegliante, né Grande Sorvegliante (e quindi tantomeno Gran Maestro) se non è stato Maestro di una Loggia (cioè Maestro Venerabile Installato)né Gran Maestro se non è stato Compagno d’Arte prima della sua elezione, essendo anche di nobile nascita o gentiluomo delle più elevate maniere, o eminente studioso od originale Architetto o altro artista, discendente da genitori onesti e che sia di merito singolarmente grande nella opinione delle Logge.
E per il migliore, più agevole e più onorevole adempimento di tale ufficio, il Gran Maestro ha il potere di scegliere il suo proprio Deputato Gran Maestro che deve essere, o essere stato precedentemente il Maestro di una Loggia (Maestro Venerabile Installato) particolare, ed ha il privilegio di agire come può agire il Gran Maestro, suo principale, a meno che il detto principale sia presente o interponga la sua autorità con una lettera. Questi Ordinatori o Governatori, supremi e subordinati, dell’antica Loggia, devono essere obbediti nei loro rispettivi ambiti da tutti i Fratelli, secondo gli antichi doveri e regolamenti, con tutta umiltà, reverenza, amore e alacrità…
La sublime bellezza di queste antiche parole, se compresa e meditata (e non criticata superficialmente come con Anderson si fa spesso e volentieri), ci richiama alla responsabilità di creare le condizioni affinché le Logge, in omaggio alla loro prerogativa più inderogabile, vengano poste in condizione di scegliere tra i Fratelli il proprio Maestro Venerabile nel rispetto delle norme tradizionali dei Liberi Muratori, rivestendola delle prerogative necessarie perché le possa rappresentare nel modo più autorevole, con il giusto valore e considerazione.
I veri capi dell’Ordine della Massoneria Dicembre 2009
Di Giovanni Domma pagina 2/2 – pagina precedente
A questo proposito, vorrei anticipare sottovoce ai gentili lettori una mia iniziativa che poco a poco sta prendendo forma, e che rappresenta forse quanto di più concreto sia mai stato fatto in favore del quarto grado: inviare una petizione internazionale alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra affinché il la funzione di Maestro Venerabile Installato possa essere effettivamente riconosciuta come tale.
Questa proposta è stata concepita con il solo intento di porre in luce i preziosi depositi iniziatici accumulati da tempo immemorabile dal Maestro di Loggia, per il bene della Massoneria in generale e di ogni singola Rispettabile Loggia in particolare; nella speranza che il Grande Architetto illumini i Fratelli preposti affinché possano valutarla benevolmente.
Già numerosi Fratelli italiani mi hanno offerto di sottoscriverla, per quanto a tutti io abbia chiaramente precisato che non è il caso di attendersi un successo, né tantomeno che possa servire loro ad acquistare benemerenze di tipo individuale destinate a favorire la loro carriera massonica.
In realtà, le possibilità concrete che questa iniziativa venga accolta non sono molte: io la vedo soprattutto come un’occasione per “contarci” a livello internazionale, cosa che fino a oggi non mi risulta sia mai stata fatta.
Come illustrano anche aneddoti e leggende sul tipo di quelli che ho citato, il patrimonio teorico e simbolico in favore del quarto grado è molto più vasto e qualitativamente elevato di quanto in Italia possiamo immaginare: collegarci tra noi significherà porre a disposizione l’uno dell’altro i reciproci contributi, con la possibilità di argomentare sempre meglio la nostra iniziativa.
Non è poi da sottovalutare il clamore che essa desterà in tutte le Massonerie del mondo: anche questo contribuirà ad arricchirci di nuovi argomenti e del contributo entusiasta di tanti giovani Fratelli. Anche in seno alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra, il dibattito su un tema che finora è stato sempre un po’ tenuto… fuori dalla porta potrà decollare. E poiché la goccia scava la pietra, futuri tentativi meglio documentati del nostro e presentati da un fronte di Fratelli culturalmente e numericamente più forte potranno avere successo.
Naturalmente, tanto nel caso che la nostra idea andasse avanti quanto in caso contrario, occorrerà restare sempre coi piedi ben piantati in terra: ovvero rammentare sempre che, se accettiamo l’idea della Libera Muratoria intesa come Ordine iniziatico, di conseguenza ne dovremo sempre anche accettare la virtualità temporale e simbolica (non mi piace usare perifrasi complicate perché non è nel mio stile, ma migliore definizione di questa non ho saputo trovare).
In altre parole: assumere la posizione fanatica di chi vuole promuovere il cambiamento a tutti i costi significherebbe non aver compreso la relatività della nostra posizione di uomini mortali, per i quali (a causa della nostra ottica limitata) il presente è tutto; mentre per la Massoneria Universale il tempo è solo poco più di un giocattolo e le nostre energie e opinioni individuali sono fenomeni di scarsa importanza. Noi vogliamo piuttosto insinuare il dubbio, far lavorare il pensiero, fare in modo che i Fratelli riflettano obbiettivamente e onestamente sulla nostra proposta, per giungere infine alla conclusione che non soltanto è giusta, ma è anche perfettamente in linea con la Tradizione.
La Tradizione ha alcuni assiomi fondamentali che, appartenendo ad un piano che supera la storia e la società, sono eterni ed intangibili. E d’altra parte, la loro applicazione alla storia della Massoneria non può che variare con il variare stesso delle condizioni temporali e ambientali, siano esse sociali o politiche, sempre con l’avvertenza di non andare a incidere in alcun modo su quegli archetipi massonici che noi chiamiamo landmarks.
Una cura particolare dovrà in ogni caso essere infusa per evitare che ogni eventuale proposta di variazione possa essere semplicemente strumentale, in quanto utile non alla comunità in genere, ma agli interessi di lobby o a personalismi vari; per questo, in virtù del nostro lavoro, la situazione del Maestro Venerabile nella odierna Massoneria dovrà essere riesaminata sempre e soltanto alla luce del metodo tradizionale, che abbina l’approfondimento storico alla volontà di risalire costantemente alle radici etiche e spirituali.
Sarà importante inoltre che nel testo della petizione venga posto l’accento su quello che sarebbe il più vistoso risultato di un eventuale riconoscimento del quarto grado in seno alla Massoneria Universale: ovvero l’introduzione anche presso le Massonerie latine dell’istituto dei Capitoli per l’Installazione del Maestro Venerabile.
Il Capitolo è un’appendice della Loggia, in quanto porta lo stesso nome della Loggia, lo stesso numero e ha i suoi medesimi componenti. Nell’ambito di questa camera, il Fratello Maestro scelto per la conduzione dei lavori viene installato con una solenne cerimonia in presenza di soli Maestri Venerabili ed Ex-Maestri Venerabili Installati; nel corso di essa gli vengono comunicati e trasmessi in segreto la parola di passo, i segni e il tocco (così anche accadeva, in origine, nel sistema del Rito Scozzese Rettificato, che comprendeva non solo i tre gradi azzurri dell’Ordine Massonico ma anche quello di Maestro Scozzese di Sant’Andrea: un quarto grado ancora considerato grado di Loggia, essendo di fatto complementare a quello di Maestro).
La piena Luce che conduce alla Tolleranza e caratterizza la Saggezza dei veri Iniziati si concretizza nel grado di Maestro Venerabile Installato, rilasciato nel segreto del Capitolo. Ormai sono tanti anni che visito Logge e ne parlo con tanti Fratelli di elevato spessore culturale, constatando che un buon numero è sintonia con quanto affermo: cioè che i veri capi dell’Ordine Massonico sono i Maestri Venerabili Installati, e che sarebbe quindi il caso di… restituire loro il potere.
Per questo, moltissimi si ritrovano d’accordo sul fatto che l’introduzione del sistema capitolare anche nel GOI sarebbe doverosa: restituirebbe alla Massoneria Azzurra la sua caratteristica di Ordine iniziatico completo, senza che la maestranza massonica possa risultare in alcun modo sminuita dai cultori dei Riti; o meglio (non vorrei urtare ingiustamente tanti bravi Fratelli) da quanti tra loro non hanno capito nulla, ed affermano che l’Ordine sia un cammino collegato solo all’adempimento dei piccoli misteri.
Al di sopra di tutti, il Fratello che ricopre la carica di Maestro Venerabile incarna il Grande Architetto dell’Universo. Egli è, innanzitutto, il depositario della Tradizione massonica rappresentata nella Prima Luce, quindi è la Loggia, ovvero personifica il Cosmo; e quanti vorrebbero ridurre la sua funzione all’ambito dei piccoli misteri (in quanto tale ruolo secondo loro non trascenderebbe dall’ambito del mondo manifestato) dovrebbero forse riflettere più attentamente sul ruolo iniziatico degli avatar, che Nostro Signore ha voluto insegnarci attraverso il mistero della Trasfigurazione.
I Fratelli più versati in esoterismo potranno forse intuire le ripercussioni di quanto vado affermando e le loro benefiche implicazioni riguardo alle future prospettive dell’Ordine massonico, soprattutto nella misura in cui potranno essere utili per trascendere le sue attuali divisioni.
Ancora (banalità, se rapportata con quanto abbiamo appena affermato!), si potrebbero regolarizzare a livello internazionale la carica, la funzione e le prerogative dei Maestri Venerabili nostrani: un tema questo che – insieme a Daniele – abbiamo esaurientemente trattato in numerosi articoli.
E infine, si chiarirebbe finalmente in pratica quanto oggi sembra a volte purtroppo esistere solo in teoria: ovvero che l’Ordine (Massoneria Azzurra) costituisce una struttura autonoma, del tutto indipendente da qualsiasi Rito.
In realtà, non penso proprio di essere l’unico ad aver compreso tale realtà, peraltro molto evidente. In rete ho trovato, per esempio, queste bellissime parole di un Fratello: (il Maestro Venerabile) è la Volontà della Loggia, è il Pensiero della Loggia, è il Cervello che la coordina e la fa funzionare. (Quindi) le sue azioni nella qualità di Maestro Venerabile sono l’espressione concreta dello spirito e della volontà di tutti Fratelli.
Stando così le cose, ancora proprio non riesco a comprendere come si possa tollerare che dopo aver adempiuto al Venerabilato egli venga… parcheggiato fra le Colonne come una vecchia macchina passata di moda. Questa è davvero la più grande umiliazione che egli possa ricevere dall’Ordine cui tanto ha dato, sulla base della meccanica applicazione di vecchie regole che penalizzano e offendono la più importante figura della Massoneria.
La considerazione di principio che la Loggia è un Ente collettivo, dotato di essenza unitaria implica necessariamente l’individuazione della Loggia attraverso la sua coscienza, la quale non può essere rappresentata che dal Maestro Venerabile: ovvero chi la governa e la dirige in tutte le sue azioni.
Per questo appare più corretto prevedere che la Loggia, dopo aver scelto, eletto ed installato il Maestro Venerabile (che poi, a sua volta, nomina Dignitari e Ufficiali) lo rappresenti nell’Ordine con il dovuto riconoscimento presente e futuro anche dopo il suo Venerabilato, che a maggior ragione lo ha fortificato e perfezionato nelle arti e nella scienza muratoria.
Quanto sopra appare vitale per l’autonomia e la sovranità delle Logge, e mi auguro che raccolga intorno alla mia iniziativa tutti i Fratelli incaricati di far funzionare l’Ordine in modo giusto e perfetto.
Se davvero vogliamo mantenere operante e vivo il sistema iniziatico all’interno dell’Ordine, dobbiamo evitare qualsiasi messa in discussione dei principi che ne sono alla base. Conseguentemente, ogni decisione riguardante l’attività della Loggia non può essere sottratta alla Loggia stessa, continuando a non valorizzare e ignorando l’importante e autorevole figura che la rappresenta e la guida.
Vorrei concludere con una frase del Carissimo Fratello René Guénon, il quale (non trattando del nostro Ordine in particolare, ma del livello iniziatico in generale) produsse un’affermazione che si attaglia benissimo alla Massoneria: nulla di ciò che è compiuto in questo Ordine può mai andar perduto.
E per finire, un umile ringraziamento per tutto quello che farete, da un Fratello che ha lavorato e lavora per la Istituzione Massonica, cercando di essere e vivere come un Massone Giovanni Domma

le massonerie

LE MASSONERIE
di Giovanni Domma
Con l’espressione Le Massonerie non voglio riferirmi alla gran quantità di Ordini e corpi rituali, né alla suddivisione – praticata in base al simbolismo ermetico – tra Massoneria Nera, Bianca e Rossa : voglio dire che c’è una Massoneria buona e una cattiva, quella di cui molti profani hanno un’immagine tanto orripilante.
E non voglio parlarne in termini di controinformazione, o meglio per contrastare la falsa controinformazione che ci dipinge come delinquenti : questo compito l’ha già affrontato il Fratello Mansuino in tanti begli articoli, e per fortuna non lui solo.
Vorrei invece partire dall’ammissione che purtroppo una Massoneria nera esiste, come purtroppo dimostrano vari scandali in cui Fratelli sono implicati ; anche se non ha niente a che vedere con l’immagine che se ne fanno i profani.
Infatti, non è collegabile a nessuna fantomatica piovra internazionale : si tratta perlopiù di singoli episodi di malcostume, che nella maggioranza dei casi si svolgono al di fuori dalle principali organizzazioni massoniche.
E però, i Massoni neri ci sono ; e, se in un articolo come questo – aperto ai profani – non bisognasse andarci piano con le parole per non dare adito a equivoci, sarei tentato di sovrapporre alla bipolarità Massoneria buona – Massoneria cattiva un’altra a noi ben nota : Massoneria operativa – Massoneria speculativa.
Gli equivoci, naturalmente, sono in agguato ; quindi è bene chiarire che l’espressione Massoneria speculativa definisce in realtà tutta la Massoneria, senza valutazioni di merito.
La Massoneria speculativa è nata nel 1717, quando dei muratori londinesi decisero di riporre definitivamente gli attrezzi del loro lavoro per avere più tempo da dedicare allo studio dei suoi aspetti simbolici.
Fu quel gruppo la radice della Massoneria che si sparse prima in Europa e poi in tutto il mondo ; quindi tutti i Massoni, da questo punto di vista, sono speculativi (anche su questo tema, il Fratello Mansuino ha scritto un bell’articolo).
Però, nel gergo delle Logge, l’antinomia operativo – speculativo assume spesso un senso diverso. Operativo è il Massone che lavora in modo fruttuoso ; speculativo è il Fratello passivo e inerte, quello che si fa trasportare dalla corrente.
Tra l’altro, in italiano, la parola speculazione non si riferisce soltanto alla contemplazione filosofica, ma anche ai traffici più o meno leciti di denaro. Bene, non sarebbe forse giusto dire che i Fratelli troppo speculativi favoriscano necessariamente la speculazione dei Fratelli disonesti, però un legame c’è, e anche un profano lo può capire.
In tutte le associazioni, infatti, si trovano individui che stanno lì non per partecipare in modo attivo e consapevole, ma – si direbbe – perché non sanno come passare il tempo ; in Massoneria, forse, anche perché la fama di essere Massoni li ammanta di un’aura di mistero da cui possono trarre vantaggi, o semplicemente pavoneggiarsi con gli amici.
Bene, questo genere di speculativi per la Massoneria nera sono una vigna ! Fanno numero, pagano le quote associative senza fiatare, quando sono nel Tempio non aprono mai bocca, salvo per schierarsi dalla parte dove gli sembra stiano i più forti – e se hai in Loggia un avversario da eliminare, una parolina nell’orecchio e staranno dalla tua parte : gli voteranno contro, e propagheranno ai quattro venti qualunque infamità che tu abbia deciso di utilizzare contro di lui.
Ecco come è nata, nella mia mente, l’equivalenza Massoneria speculativa = Massoneria nera ; e sono sicuro che anche i Fratelli più attenti all’uso corretto dei termini massonici mi daranno un po’ di ragione.
Sappiamo di corporazioni di muratori fin dai tempi degli Egizi, e mai nella storia è noto che abbiano praticato cospirazioni, sovversioni o nessun genere di azioni cattive.
Viceversa, passavano il tempo a costruire edifici bellissimi : pensiamo solo al Tempio di Gerusalemme o alle cattedrali gotiche, riguardo alle quali Guénon si è spinto a parlare legittimamente di esoterismo cristiano.
Insomma, dovevamo proprio essere noi speculativi i primi nella storia a crearsi la fama di Massoni neri ?
In effetti, ci sarebbe da chiedersi (e molti se lo sono chiesti) se il fatto di non dover più scaricare le energie in esubero nell’attività fisica non determini l’afflusso al cervello di tossine che inquinano i pensieri dei Massoni, disturbando quell’attività di assimilazione e incorporazione del nostro simbolismo che dovrebbe costituire il nostro obbiettivo centrale.
Di qui, reazioni – anche molto violente, e spesso sostenute da forti argomenti culturali ed esoterici – contro la Massoneria colta e letterata, che scrive libri, o contro la Massoneria che si occupa di politica… insomma contro vari aspetti dell’azione della Massoneria nel sociale ; la quale ultima rappresenta, per molti Fratelli, la fonte primaria di ogni forma di Massoneria nera.
Identifichiamoci – per assurdo, ma non troppo – con i più forti argomenti contro la massoneria speculativa, e in favore dell’operatività. Come ben sappiamo, la Massoneria non può essere né conformista né unilaterale : al contrario è una comunione, un Tempio vivente nel sacro perimetro del quale Cattolici, Protestanti, Ebrei, Musulmani, Buddhisti, Deisti e altri ancora fraternamente si illuminano nella ricerca della verità – e quindi anche, e soprattutto, nella ricerca del vero Dio : una ricerca che necessita di un continuo addestramento morale, volto ad elevarsi e a contribuire al miglioramento del genere umano.
Cosa può esserci di più operativo di questa ricerca ? Eppure, nella nostra storia, più volte è stata messa da parte – nel mirino degli operativisti italiani c’è soprattutto la politicizzazione della Massoneria risorgimentale, che viene da essi vissuta e reinterpretata alla stregua di un vero e proprio complotto contro l’umanità.
Certo, è facile biasimare i Fratelli che fanno dell’azione sociale il fulcro del loro lavoro : immergersi nella profanità comporta anche l’impegolarsi nella faziosità, nella maldicenza, nei mille difetti figliati dal basso gioco di interessi particolari al quale è necessario adattarsi per poter svolgere un’azione sociale efficace.

Certo, gli operativi erano più puri ; ma se fosse stato solo per loro, sarebbe oggi la Massoneria il veicolo di iniziazione onnipresente e aperto a tutti che è oggi ? O non si sarebbe evoluta piuttosto – non diversamente dalle altre forme iniziatiche di mestiere – in un ambiente ristretto, destinato ad estinguersi con l’avanzare della modernità ?
Insomma, è sempre meglio guardarsi dalle reazioni estreme. Anche volendola considerare dal solo punto di vista del cammino iniziatico, non c’è dubbio che la Massoneria sia un cammino iniziatico collettivo (qualcuno ha definito la nostra Istituzione come un luogo dove degli esseri imperfetti operano per il reciproco perfezionamento) ; e se l’interazione tra i Fratelli ha un ruolo tanto fondamentale, in base a che cosa si può affermare che quella tra la Massoneria e la società dovrebbe essere bandita ? Sarebbe un pugno nell’occhio alla legge di analogia ; e sarebbe anche affermare una separazione totalitaria tra il recinto sacro del Tempio e lo spazio profano, separazione che – con ogni evidenza – non esiste nella realtà.
E’ poi da osservare che l’immunità degli antichi operativi dalla Massoneria nera non era certo legata al fatto che fossero incolti, o che non dibattessero dei propri ideali tra di loro o con i profani : infatti oltre all’edilizia conoscevano anche le arti tradizionali (Alchimia, Astrologia, Geometria, Matematica) ; insomma, la via iniziatica da essi elaborata – definita Opus sia dai Massoni che dagli Alchimisti – era volta a innalzare lo spirito, anche tramite apporti presi a prestito dal meglio che la cultura antica potesse offrire.
E’ chiaro, insomma, che il problema non è il fatto in sé di doversi rapportare con il mondo della cultura, o della politica, o con gli altri Fratelli o con il mondo, ma come si fanno queste cose : se in modo operativo-attivo o in modo speculativo-passivo.
Il nostro Fratello Rudyard Kipling, con la sua celebre poesia Il Tempio, ci ricorda come il compito di ogni Massone sia di offrire, all’edificazione del Tempio, il proprio contributo originale.
Quando scriveva, erano ancora ben vive le memorie della muratoria operativa – riferibili non solo a quelli che dovevano essere i segreti dell’arte muratoria, ma probabilmente anche a una sapienza e a una ritualità di tipo superiore.
Quest’ultima vive ancora oggi nel corpo massonico che, a mio giudizio, più di ogni altro porta avanti il discorso dell’operatività : la Massoneria del Marchio, il cui simbolismo è tutto volto a incoraggiare con successo l’azione del singolo Fratello, finché possa imprimere il suo Marchio sulla sua Pietra.
E’ assurdo e ironico, testimonianza della deviazione e del fuorviamento del giorno d’oggi, il fatto che i perfezionamenti del grado di Maestro collegati al Marchio (ovvero la più autentica forma oggi esistente di massoneria operativa) siano conosciuti – tra l’altro, in Italia, soltanto da pochissimi Fratelli – come side degrees, ovvero gradi laterali.
Davvero, il sottoscritto (e chiunque altro ne sia a conoscenza) non può immaginare, per nessuna altra parte dell’esperienza massonica, una maggiore centralità !
Così, Logge del Marchio, dell’Ark Mariner, dei Monitor Segreti, stanno ormai diventando poco a poco una realtà importante ed esclusiva nell’ambito della Massoneria italiana, col beneplacito dei più importanti Ordini nazionali (GOI, GLRI).
Questo progetto, lasciatemelo dire, è davvero massoneria operativa : quella che porterà a riabilitare e restituire la dignità e l’onore a tutti i Fratelli Massoni che tutti i giorni operano per il bene dell’umanità, riqualificando la massoneria operativa e schiacciando la massoneria nera come la testa di un serpente.
E’ un progetto al quale sono chiamati tutti i Fratelli italiani, che più di altri nel mondo – non certo per loro indole, ma per malaugurate vicende storiche – hanno potuto sperimentare i pericoli dell’orgoglio, dell’invidia, dei complotti, della maldicenza che sono i perversi frutti del predominio della massoneria nera. E’ giusto che il mondo profano la additi e la denunci come il grande male della società ; è giusto che siamo noi a porvi rimedio, sulla base della nostra rettitudine e del nostro vero essere Massoni.
Io umilmente ci sto lavorando ; Fratelli, venite con me ! Torniamo a fare della Massoneria la luce di tutti i popoli, torniamo a farne la più efficace e coraggiosa forza per il miglioramento dell’umanità.
Diamo la giusta ricompensa a tutti i Massoni che veramente si battono per la valorizzazione dei principi Massonici, che sedicenti Fratelli malvagi e interessati hanno calpestato per tutti questi anni, fino ai giorni attuali.
Vogliamo davvero tornare alla massoneria operativa ? Allora ecco, la via, l’unica via, è questa – perché porta il Fratello alla comprensione di quanto il ruolo della sua individualità sia prezioso e unico ; perché lo porta a comprendere quale sia il ruolo per cui Dio ci ha creati ; perché gli insegna a valorizzare sé stesso senza entrare in contraddizione con l’umile riconoscimento dell’essere parte di una totalità (e come aggiungerebbe, se indovino bene, il Fratello Mansuino : il riconoscimento anche della necessità di trascenderla).
Valorizzare l’individualità significa anche valorizzare il merito : scegliere i nostri dirigenti sulla base della loro apertura mentale, dei loro meriti culturali e non delle loro raccomandazioni. La massoneria operativa del terzo millennio, per non essere nera, deve essere mille miglia lontana dalle miserie che trasformano il Massone speculativo in un tristo complottatore di bassa lega, impaniato negli equilibri/squilibri della sua Officina e in squallidi giochetti di potere dai quali esce regolarmente sconfitto.
Menzogna, Intrigo, Delazione sono tre parole che andrebbero combinate insieme per formare un ternario rovesciato da opporre a Sapienza, Forza e Bellezza ; fin dai giorni del suo apprendistato il Fratello andrebbe messo in guardia costantemente contro di esse, perché tutta la sua vita massonica sia all’insegna del cacciarle vigorosamente e furiosamente lontano da noi.
Quando portai questi argomenti in Loggia, un carissimo Fratello fiorentino mi definì affettuosamente un nuovo Don Chisciotte : tanto lontani ed estranei essi sembrano dalla prassi quotidiana con cui, purtroppo, abbiamo a che fare.
Mi diedero anche del temerario, come di solito viene definito chi non ha peli sulla lingua nel mettere in piazza gli scheletri nell’armadio dei poteri forti.
Ma è proprio così marziana l’idea di auspicare che la massoneria operativa possa riprendere il suo ruolo – quello di schiacciare la massoneria nera, e riportare i Fratelli veri e puri sul sentiero che conduce alla nostra fonte ? A quella fonte dove il confronto fraterno è il mezzo naturale per condurre ciascuno di noi al suo equilibrio interiore, dove è gioioso e spontaneo osservare quei principi, quei valori e quella finalità per cui la Massoneria è nata ?
Siamo Don Chisciotte moderni o siamo i Massoni del terzo millennio, che hanno viva la lezione dei Desaguliers, dei Dunckerley, dei Martinez de Pasqually, dei Kipling e così via ?
E’ la loro, e non la nostra, la massoneria operativa che stiamo cercando di riportare alla ribalta, e che le centinaia di Fratelli che ci hanno fatto l’onore di venire con noi nel Marchio conoscono bene.
Per quanto la massoneria nera abbia messo in atto contro di noi grandi ostacoli, il nostro numero cresce ogni giorno, prefigurando già un domani in cui il nome di Massone non sarà più associato dai profani a intrighi e complotti, ma a quanti operano rettamente e generosamente per il bene dell’umanità.

LE MASSONERIE Corretto
di Giovanni Domma

Con l’espressione Le Massonerie, non voglio riferirmi alla gran quantità di Ordini e corpi rituali, né alla suddivisione – praticata, in base al simbolismo ermetico – tra Massoneria Nera, Bianca e Rossa : voglio dire la Massoneria buona e una cattiva, quella di cui molti profani hanno un’immagine tanto orripilante.
E non voglio parlarne in termini di controinformazione, o meglio per contrastare la falsa controinformazione che ci dipinge come delinquenti : questo compito l’ha già affrontato il Fratello Mansuino in tanti begli articoli, e per fortuna non lui solo.
Vorrei invece partire dall’ammissione che purtroppo una Massoneria nera esiste, come purtroppo dimostrano vari scandali in cui Fratelli sono implicati ; anche se non ha niente a che vedere con l’immagine che se ne fanno i profani.
Infatti, non è collegabile a nessuna fantomatica piovra internazionale : si tratta perlopiù di singoli episodi di malcostume, che nella maggioranza dei casi si svolgono al di fuori dalle principali organizzazioni massoniche.
E però, i Massoni neri ci sono ; e, se in un articolo come questo – aperto ai profani – non bisognasse andarci piano con le parole per non dare adito a equivoci, sarei tentato di sovrapporre alla bipolarità Massoneria buona – Massoneria cattiva un’altra a noi ben nota : Massoneria operativa – Massoneria speculativa.
Gli equivoci, naturalmente, sono in agguato ; quindi è bene chiarire che l’espressione Massoneria speculativa definisce in realtà tutta la Massoneria, senza valutazioni di merito.
La Massoneria speculativa è nata nel 1717, quando dei muratori londinesi decisero di riporre definitivamente gli attrezzi del loro lavoro per avere più tempo da dedicare allo studio dei suoi aspetti simbolici.
Fu quel gruppo la radice della Massoneria che si sparse prima in Europa e poi in tutto il mondo ; quindi tutti i Massoni, da questo punto di vista, sono speculativi (anche su questo tema, il Fratello Mansuino ha scritto un bell’articolo).
Però, nel gergo delle Logge, l’antinomia operativo – speculativo assume spesso un senso diverso. Operativo è il Massone che lavora in modo fruttuoso ; speculativo è il Fratello passivo e inerte, quello che si fa trasportare dalla corrente.
Tra l’altro, in italiano, la parola speculazione non si riferisce soltanto alla contemplazione filosofica, ma anche ai traffici più o meno leciti di denaro. Bene, non sarebbe forse giusto dire che i Fratelli troppo speculativi favoriscano necessariamente la speculazione dei Fratelli disonesti, però un legame c’è, e anche un profano lo può capire.
In tutte le associazioni, infatti, si trovano individui che stanno lì non per partecipare in modo attivo e consapevole, ma – si direbbe – perché non sanno come passare il tempo ; in Massoneria, forse, anche perché la fama di essere Massoni li ammanta di un’aura di mistero da cui possono trarre vantaggi, o semplicemente pavoneggiarsi con gli amici.
Bene, questo genere di speculativi per la Massoneria nera sono una vigna ! Fanno numero, pagano le quote associative senza fiatare, quando sono nel Tempio non aprono mai bocca, salvo per schierarsi dalla parte dove gli sembra stiano i più forti – e se hai in Loggia un avversario da eliminare, una parolina nell’orecchio e staranno dalla tua parte : gli voteranno contro, e propagheranno ai quattro venti qualunque infamità che tu abbia deciso di utilizzare contro di lui.
Ecco come è nata, nella mia mente, l’equivalenza Massoneria speculativa = Massoneria nera ; e sono sicuro che anche i Fratelli più attenti all’uso corretto dei termini massonici mi daranno un po’ di ragione.
Sappiamo di corporazioni di muratori fin dai tempi degli Egizi, e mai nella storia è noto che abbiano praticato cospirazioni, sovversioni o nessun genere di azioni cattive.
Viceversa, passavano il tempo a costruire edifici bellissimi : pensiamo solo al Tempio di Gerusalemme o alle cattedrali gotiche, riguardo alle quali Guénon si è spinto a parlare legittimamente di esoterismo cristiano.
Insomma, dovevamo proprio essere noi speculativi i primi nella storia a crearsi la fama di Massoni neri ?
In effetti, ci sarebbe da chiedersi (e molti se lo sono chiesti) se il fatto di non dover più scaricare le energie in esubero nell’attività fisica non determini l’afflusso al cervello di tossine che inquinano i pensieri dei Massoni, disturbando quell’attività di assimilazione e incorporazione del nostro simbolismo che dovrebbe costituire il nostro obbiettivo centrale.
Di qui, reazioni – anche molto violente, e spesso sostenute da forti argomenti culturali ed esoterici – contro la Massoneria colta e letterata, che scrive libri, o contro la Massoneria che si occupa di politica… insomma contro vari aspetti dell’azione della Massoneria nel sociale ; la quale ultima rappresenta, per molti Fratelli, la fonte primaria di ogni forma di Massoneria nera.
Identifichiamoci – per assurdo, ma non troppo – con i più forti argomenti contro la massoneria speculativa, e in favore dell’operatività. Come ben sappiamo, la Massoneria non può essere né conformista né unilaterale : al contrario è una comunione, un Tempio vivente nel sacro perimetro del quale Cattolici, Protestanti, Ebrei, Musulmani, Buddhisti, Deisti e altri ancora fraternamente si illuminano nella ricerca della verità – e quindi anche, e soprattutto, nella ricerca del vero Dio : una ricerca che necessita di un continuo addestramento morale, volto ad elevarsi e a contribuire al miglioramento del genere umano.
Cosa può esserci di più operativo di questa ricerca ? Eppure, nella nostra storia, più volte è stata messa da parte – nel mirino degli operativisti italiani c’è soprattutto la politicizzazione della Massoneria risorgimentale, che viene da essi vissuta e reinterpretata alla stregua di un vero e proprio complotto contro l’umanità.
Certo, è facile biasimare i Fratelli che fanno dell’azione sociale il fulcro del loro lavoro – immergersi nella profanità comporta anche l’impegolarsi nella faziosità, nella maldicenza, nei mille difetti figliati dal basso gioco di interessi particolari al quale è necessario adattarsi per poter svolgere un’azione sociale efficace.

Certo, gli operativi erano più puri ; ma se fosse stato solo per loro, sarebbe oggi la Massoneria il veicolo di iniziazione onnipresente e aperto a tutti che è oggi ? O non si sarebbe evoluta piuttosto – non diversamente dalle altre forme iniziatiche di mestiere – in un ambiente ristretto, destinato ad estinguersi con l’avanzare della modernità ?
Insomma, è sempre meglio guardarsi dalle reazioni estreme. Anche volendola considerare dal solo punto di vista del cammino iniziatico, non c’è dubbio che la Massoneria sia un cammino iniziatico collettivo (qualcuno ha definito la nostra Istituzione come un luogo dove degli esseri imperfetti operano per il reciproco perfezionamento) ; e se l’interazione tra i Fratelli ha un ruolo tanto fondamentale, in base a che cosa si può affermare che quella tra la Massoneria e la società dovrebbe essere bandita ? Sarebbe un pugno nell’occhio alla legge di analogia ; e sarebbe anche affermare una separazione totalitaria tra il recinto sacro del Tempio e lo spazio profano, che – con ogni evidenza – non esiste nella realtà.
E’ poi da osservare che l’immunità degli antichi operativi dalla Massoneria nera non era certo legata al fatto che fossero incolti, o che non dibattessero dei propri ideali tra di loro o con i profani : infatti oltre all’edilizia conoscevano anche le arti tradizionali (Alchimia, Astrologia, Geometria, Matematica) : insomma, la via iniziatica da essi elaborata – definita Opus sia dai Massoni che dagli Alchimisti – era volta a innalzare lo spirito anche per tramite apporti presi pari pari dal meglio che la cultura dell’antichità potesse offrire.
E’ chiaro, insomma, che il problema non è il fatto in sé di doversi rapportare con il mondo della cultura, o della politica, o con gli altri Fratelli o con il mondo, ma come si fanno queste cose : se in modo operativo-attivo o in modo speculativo-passivo.
Il nostro Fratello Rudyard Kipling, con la sua celebre poesia Il Tempio, ci ricorda come il compito di ogni Massone sia di offrire, all’edificazione del Tempio, il proprio contributo originale.
Quando scriveva, erano ancora ben vive le memorie della muratoria operativa – riferibili non solo a quelli che dovevano essere i segreti dell’arte muratoria, ma probabilmente anche a una sapienza e a una ritualità di tipo superiore.
Quest’ultima vive ancora oggi nel corpo massonico che, a mio giudizio, più di ogni altro porta avanti il discorso dell’operatività : la Massoneria del Marchio, il cui simbolismo è tutto volto a incoraggiare con successo l’azione del singolo Fratello, finché possa imprimere il suo Marchio sulla sua Pietra.
E’ assurdo e ironico, testimonianza della deviazione e del fuorviamento del giorno d’oggi, il fatto che i perfezionamenti del grado di Maestro collegati al Marchio (ovvero la più autentica forma oggi esistente di massoneria operativa) siano conosciuti – tra l’altro, in Italia, soltanto da pochissimi Fratelli – come side degrees, ovvero gradi laterali.
Davvero, il sottoscritto (e chiunque altro ne sia a conoscenza) non può immaginare, per nessuna altra parte dell’esperienza massonica, una maggiore centralità !
Così, Logge del Marchio, dell’Ark Mariner, dei Monitor Segreti, stanno ormai diventando poco a poco una realtà importante ed esclusiva nell’ambito della Massoneria italiana, col beneplacito dei più importanti Ordini nazionali (GOI, GLRI).
Questo progetto, lasciatemelo dire, è davvero massoneria operativa : quella che porterà a riabilitare e restituire la dignità e l’onore a tutti i Fratelli Massoni che tutti i giorni operano per il bene dell’umanità, riqualificando la massoneria operativa e schiacciando la massoneria nera come la testa di un serpente.
E’ un progetto al quale sono chiamati tutti i Fratelli italiani, che più di altri nel mondo – non certo per loro indole, ma per malaugurate vicende storiche – hanno potuto sperimentare i pericoli dell’orgoglio, dell’invidia, dei complotti, della maldicenza che sono i perversi frutti del predominio della massoneria nera. E’ giusto che il mondo profano la additi e la denunci come il grande male della società ; è giusto che siamo noi a porvi rimedio, sulla base della nostra rettitudine e del nostro vero essere Massoni.
Io umilmente ci sto lavorando ; Fratelli, venite con me ! Torniamo a fare della Massoneria la luce di tutti i popoli, torniamo a farne la più efficace e coraggiosa forza per il miglioramento dell’umanità.
Diamo la giusta ricompensa a tutti i Massoni che veramente si battono per la valorizzazione dei principi Massonici, che sedicenti Fratelli malvagi e interessati hanno calpestato per tutti questi anni, fino ai giorni attuali.
Vogliamo davvero tornare alla massoneria operativa ? Allora ecco, la via, l’unica via, è questa – perché porta il Fratello alla comprensione di quanto il ruolo della sua individualità sia prezioso e unico ; perché lo porta a comprendere quale sia il ruolo per cui Dio ci ha creati ; perché gli insegna a valorizzare sé stesso senza entrare in contraddizione con l’umile riconoscimento dell’essere parte di una totalità (e come aggiungerebbe, se indovino bene, il Fratello Mansuino : il riconoscimento anche della necessità di trascenderla).
Valorizzare l’individualità significa anche valorizzare il merito : scegliere i nostri dirigenti sulla base della loro apertura mentale, dei loro meriti culturali e non delle loro raccomandazioni. La massoneria operativa del terzo millennio, per non essere nera, deve essere mille miglia lontana dalle miserie che trasformano il Massone speculativo in un tristo complottatore di bassa lega, impaniato negli equilibri/squilibri della sua Officina e in squallidi giochetti di potere dai quali esce regolarmente sconfitto.
Menzogna, Intrigo, Delazione sono tre parole che andrebbero combinate insieme per formare un ternario rovesciato da opporre a Sapienza, Forza e Bellezza ; fin dai giorni del suo apprendistato il Fratello andrebbe messo in guardia costantemente contro di esse, perché tutta la sua vita massonica sia all’insegna del cacciarle vigorosamente e furiosamente lontano da noi.
Quando portai questi argomenti in Loggia, un carissimo Fratello fiorentino mi definì affettuosamente un nuovo Don Chisciotte : tanto lontani ed estranei essi sembrano dalla prassi quotidiana con cui, purtroppo, abbiamo a che fare.
Mi diedero anche del temerario, come di solito viene definito chi non ha peli sulla lingua nel mettere in piazza gli scheletri nell’armadio dei poteri forti.
Ma è proprio così marziana l’idea di auspicare che la massoneria operativa possa riprendere il suo ruolo – quello di schiacciare la massoneria nera, e riportare i Fratelli veri e puri sul sentiero che conduce alla nostra fonte ? A quella fonte dove il confronto fraterno è il mezzo naturale per condurre ciascuno di noi al suo equilibrio interiore, dove è gioioso e spontaneo osservare quei principi, quei valori e quella finalità per cui la Massoneria è nata ?
Siamo Don Chisciotte moderni o siamo i Massoni del terzo millennio, che hanno viva la lezione dei Desaguliers (quante stupide calunnie sul suo nome !), dei Dunckerley, dei Martinez de Pasqually, dei Kipling e così via ?
E’ la loro, e non la nostra, la massoneria operativa che stiamo cercando di riportare alla ribalta, e che le centinaia di Fratelli che ci hanno fatto l’onore di venire con noi nel Marchio conoscono bene.
Per quanto la massoneria nera abbia messo in atto contro di noi grandi ostacoli, il nostro numero cresce ogni giorno, prefigurando già un domani in cui il nome di Massone non sarà più associato dai profani a intrighi e complotti, ma a quanti operano rettamente e generosamente per il bene dell’umanità.

NUBI SUL MARCHIO

Nubi sul Marchio.  Maggio 2011 di Daniele Mansuino

 

Nubi sul Marchio – Riflessioni sull’Esoterismo di Daniele Mansuino

Un solo Massone non può cambiare la Massoneria, ma può diffondere il messaggio che può cambiarla. Della verità di questo principio ci siamo già resi conto, il Risp.mo Fr. Giovanni Domma ed io, con la nostra campagna in favore dell’Installazione dei Venerabili nelle Logge di rito scozzese.

Giovanni DommaNon avremmo mai immaginato quale grande movimento di Fratelli si sarebbe radunato intorno alla nostra idea, né che essa sarebbe stata raccolta da intere Circoscrizioni massoniche che l’avrebbero fatta propria, come è avvenuto dapprima per la Lombardia e ora sta avvenendo in molte altre regioni d’Italia. In tutti questi luoghi, i Maestri Venerabili vengono ora consacrati mediante un rituale a cui anche noi, modestamente, abbiamo messo mano!

Ci sono altre battaglie intraprese dal Fratello Domma il cui esito è ancora incerto, ma sarà probabilmente positivo, perché sono in accordo con quel disegno di sprovincializzazione e internazionalizzazione della Massoneria italiana di cui c’è grande bisogno, affinché il GOI possa ritornare alle posizioni di prestigio sul piano internazionale che purtroppo gli sono sfuggite; molto terreno è già stato riguadagnato (ultimo traguardo raggiunto, il recupero del riconoscimento da parte della Spagna), ma è ormai chiaro a tutti che perché tale opera sia portata a compimento c’è ancora molto da fare.

Così in futuro si parlerà ancora della rivalutazione della figura del Presidente di Collegio Circoscrizionale, se non addirittura dell’istituzione delle Gran Maestranze Regionali anche in Italia: obbiettivi che il Fratello Domma porta avanti tenacemente da tempo, con un gran lavoro di propaganda e sensibilizzazione a tutti i livelli dell’Ordine.

Tuttavia la più importante delle sue iniziative è ancora più ambiziosa: sto parlando della costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio in Italia, un progetto su cui abbiamo già abbondantemente relazionato in un precedente articolo e al quale abbiamo anche dedicato un bel libro, che sta avendo successo (Massoneria del Marchio).

Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio in ItaliaNel 2008, dopo che la Gran Loggia Nazionale Francese ristabilì le relazioni col GOI, Giovanni Domma e un altro Fratello della GLNF raccolsero un gruppo di sedici Fratelli del GOI e consacrarono la prima Loggia del Marchio di lingua italiana, all’obbedienza della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Francia: precisamente la Rispettabile Loggia Ara Pacis N°162 alle Cave di Cannes.

Il loro progetto era di costituire al più presto un paio di Logge del Marchio formate esclusivamente da Fratelli provenienti dal GOI, per costituire un Distretto del Marchio sul suolo italiano; il passaggio successivo sarebbe stato la richiesta della bolla per la costituzione della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio d’Italia ed il riconoscimento da parte della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles.

Purtroppo, vari ostacoli si frapposero alla buona riuscita di questo progetto. Si è perso così del tempo mentre altri si davano da fare, cosicché il 26 luglio 2008 Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia hanno consacrato la prima Loggia del Marchio italiana all’obbedienza della GLMMMEW, e nel settembre 2010 ne hanno creata un’altra, costituendo il primo Distretto del Marchio in Italia.

Ci sono ancora, purtroppo, nel GOI persone poco intelligenti che frenano irragionevolmente di fronte a ogni tentativo di innovazione, senza rendersi conto del grave danno che si apporta alla Massoneria tutta sabotando i nostri sforzi di adeguamento agli standard internazionali.

Comunque, pazienza: essere veri Massoni del fare vuol dire non perdersi in chiacchiere e affrontare le situazioni per quello che sono, prendendo atto che allo stato attuale delle cose il destino dei Maestri del Marchio del GOI è continuare a lavorare all’obbedienza della Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Francia.

Come già osservammo nel nostro precedente articolo sul Marchio, non è che lavorare all’obbedienza della GLMMMF sia un destino così orribile dal quale per forza occorra trovare un modo per scappar fuori. La soluzione più saggia per i Maestri del Marchio del GOI sarebbe (…) creare nuove Officine italiane all’obbedienza della GLMMMF, fino a raggiungere il numero sufficiente per costituirsi a loro volta in Distretto. Al momento in cui scriviamo, è probabile che tale linea venga adottata.

Ci sono però altri ostacoli che si addensano come nubi nel cielo del Marchio, e che i pionieri del Marchio italiano dovranno superare. Per esempio, sarebbe opportuno che almeno a livello procedurale il GOI evitasse di frapporre complicazioni; eppure – fino a pochi mesi fa almeno – la Gran Segreteria pretendeva dai Fratelli desiderosi di entrare a far parte di una Loggia del Marchio di esserne preventivamente informata.

Una prassi del genere, in Inghilterra sarebbe del tutto inconcepibile: come già abbiamo avuto occasione di spiegare, non esiste tra la Gran Loggia Unita d’Inghilterra (UGLE) e la Gran Loggia dei Maestri Muratori del Marchio di Inghilterra e Galles (GLMMMEW) nessun rapporto ufficiale; né potrebbe essere diversamente perché ambedue si autodefiniscono ordini sovrani, quindi in teoria uno dei due sul suolo inglese sarebbe di troppo.

Il loro rapporto, che potremmo definire simbiotico, è il seguente: l’UGLE concede ai suoi Maestri di aderire a una Loggia del Marchio della GLMMMEW, ignorando ufficialmente il fatto; da parte sua, la GLMMMEW pretende dai suoi aderenti che essi frequentino attivamente il craft – noi diremmo l’Ordine – nelle Officine dell’UGLE.

Bisogna infatti tener presente che, per entrare a far parte di una Loggia di Maestri Muratori del Marchio, un Fratello dev’essere un Maestro Massone con anzianità nel grado di almeno un anno (e se volesse aspirare al rango di Maestro Venerabile, dovrebbe avere già esercitato quest’incarico in una Loggia Azzurra – dico dovrebbe perché quest’ultima prescrizione può essere aggirata mediante una dispensa rilasciata dal Gran Maestro Provinciale); ora la GLMMMEW, che in quanto ordine sovrano avrebbe diritto a lavorare i tre gradi azzurri nelle sue Officine, per non esercitare un’indebita concorrenza nei confronti dell’UGLE rinuncia a farlo, ed entrambi gli Ordini si avvalgono dei vantaggi che derivano da questa tacita collaborazione, facendosi in sostanza reciproca pubblicità.

E’ questo il tipo di rapporto che le Gran Logge del Marchio conducono con il loro Ordine di riferimento in ogni Nazione, da cui emerge chiaramente che la Gran Segreteria del GOI non può avere alcuna voce riguardo alla scelta di un suo Maestro di aderire al Marchio: ufficialmente per il GOI la Massoneria del Marchio non esiste, quindi non si può parlare certamente di autorizzare tale scelta.

Volendo assumere nei confronti di tale pretesa una posizione conciliante, possiamo accettarla come una concessione da parte del Marchio ai bizantinismi della tradizione massonica latina, e il futuro Maestro del Marchio vi si potrà adattare in segno di riguardo nei confronti della Gran Segreteria stessa; purché sia chiaro però che il Gran Segretario del GOI non ha nessuna voce in capitolo, e può solo prendere atto della scelta del Fratello. Non ha certamente il diritto di “mettersi di traverso” insabbiando le domande e rallentandone in questo modo il decorso.

In questi ultimi anni, gli accresciuti contatti tra i Massoni (che viaggiano e… navigano di più) stanno apportando come conseguenza gradita e inevitabile la diffusione a macchia d’olio di forme rituali un tempo circoscrivibili a determinati territori, come appunto il Marchio era limitato alla sfera d’influenza diretta della Massoneria britannica. E’ quindi una sfida molto importante per gli Ordini sapersi adeguare alla nuova situazione, evitando che regole concepite a tutela della prudenza e della regolarità, si ritrovino a svolgere altre funzioni certo originariamente non previste – fungere da freno alla libera circolazione dei fratelli, delle idee, nonché addirittura da intralcio al lavoro.

E non è questa la sola nube nel cielo del Marchio. Spiace, ad esempio, avere la sensazione che ci siano Fratelli che sulla ristrettezza delle regole (e ancora di più sulle loro ambiguità) cercano di edificare le fondamenta del loro “potere”. E’una mentalità molto “italiana”, purtroppo lo sappiamo tutti: quante volte in un ufficio pubblico ci siamo ritrovati di fronte un funzionario che – lungi dal pensare al bene del cittadino e dello Stato – aveva l’aria di dirci: il documento che ti serve non te lo do finché non avrai capito che io sono un personaggio importante ?

 

E’ questa un’arte perversa che si avvale di molte raffinatezze e variazioni. Per esempio, si può rivolgere ad arte un decreto contro l’altro e trasformare in un’impasse insuperabile qualsiasi contraddizione che in realtà si potrebbe superare con un po’ di buon senso. Così il fatto che nel Marchio ci siano due diverse autorità internazionali – le Gran Logge del Marchio di Francia e d’Inghilterra – entrambe volte a costituire Officine di Massoni italiani, secondo lo spirito con cui viene vissuto può trasformarsi in un’inesauribile fonte di fratellanza o di… discordie.

 

Perché sia fonte di fratellanza basterà, come già ho suggerito nel precedente articolo e nella realtà sta verificandosi felicemente, che i Fratelli italiani delle due obbedienze continuino nel positivo spirito di confronto che ha contrassegnato questo primo periodo, caratterizzato da cordiali scambi di email dall’una all’altra sponda; aiuta in questo il fatto che si tratta per la maggior parte di Fratelli giovani, scarsamente coinvolti nei dissapori del passato e contrassegnati da un approccio all’Istituzione veramente esoterico – consapevoli quindi della validità e della delicatezza della nuova esperienza che la Massoneria italiana sta vivendo col Marchio sul piano culturale, e ben decisi a non buttare tutto alle ortiche con qualche passo falso suggerito da stupidi personalismi o anacronistici orgogli.

 

Ma purtroppo anche il secondo caso, quello della discordia, è sempre in agguato: basterebbe ad esempio che qualcuno nel GOI si lasciasse abbagliare dal prestigio derivante dal ruolo di uomo guida del Marchio italiano, e per… distinguersi dalla concorrenza si abbandonasse a criticare oltremodo la politica seguita dalla GLMMMF in Italia, esagerando in malafede le difficoltà della situazione; fino a esplodere in proclami “nazionalisti” circa il fatto che gli Italiani possono fare da soli – noi non abbiamo bisogno né della Francia né dell’Inghilterra…

 

Poiché effettivamente voci del genere sono circolate, proviamo a chiederci precisamente cosa vorrebbe dire “fare a meno della Francia e dell’Inghilterra”. Sul piano del riconoscimento internazionale, non c’è scampo: non potrà mai esistere una Gran Loggia del Marchio italiana se non sarà la GLMMMEW a riconoscerla. Si potrà trattare di un riconoscimento diretto qualora i Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia raggiungano in breve il sufficiente numero di Logge, come noi gli auguriamo; sarà un po’ più complicato se fossero invece i Fratelli del GOI i primi a mettere insieme un certo numero di Officine all’obbedienza francese, ma se lo spirito che sta guidando i pionieri del Marchio italiano continuerà a essere lo stesso, siamo del tutto fiduciosi che anche in questo caso il processo di costituzione sarà condotto all’insegna della fratellanza.

 

Indicibilmente più complessa diventerebbe invece la situazione se altri gruppi di Fratelli decidessero di appoggiarsi a una terza Gran Loggia del Marchio estera, chiedendole di garantire una o più Logge alla sua obbedienza sul territorio italiano. Non è certo vietato, e sicuramente Gran Logge estere disponibili all’esperimento se ne troverebbero – l’Italia è pur sempre una delle principali nazioni massoniche del mondo, “territorio di caccia” irresistibilmente appetibile per le magre disponibilità economiche di molti Orienti “minori”; ma non mi sembra la miglior risposta alla sincera e fraterna disponibilità dimostrate finora dalla GLMMMF nei nostri confronti, e al di là delle inevitabili rappresaglie – che ci saremmo meritate – sarebbe comunque l’ennesima “figura da cioccolatai” dei Massoni italiani a livello internazionale.

 

Ancora più campata in aria mi sembra la possibilità che Maestri del Marchio italiani creati in Francia costituiscano un’Officina senza porsi all’obbedienza francese, magari fantasticando di poter lavorare all’obbedienza del GOI: ipotesi impraticabile perché in flagrante contrasto con l’Articolo 2 della Union – il Marchio non fa parte dei tre gradi azzurri regolari.

 

Un’alternativa potrebbe essere costituire il Marchio in corpo rituale e chiedere al GOI di riconoscerlo sotto questa forma; ma è del tutto impossibile che la somma autorità massonica italiana possa prestarsi a una soluzione di questo genere, che in Inghilterra verrebbe accolta in modo disastroso. Per quanto riguarda la GLMMMEW, essa ha già mostrato la sua diffidenza nei nostri confronti mostrando di privilegiare la GLRI come interlocutore; figuriamoci nel momento in cui il GOI dovesse benedire quell’orribile mostriciattolo che sarebbe ai suoi occhi un Marchio strutturato in forma di rito… e per quanto riguarda l’UGLE, lungi da me la pretesa di sentenziare su quel tema misterioso e delicato che sono le trattative tra l’UGLE e il GOI, ma il minimo che si può dire è che non sarebbe di nessun aiuto un’iniziativa ai loro occhi palesemente eretica, volta a sottolineare quella benedetta “diversità latina” che ai loro occhi non è nient’altro che pura bizzarria.

 

Ma davvero esistono Fratelli italiani che per ambizione personale si presterebbero al gioco di accrescere scientemente la confusione della nostra Massoneria, dando origine a una situazione in seguito alla quale le possibilità di unificazione del Marchio italiano diventerebbero un rebus disperatamente intricato e complesso? Noi non vogliamo crederlo; eppure si vocifera che questi “Fratelli” ci sono.

 

Io mi domando: è possibile che non riescano solo per un momento meditare e riflettere che non si può vivere desiderando di essere sempre al centro dell’universo? No, davvero non si può vivere covando dentro di sé solo invidia verso le affermazioni altrui, giungendo a sabotarle senza neppure soffermarsi a riflettere sui danni che si creano in questo modo. Il vero Fratello è colui che gioisce con te e piange con te, non colui che brama di primeggiare sempre, facendo prevalere nevroticamente il proprio ego afflitto e sinistrato.

 

Dovrebbero piuttosto essere grati a chi sta facendo qualcosa per la Istituzione in generale e per il GOI in particolare, portando quel rinnovamento di cui tanto abbiamo bisogno; dovrebbero tralasciare per una volta di bardarsi di medaglie grembiuloni ed onoreficenze, di vantarsi della loro anzianità massonica che senza la saggezza non è nulla, di far valere il proprio egoismo e il loro interesse vuoto.

 

Eppure no: eccoli là, nella loro folle corsa ad essere sempre i protagonisti costi quello che costi, e gli altri possono morire; poco importa se fino all’altro ieri del Marchio ignoravano perfino l’esistenza e si sono documentati spiluccando frettolosamente il nostro libro – adesso il Marchio in Italia sono loro, e per far valere le loro pretese sono pronti a mendicare riconoscimenti fin dalla Nuova Zelanda.

 

Mi domando quanto questi Fratelli si rendano conto che, se l’egoismo da parte di un Massone non è mai ammissibile, in un momento come questo le implicazioni che ne possono derivare rischiano di andare ben oltre le squallide baruffe di Loggia. Abbiamo puntati addosso gli sguardi di tutta Europa; sempre più forte sembra ormai delinearsi il movimento che riconosce nel GOI la Massoneria regolare italiana. Ogni movimento interno al nostro Ordine viene a livello europeo analizzato, dissezionato, dibattuto; questo perché siamo forse il primo grande Ordine “latino” della storia che intraprende la difficile strada delle riforme interne, per conservare le proprie specificità e nel contempo andare incontro agli standard della Massoneria internazionale.

 

Possiamo godere della comprensione e della simpatia di molti – per quel nulla che io conto, mi capita di ricevere email di approvazione anche da Fratelli della Gran Loggia Regolare d’Italia; perché al di là delle etichette, il Massone intelligente e al di sopra delle parti non può non essere intrigato dal coraggio e dalla sapienza massonica che il GOI profonde nel nuovo cammino da lui scelto, a mezza strada fra modernità e tradizione (e nel quale la sua attuale giunta, bisogna pur dirlo, sta veramente mostrando il lato migliore di sé, dimostrando di tenere in maggior conto il giudizio della storia che non gli effimeri umori della cronaca).

 

Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che su come sarà giocata la partita del Marchio è in gioco molto del consenso e della credibilità che il GOI sta accumulando: se dovesse venire fuori il solito pasticcio all’italiana, con lo stolto protagonismo di fazioni l’un contro l’altra armate, allora sarebbero guai.

 

Speriamo quindi che i Fratelli coinvolti in progetti tesi a piegare il futuro del Marchio ai propri interessi ci ripensino presto – almeno prima di essersi spinti troppo in là. Se vogliono alzare le colonne di nuove Logge del Marchio sul territorio italiano, la loro opera non sarà soltanto benvenuta ma benemerita e necessaria; lungi da loro però l’idea di farlo in concorrenza con i Fratelli che per primi hanno avviato il progetto (che sono, come ormai tutti sanno, i Risp.mi Ffr. Domma e Vettese) o peggio ancora sotto gli auspici di improbabili nazioni estere, perché in tal caso un grande bene potrebbe trasformarsi in un gran male, e le conseguenze negative per la Massoneria potrebbero andare molto al di là di quanto la loro modesta comprensione della realtà massonica internazionale possa suggerire.

 

Si dispongano piuttosto a osservare con quanta umiltà e prudenza il progetto Marchio è stato finora portato avanti dai suoi iniziatori: senza mai affrontare frontalmente le molte difficoltà che si sono infrapposte ma risolvendo tutto con pazienza, garbo e diplomazia; che osservino, riflettano e imparino non solo l’arte di pavoneggiarsi all’Oriente, ma anche quella di macinare a proprie spese migliaia di chilometri per recarsi a una tornata del Marchio in una città lontana affinché i Fratelli possano raggiungere il numero per aprire i lavori; non solo l’arte di far sfoggio della propria presunta scienza nelle Agapi, ma anche quella di intrattenere i disinteressati rapporti che trasformano Fratelli sparsi provenienti da diverse città in una vera Officina, retta da un incrollabile eggregore di vera Fratellanza.

 

Che reimparino l’arte massonica ricominciando da quelle piccole cose che la fanno grande: i discreti momenti di gioia, la triplice stretta della Catena di Unione, gli scambi durante l’Agape… piccole felicità come rubate che illuminano gli sguardi, creando inavvertitamente quel clima per cui i Fratelli, a fine tornata, fanno fatica a lasciarsi.

 

E’ anche di tutto questo che la Massoneria di oggi ha un gran bisogno, ed è qualcosa di immensamente più grande della loro invidia: è la vera filantropia, che porta all’elevazione morale, intellettuale ed esoterica e materiale di tutti i Massoni, ai quali aspira di estendere i legami d’Amore e di Solidarietà fraterne che uniscono fra loro tutti i Liberi Muratori del mondo.

 di Daniele Mansuino e di G.D.

SAPIENZA – FORZA – BELLEZZA

 

SAPIENZA,  FORZA  E  BELLEZZA

di Giovanni Domma

 

 

Che la Sapienza illumini il nostro lavoro. Che la Forza lo renda saldo. Che la Bellezza lo irradi e lo compia.

Gli uomini liberi e di buoni costumi che intendano davvero comprendere il senso della triade Sapienza, Forza e Bellezza, dovranno intraprendere il sentiero che porta alla conoscenza e alla verità : un cammino arduo e faticoso.

Il suo percorso è tutto in salita, e facilmente ci si scoraggia, in quanto richiede forte personalità, fede, costanza e tanta umiltà.

C’è chi suppone che per avanzare lungo questo sentiero sia necessario lo studio di complesse astrazioni esoteriche ; io penso invece che si possano ottenere risultati molto migliori concentrando, nel nodo giusto, la nostra attenzione sulla realtà.

Se non altro, per una ragione : nella vita reale si trovano continuamente nuovi ostacoli da superare, che spesso ci costringono a deviare dal traguardo che avremmo voluto raggiungere. Non è così nella pratica massonica, dove il rituale scorre immutabile, neutralizzando le avversità legate ai disordini della vita profana : si direbbe davvero che i Massoni lavorino in un altro tempo e in un altro spazio.

Questa contrapposizione, però, può essere sanata, e il costante lavoro per trasporre l’ideale massonico nella vita reale consente all’uomo grandi passi lungo il cammino della formazione e della conoscenza.

Dai giorni lontani della muratoria operativa, gli strumenti utilizzati nel lavoro massonico sono forse cambiati, ma non sono mutati i suoi fini : seminare tra gli uomini un sentimento di vera Fratellanza, diffondere quei principi e valori per cui l’umanità possa crescere, sia culturalmente che civilmente.

I valori trasmessi al Massone, ciascuno li diffonderà secondo le proprie capacità e le opportunità che gli offre la vita. Se bene li ha compresi, non troverà nessuna difficoltà a insegnarli. Potrà allora provare qualcosa di simile a un grande senso di fierezza, e le persone che avranno la fortuna di entrare in contatto con lui si accorgeranno della speciale Luce che egli diffonde : una Luce che sparge nel mondo serenità, tranquillità e sicurezza, dono e patrimonio esclusivo di poche persone speciali.

Già prima di entrare in contatto con l’Istituzione, il Massone portava nascosto in sé questo dono (non mi stancherò mai di ripeterlo : secondo me, Massoni si nasce) ; ma ha anche lavorato per svilupparlo e perfezionarlo, mediante il lavoro di sgrossatura interiore che deriva dalla frequentazione della Loggia.

La Loggia è un luogo sacro, dove – come non avviene da nessuna altra parte – gli esseri umani si dimostrano all’altezza di lavorare all’unisono, come se fossero una persona sola, per il perfezionamento intellettuale e morale del proprio io.

Non esiste a tutt’oggi luogo più adatto di una Loggia per chi voglia sviluppare il lato migliore della sua interiorità, perché la Massoneria è la più antica e venerabile scuola iniziatica per il perfezionamento e la formazione delle individualità umane.

 

Il Libero Muratore, per lavorare, ha bisogno di simboli, che sono i suoi principali strumenti, e tra questi la triade Sapienza, Forza e Bellezza è il più fondamentale.

Questa triade può anche essere considerata alla stregua di un ternario dinamico, e si dice allora che esso sintetizzi il lavoro consacrato dal Massone al suo perfezionamento interiore ; mentre l’altro ternario Libertà, Uguaglianza e Fratellanza – si riferisce alla parte del lavoro rivolta agli altri, siano essi Fratelli o profani.

In questa suddivisione schematica c’è indubbiamente del vero, ma secondo me l’idea che un ternario riguardi la vita interiore e l’altro la vita sociale non deve essere interpretata con rigidità.

Per esempio : essendo il ternario costituito da Sapienza, Forza e Bellezza (o Sapienza, Bellezza e Forza – ritornerò tra poco su questo discorso) collegato simbolicamente alle Tre Luci (ovvero al Maestro Venerabile e ai due Sorveglianti), nell’Apertura e Chiusura dei Lavori si verifica un’inversione per cui quello che è, nell’Apertura, il punto di partenza, ritorna ad essere nella Chiusura la meta.

Questo, suppongo, per affermare che sì, nello spaziotempo consacrato del lavoro di Loggia tutti noi possiamo idealmente raggiungere la perfezione, ma al ritorno nel mondo profano dovremo nuovamente lavorare e lottare per esserne degni – in questo modo, uno stato di perfezione ideale e virtuale potrà diventare reale e effettivo, o perlomeno è nostro dovere fare il possibile per accostarlo.

Per questo, le due affermazioni Il lavoro massonico consente di conseguire la perfezione individuale e La Massoneria persegue il benessere dell’umanità non solo sono entrambe corrette, ma strettamente intrecciate e collegate, e secondo me si può comprendere molto di più considerandole insieme.

Infatti, la somma dei sei valori espressi nei due ternari è stata equiparata alle sei facce della Pietra Cubica, significando che chi riesce a identificarsi con essi ha raggiunto la perfezione.

In questo senso, il loro messaggio travalica di molto i confini della Massoneria Azzurra, venendo a comprendere anche quei rituali di perfezionamento che magari non trattano di tutti e sei esplicitamente, ma ne sono l’emanazione.

Non a caso, l’ispirazione a scrivere di Sapienza, Forza e Bellezza in questo articolo non mi è venuta dal rituale della Massoneria Azzurra, bensì da un altro ancora poco noto in Italia (non per molto, però) : quello degli Ark Mariners, o Marinai dell’Arca Reale.

Chi ha letto i nostri articoli passati ha già notizia di questo magnifico grado della Massoneria britannica, che mostra mirabilmente i legami tra il simbolismo degli antichi muratori e quello dei carpentieri che assemblarono l’Arca di Noè.

Il suo rituale venne introdotto in Inghilterra nel Settecento ; tanto per cambiare, a introdurlo fu Thomas Dunckerley, un grande Massone dimenticato cui abbiamo dedicato un articolo (ne abbiamo parlato anche nel nostro libro Massoneria del Marchio).

La storia dell’Ark Mariner presenta notevoli tratti di originalità. Come il Fratello Mansuino ed io abbiamo accennato nell’articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees, per quanto sia di fatto un side degree della Massoneria del Marchio, ufficialmente non viene considerato tale : questo perché, a differenza degli altri side degrees, a livello amministrativo dipende direttamente dal Marchio, senza disporre di una propria struttura autonoma.

E’ quindi solitamente il primo side degree ad essere introdotto nei Paesi in cui la Massoneria del Marchio si espande, e questo sta avvenendo anche in Italia, dove la prima Loggia dell’Ark Mariner è in via di costituzione ; conto di poter presto dedicare a questo tema un articolo.

L’Ark Mariner non è il solo grado antico a trattare di Noè e dell’Arca : altri ne esistono in altre nazioni massoniche. Tra questi, già più volte ci è capitato di accennare nei nostri articoli a quella gloria della Massoneria italiana che è il Rito Noachita.

Molto probabilmente tutti i gradi noachiti risalgono a un’origine comune, perché notevoli sono le comunanze tra loro ; per esempio l’idea, che debbano essere lavorati in un Tempio triangolare, o comunque importanti richiami al simbolismo del Triangolo.

Per esempio nell’Ark Mariner, quando il Venerabile Comandante dei Marinai dell’Arca Reale presenta a un nuovo Candidato gli attrezzi del suo lavoro, gli dice :

Con la Sapienza e l’abilità del lavoro di Noè fu creata la Bella struttura dell’Arca, e la sua Forza si è rivelata la salvezza sua, della sua famiglia e di tutte le creature viventi in essa contenute (…). Come l’Arca è stata costruita da questi strumenti, anche noi – quando gli elementi si fonderanno l’uno nell’altro per il calore, e la terra sarà dissolta – con la perseveranza nella fede, nella speranza e nell’amore potremo erigere intorno a noi un’Arca che ci proteggerà.

Il Percorso Triangolare che avete seguito dopo l’ingresso aveva lo scopo di fissare nella vostra mente la forma della Loggia. Il motivo per cui avete fatto sosta in tre punti è per ricordare che Sapienza, Forza e Bellezza sono state utilizzate nella costruzione dell’Arca, ma esse hanno anche un significato morale, che vi è stato in seguito spiegato.

Ora, è noto a tutti che il simbolismo dell’Arca può essere associato alle tecniche di trasmutazione interiore : nel suo articolo su tale argomento, il Fratello Mansuino ne fa esplicitamente menzione, parlando di come dopo la morte del corpo fisico, l’ “io cosciente” del risvegliato, rifugiandosi nel corpo sottile come in un’Arca, resisterà all’impatto delle forze disgreganti che fanno da corrispettivo, sul piano fisico, al fenomeno della putrefazione,  riuscendo a sopravvivere, per un tempo teoricamente infinito, in uno qualsiasi dei “piani di realtà” alternativi cui ha accesso.

Ed è anche noto come certi rituali massonici del Settecento contengano, in forma criptica, le tecniche per cui la trasmutazione interiore può essere attuata ; anzi, nell’articolo I due progetti della Massoneria Daniele si è sbilanciato, a mio giudizio, anche troppo, descrivendo addirittura il metodo per cui la trasposizione delle tecniche di trasmutazione nei rituali fu realizzata – e ancora di più si è sbilanciato in Un rituale trasmutatorio della Massoneria britannica, dove ne cita uno per esteso.

Non mi era mai capitato però – e credo neanche a lui – di trovare un rituale massonico in cui non solo il simbolismo trasmutatorio dell’Arca viene (come abbiamo appena visto) esplicitamente dichiarato, ma viene anche posto in relazione con Sapienza, Forza e Bellezza ; anzi, si va oltre, perché si afferma che Sapienza, Forza e Bellezza sono state utilizzate nella costruzione dell’Arca, conferendo esplicitamente alla triade fondante dei Gradi Azzurri una valenza trasmutatoria ben precisa.

Ancora oltre : la forma triangolare del Tempio noachita viene indicata come il modo in cui la triade Sapienza, Forza e Bellezza può essere trasposta in termini spaziali, in modo che il Candidato abbia la possibilità di percorrerla !

Questi rilievi io credo siano di importanza fondamentale anche fuori dal campo relativamente poco praticato dell’Ark Mariner, e per questo ho sentito l’impulso irrefrenabile di farne parti ai Fratelli che mi leggeranno.

Un’altra cosa interessante da notare nella citazione è l’implicita presa di posizione dei Fratelli inglesi in un annoso dibattito : se sia più corretto enunciare la triade come Sapienza, Forza e Bellezza o come Sapienza, Bellezza e Forza.

Il lettore non Massone potrà pensare che si tratti di un dettaglio senza importanza, ma non è così, perché al secondo termine della triade corrisponde la figura del Primo Sorvegliante, e al terzo termine il Secondo ; nell’una e nell’altra scelta troviamo quindi una serie di implicazioni che si ripercuotono sulla lettura simbolica del rituale.

I Fratelli dell’Ark Mariner optano palesemente per la prima impostazione, Sapienza, Forza e Bellezza, così come ho fatto io per il titolo di questo articolo. Questa era anche la versione utilizzata nei più antichi rituali del Grande Oriente d’Italia ; poi l’ordine del secondo e del terzo termine fu invertito, e si diffuse così l’idea che Sapienza, Forza e Bellezza fosse la versione tradizionale.

Difatti alcune Logge di indirizzo tradizionalista continuarono a praticarla anche dopo, dando origine a un certo numero di piccole dispute coi Fratelli più modernisti (ma forse chiamarle dispute è troppo ; perché, nella mia esperienza massonica di lungo corso, io ricordo questi dibattiti tra i più garbati, dotti e piacevoli che siano mai intercorsi tra le due anime della Massoneria).

Ora, il fatto che anche un rituale antico come l’Ark Mariner opti per questa soluzione parrebbe confermare che si tratti della scelta più tradizionale ; ma è davvero così ?

Personalmente, ho sentito più di un Fratello addentro alla storia dell’istituzione esprimere in proposito seri dubbi. Per esempio, nel sito dell’Antico e Primitivo Rito di Memphis e Misraim possiamo leggere :

Questo dilemma, comunque, è molto recente, per due ragioni ; la prima è che nella antica Massoneria Sapienza, Forza e Bellezza erano I PILASTRI DELLA LOGGIA, e NON i principi invocati dalle Tre Luci ; la seconda è che (…) nell’antica Massoneria non v’è alcuna chiara correlazione tra i Tre Pilastri e i tre (principali) Ufficiali di Loggia.

Questo sito, molto ben fatto, cita poi Masonry dissected del Prichard (1730) per ricordare quella che era, nella Gran Loggia d’Inghilterra pre-scissione, la tegolatura di un Apprendista : in essa, Sapienza, Forza e Bellezza vengono dichiaratamente associate ai Pilastri, e non ad altro.

D : Cosa sostiene una Loggia ?

R : Tre grandi Pilastri.

D : Come sono chiamati?

R : Sapienza, Forza e Bellezza.

D : Perché ?

R : Sapienza per inventare, Forza per sostenere, Bellezza per adornare.

E nota che solo nel 1760, in una pubblicazione che divulga i rituali degli Antients, (…) i Sorveglianti sono correlati ai Pilastri, e precisamente :

La Sapienza : il Maestro a Oriente ;

La Forza : il Primo Sorvegliante a Occidente ;

La Bellezza : il Secondo Sorvegliante a Meridione.

Caritatevole potremmo definire la scelta, operata da questi preparatissimi Fratelli, di non insistere  troppo sul corollario che emerge dalla loro dissertazione per chi voglia vederlo : ovvero come in questo caso (e se ne potrebbero citare altri) il presunto tradizionalismo degli Antients fosse, in realtà, un’innovazione.

Caritatevole perché spesso, nel corso della storia, i corpi rituali di tradizione latina (Memphis e Misraim in testa) ebbero a patire accuse di irregolarità ; a volte generate proprio dal pregiudizio dei tradizionalisti che le scelte degli Antients, per quanto concerne la regolarità, valessero più di quelle della Gran Loggia Unita d’Inghilterra.

Da questo punto di vista, la loro scelta di soprassedere sull’argomento è ai miei occhi un modello di vera Fratellanza massonica, che dovrebbe servire da esempio a quanti, ancora oggi, sembrano provare uno strano e perverso piacere sollevando velenosi dubbi sulla regolarità di questo o quel rituale.

Ora, tornando a noi : se nell’antica Massoneria Forza e Bellezza non erano associate ai Sorveglianti, è chiaro che anche il discorso su quale sia il loro ordine corretto non c’entra con loro. Ma quali sono gli argomenti in favore dell’una e dell’altra versione ?

Sapienza, Forza e Bellezza espone il processo della manifestazione dal punto di vista dell’Assoluto : laddove la Sapienza ha bisogno di Forza per concretizzarsi, e la Bellezza del creato è il prodotto del loro incontro. Non avrebbe senso, invece, supporre che dal connubio tra Sapienza e Bellezza possa uscire la Forza.

Volendo esprimere questa idea nella terminologia di Gurdjieff (che ripropone in chiave occidentale il simbolismo indù dei tre guna), potremmo dire che la Sapienza rappresenta la forza attiva, la Bellezza la forza passiva e la Forza è la forza neutralizzante.

Guardando però a questo processo dal punto di vista dell’Uomo, cioè dal di sotto, troviamo notevoli differenze rispetto al… punto di vista dell’Essere Supremo : non dobbiamo mai dimenticare che la nostra visuale è condizionata – ovvero, per dire meglio : è costituita – dal Tempo e dallo Spazio (per non parlare dell’illusione di separatività, e di altre amenità metafisiche su cui non mi voglio dilungare).

E’ proprio in seguito all’intervento di questi fattori che si verifica per noi qualcosa di simile a un’inversione di prospettiva, il cui effetto è quello di trasformare la triade in un ternario dinamico che si manifesta incessantemente ai nostri sensi nel Tempo e nello Spazio ; allora la forza neutralizzante (o il sale alchemico, o come la vogliamo chiamare) – che dal punto di vista dell’Assoluto deve essere considerata la seconda, in quanto è il legame che consente alle altre due di manifestarsi – si trasferisce, nella nostra percezione, dal secondo al terzo posto.

Così, nel simbolismo alchemico alla Sapienza corrisponde l’Oro, alla Bellezza l’Argento, alla Forza il Bronzo. Assistiamo in altre parole a un calando di Sapienza, Bellezza e Forza mano a mano che si procede dal metallo più nobile al più vile : da quello che simboleggia lo Spirito a quello che rappresenta la Materia.

Volendo tirare le fila : se il nostro intento è quello di rappresentare una triade statica (ovvero la manifestazione dal punto di vista di Dio, per il quale non valgono i fattori di Tempo e Spazio), Sapienza, Forza e Bellezza sarà la formulazione più adatta. Se invece abbiamo intenzione di raffigurare un ternario dinamico, ovvero il processo di manifestazione dal punto di vista dell’Uomo, Sapienza, Bellezza e Forza senz’altro è più adatto.

A mio parere, quindi, sarebbe giusto lasciare l’ultima parola ai Fratelli delle Officine, che potrebbero scegliere la versione da essi preferita ; magari di volta in volta, sulla base del tipo di lavoro che vogliono svolgere e dei temi che, quella volta, intendono porre in risalto.

L’Armonia dei Fratelli deve sempre venire prima di tutto, perché il conseguimento della vera Fratellanza costituisce da sempre l’obbiettivo fondamentale dei Liberi Muratori – così come la tolleranza, il rispetto dell’altro, l’accettazione del diverso (…), valori che la società contemporanea sembra avere smarrito del tutto.

Non ci sono parole per descrivere quanto possa essere terrificante, per il Massone di oggi, lo spettacolo del mondo profano. Veramente stiamo vivendo come stranieri, in un mondo che non sembra più il nostro. Disuguaglianze, ingiustizie sociali, povertà dilagante ; persecuzioni volte soprattutto ai danni delle creature più deboli, donne e bambini.

Per vincere questo orrore che ogni giorno di più sembra sopraffarci, fondamentale ci appare il ritorno a quegli immortali valori cui la Massoneria si ispira per rendere all’uomo la propria dignità.

Il Massone deve dialogare e produrre ogni sforzo perché gli uomini imparino a conoscersi, accettarsi, rispettarsi nella diversità. Solo così potranno essere evitate intolleranza e incomprensione, che portano alla creazione dell’ingiustizia, ai conflitti e alla violenza.

L’impegno educativo del Massone è rivolto innanzitutto ai giovani, affinché crescano con i valori del rispetto e della solidarietà ; in questa opera il Massone diventa un educatore, e la nostra Istituzione svolge attraverso i suoi membri un ruolo formativo.

L’opera educativa della Libera Muratoria non si vede né si sente, ma c’è, ed è viva e costante. Come puntualizzò il Fratello Marius Lepage, il suo scopo non è quello di creare un mondo migliore ; ma di formare uomini che forse, un giorno (…), creeranno un mondo migliore.

Se davvero vogliamo che questa stupenda profezia possa realizzarsi, la stella polare che i Massoni non devono perdere mai di vista è quella simboleggiata da Sapienza, Forza e Bellezza.

 

(con la collaborazione del Fratello Daniele Mansuino)

STORIA DEL GRADO MASSONICO DI ROYAL ARK MARINER – PRIMA PARTE

            di Daniele Mansuino e Giovanni Domma 

 

Abbiamo visto nell’articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees come, nel 1856, il grado massonico del Marchio si costituì nella Grand Lodge of Mark Master Masons of England and Wales.

Il Marchio fu, in questo modo, il primo degli antient degrees – esclusi dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra con la riforma del 1813 – a darsi una struttura ; e tutti gli altri, mano a mano che si riorganizzavano, tendevano a unirsi ad essa. Questo fu all’origine del fenomeno noto come side degrees, ovvero gradi laterali del Marchio.

La maggior parte di quei gradi, o sistemi di gradi, si fornì di un’organizzazione autonoma e stipulò con la Gran Loggia del Marchio un protocollo di amicizia. Soltanto uno, il Royal Ark Mariner (RAM), si regolò diversamente, delegando al Marchio la gestione della sua parte amministrativa.

Ancora oggi, i Regolamenti dell’Antica e Onorevole Fraternità dei Marinai dell’Arca Reale fanno parte delle Costituzioni e dei Regolamenti della Gran Loggia dei Maestri Massoni del Marchio (GLMMM).

Per questo, quando cominciano a sorgere Logge del Marchio in un Paese fuori dall’Inghilterra, di norma il RAM è il primo side degree a seguirlo.

In Italia, come la nostra rubrica ha ampiamente documentato, le prime Logge del Marchio sono comparse già da qualche anno : alcune per filiazione della GLMMM di Inghilterra e Galles, un’altra all’obbedienza della GLMMM francese.

Fautori di quest’ultima (la R.L. Ara Pacis) furono soprattutto i Fratelli Giovanni Domma e Massimo Vettese ; quest’ultimo è scomparso prematuramente nel mese di Ottobre 2012, destando grande rimpianto in tutti i Massoni che ebbero la fortuna di conoscerlo.

Soltanto pochi giorni dopo (20 Ottobre), sotto la guida del Fratello Domma, i Fratelli dell’Ara Pacis hanno consacrato la prima Loggia del RAM (o, per dirla alla francese : dei Nautoniers de l’Arche Royale) ; i tempi quindi sono ormai maturi perché di questo magnifico grado si sappia in Italia qualcosa di più.

In questo articolo e nel successivo, tuttavia, non è ancora nostra intenzione affrontare il tema del RAM direttamente : tratteremo invece del suo processo di formazione, che è a nostro avviso una storia davvero interessante.

Come premessa necessaria, delineiamo questo mese i suoi temi simbolici principali (con particolare riguardo al loro sviluppo in ambito massonico, nelle gilde artigiane e nella muratoria operativa) ; il mese prossimo parleremo invece degli antichi gradidai quali il RAM ebbe origine.

Non diversamente da innumerevoli gradi ispirati a temi biblici, il RAM è fondato sul mito dell’Arca di Noè.

 

Il personaggio biblico di Noè, figlio di Lamech, è oggetto nella Bibbia di due diverse genealogie : la prima (Genesi, 4) sottolinea la sua discendenza da Adamo attraverso Caino ed Enoch, la seconda (Genesi, 5) attraverso Seth, lo stesso Enoch e Matusalemme, che di Lamech era il padre. Il nome Noè può essere approssimativamente tradotto come riposo, o conforto.

 

Il nome della moglie di Noè, secondo fonti islamiche, era Waila. I suoi tre figli, Jafet, Sem (o Shem), e Cam (o Ham, o Kham), vengono considerati capostipiti delle razze che popolano la Terra : Jafet dei Bianchi, Sem degli Arabi e degli Ebrei, Cam dei Neri.

E’ da notare che nella Genesi Sem è sempre nominato per primo, il che lascia supporre che fosse il primogenito ; secondo varie tradizioni popolari, però, il primogenito sarebbe stato Jafet, e questa è forse la ragione per cui – nel RAM attuale – Jafet riveste il ruolo di Primo Sorvegliante, mentre Sem è il Secondo.

Parecchi dei temi legati al simbolismo del RAM sono di immediata comprensione, e hanno contribuito a risvegliare un grande attaccamento nei confronti di questo grado in tutti i Paesi nei quali viene praticato.

Così l’idea della quiete dopo la tempesta ; così la profonda riflessione sulla forza dell’istituzione familiare e del suo ruolo nella società ; così l’enfasi sul concetto (dal punto di vista massonico, molto Modern, e abbastanza inconsueto in un grado, come il RAM, di origine Antient) che ad ogni Fratello è affidato un compito particolare da attuare in armonia con il lavoro degli altri, per il bene di tutti.

Nella sua lettura Antient, la necessità dei Massoni di coordinare il lavoro non viene associata all’esigenza di compiere un’opera grandiosa volta all’evoluzione dell’uomo, ovvero all’edificazione (o alla ricostruzione) del Tempio ; anche nella costruzione dell’Arca, beninteso, questo aspetto indubbiamente esiste e non può essere taciuto, però c’è una maggiore sensibilità nei confronti dei pericoli – legati all’orgoglio – che un tale compito nasconde (vedremo il prossimo mese la bellissima Leggenda di Phaleg), e si preferisce sottolineare la necessità di stare uniti per difendersi dalle insidie del caos, dalla catastrofe e dalle intemperie, ponendo in evidenza le analogie tra i pericoli del Diluvio e quelli della vita.

Non solo, ma un grande spazio – davvero assai vasto rispetto ad altri rituali, e questo vale tanto in senso letterale che figurato – è dedicato al percorso che il Massone deve compiere per potersi rifugiare nell’Arca, a testimonianza della maggiore attenzione rivolta dagli Antients agli aspetti individuali dell’esperienza iniziatica e della loro severità nel perfezionamento dei candidati : per loro, trasmutazione interiore era sopra ogni altra cosa sinonimo di salvezza.

Da questo punto di vista non erano lontani da grandi Massoni e esoteristi dei Paesi latini, come Martinez de Pasqually e Willermoz, i quali sostenevano l’idea che lo sviluppo futuro della Massoneria dovesse transitare attraverso l’incorporazione e la progressiva rielaborazione del messaggio cristiano. La storia, come sappiamo, si incaricò di dargli torto, ma la bellezza e la profondità del loro insegnamento non ne furono sfiorate.

A proposito delle origini Antient del RAM, non possiamo trattenerci dal citare una sua curiosa prerogativa, sopravvissuta fino ai nostri giorni e tuttora praticata : ovvero la possibilità, da parte dei Gran Maestri Provinciali del Marchio, di conferire a pochissimi autorevoli Fratelli il Royal Ark Mariner Grand Rank. Questo grado li autorizza a intervenire ai lavori del RAM in qualsiasi parte della Terra senza bisogno dell’invito.

E, sempre in tema di curiosità : in molti Paesi, una curiosa appendice del RAM è il Cork. E’ questo uno scherzoso rituale dai tratti goliardici (ma non per questo sprovvisto di profondità) che regola nei minimi dettagli lo svolgimento delle Agapi.

Può essere praticato anche in combinazione con altri riti (ci è giunta la notizia della presenza di Massoni del Cork anche in Italia), e anche a questo stiamo pensando di dedicare, prima o poi, un articolo.

Passiamo ora a prendere in considerazione altri temi della mitologia noachita che possono essere considerati di comprensione meno evidente e immediata, ma che da sempre hanno colpito l’attenzione degli studiosi.

Cryer, per esempio, sottolinea come la lettura massonica del mito dell’Arca enfatizzi il fatto che Noè sapeva vivere in armonia con la natura, e ricolleghi tale aspetto alla predilezione manifestata da Dio nei suoi confronti.

Mottram appunta l’attenzione sulle differenze tra l’arte della carpenteria edile e quella navale : la prima si rivela più  difficile nelle fasi preliminari e iniziali, poi il lavoro già fatto offre un sostegno e un modello a quanto segue, sicché tutto si risolve in una procedura per così dire automatica. Invece la costruzione di una nave obbedisce dapprima a formule predefinite, che richiedono solo di essere adattate alle dimensioni del vascello ;  ma nel prosieguo si fa sempre più difficile, con variabili sempre nuove caso per caso, come il peso delle opere morte e quale debba essere la loro distribuzione più opportuna per assicurare un galleggiamento ottimale.

Difficilissimo è poi il caso di una nave che non debba essere varata, ma sia destinata a sollevarsi poco a poco sotto la spinta delle acque : il rischio principale è che il terreno sotto di essa ceda sotto il peso e la imprigioni nel fango. Per risolvere tutti questi problemi, egli nota, occorrono conoscenze di prim’ordine sia nel campo della Fisica che in quello della Geometria.

Ci si è chiesto se per l’impermeabilizzazione dell’Arca fosse stata usata resina, gomma o bitume. E’da notare che l’arte della manipolazione di tali sostanze conobbe in Medio Oriente un sorprendente sviluppo fin dai tempi più antichi ed era considerata sacra, come risulterà ai miei lettori esperti nel campo delle fumigazioni magiche ; ora, il fatto che l’Arca fosse stata calafata con uno di questi prodotti costituisce una parte del suo simbolismo sulla quale numerosi Massoni di indirizzo esoterico si sono soffermati.

All’Arcobaleno, che si disegnò nel cielo dopo il Diluvio come emblema del nuovo patto tra Dio e l’umanità, si guarda nel RAM di oggi come al simbolo del legame tra l’antico e il moderno, tra il passato e il presente.

Ma innumerevoli altri possono essere i suoi significati : per esempio, nel Sufismo (si veda in proposito L’Uomo Universale di Ibn Arabi), il settenario dei suoi colori che si fondono nel bianco richiama la reintegrazione dell’uomo nelle sue facoltà primordiali.

Secondo Oliver, l’Arcobaleno sarebbe entrato nell’antica tradizione ebraica attraverso le credenze degli Architi (i Fenici d’Africa), per i quali rappresentava il vestito di Dio(in questo modo viene definito anche dal profeta Ezechiele).

Nel 1872 (soltanto un anno prima, si era tenuto – alla Freemasons’ Hall di Londra – l’incontro tra la Gran Loggia del Marchio e il Supremo Capitolo dell’Arco Reale di Scozia nel quale era stata varata la politica dei side degrees), gli studiosi (non solo massonici) del mito del Diluvio si trovarono a dover fronteggiare un trauma senza precedenti : venne infatti tradotta la tavoletta cuneiforme babilonese sulla quale era riportato il mito di Gilgamesh.

Ai nostri giorni, si dà per scontato che il racconto biblico del Diluvio sia tratto da fonti anteriori ; ma fino ad allora, ben pochi avevano messo in dubbio che la Bibbia fosse il più antico dei libri, dal quale le altre forme di cultura scritta erano in un modo o nell’altro derivate.

Oggi noi facciamo fatica a capirne i motivi, ma questa scoperta segnò per il RAM un duro colpo : parecchi Fratelli – i più sensibili alle nuove scoperte della scienza – se ne allontanarono sentendosi in qualche modo traditi, mentre tra quanti gli restarono fedeli resistette a lungo l’idea che i Babilonesi avessero tratto ispirazione dalla Genesi, e non viceversa.

Fu poi provato da altri archeologi che il racconto biblico del Diluvio era formato dalla sovrapposizione di due racconti. Il primo, più antico e più semplice, coincideva con l’epopea di Gilgamesh, mentre tutto quanto concerneva le azioni di Noè più in dettaglio : l’edificazione di un Altare, l’impianto di una Vigna eccetera (e, in linea di massima, l’interpretazione etica e teologica della vicenda), poteva considerarsi frutto di un’interpolazione posteriore, risalente – si crede – a circa duecento anni dopo.

Del resto, la tradizione secondo cui un uomo prediletto da Dio scampò al Diluvio insieme alla sua famiglia si è tramandata anche in molte altre nazioni : tra queste l’India, la Grecia e l’Irlanda.

Addirittura nella stessa tradizione druidica inglese, dove molte tracce del mito del Diluvio si ritrovano nella leggenda di un’inondazione causata dallo straripamento del lago Llyon : qui fu il dio Gwidion, corrispettivo di Mercurio, a tracciare l’Arcobaleno nel cielo, volendo così promettere – a un uomo e una donna che si erano salvati – che il lago non sarebbe straripato mai più.

Scoperte del genere segnarono anche la fine della credenza che attribuiva la compilazione di tutti e cinque i libri del Pentateuco a Mosè. Questo avrebbe potuto segnare una crisi ancora peggiore, non solo per il RAM ma anche per molti altriantient degrees ; ma i Massoni avevano ormai digerito l’idea che la corrispondenza tra narrazioni bibliche e scoperte archeologiche non fosse sempre esatta, imparando a concentrarsi maggiormente sull’aspetto simbolico ed esoterico dei rituali.

Fu proprio a partire da allora che l’esegesi massonica del RAM prese a ordinarsi intorno a quattro temi fondamentali : 1 – la Signoria del Creatore, ovvero quanto l’immagine di Dio presentata dal mito noachita abbia influenzato il concetto di Grande Architetto dell’Universo, e in che modo vada con esso rapportata ; 2 – il senso dell’Arca della Salvezza : quanto vi sia in questo simbolo da riferire allatrasmutazione interiore, quanto al sociale, come i due temi simbolici debbano essere correlati ; 3 – il significato dell’Arcobaleno come patto ; 4 – il valore dell’Umiltà.

Partendo dall’analisi del primo, la vicenda di Noè può essere accostata a quella di Adamo, perché sono i due passi biblici nei quali l’influenza attiva del divino nel determinare le vicende umane risulta maggiormente enfatizzata, e hanno avuto in questo senso un enorme influenza tanto sulla teologia cristiana quanto – di riflesso – sulla storia della civiltà occidentale.

Potrebbero anche essere definite due successive creazioni : la prima dalla Terra, la seconda dall’Acqua, e da questo sorse l’idea che la terza distruzione/rigenerazione dell’umanità verrà dal Fuoco.

Un’altra idea comune ai due miti è che il Creatore ha la facoltà di affidare la rigenerazione del genere umano a un Uomo da lui scelto, che si trova in questo modo da lui investito di poteri e facoltà sconosciuti alla maggioranza : è questa una delle fondamentali legittimazioni dell’idea di esoterismo, inteso come percorso di elevazione individuale sì, ma non fine a sé stesso – destinato piuttosto a trasmettere i suoi doni all’intera umanità.

In questo senso, Dio si fa tramite Noè Architetto e Costruttore, e il Massone noachita aspira a farsi simile a Noè imitandone le azioni. Un tratto distintivo del RAM, sul quale molti autori tornano volentieri, è come l’ideale percorso che va dal Massone al Grande Architetto tramite l’Uomo Primordiale risulti in questo grado assai più chiaramente e semplicemente tracciato rispetto alla complessa e un po’ misteriosa visione corale che si delinea nel quadro della ritualità hiramita.

Come Hiram, Noè galleggia sulle acque inferiori in un cofano che è la sua bara, passando attraverso la morte e la distruzione ; come per Hiram, la sua resurrezione equivale simbolicamente alla salvezza di tutte le forme viventi.

Provocatorio e geniale come era suo costume, George Oliver osservò : Noè (…) era definito il padre dell’umanità. Veniva dal grembo di una donna, ma era nato nella vergine Arca, senza intervento di nessuna creatura umana ; fu poi elevato a oggetto di idolatria, e divenne la principale divinità nel mondo dei gentili (…) essendo considerato un’incarnazione della divinità…

E gli fa eco Neville Cryer : Lui e Dio erano uno. Sul finire del primo millennio dell’era cristiana, la figura di Noè veniva considerata una prefigurazione di quella di Cristo.

Questo è un concetto già implicitamente presente in Tertulliano, con la sua idea che il Diluvio prefiguri il Battesimo, e che venne poi apertamente formulato da Giustino Martire.

Rifacendosi al loro pensiero, così si esprimeva nel 1713 un anonimo ecclesiastico francese :

I Padri della Chiesa hanno osservato che l’Arca era l’immagine della Chiesa, intesa come unica Arca entro cui l’uomo può trovare la salvezza (…). Il legno e l’acqua rappresentano due grandi misteri : l’acqua, che nel Battesimo ci purifica dal peccato, nella forma del Diluvio purificò il mondo dalle abominazioni ; e il legno della Croce del Salvatore (…) ha salvato il mondo intero. Così piacque a Dio di prefigurare la Sua Chiesa nell’Arca, che è il simbolo della redenzione e del rinnovamento del mondo.

A proposito del tema Arca della Salvezza/rinnovamento, Mottram sottolinea la capacità del veicolo Arca di sollevare Noè al di sopra dei risultati evolutivi conseguiti dai suoi antenati, portandolo più vicino a Dio. Egli non portò nell’Arca nessuno che appartenesse alla generazione precedente ; questi, del resto, si erano dimostrati incapaci di comprendere il senso e il valore del veicolo che andava approntando.

L’idea di un Arca/Tempio non destinata a intraprendere alcun viaggio, ma interamente consacrata all’idea di trasmutazione interiore emerge con chiarezza dalla versione ellenica del mito dell’Arca, riportato da Diodoro Siculo : Sesostris costruì un’Arca di cedro ricoperta di placche d’oro, la cui lunghezza era di 280 cubiti, la fece portare nel Tempio di Tebe e quivi la consacrò a Osiride ; nell’interno di questo edificio venivano celebrati i cosiddetti misteri diluviani.

Cryer fa notare la vicinanza nella lingua greca dei termini naus (Tempio) e naos(nave), nonché la ricorrenza nell’architettura sacra di vari termini di origine nautica, come ad esempio navata.

Non conosceva, probabilmente, i versi del nostro Cardarelli :

O chiese di Liguria, come navi

Disposte ad essere varate !

Sappiamo che i misteri diluviani degli antichi Greci erano collegati tanto all’idea della sacralità del rinnovamento (potremmo quasi dire : del progresso) quanto a quella di un’evoluzione estesa che coinvolge anche le specie animali e – per estensione – l’intero mondo della natura. Millenni dopo, entrambi sarebbero stati ripresi e sviluppati nell’ambito della letteratura teosofica, e rappresentano forse oggi il più fondamentale contributo della scuola anglosassone all’esoterismo contemporaneo.

Di qui la possibilità di fruttuosi accostamenti sul tema Arca/progresso, strettamente associato all’idea che spetti all’uomo l’edificazione di una sorta di scatola magicavolta a salvare le specie animali : ovvero riscattare l’animalità in noi dalla meccanicità degli istinti e guidarla alla consapevolezza.

La tendenza, emersa in Inghilterra tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, a riscoprire e privilegiare le istanze teologiche legate all’idea di rinnovamento è ben rispecchiata nei più antichi catechismi massonici, e fece sì che i due leit-motivArca/progresso e Arca/patto risultassero, nelle esegesi più antiche, intrecciati al punto da risultare quasi indistinguibili.

In Genesi 9:17, il Signore aveva spiegato che l’apparizione dell’Arcobaleno (non citata, è bene notarlo, nelle versioni babilonese ed egiziana del mito del Diluvio) è il segno del patto che ho stabilito tra me e TUTTE LE CREATURE DELLA TERRA, ma a dispetto dell’importanza della cosa l’accostamento tra l’Arca di Noè e l’idea di pattonon era stato molto rivisitato nell’Antico Testamento : si potrebbe quasi supporre che il secondo patto, stipulato da Dio col solo popolo ebraico, avesse eclissato – nell’immaginario collettivo degli Ebrei – il precedente. Sarà soltanto con l’avvento di un terzo patto, quello stipulato tra Gesù e l’umanità, che il collegamento Arca/pattotornerà a risaltare, e assumerà nuova importanza.

L’esegesi cristiana e massonica non mancano neppure di porre in risalto l’umiltà di Noè, che ben lungi dall’inorgoglirsi per essere stato prescelto da Dio e per la formidabile impresa da lui realizzata, dopo il Diluvio riprende come se nulla fosse stato le sue normali attività di padre di famiglia, artigiano e agricoltore, stimando di non aver fatto nulla di più del proprio dovere.

In questo si contrappone ad Adamo, che cadde vittima del peccato dell’orgoglio, ed ai suoi stessi discendenti, che si dedicarono all’edificazione della Torre di Babele. La Massoneria noachita ha sviluppato nei secoli questo tema fino a porre l’idea di umiltà al centro del proprio percorso.

Annota Neville Cryer che, secondo una leggenda, Noè portò nell’Arca la bara contenente i resti di Adamo ; era per avere costantemente sotto gli occhi i frutti dell’orgoglio, o perché il suo antenato che aveva sofferto le conseguenze del proprio orgoglio potesse raggiungere la salvezza di cui l’umiltà fa beneficiare ?

La leggenda cui Cryer fa riferimento è riportata nel Briscoe Pamphlet (1724) :

Adamo si era preparato per l’eterno riposo una magnifica Pietra Monumentale, su cui erano incise tutte le Figure Geometriche e i Geroglifici, successivamente ripresi dagli Antichi Egizi, insieme alla spiegazione del significato della lettera Tau, che era il Marchio apposto su Caino perché nessuno lo toccasse, e sarebbe stato poi utilizzato anche da Mosè per proteggere gli Israeliti dall’Angelo della Distruzione.

Ora accadde che Adamo fu avvertito che la sua Morte stava arrivando ; affidò quindi questo Sarcofago di Pietra a suo figlio Seth, con questo Incarico : che dopo il suo Decesso, il suo Corpo sarebbe stato deposto lì finché non si fosse trovato un Sacerdote dell’Altissimo che potesse celebrare il suo funerale secondo il rito di Melchisedec ; così il Corpo di Adamo fu tramandato fino a Noè, che lo sistemò al centro dell’Arca, e ogni giorno offriva Preghiere sulla sua Tomba Monumentale, come su un Altare offerto a Dio dalla Fede di suo Padre Adamo…

Le più antiche raffigurazioni del Diluvio si trovano nelle catacombe di Roma e risalgono al secondo secolo dell’era cristiana. Un’altra, del quinto secolo, si trova nella sinagoga di Gerasa, mentre risale all’undicesimo secolo il ciclo di affreschi sul Diluvio che si può ammirare nella Chiesa di Saint Savin, in Francia.

Posteriormente, troviamo varie pitture, sculture e bassorilievi in Chiese e Cattedrali gotiche francesi e inglesi. Talvolta, non lontano dall’immagine dell’Arca è raffigurato anche il Tempio di Salomone, a testimoniare che il collegamento tra i due simboli era già presente nell’arte sacra medievale.

Michelangelo, nella Cappella Sistina, raffigurò Noè nell’atto di rendere grazie a Dio dopo essere scampato al Diluvio ; anche Tiziano e Carracci produssero le loro versioni della storia dell’Arca.

In Gran Bretagna, una forma volgarizzata del racconto del Diluvio circolò nellaBiblia Pauperum fin dal quattordicesimo secolo. Ne ebbero origine varie leggende, come quella – diffusa a Norfolk – per cui l’Arca, prima di scendere sull’Ararat aveva preso terra su una collina nella parte meridionale di quella contea, il Dunham Common ; Noè però trovò il Diavolo ad aspettarlo, così chiuse il portello e riprese la navigazione.

E’ bene documentato come nell’Inghilterra medievale le gilde artigiane fossero chiamate a prendere parte alle feste religiose, nelle quali spesso venivano messi in scena episodi della scrittura. Si ha notizia di sette feste annuali dove era rappresentata la storia dell’Arca ; si tenevano a Chester, Coventry, Cornwall, Hull, Newcastle, Wakefield e York.

In quella di York, l’edificazione dell’Arca era affidata alle corporazioni dei carpentieri navali, fatte venire espressamente dai centri costieri della contea ; invece le vicende successive erano interpretate dai pescatori e dai marinai.

A Chester la moglie di Noè non voleva saperne di entrare nell’Arca, e la parte in cui Jafet si dava da fare per convincerla veniva considerata il pezzo forte della rappresentazione, alla quale il pubblico partecipava schierandosi in favore dell’una o dell’altra parte. A Wakefield invece toccava a Noè convincerla, ed era spesso costretto a far ricorso a… una buona dose di legnate.

Estremamente interessante, dal nostro punto di vista, è che a Cornwall il medesimo ruolo di dissenziente fosse invece rappresentato da Tubalcain (non dimentichiamo che questo personaggio, secondo la tradizione, era un fabbro : forse era lì in qualità di fornitore di chiodi).

A Hull la rappresentazione si svolgeva su un palcoscenico mobile raffigurante l’Arca ; poiché si svolgeva in coincidenza con un’importante festa agricola, l’enfasi veniva posta sul ruolo di Noè come vignaiolo. A Newcastle invece veniva privilegiata l’immagine di Noè carpentiere, e gli artigiani locali intrattenevano il pubblico sulle tecniche da lui messe in opera nella costruzione dell’Arca.

In questo modo il mito dell’Arca si introdusse nella tradizione orale delle gilde, rimbalzando dall’una all’altra e figliando leggende e nuove versioni.

Alcuni studiosi del Rinascimento furono tra i primi a fissare le leggende artigiane sull’Arca per mezzo della parola scritta : così, nel 1609, Thomas Dekker scrive un’opera su Quattro Uccelli dell’Arca di Noè, dove tratta della Colomba, dell’Aquila, del Pellicano e della Fenice in termini che ritroveremo in larga parte nel simbolismo massonico.

Già il più antico documento scritto della muratoria operativa (il Poema Regio, circa 1390) cita Noè e l’Arca (verso 537), e l’inserimento del nostro personaggio nell’elenco dei padri nobili della muratoria è presente in tutte le Costituzioni precedenti al 1717 oggi note.

E’ opportuno notare, inoltre, come i primi Massoni fossero convinti dell’esistenza di un legame tra il mito di Noè e l’introduzione nel simbolismo muratorio delle Colonne.

Già nel secondo secolo dopo Cristo Giuseppe Flavio aveva alluso alla leggenda dei due pilastri antidiluviani ; ora, secondo le Old Constitutions essi erano di marmo, e su di essi Lamech, padre di Noè, avrebbe trascritto tutte le scienze umane per farle sopravvivere al Diluvio.

Nelle Costituzioni del 1723, Anderson dichiara che Noè e i suoi tre figli Jafet, Sem e Cam, tutti bravi Massoni, portarono con sé oltre il Diluvio le Tradizioni e le Arti degli Antidiluviani ; i pilastri, però, li attribuisce a Enoch.

Nelle Costituzioni del 1738 invece, probabilmente in seguito a rimostranze ricevute da Massoni portatori di tradizioni diverse, cita Giuseppe Flavio a testimonianza del fatto che i pilastri di Enoch sarebbero rimasti in Siria, lasciando quindi aperta la porta all’ipotesi che quelli citati nelle Old Constitutions fossero altri due.

Pochi anni dopo, una Lettura in uso presso la Atholl Lodge degli Antients recitava :

D : Vogliate informarci come ebbero origine i nomi delle Colonne.

R : Dopo che Noè, appena uscito dall’Arca, ebbe edificato la Colonna o Altare del Sacrificio e ricevette la benedizione di Dio, la battezzò J (…) in memoria dell’Arcobaleno che Dio aveva fatto apparire nei Cieli (…). Questa Colonna fu, negli anni successivi, accresciuta in grandezza e ornamenti dai discendenti di Noè, e considerata un Tesoro molto sacro ; ne innalzarono poi molte altre, in tutti i luoghi dove ebbero a soggiornare…

E proseguiva poi, attribuendo l’origine della Colonna B a cause diverse.

Il seguito di questo lavoro tratterà delle prime forme di Massoneria noachita, e di come esse si siano evolute nel grado del RAM oggi esistente.